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Perdonerete la lunga citazione,
ma mai come in questo caso la riteniamo opportuna.
Questo volume analizza molte
vicende apparentemente slegate tra loro, ma che conducono
tutte in direzione di un’ipotesi secondo la quale – ferma
restando la certezza che le Brigate rosse sono state un
fenomeno tutto italiano – vi sono segnali certi che la
vicenda Moro si distacchi dagli altri crimini delle Br per
entrare a far parte del novero dei grandi delitti politici
del XX secolo che – al di là del ruolo di possibili
esecutori o coesecutori materiali – hanno costituito momenti
di iniziali svolte politiche in senso conservatore.
Per quanto riguarda il delitto
Moro, è ipotizzabile che, prima o durante il sequestro,
ristrettissimi vertici delle Br siano entrati in contatto
con elementi che operavano per conto di ambienti molto
influenti a livello internazionale. Al di là di esigenze
contingenti, come il recupero dei verbali di ciò che Moro
probabilmente rivelò nel corso degli interrogatori e il
conseguente impiego da parte di chi interrogò lo statista
alla segretezza più assoluta su questo punto (forse in
cambio di concreti aiuti in direzione di una benevola
soluzione dei loro problemi giudiziari), è plausibile che in
quella sede i terroristi abbiano appreso che la controparte
chiedeva, al di là di quello che i brigatisti di base
potessero pensare, che il sequestro proseguisse fino alla
sua tragica conclusione. La logica di Jalta esigeva che, con
quel gesto, venisse di fatto impedito che i comunisti
italiani entrassero, sia pure in posizione subordinata, in
un governo di coalizione in Occidente. Questa eventualità
era troppo pericolosa sul piano militare per gli Stati Uniti
e addirittura devastante per la nomenklatura sovietica,
perché l’esempio di un partito comunista democraticamente
votato dagli italiani che entra in coalizione con partiti di
altre estrazioni avrebbe risvegliato antiche e giuste
aspirazioni tra i popoli dell’Europa orientale, per i quali
l’alleanza con l’Unione Sovietica si era trasformata in una
vassallaggio forzoso.
Noi non abbiamo, e forse non
avremo mai, le prove documentali di tale occulta
convergenza. Ma gli indizi sono tanti e crescenti. Questo
libro ha lo scopo di mettere insieme i frammenti di un
puzzle che altri hanno tentato di scomporre.
L’ultima fatica di Giuseppe De
Lutiis, Il golpe di via Fani, tra i suoi tanti meriti
ha anche quello di definire nel dettaglio l’obiettivo che si
propone. E lo fa ben conscio, fin dalle premesse, della
propria impotenza. Noi, avverte l’autore, non abbiamo le
prove di quello che sosteniamo e forse non le avremo mai. Un
monito che abbiamo già sentito, quasi un leit motiv
della storiografia dedicata all’Italia repubblicana, e che
introduce alla distinzione tra verità giudiziaria e verità
storica.
Ecco perché chi volesse aprire
questo libro non potrebbe prescindere dalla sua premessa. Se
lo facesse, rischierebbe di naufragare in un monumentale
lavoro di ricerca che parte da molto lontano, annoda fili
apparentemente slegati, tenta di aprire cassetti sigillati
con il silicone.
Non a caso abbiamo parlato di
fatica, perché tale dev’essere stata (e nel vero
senso della parola) quella di De Lutiis. In queste pagine
trovate – a volte allineati in fila indiana, altre volte
tutti ammassati in mischia – i nodi più intricati non tanto
dell’affaire Moro in sé (sui quali esiste già una
bibliografia piuttosto ampia e dettagliata, a cui lo stesso
De Lutiis rimanda il lettore), quanto della sua collocazione
geopolitica, delle sue implicazioni internazionali, del suo
essere qualcosa di diverso nella storia del partito armato,
e di infinitamente più ampio e controverso.
