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PROVE
TECNICHE DI MEMORIA
Di loro
si è sempre parlato poco. Eppure sono stati i principali
protagonisti del combattimento diffuso degli anni Settanta.
Distanti anni luce dai «cugini» delle Brigate rosse, per
circa un triennio hanno tradotto in prassi gli inni di
guerra del Movimento del ’77, dando vita a forme di
eversione dai forti tratti irrazionali ed emotivi. Sono
quelli di Prima Linea.
E a
trent’anni dalla loro comparsa, proviamo oggi a raccontarne
la storia.
Quella di Prima Linea è
solo una delle tante storie degli anni Settanta. L’idea di
rileggerla oggi, a trent’anni esatti dal suo inizio, nasce
da impulsi di diversa origine e provenienza. C’è, prima di
tutto, la curiosità per un gruppo armato che – pur
“vantando” un numero di inquisiti (siamo intorno al migliaio
di persone) di poco inferiore a quello delle Brigate rosse e
pur avendo attraversato da protagonista il tratto più
cruento degli anni di piombo – è sempre stato trascurato
dalla storiografia di settore, protesa quasi per intero a
scandagliare i soli meandri brigatisti. Quasi che quella
stagione di sangue sia stata in tutto e per tutto esclusivo
affare della stella a cinque punte. Impressione (errata) che
trova ulteriore linfa da un altro strano fenomeno
storiografico: se i grandi capi delle Br hanno alla (quasi)
unanimità dato fondo alle loro memorie, riversando su decine
di libri le loro versioni dei fatti (compresi gli
immancabili regolamenti di conti interni), le testimonianze
degli ex piellini sono invece scarne e sparpagliate:
pensiamo, per esempio, al bel libro di Sergio Segio
Miccia Corta, Una storia di Prima linea che pure narra
di un episodio circoscritto, o alle testimonianze raccolte
in due vecchi titoli ormai da tempo fuori catalogo: Vite
sospese. Le generazioni del terrorismo di Nicola
Tranfaglia e Diego Novelli, e Il tempo del furore di
Luigi Guicciardi. Insomma, c’è uno strano buco storiografico
che attira verso l’impresa (per niente facile) di provare a
mettere insieme i pezzi sparsi di questa storia per dare
soprattutto a chi non c’era l’occasione di conoscerla e
approfondirla.
Che quella di Prima
Linea sia una storia da raccontare non c’è dubbio. Non solo
per l’eccezionalità del suo percorso politico e militare,
culminato in un biennio – quello tra il 1979 e il 1980 –
segnato da un furore militarista di natura
patologico-compulsiva. Ma soprattutto perché nelle biografie
dei suoi protagonisti, nelle singole e spesso tragiche
vicende lungo le quali si snoda troviamo tutti i tratti
caratterizzanti di un intero decennio, quello dei Settanta,
attraversato anche dal filo rosso della violenza
politica. E quello che nella storia di PL balza subito agli
occhi (e che la storia delle Br, invece, non dimostra in
maniera così evidente) è la forte connessione, quasi un
rapporto di causa-effetto, tra la sconfitta della Sinistra
extraparlamentare e la deriva violenta della seconda metà
degli anni Settanta. È forse anche per questo motivo che la
storia di Prima Linea (e, in generale, di tutto il
combattimento diffuso) è più difficile da raccontare
rispetto a quella delle Brigate rosse: proprio perché non
potrebbe occultare il forte legame di discendenza che nutre,
ad esempio, nei confronti di un gruppo come Lotta continua.
E, più in generale, di tutto il brodo di cultura della
Sinistra extraparlamentare. Ma anche e soprattutto perché
quell’esperienza non è inquadrabile in nessuno schema
interpretativo sufficientemente consolatorio. Prima Linea
dichiara guerra alle diverse e differenti forme di comando
dello Stato quando la carica propulsiva dei movimenti si è
esaurita da un pezzo, quando lo Stato democratico ha già
messo le bombe, quando il Pci ha già «tradito»,
avventurandosi nello scivoloso terreno del compromesso
storico e degli arruffati governi di unità nazionale. Quando
la Sinistra
extraparlamentare è già caduta in coma irreversibile,
privando di una rappresentanza politica migliaia di
militanti fin lì educati alle parole d’ordine dello scontro
e della guerra insurrezionale. Quando insomma la situazione
complessiva è già un bel po’ compromessa, e tutti – da un
lato e dall’altro delle barricate – hanno dato in tal senso
il loro bel contributo. Niente di edificante, quindi. Niente
di rassicurante: scrivere la storia di Prima Linea significa
anche scrivere la storia delle responsabilità enormi della
classe dirigente dell’epoca nella maturazione di un clima di
odio e di scontro frontale, poi esploso nell’ultimi tre anni
di un decennio eretico.
Proviamo a ricostruire
oggi quel tragitto con questo Mucchio Selvaggio. Ascesa
apoteosi caduta dell’organizzazione Prima Linea che vede
la luce soprattutto grazie al coraggio di un editore che osa
ancora dare fiducia a chi non la meriterebbe. E grazie al
lavoro e alla collaborazione di tante persone, tutto a
diverso titolo coinvolte e tutto da ringraziare
collettivamente. Convinti che sia giunto il momento, anche
per chi non c’era, di accostarsi a quegli anni nel tentativo
di raccontarli e capirli, dichiarando guerra ai tranelli
della de-contestualizzazione e confidando su un
coinvolgimento emotivo di gran lunga meno compromettente di
chi quei fatti li ha vissuti in prima persona. Rimanendone,
ancora oggi, prigioniero.
Giuliano
Boraso
libri@brigaterosse.org
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Recensioni & Interviste disponibili:
12 Luglio 2006
"Prima Linea, il mucchio selvaggio della P.38", Riccardo
Paradisi, L'Indipendente
18 Giugno 2006
Intervista in GR Parlamento, Puntata del 18 Giugno
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27 Maggio 2006
"Mucchio Selvaggio" il nuovo discusso libro di Giuliano
Boraso - Emiliano Sbaraglia, Aprile On line n. 171
26 Maggio 2006
Ancora Sergio Segio sul "Mucchio Selvaggio" - dal sito
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6 Maggio 2006
"Mucchio Selvaggio" - dal sito www.archiviostorico.info
26 Aprile 2006
E "Miccia corta" attacca il "Mucchio Selvaggio"
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Aprile 2006
"Gli anni selvaggi della lotta armata", Silvana Mazzocchi,
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14 Aprile 2006
"Battaglie di retroguardia truccate da Prima Linea",
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