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Homepage Libri Contesti e contorni "Quando i media staccano la spina"

   
  Autore: Gilberto Mastromatteo
   
   
  Editore: Prospettiva editrice
  Collana:  
  Data pubblicazione: 2007
  ISBN:

88-7418-152-0

  Pagine: 351
   
   
  Giudizio:
   
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“ Faremo la guerra alla borghesia attraverso i titoli dei suoi giornali”.

 

Andreas Baader, membro fondatore
della Rote Armee Fraktion.

 

 

“L’agire terroristico non è mai semplice e generica erogazione di violenza,
bensì una forma specifica di violenza politica che presenta sempre un contenuto strategico,
calcolato rispetto agli effetti che può produrre e che si sviluppa secondo una precisa logica di comportamento. L’agire terroristico si distingue inoltre per il fatto che in esso il danno inferto alla parte cui è diretto non costituisce mai il solo obiettivo dell’azione, ma accanto al danno materiale vi è sempre uno scopo simbolico di intimidazione e quindi di propaganda e di comunicazione da raggiungere”.

 

Carlo Merletti, Immagini pubbliche e ideologia del terrorismo

 

 

Nell’ultima settimana le visite al sito si sono moltiplicate. I grafici che ci aggiornano su quante e quali pagine vengono quotidianamente “cliccate” da chi ha la sventura di capitare da queste parti sembrano impazziti. Merito dei curatori? Magari… La ragione è molte meno gratificante poiché anche noi, come tutti, viviamo di luce riflessa.

Tutto il merito va attribuito ai media nazionali – carta stampata, radio e televisione – che da martedì 13 febbraio hanno monopolizzato la loro e la nostra attenzione intorno un tema molto caro alla recente storia italiana: la rinnovata “minaccia terroristica” raffigurata ancora una volta dalla stella a cinque punte brigatista, il ritorno dei “fantasmi del passato”, la ricomparsa (l’ennesima) del partito armato. E via con ricostruzioni, scoop, analisi, ricordi, interviste, ritratti, grafici, tabelline eccetera. Tutto già visto, tutto già sentito. Ancora una volta (l’ennesima) il mondo dell’informazione si è dimostrato ultra sensibile a questo genere particolare di notizia, e questa volta senza che sia stato sparato un colpo, senza che sul selciato sia rimasta (l’ennesima) vittima sacrificale.

I media italiani hanno un debole, una ossessione quasi feticista per tutto ciò che riguarda la violenza politica; ai media italiani piace da matti occuparsi di queste faccende, e noi lettori-spettatori evidentemente godiamo nel sentirci sotto la minaccia delle armi. Rivedere quella stella e sapere che non è stata ancora definitivamente sepolta sembra procurarci uno di quei piaceri morbosi, quasi peccaminosi, che spesso si nascondono dietro le cose proibite. Ancora meglio se c’è da scandagliare nelle vite di donne e uomini fuori dal tempo che giocano alla guerra con lo Stato, praticano la (semi)clandestinità, vivono una doppia vita, normale la prima, maniacale la seconda, e predicano la rivoluzione. Ci piace, inutile negarlo. Questa patetica ipersensibilità non avrebbe altra spiegazione.

