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Homepage Libri Bibliografia sul caso Moro "Il golpe di via Fani"

   
  Autore: Giuseppe De Lutiis
   
   
  Editore: Sperling & Kupfer
  Collana: Saggi
  Data pubblicazione: 2007
  ISBN-13: 978-88-200-4364-3
  Pagine: 317
   
   
  Giudizio:
   
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Perdonerete la lunga citazione, ma mai come in questo caso la riteniamo opportuna.

 

Questo volume analizza molte vicende apparentemente slegate tra loro, ma che conducono tutte in direzione di un’ipotesi secondo la quale – ferma restando la certezza che le Brigate rosse sono state un fenomeno tutto italiano – vi sono segnali certi che la vicenda Moro si distacchi dagli altri crimini delle Br per entrare a far parte del novero dei grandi delitti politici del XX secolo che – al di là del ruolo di possibili esecutori o coesecutori materiali – hanno costituito momenti di iniziali svolte politiche in senso conservatore.

Per quanto riguarda il delitto Moro, è ipotizzabile che, prima o durante il sequestro, ristrettissimi vertici delle Br siano entrati in contatto con elementi che operavano per conto di ambienti molto influenti a livello internazionale. Al di là di esigenze contingenti, come il recupero dei verbali di ciò che Moro probabilmente rivelò nel corso degli interrogatori e il conseguente impiego da parte di chi interrogò lo statista alla segretezza più assoluta su questo punto (forse in cambio di concreti aiuti in direzione di una benevola soluzione dei loro problemi giudiziari), è plausibile che in quella sede i terroristi abbiano appreso che la controparte chiedeva, al di là di quello che i brigatisti di base potessero pensare, che il sequestro proseguisse fino alla sua tragica conclusione. La logica di Jalta esigeva che, con quel gesto, venisse di fatto impedito che i comunisti italiani entrassero, sia pure in posizione subordinata, in un governo di coalizione in Occidente. Questa eventualità era troppo pericolosa sul piano militare per gli Stati Uniti e addirittura devastante per la nomenklatura sovietica, perché l’esempio di un partito comunista democraticamente votato dagli italiani che entra in coalizione con partiti di altre estrazioni avrebbe risvegliato antiche e giuste aspirazioni tra i popoli dell’Europa orientale, per i quali l’alleanza con l’Unione Sovietica si era trasformata in una vassallaggio forzoso.

Noi non abbiamo, e forse non avremo mai, le prove documentali di tale occulta convergenza. Ma gli indizi sono tanti e crescenti. Questo libro ha lo scopo di mettere insieme i frammenti di un puzzle che altri hanno tentato di scomporre.

 

L’ultima fatica di Giuseppe De Lutiis, Il golpe di via Fani, tra i suoi tanti meriti ha anche quello di definire nel dettaglio l’obiettivo che si propone. E lo fa ben conscio, fin dalle premesse, della propria impotenza. Noi, avverte l’autore, non abbiamo le prove di quello che sosteniamo e forse non le avremo mai. Un monito che abbiamo già sentito, quasi un leit motiv della storiografia dedicata all’Italia repubblicana, e che introduce alla distinzione tra verità giudiziaria e verità storica.

Ecco perché chi volesse aprire questo libro non potrebbe prescindere dalla sua premessa. Se lo facesse, rischierebbe di naufragare in un monumentale lavoro di ricerca che parte da molto lontano, annoda fili apparentemente slegati, tenta di aprire cassetti sigillati con il silicone.

Non a caso abbiamo parlato di fatica, perché tale dev’essere stata (e nel vero senso della parola) quella di De Lutiis. In queste pagine trovate – a volte allineati in fila indiana, altre volte tutti ammassati in mischia – i nodi più intricati non tanto dell’affaire Moro in sé (sui quali esiste già una bibliografia piuttosto ampia e dettagliata, a cui lo stesso De Lutiis rimanda il lettore), quanto della sua collocazione geopolitica, delle sue implicazioni internazionali, del suo essere qualcosa di diverso nella storia del partito armato, e di infinitamente più ampio e controverso.

