|
Questo è un
libro un po’ particolare. Uno sguardo sullo lotta armata
lanciato non dallo storico di turno, né dal diretto
protagonista che – a distanza di anni, più o meno pentitosi,
più o meno dissociatosi – decide di ripercorrere la propria
esperienza di “terrorista”. Niente di tutto questo.
D’altronde, titolo e sottotitolo dicono tutto: trattasi di
un racconto, risalente all’ormai lontanissimo 1981, di un
giovane, Giorgio, che all’epoca stava facendo la lotta
armata e che decide di inviare alla casa editrice Savelli il
suo manoscritto rispondendo a un appello comparso
nell’ultimo volume (La ragazza di via Millelire)
della collana Il pane e le rose con il quale la
curatrice Annamaria Caredio invitava tutti gli aspiranti
scrittori a inviare il proprio dattiloscritto alla
redazione.
Giorgio
manda queste pagine, accompagnate da poche righe di
presentazione, sufficienti comunque a indicare il motivo
della sua decisione: mi sembra infatti - dice Giorgio
- che nella marea di disinformazione, falsità, idiozie
che circonda il mondo della lotta armata e i suoi militanti,
questa possa essere quantomeno una testimonianza, di prima
mano, di quanto le cose siano diverse.
E la
ragione per cui, a nostro parere, vale la pena leggere
questo libro sta proprio in queste righe e nella motivazione
che contengono.
Il racconto
di Giorgio (premessa: ne diamo per scontata l’attendibilità
e l’autenticità) può essere utile per capire alcuni passaggi
chiave che indussero molti dei giovani della cosiddetta
generazione del ’77 a imboccare la strada della lotta
armata, con tutto il carico di rabbia, delusione,
frustrazione che accompagnò molti (non tutti) in questa
scelta. Nelle prime pagine del libro Giorgio racconta le sue
prime azioni da “autonomo”, i primi espropri proletari
all’insegna sì del pane, ma anche delle rose che
nell’episodio narrato assumono le sembianze di un prezioso
paio di jeans Levi’s. L’esproprio proletario come prima,
primissima forma di radicalizzazione del comportamento
quotidiano, a cui segue l’intento di “alzare il tiro”,
perché nella nostra testa questo voleva dire andare avanti,
continuare, radicalizzarsi […] Voleva dire impugnare pistole
vere. E lo facemmo molto presto. Seguono le
manifestazioni a cui si va con le pistole nella cintura, la
polizia che spara ad altezza d’uomo, gli autonomi che
rispondono, passamontagna in testa, ginocchia piegate,
entrambe le mani a reggere il calcio dell’arma. Segue
l’attività di armamento, che consiste nell’assaltare i
depositi, le armerie o, più “semplicemente”, nel disarmare
la guardia giurata di turno, un giochetto da ragazzi. Segue
poi la domanda fatidica, quella che a un certo punto ti pone
uno che conosci, uno che vedi nei circoli e nei cortei. Uno
che sa che a te interessa un certo discorso e allora ti
prende in disparte e ti chiede: Sei
disposto a entrare subito nella nostra organizzazione?
Poi viene
il lento, graduale passaggio alla clandestinità e i primi
compiti come membro organico dell’organizzazione. La vita da
clandestino, da grigio travet della lotta armata, la
rinuncia agli affetti, l’isolamento dal mondo di prima, la
solitudine.
Il tutto
raccontato nell’unico modo possibile, ed è questo l’altro
motivo per cui vale la pena leggere il libro in questione.
Non c’è un filo di retorica in queste pagine, nessun
autocompiacimento, nessuna autocommiserazione, nessuna
apologia, nessun intento propagandistico. Giorgio racconta
la sua storia come meglio non potrebbe fare, fornendo una
testimonianza preziosa, priva di qualsiasi intento
pedagogico, ricca al contrario di spunti di riflessione sul
salto generazionale verificatosi nella seconda metà degli
anni Settanta, capace di modificare i tratti genetici della
lotta armata rispetto a quelli delle origini (vedi le
considerazioni di Giorgio a proposito delle differenze tra
la sua generazione e quella precedente in merito al tema
della centralità della classe operaia, della fabbrica, nei
destini della lotta armata).
Da leggere,
quindi. A patto che chi decide di farlo si sia prima
svuotato di pregiudizi e diffidenze, e sia mosso alla
lettura di queste Memorie solo dal desiderio di
capire, senza troppi inutili moralismi.
Giuliano Boraso
libri@brigaterosse.org
|