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Sei
personaggi per sei storie che si distendono lungo il filo
rosso della lotta armata in Italia negli anni Settanta e
Ottanta. Giovanni Bianconi, inviato del Corriere della
Sera, scegli di approcciare il tema della violenza
politica narrando sei differenti percorsi, due donne e
quattro uomini che a un certo punto della loro vita scelgono
di compiere il grande salto nel vuoto della clandestinità
per fare la lotta armata contro uno Stato che odiano e che
vogliono sovvertire. Uno sguardo intimo, quello di Bianconi,
nelle vite di ragazzi più o meno coetanei, più o meno
contemporanei, a cui la politica – sempre praticata – a un
certo punto non basta più, perché appare sterile, inutile, o
comunque insufficiente e inadeguata, soprattutto quando
intorno a te sempre più persone hanno deciso di fare la
guerra allo Stato, sul serio, con le armi.
Bianconi è
bravo a incastrare questi sei percorsi, a intrecciarli l’uno
all’altro, riuscendo così a raccontare il percorso politico
di una intera generazione, legando le Brigate rosse prima
maniera di Curcio all’esperienze dell’Unione comunisti
combattenti di fine anni Ottanta. Il lettore che arriva fino
in fondo conoscerà le motivazioni alla base di scelte di
vita così estreme, tutto acquisterà – com’è giusto che sia –
una dimensione umana, al di là delle immagini stereotipate
di tante cronache che individuavano nel brigatista un pazzo
delirante privo di qualsiasi identità politica; al
contrario, tutte queste sei persone la politica l’hanno
praticata fin dall’adolescenza, nelle strade dei rispettivi
quartieri, nelle proprie città, battendosi per diritti
elementari, come il diritto alla casa, in un contesto
sociale infuocato, dove tutto era politica e tutto appariva
come terreno di conquista e di rivendicazione. Non marziani,
non corpi estranei alla società, profili deviati, ma donne e
uomini comuni che Bianconi descrive nella normalità di tutti
i giorni e attraverso i quali comprendiamo come potesse
essere maledettamente facile, in quegli anni, fare scelte
politiche estreme come le loro, procurando e subendo perdite
dolorose e compromettendo per sempre la propria esistenza di
uomini liberi.
Nessun
accenno, qui, allo specifico di queste sei storie, proprio
perché quello che ci interessa sottolineare è la capacità
dell’autore di costruire tramite esse un percorso
collettivo, utilissimo per chiunque voglia capire davvero
che cosa furono gli anni di piombo in Italia, anni in cui di
percorsi simili ce ne sono stati a migliaia. E coglie nel
segno anche la quarta di copertina, laddove si chiede, e ci
chiede, come abbiamo potuto dimenticare, quale colossale
opera di rimozione storica e politica è stata compiuta se
ancora oggi molti fanno finta che quanto successo possa
essere relegato a un semplice fenomeno di devianza
politico-criminale. Mi dichiaro prigioniero politico
è uno di quei libri che smontano in un batter d’occhio
simili interpretazioni accomodanti, proprio perché riescono
a riportare la narrazione degli eventi sul piano di una
“normalità eccezionale”, scelte radicali eppure tanto
diffuse da apparire scontate, irreversibili. La scelta della
lotta armata come necessità storica, nonostante fosse ben
chiaro a tutti a quale destino si sarebbe andati incontro:
nel migliore dei casi anni e anni di galera, nel peggiore la
morte.
Non
chiuderemo con la solita pappardella su quanto sarebbe bello
che nelle nostre scuole, durante le ore dedicate allo studio
della Storia con la S maiuscola, entrassero anche libri
così; libri che raccontano storie “minori”, forse, però
capaci come spesso accade di tratteggiare davvero il
ritratto di un’epoca.
Giuliano Boraso
libri@brigaterosse.org
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