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Il partito
armato, espressione con la quale Giorgio Galli accenna a
tutta la galassia eversiva esplosa in Italia nel ventennio
Settanta-Ottanta, fu un fenomeno autentico, non eterodiretto,
generato da una confluenza di fattori di natura sociale e
politica, primo tra tutti la mancanza nel nostro Paese dal
dopoguerra in poi di una alternanza del potere politico,
saldamente nelle mani della Democrazia cristiana dal ’45
fino all’inizio degli anni Novanta. Il partito armato ebbe
però in Italia una estensione temporale che non può essere
spiegata e giustificata solo in rimando al suo radicamento
sociale, pur molto ampio; in realtà la sua sussistenza fu
garantita dal fatto che esso divenne nel corso degli anni
uno strumento inconsapevole nelle mani di quei settori
dell’establishment impegnati a garantire il mantenimento di
un equilibrio politico che prevedeva l’esclusione del Pci
anche attraverso una certa “libertà di movimento” concessa a
chi, Brigate rosse in testa, metteva a rischio la democrazia
e l’ordine costituito. Di fronte al nemico pubblico numero 1
– il terrorismo – il mondo politico era in dovere di
garantire legge e ordine (si vedano le “triste” leggi di
emergenza) e, soprattutto, unità (si vedano i “tristi”
governi di unità nazionale); per scongiurare il pericolo di
un Pci mai così forte e pronto a rivendicare il
diritto-dovere di porsi alla guida del Paese, le consorterie
di potere conservatore e reazionario non esitarono a
servirsi del partito armato per mantenere nel Paese una
situazione di emergenza che, sola, poteva assicurare il
mantenimento dello status quo.
Servizi di
sicurezza e forze dell’ordine misero così in piedi e
attuarono una strategia basata su momenti di repressione del
fenomeno alternati a momenti di relativa “tolleranza” che
permisero alle Br di diventare il movimento
socialrivoluzionario più forte d’Occidente. Ecco perché,
secondo Galli, anche la lotta all’eversione di sinistra
rientra in quella strategia utilizzata dall’establishment
per impedire al Pci l’accesso al governo: non un
complesso organizzato o una macchina onnipotente, ma una
serie di interventi empirici, taluni concertati e altri no,
tra settori dell’establishment e settori dei servizi di
sicurezza tennero i comunisti a metà del guado, coinvolti
nella restaurazione moderata ma lontani dal governo e dai
centri decisionali, mentre l’iniziativa del partito armato
teneva desti i loro complessi di colpa (per l’avallo fornito
alla versione leninista e stalinista del marxismo) e faceva
del terrorismo il problema cruciale del paese, per
sconfiggere il quale occorreva riaggregare una maggioranza
moderata che riportasse nella società “legge e ordine”
(pag. 376).
Il libro di
Giorgio Galli (uscito per la prima volta nel 1986 per i tipi
della Rizzoli) è tutto in questa tesi, a metà strada tra
dietrologia (i brigatisti burattini nella mani di qualche
deus ex machina) e normalizzazione (il partito armato fu
fenomeno vero e autentico, nessun mistero, nessun “buco
nero” nella sua storia); tutte le circa quattrocento pagine
utilizzate dall’autore per narrare le vicende del partito
armato dai suoi albori alla sua sconfitta negli anni ’80
risentono di questa impostazione e sono orientate a
dimostrarne l’assoluta inconfutabilità.
Al di là di questo però il
libro di Galli è anche una imponente mole di dati,
informazioni, notizie che ne fa un altro di quegli strumenti
irrinunciabili per chi voglia capirne e saperne di più; se
la tesi di fondo non vi convince poco male, il libro merita
comunque di essere letto perché la bibliografia
sull’argomento non comprende molte altre ricostruzioni
storiche del fenomeno così complete e dettagliate. Se invece
la tesi vi piace e la condividete, una volta terminata la
lettura non vi resta che integrarla con la seconda parte di
Piombo rosso, l’ultimo libro di Galli (2004) che
completa la riflessione accennando anche alla recentissima
ricomparsa della stella a cinque punte con gli omicidi di
Massimo D’Antona e Marco Biagi (vedere la recensione in cima
alla lista).
Giuliano Boraso
libri@brigaterosse.org
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