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Breve
riflessione su un capitolo della storia del partito armato
ancora da scrivere.
Il
«terrore rosso», le brigate di kampo, i comitati di salute
pubblica, la derattizzazione.
La
mattanza nelle carceri e le morti dimenticate.
La bibliografia del e
sul partito armato è ricca (qualcuno, forse a ragione,
sostiene che sia anche troppo abbondante, nel senso che di
qualche libro si potrebbe pure fare volentieri a meno). Va
da sé che la storia delle Brigate rosse è una delle trame
recenti del Belpaese più raccontate e sviscerate dalla
storiografia degli ultimi due decenni. Come tutte le storie,
però – a maggior ragione se così attuali e se così
indissolubilmente intrecciate alla cronaca politica – anche
quella dei lottarmatisti presenta non pochi «buchi
neri». E non ci riferiamo qui ai soliti indecifrabili
misteri (uno su tutti, l’infinito intreccio del «caso
Moro»), quanto piuttosto a vere e proprie rimozioni, piccole
e grandi «storie nella storia» eliminate dal racconto
collettivo, epurate perché talmente imbarazzanti e scomode
da non poter essere raccontate, talmente pericolose da
compromettere i percorsi individuali di riverniciatura
legittimamente intrapresi – e ormai consolidati – da tanti
protagonisti della lotta armata.
Non è mai stata
scritta, ad esempio, una «storia carceraria» delle Brigate
rosse. Non è mai stato sufficientemente approfondito quel
capitolo di storia brigatista che si svolse dietro le sbarre
degli istituti di pena di mezza Italia, le carceri speciali,
il cosiddetto «circuito dei camosci». Eppure immaginiamo si
tratti di un aspetto interessantissimo della più generale
storia del partito armato. Cosa successe, ad esempio, nelle
carceri speciali a partire dalla seconda metà del 1981?
Quali dinamiche hanno regolato e scandito i tempi e i
rapporti di forza all’interno della vita carceraria? Quali
organismi politici nacquero per iniziativa dei detenuti? Che
ruolo ebbero, quali proposte avanzarono? E, soprattutto, di
cosa sono responsabili?
Nella sezione «Br arte»
del nostro sito è possibile leggere una breve recensione di
un documentario trasmesso qualche anno fa da Rai Tre, «La
colonna», sulla storia genovese delle Br. Tra
i tantissimi motivi che dovrebbero invogliarne la visione,
c’è anche un’intervista al professor Enrico Fenzi. Ne
ricordiamo qui alcuni passi tragici, quando il docente
divenuto poi brigatista rivive le morti dimenticate avvenute
dietro le sbarre, i regolamenti di conti interni, le accuse
di delazione, i processi sommari, le sentenze di morte,
comminate ed eseguite. La storia delle Br che manca è
esattamente questa. Quella delle brigate di kampo e
dei comitati di salute pubblica. Quella del
progressivo sfaldamento dei meccanismi di solidarietà
interna tra la popolazione carceraria, la storia
dell’inarrestabile radicamento di una logica paranoica di
sospetto e accusa, effetto perverso di una sconfitta oramai
alle porte (tutti aspetti sui quali consideriamo
imprescindibile la lettura di «Andare
ai resti. Banditi, rapinatori, guerriglieri nell’Italia
degli anni Settanta»).
A partire dalla seconda
metà del 1981 - parallelamente al fenomeno della «camorrizzazione»
della vita carceraria, con l’ingresso negli istituti di pena
delle masse criminali della Nuova Camorra Organizzata -
cominciano a formarsi all’interno delle carceri speciali dei
veri e propri dispositivi di controllo istituiti con il fine
ultimo di individuare, processare e condannare possibili
spie e delatori. Fuori dilaga il fenomeno del
collaborazionismo (o pentitismo, come si preferisce) e, con
esso, si delinea ormai in maniera irreversibile la sconfitta
del partito armato, lacerato, imploso e messo con le spalle
al muro dall’offensiva degli apparati della repressione.
Dentro, si cominciano a regolare i conti tra gli sconfitti,
confermando la vecchia regola in base alla quale ogni guerra
dà il peggio di sé, dall’una e dall’altra parte dei
contendenti, quando ormai i giochi sono fatti e ci si avvia
all’epilogo dello scontro. Sono i mesi in cui le Brigate
rosse si frantumano: da una parte i seguaci del Partito
Guerriglia di Giovanni Senzani, dall’altra i fedelissimi ai
dettami del Partito comunista combattente. Tra i primi,
nientedimeno che – anche – il gotha brigatista delle
origini, i padri fondatori della stella a cinque punte: un
nome su tutti, quello di Alberto Franceschini che nel
Partito Guerriglia vede realizzarsi finalmente la
possibilità di invertire la rotta militarista impressa
illo tempore dall’odiato Mario Moretti.