Al patologico rapporto che lega l’informazione ai fatti di violenza politica Gilberto Mastromatteo – giornalista del Corriere Adriatico – ha dedicato un libro che non è, diciamolo subito, un manuale per gli “addetti ai lavori”. O meglio, poiché quando si parla di comunicazione “addetti ai lavori” lo siamo un po’ tutti, questo è un libro trasversale e andrebbe letto sia da chi l’informazione la fa, sia da chi la subisce, quotidianamente, senza avere spesso gli strumenti per separare la qualità dall’immondizia. Quando i media staccano la spina. Storia del black out informativo durante gli “anni di piombo” parte da molto lontano, da quando i media – anziché soffrire di ipersensibilità cutanea – pativano quello che l’autore definisce “strabismo”: da quando cioè le Br d’antan erano “fantomatiche” per definizione e i loro militanti dei “fascisti mascherati di rosso”, “provocatori al servizio dei servizi”. Fino all’ormai storica lettura che Giorgio Bocca diede del nascente fenomeno in un articolo pubblicato sul Giorno del febbraio 1975: “A me queste Brigate Rosse fanno un curioso effetto, di favola per bambini scemi o insonnoliti; e quando i magistrati e gli ufficiali dei Cc e i prefetti ricominciano a narrarla, mi viene come un’ondata di tenerezza, perché la favola è vecchia, sgangherata, puerile, ma viene raccontata con tanta buona volontà che proprio non si sa come contraddirla”.

“Strabismo” a cui si comincia a porre rimedio nel momento in cui, a cadere sotto il fuoco terrorista, sono gli stessi operatori dell’informazione: ed è qui che il lavoro di Mastromatteo diventa incalzante, grazie anche all’ottimo apparato bibliografico che l’autore mette a disposizione dei suoi lettori (e a proposito di apparati, segnaliamo in appendice l’intervista a Mario Scialoja, giornalista dell’Espresso e protagonista di alcuni tra i più clamorosi scoop giornalistici di quegli anni. Intervista che l’autore ha gentilmente messo a nostra disposizione qui). E poi la celebre provocazione di Herbert Marshall McLuhan, durante i giorni del sequestro Moro: “Il mondo dei media potrebbe reagire a un episodio di terrorismo con la decisione di sospendere per un breve periodo di tempo tutte le trasmissioni della radio e della tv”. Provocazione che, nemmeno a dirlo, alimentò un dibattito articolato e a tratti isterico sul ruolo che i mezzi di informazione avrebbero dovuto ricoprire durante casi eccezionali e in presenza di una minaccia eversiva. Possono i mass media correre il rischio di fare il gioco dei terroristi, diffondendone i comunicati, amplificandone le gesta, facendo da cassa da risonanza alle loro criminali imprese? Tutti quesiti che si riproporranno poi durante il sequestro D’Urso, autentico caso-studio per questo tipo di approccio alla storia delle Br.

Nel libro di Mastromatteo c’è tutto questo, e qualcosa di più: c’è il rigore dello studioso attento che, pur prediligendo un’ottica particolare, non perde di vista nemmeno per un secondo il contesto storico-culturale in cui collocare gli eventi, non trascurando quelli legati alle profonde trasformazioni dell’industria culturale del Paese a cavallo tra gli anni Settanta e Ottanta. C’è l’attenzione rivolta non solo al fatto in sé, ma anche alla sua rappresentazione, e ai meccanismi che la regolano e determinano. C’è il costante ricorso alla fonte, orale e scritta, l’attenzione al dettaglio, lo scrupolo dell’indagine. 

Un libro che ci aiuta a capire ingranaggi e dinamiche che spesso, troppo spesso, diamo per scontati ma che non conosciamo mai abbastanza. E che ci aiutano a capire anche certe disfunzioni mediatiche del presente.

 

Giuliano Boraso
libri@brigaterosse.org

 

 

Intervista a Gilberto Mastromatteo – 21 febbraio 2006

 

 

Gilberto, il tuo libro ha il grande merito di analizzare l’aspetto controverso e ancora poco studiato del rapporto mass media-terrorismo. Tu sei un giornalista e quindi a te chiedo: perché il mondo dell’informazione si dimostra sempre così iper-sensibile davanti a fatti e notizie che riguardano il tema della violenza politica?

 

Probabilmente perché si tratta di fatti e di notizie che riportano alla mente paure mai sopite e dilemmi mai del tutto metabolizzati. L’emergere del terrorismo, in Italia, ha visto i giornalisti drammaticamente in prima linea. Forse come in nessun’altra parte del mondo.