Alcuni di questi nodi appartengono di diritto all’elenco dei grandi misteri del caso Moro, e sono stati più volti sviscerati anche da altri studiosi: pensiamo, ad esempio, alle supposizioni sulla reale identità della scuola di lingue parigina Hypérion, oppure all’ipotesi, altrettanto spesso avanzata, che quella di via Montalcini non sia stata l’unica prigione di Aldo Moro. Altri – e ci riferiamo, in particolare, al legame tra il sequestro Moro e quello Cirillo, o a quanto emerge a proposito della figura di Giovanni Senzani o, ancora, al ruolo che il «noto servizio» seppe ritagliarsi nella vicenda – sono terreni meno frequentati dalla storiografia dedicata all’argomento. Ed è qui che il contributo di De Lutiis diventa indispensabile per gettare uno sguardo a trecentosessanta gradi sulla stagione di piombo, privo di visioni precostituite, di verità più vere di altre, e di dogmatismi ideologici che poco hanno a che fare con il lavoro dello storico.

 

Ritornano in queste pagine, avvallate dalle parole del giudice Rosario Priore, le ipotesi sulla pluricitata scuole di lingue Hypérion, crocevia del terrorismo internazionale:

 

L’Hypérion […] è il luogo – fisico e non – dell’incontro delle eversioni e delle insorgenze, a prescindere dalle ragioni e dai torti. Il luogo dei confronti delle lotte armate, del gotha delle organizzazioni che la praticano, dalle periferie del pianeta alle metropoli. E quindi delle conflittualità al tempo della guerra fredda e oltre. E perciò della presenza di tutti quei servizi, più o meno mimetizzati, degli Stati interessati a monitorare, di più, a pilotare le evoluzioni di quei movimenti, organizzazioni e persino istituzioni che si incontravano e dibattevano presso quel luogo.

 

Scenario internazionale e ramificato, certo, di difficilissima interpretazione. Che però De Lutiis, con merito, si preoccupa di ricondurre all’interno della specificità francese, a proposito della quale poco si è riflettuto finora. Perché la Francia, «terra d’asilo per eccellenza»? Perché Parigi? Perché la dottrina Mitterand? E perché, soprattutto, qualsiasi tentativo della giustizia di fare luce su questa struttura è miseramente fallito, sia in terra francese sia in terra italiana, nonostante fin dal 1974 autorevoli fonti indicassero quella scuola come centrale dell’eversione internazionale?

Ritorna anche un’altra ipotesi forte, secondo la quale l’appartamento di via Montalcini non è, non sarebbe stato l’unico ad ospitare il presidente della Democrazia cristiana durante i 55 giorni del suo sequestro. Lo dimostrerebbe la logica: l’autopsia eseguita sul cadavere di Aldo Moro contraddice in maniera piuttosto evidente le versioni fornite dai carcerieri in merito sia alle condizioni, sia al luogo di detenzione dell’ostaggio. Ma lo dimostrerebbero anche le analisi compiute sui reperti sabbiosi rinvenuti sugli indumenti di Moro e sugli pneumatici della Renault 4 dove fu poi trovato in corpo dell’ostaggio. Semplici depistaggi, come sempre sostenuto dagli ex brigatisti (Morucci e Faranda) appositamente progettati per sviare le indagini? O la prova provata che Moro venne tenuto prigioniero anche in un luogo differente dall’appartamento di via Montalcini, magari in un covo del litorale di Ostia? Argomentazioni, ripetiamolo, già ampiamente trattate dalla storiografia del caso Moro, a cui De Lutiis aggiunge dettagli, ulteriori conferme, nuovi interrogativi.

 

Ma non è qui che l’indagine di De Lutiis spariglia il tavolo, o corre il rischio di farlo. Sono altri i passaggi del libro che possono davvero aprire nuovi squarci sull’affaire. Come là dove, finalmente, viene steso un filo rosso tra il sequestro Moro e quello dell’assessore napoletano Ciro Cirillo, apparentemente così diversi, non solo negli esiti. Eppure, proprio l’enorme divario che separa i due episodi può essere il punto di partenza per riflettere su una domanda tanto banale, quanto necessaria: quali i motivi dello «stridente contrasto» che separò la sorte di Aldo Moro da quella di Ciro Cirillo? Perché nel primo caso le forze politiche, investigative, d’intelligence rasentarono la paralisi, l’immobilismo «fatalisticamente rassegnate al peggio», mentre nel secondo si mostrarono «convulsamente protese alla ricerca ad ogni costo di una conclusione felice»? Una domanda semplice a cui De Lutiis risponde in maniera altrettanto elementare, quasi disarmante:

 

Nel caso di Cirillo non esistevano condizionamenti internazionali di cui tenere conto e inoltre […] la Dc si giocava non solo i voti di scambio dell’area napoletana, ancora più appetibili per gli stanziamenti del dopo terremoto, ma l’intero sistema di potere, soprattutto meridionale, costruito mattone su mattone in trentacinque anni di governo e sottogoverno.

 

Parole che fungono da premessa al tentativo di seguire quel filo rosso, di ricostruire un puzzle maledettamente complicato, grazie anche all’aggiunta di due preziosi tasselli ipotizzati dall’autore: la presenza, in entrambe le circostanze, di nastri con le registrazioni audio-video degli interrogatori e la loro misteriosa scomparsa; e, tassello ancora più importante, l’ipotesi che anche nel sequestro Moro un ruolo importante sia stato giocato da Giovanni Senzani, «la figura più complessa del panorama dell’eversione di sinistra degli anni Settanta e Ottanta».

L’abbiamo ripetuto noi stessi più volte, anche nelle pagine di questo sito, ma per ribadirlo usiamo le parole di De Lutiis: «Se un giorno si facesse luce sulla sua figura, sapremmo di più non solo sul sequestro Cirillo, ma anche sul rapimento e sull’uccisione di Aldo Moro». Parole che sottoscriviamo senza esitare e che speriamo siano l’incipit per altri contributi indirizzati in tal senso. Qual è la vera biografia del professor Senzani? In che anno entra a far parte delle Brigate rosse? Nel 1973, all’epoca del convegno di criminologia dell’Impruneta, nei pressi di Firenze? O verso la fine del 1975, come rivelato dall’ex brigatista Michele Galati? Ebbe un ruolo, Senzani, nel sequestro Moro? E se sì, di che tipo, a che livello? E che cosa rappresentò, nella storia delle Br e del sequestro Moro, il Comitato rivoluzionario toscano, operativo fin dal 1977?

Sono questi gli interrogativi che alimentano la ricerca di De Lutiis. Questi e altri, capaci di scendere molto in profondità, fino a scandagliare fondali rimasti ancora intatti: che ruolo ebbe nella gestione e nell’esito del sequestro Moro il «noto servizio», meglio conosciuto con il nome in codice di Anello, la cui esistenza venne documentata dalla procura di Brescia nel corso dell’istruttoria sulla strage di piazza della Loggia (obbligatorio, anche in questa sede, il rimando all’inchiesta condotta da Paolo Cucchiarelli sul settimanale Diario del 23 maggio 2003: Dissero: cercate in via Gradoli. Risposero: Moro non ci serve vivo)? Quali furono gli attori del perverso scenario che prese forma intorno alla sorte del presidente? E che sovrastruttura internazionale mise in piedi ed alimentò questo gigantesco gioco delle parti, dentro al quale seppero convivere – facendo ognuno la propria parte –criminalità organizzata (banda della Magliana e ’ndrangheta) e istituzioni, servizi segreti di mezzo mondo e intermediari di oscura provenienza, infiltrati (reali e presunti) e affaristi.

 

Non ci facciamo illusioni: anche questo libro, nella migliore delle ipotesi, risentirà di quel clima da eterno derby calcistico che accompagna ogni riflessione a freddo sugli anni di piombo in generale, e sulla vicenda Moro nel particolare. Nella peggiore, passato qualche mese, anch’esso smetterà di suscitare interrogativi, i cassetti rimarranno sigillati con il silicone e le domande continueranno a rimanere senza risposta. Ma il solo fatto che certi interrogativi continuino ad alimentare il dibattito storiografico ci consente di sperare che prima o poi qualcosa possa accadere.

 

Giuliano Boraso

libri@brigaterosse.org

 

Ultima modifica di questa pagina: giovedì, 11 ottobre 2007 23.51

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