I mesi della «camorizzazione»,
dicevamo. Un processo di erosione della solidarietà interna
alle mura carcerarie iniziato con l’arrivo in massa dei
cutoliani della Nuova camorra organizzata e capace di
contaminare anche i settori dei detenuti «politici» in virtù
della sciagurata alleanza abbozzata dal Partito Guerriglia
con fette sempre più ampie della criminalità organizzata di
stampo camorrista.
La mattanza nelle
carceri, dicevamo. Tra i pochi che hanno avuto il coraggio
di squarciare il velo sull’argomento è Valerio Morucci che
nel suo ultimo libro di memorie, «La
peggio gioventù», evoca in un capitolo la
figura di Caino [pp. 216-221] per descrivere
sommariamente questa devastante degenerazione dell’avventura
brigatista.
Quando la
Rivoluzione va a ramengo vengono fuori bande il cui iniziale
connotato politico è soverchiato dagli invidiali
risentimenti se non, quando non si bada più a dove si pesca,
da individuali patologie. Quando si è al colpo di coda, e le
cose continuano ad andare male, prima o poi bisogna
prendersela con qualcuno. E questo qualcuno alla fine è
sempre qualcuno che tradisce. Qualcuno la cui vigliaccheria
rende impossibile il pieno dispiegamento delle sorti
magnifiche e progressive. […] Ogni giorno in quegli ultimi
anni arrivava in carcere un qualche militante che, sotto
pressione, aveva parlato. E l’unico conforto che quelli del
Partito Guerriglia, i figli dei capi storici, sapevano
dargli per i brutti momenti passati era una coltellata nello
stomaco. O una reticella da ping pong stretta intorno al
collo. […] Quanti ne sono morti così? Non lo ricordo, non
voglio ricordarlo. So che erano tutti giovani, tutti
ragazzini. Ammazzati da quelli che dovevano essergli
fratelli, e lasciati uccidere da quelli che dopo averli
spremuti li lasciavano in pasto ai leoni. Perché non erano i
Peci per le Br o i Sandalo per Prima linea, mandati al sole
coi soldi dello Stato. Non avevano consentito di sgominare
grossi pezzi delle bande armate. Erano ragazzini che poco o
nulla sapevano. Un nome, due nomi di altri come loro, pesci
piccoli. Questa sì, la pagina più buia dell’esperienza
comunista armata, e dello Stato che l’ha contrastata. Quando
si fa davvero buio, il peggio viene fuori da tutte le parti.
[…] Ciò che è certo è che i capi storici Br, Curcio,
Franceschini, Semeria, e tutti gli altri, hanno messo in
piedi dall’eremo carcerario una macchina di morte ancora
peggiore di quella che dicevano di voler contrastare. Hanno
armato la mano di Caino. Alcuni dicono che le loro, di mani,
sono pulite.
Parole che sono pietre,
quelle di Morucci. Macigni da mettere nel novero del
regolamento di conti in atto tra i vari protagonisti della
lotta armata? O verità mai prima confessate, scheletri
nell’armadio capaci di far impallidire anche il più
coraggioso tra i ghostbuster? Due casi, emblematici
per orrore e grado di degenerazione raggiunto, possono
aiutare a capire e a scegliere la risposta giusta ai dilemmi
sopra formulati.
«Epitaffio per un coccodrillo infame». È il
titolo, osceno, del documento con cui il «Terrore rosso»
rivendica l’omicidio di
Giorgio Soldati,
Tommy, militante di Prima Linea, assassinato nel carcere
speciale di Cuneo il 10 dicembre 1981, durante l’ora d’aria.
Tommy è in carcere da circa un mese: il 12 novembre, per
sfuggire a un controllo di polizia, partecipa in compagnia
di un altro militante dell’area dell’autonomia alla
sparatoria presso la Stazione centrale di Milano in seguito
alla quale muore l’agente Eleno Viscardi. Arrestati, i due
uomini forniscono agli inquirenti alcune informazioni che
conducono all’arresto di altri militanti. Il processo che
Tommy subirà tra le sbarre del supercarcere di Cuneo per
iniziativa dei suoi aguzzini è molto breve, e la sentenza
priva di appello. Giorgio Soldati è accusato di delazione e
tradimento e quindi passibile della pena di morte. A
emettere la sentenza, come dicevano, è la sigla del «Terrore
rosso» composta da militanti prigionieri appartenenti a
varie formazioni armate, ma con una chiara egemonia del
Partito Guerriglia con annessi e connessi i vari seguaci e
sostenitori esterni.