Alcuni di questi nodi
appartengono di diritto all’elenco dei grandi misteri del
caso Moro, e sono stati più volti sviscerati anche da altri
studiosi: pensiamo, ad esempio, alle supposizioni sulla
reale identità della scuola di lingue parigina Hypérion,
oppure all’ipotesi, altrettanto spesso avanzata, che quella
di via Montalcini non sia stata l’unica prigione di
Aldo Moro. Altri – e ci riferiamo, in particolare, al legame
tra il sequestro Moro e quello Cirillo, o a quanto emerge a
proposito della figura di Giovanni Senzani o, ancora, al
ruolo che il «noto servizio» seppe ritagliarsi nella vicenda
– sono terreni meno frequentati dalla storiografia dedicata
all’argomento. Ed è qui che il contributo di De Lutiis
diventa indispensabile per gettare uno sguardo a
trecentosessanta gradi sulla stagione di piombo, privo di
visioni precostituite, di verità più vere di altre, e di
dogmatismi ideologici che poco hanno a che fare con il
lavoro dello storico.
Ritornano in queste pagine,
avvallate dalle parole del giudice Rosario Priore, le
ipotesi sulla pluricitata scuole di lingue Hypérion,
crocevia del terrorismo internazionale:
L’Hypérion […] è il luogo –
fisico e non – dell’incontro delle eversioni e delle
insorgenze, a prescindere dalle ragioni e dai torti. Il
luogo dei confronti delle lotte armate, del gotha delle
organizzazioni che la praticano, dalle periferie del pianeta
alle metropoli. E quindi delle conflittualità al tempo della
guerra fredda e oltre. E perciò della presenza di tutti quei
servizi, più o meno mimetizzati, degli Stati interessati a
monitorare, di più, a pilotare le evoluzioni di quei
movimenti, organizzazioni e persino istituzioni che si
incontravano e dibattevano presso quel luogo.
Scenario internazionale e
ramificato, certo, di difficilissima interpretazione. Che
però De Lutiis, con merito, si preoccupa di ricondurre
all’interno della specificità francese, a proposito della
quale poco si è riflettuto finora. Perché la Francia, «terra
d’asilo per eccellenza»? Perché Parigi? Perché la dottrina
Mitterand? E perché, soprattutto, qualsiasi tentativo della
giustizia di fare luce su questa struttura è miseramente
fallito, sia in terra francese sia in terra italiana,
nonostante fin dal 1974 autorevoli fonti indicassero quella
scuola come centrale dell’eversione internazionale?
Ritorna anche un’altra ipotesi
forte, secondo la quale l’appartamento di via Montalcini
non è, non sarebbe stato l’unico ad ospitare il presidente
della Democrazia cristiana durante i 55 giorni del suo
sequestro. Lo dimostrerebbe la logica: l’autopsia eseguita
sul cadavere di Aldo Moro contraddice in maniera piuttosto
evidente le versioni fornite dai carcerieri in merito sia
alle condizioni, sia al luogo di detenzione dell’ostaggio.
Ma lo dimostrerebbero anche le analisi compiute sui reperti
sabbiosi rinvenuti sugli indumenti di Moro e sugli
pneumatici della Renault 4 dove fu poi trovato in corpo
dell’ostaggio. Semplici depistaggi, come sempre sostenuto
dagli ex brigatisti (Morucci e Faranda) appositamente
progettati per sviare le indagini? O la prova provata che
Moro venne tenuto prigioniero anche in un luogo differente
dall’appartamento di via Montalcini, magari in un covo del
litorale di Ostia? Argomentazioni, ripetiamolo, già
ampiamente trattate dalla storiografia del caso Moro, a cui
De Lutiis aggiunge dettagli, ulteriori conferme, nuovi
interrogativi.
Ma non è qui che l’indagine di
De Lutiis spariglia il tavolo, o corre il rischio di farlo.