Ennio Di Rocco,
Riccardo, viene invece trucidato nel carcere di massima
sicurezza di Trani, il 27 luglio 1982.
L’atto di giustizia proletaria è rivendicato questa volta
dai «Proletari prigionieri per la costruzione dell’organismo
di massa del campo di Trani» e fatto proprio anche dal
partito Guerriglia, che lo rivendica a sé il giorno 30
luglio con una telefonata al quotidiano «Vita». Ennio Di
Rocco è arrestato il 3 gennaio 1982 insieme a un altro
militante delle Br-PdG, Stefano Petrella. La sua storia è
legata a doppio filo a quella di un altro capitolo
orripilante della storia misconosciuta del partito armato:
quella delle torture che furono inflitte a molti militanti
incarcerati in quel terribile 1982, immediatamente prima e
immediatamente dopo la conclusione del sequestro Dozier.
Proprio in seguito e per effetto di quelle torture (a
proposito delle quali è disponibile una ricchissima
documentazione nel volume
«Le torture affiorate»,
edito dalla cooperativa editoriale Sensibili alle foglie),
Di Rocco parla, rivelando agli inquirenti indirizzi di
abitazioni e strutture logistiche della sua organizzazione
di appartenenza: le Brigate rosse – Partito della
Guerriglia. Anche in seguito alle rivelazione di Di Rocco
verrà individuata l’abitazione di Giovanni Senzani,
arrestato neppure una settimana dopo (9 gennaio) nella base
romana di via Pesci. Anche in questo caso, la condanna
emessa dai proletari prigionieri non prevede un grado di
appello.
Il 1982 viene indicato
da molti come l’ultimo degli anni di piombo. Sicuramente è
stato un anno marcio, durante il quale ampi settori della
società italiana (legale e illegale) hanno dato il peggio di
sé. All’intero delle carceri, popolate da una folla di
detenuti “politici” che oramai sta assumendo proporzioni
imbarazzanti per coloro che ancora sostengono la presunta
marginalità del fenomeno insurrezionale, dopo simili eventi
si apre un vasto e articolato dibattito sul processo di
de-solidarizzazione tra i membri della popolazione
carceraria. Mentre l’intera area che fa riferimento a Prima
Linea inaugura un faticoso percorso di dissociazione di
massa che condurrà alla costituzione delle cosiddette «aree
omogenee» e a un tentativo del tutto unico di uscire dalla
stagione dell’emergenza e dell’eccezione mediante un
costante dialogo collettivo con le istituzioni un tempo
combattute e, soprattutto,con la cosiddetta società civile.
Altre storie che bisognerebbe raccontare. Altri percorsi,
individuali e collettivi, da annoverare tra gli intrecci e
le vicende del partito armato. Non ci aspettiamo certo che a
ripercorre e ricostruire quegli eventi siano i protagonisti
dell’epoca: non abbiamo molta fiducia nella capacità
dell’essere umano di ritornare su fatti così atroci, e per
forza di cose rimossi dalla propria memoria in virtù quasi
di un istinto di sopravvivenza. Confidiamo invece che quella
parte di storia del partito armato possa, prima o poi,
diventare oggetto di studio e ricerca per opera di una nuova
generazione di appassionati. Che magari quel 1982 lo
ricorda, fortunatamente, solo per i «gollonzi» di Paolo
Rossi. E non per le derive psicotiche in cui cadde il
proprio Paese.
Giuliano
Boraso
libri@brigaterosse.org
Per una bibliografia di riferimento sul caso Di Rocco
vedi: Proletari prigionieri per la costruzione
dell’organismo di massa del campo di Trani,
Comunicato, 27 luglio 1982, in Il Bollettino 6,
Milano 1982; Frazione comunitaria, Sul caso Ennio Di
Rocco, Trani, agosto 1982, in: Il Bollettino 6,
Milano 1982; Brigate rosse – Partito Comunista
Combattente, Dalle pratiche di tortura ai progetti di
desolidarizzazione, Nuoro, dicembre ’82, in: Il
Bollettino 8, Milano 1983.
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