Sono altri i passaggi del libro che possono davvero aprire
nuovi squarci sull’affaire. Come là dove, finalmente,
viene steso un filo rosso tra il sequestro Moro e quello
dell’assessore napoletano Ciro Cirillo,
apparentemente così diversi, non solo negli esiti. Eppure,
proprio l’enorme divario che separa i due episodi può essere
il punto di partenza per riflettere su una domanda tanto
banale, quanto necessaria: quali i motivi dello «stridente
contrasto» che separò la sorte di Aldo Moro da quella di
Ciro Cirillo? Perché nel primo caso le forze politiche,
investigative, d’intelligence rasentarono la paralisi,
l’immobilismo «fatalisticamente rassegnate al peggio»,
mentre nel secondo si mostrarono «convulsamente protese alla
ricerca ad ogni costo di una conclusione felice»? Una
domanda semplice a cui De Lutiis risponde in maniera
altrettanto elementare, quasi disarmante:
Nel caso di Cirillo non
esistevano condizionamenti internazionali di cui tenere
conto e inoltre […] la Dc si giocava non solo i voti di
scambio dell’area napoletana, ancora più appetibili per gli
stanziamenti del dopo terremoto, ma l’intero sistema di
potere, soprattutto meridionale, costruito mattone su
mattone in trentacinque anni di governo e sottogoverno.
Parole che fungono da premessa
al tentativo di seguire quel filo rosso, di ricostruire un
puzzle maledettamente complicato, grazie anche all’aggiunta
di due preziosi tasselli ipotizzati dall’autore: la
presenza, in entrambe le circostanze, di nastri con le
registrazioni audio-video degli interrogatori e la loro
misteriosa scomparsa; e, tassello ancora più importante,
l’ipotesi che anche nel sequestro Moro un ruolo importante
sia stato giocato da Giovanni Senzani, «la figura più
complessa del panorama dell’eversione di sinistra degli anni
Settanta e Ottanta».
L’abbiamo ripetuto noi stessi
più volte, anche nelle pagine di questo sito, ma per
ribadirlo usiamo le parole di De Lutiis: «Se un giorno si
facesse luce sulla sua figura, sapremmo di più non solo sul
sequestro Cirillo, ma anche sul rapimento e sull’uccisione
di Aldo Moro». Parole che sottoscriviamo senza esitare e che
speriamo siano l’incipit per altri contributi indirizzati in
tal senso. Qual è la vera biografia del professor Senzani?
In che anno entra a far parte delle Brigate rosse? Nel 1973,
all’epoca del convegno di criminologia dell’Impruneta, nei
pressi di Firenze? O verso la fine del 1975, come rivelato
dall’ex brigatista Michele Galati? Ebbe un ruolo, Senzani,
nel sequestro Moro? E se sì, di che tipo, a che livello? E
che cosa rappresentò, nella storia delle Br e del sequestro
Moro, il Comitato rivoluzionario toscano, operativo fin dal
1977?
Sono questi gli interrogativi
che alimentano la ricerca di De Lutiis. Questi e altri,
capaci di scendere molto in profondità, fino a scandagliare
fondali rimasti ancora intatti: che ruolo ebbe nella
gestione e nell’esito del sequestro Moro il «noto servizio»,
meglio conosciuto con il nome in codice di Anello, la
cui esistenza venne documentata dalla procura di Brescia nel
corso dell’istruttoria sulla strage di piazza della Loggia
(obbligatorio, anche in questa sede, il rimando
all’inchiesta condotta da Paolo Cucchiarelli sul settimanale
Diario del 23 maggio 2003: Dissero: cercate in via
Gradoli. Risposero: Moro non ci serve vivo)? Quali
furono gli attori del perverso scenario che prese forma
intorno alla sorte del presidente? E che sovrastruttura
internazionale mise in piedi ed alimentò questo gigantesco
gioco delle parti, dentro al quale seppero convivere –
facendo ognuno la propria parte –criminalità organizzata
(banda della Magliana e ’ndrangheta) e istituzioni, servizi
segreti di mezzo mondo e intermediari di oscura provenienza,
infiltrati (reali e presunti) e affaristi.
Non ci facciamo illusioni:
anche questo libro, nella migliore delle ipotesi, risentirà
di quel clima da eterno derby calcistico che accompagna ogni
riflessione a freddo sugli anni di piombo in generale, e
sulla vicenda Moro nel particolare. Nella peggiore, passato
qualche mese, anch’esso smetterà di suscitare interrogativi,
i cassetti rimarranno sigillati con il silicone e le domande
continueranno a rimanere senza risposta. Ma il solo fatto
che certi interrogativi continuino ad alimentare il
dibattito storiografico ci consente di sperare che prima o
poi qualcosa possa accadere.
Giuliano Boraso
libri@brigaterosse.org
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