Dapprima si sono trovati spiazzati di fronte a un fenomeno inatteso e hanno fatto fatica a comprenderne i reali lineamenti, commettendo gravi errori di valutazione iniziali. La strage di piazza Fontana del 1969 e l’equivoco sulla pista anarchica funzionarono da monito. Imposero di non fidarsi più di eventuali trame rosse. Questo atteggiamento iniziò a cambiare solo tra il 1976 e il 1977, quando furono i giornalisti stessi a finire nel mirino delle organizzazioni eversive, in quanto artefici della “guerra psicologica” e come tali nemici da abbattere. Infine, a partire dal caso Moro in poi, la categoria si è resa protagonista di un significativo “esame di coscienza”, in qualche caso suggerito dalle azioni della magistratura, che è culminato con una importante autoanalisi professionale durante il sequestro D’Urso.

Mi piace citare l’esperienza di un redattore de L’espresso di quegli anni, Mario Scialoja, autore di innumerevoli inchieste e approfondimenti sul terrorismo rosso e finito, suo malgrado, sia negli elenchi brigatisti dei “pennivendoli da punire” che sui registri degli indagati per favoreggiamento alle Br. Dopo le vicissitudini giudiziarie che fu costretto a subire durante il caso D’Urso scrisse che “il giornalista sul fronte eversivo è come un vaso di terra tra due vasi di ferro. Da un lato le minacce dei terroristi, dall’altro gli arresti della magistratura”.

È comprensibile, dunque, che la difficoltà e la pericolosità di quel lavoro siano rimasti impressi nel Dna del giornalismo italiano. Il problema, però, è che l’estremo rigore della lezione di alcuni giornalisti, tra i quali colloco Scialoja, non sembra aver trovato proseliti oggi.

  

Il tuo libro guarda allo ieri: le Brigate rosse prima maniera, il sequestro Sossi, l’affaire Moro fino al rapimento D’Urso. Quali differenze vedi tra i meccanismi di informazione di trent’anni fa e quelli di oggi? Di fronte a “fatti eccezionali” come un omicidio politico, sono cambiati gli schemi di trattazione della notizia, o sono gli stessi di ieri?

 

Credo che la differenza sia minima. La trattazione giornalistica di fatti del genere si rivela incapace, oggi come ieri, di un’informazione equilibrata ed esauriente. Le ricostruzioni dei fatti e i resoconti sull’andamento delle indagini restano sempre caratterizzate da un sensazionalismo di fondo e legate a reazioni e polemiche raccolte nel mondo politico. Quello che manca è l’analisi, il tentativo di capire e di spiegare. In più, rispetto al passato, i giornalisti che oggi si occupano di terrorismo tendono a dimostrarsi molto più “allineati e coperti”. Difficile che seguano piste proprie, hanno ormai dato per scontato l’utilizzo delle veline diffuse dalle forze dell’ordine.

Il vero cambiamento, tuttavia, avvenne durante gli anni ’70. Furono parecchi, come spiegavo, gli errori di cui la categoria si macchiò di fronte agli esordi dell’insorgenza brigatista. Ma, appunto perché il fenomeno era nuovo, si trattò di errori di inesperienza. Il primo omicidio politico delle Br, nel 1974 in via Zabarella a Padova, dove trovarono la morte due militanti del Msi, venne liquidato come un regolamento di conti interno al partito missino. Solo due anni dopo, con l’omicidio del sostituto procuratore di Genova Francesco Coco, l’attenzione dei media sulle Brigate Rosse si cristallizzò al livello che conosciamo oggi. Da allora in avanti, gli errori divennero di segno opposto, dovuti all’allarmismo, al sensazionalismo, alla sopravvalutazione militare del gruppo eversivo.

 

In riferimento ai recenti fatti, è ragionevole che l’arresto di un gruppo ristretto di persone abbia monopolizzato l’informazione dell’ultima settimana, arrivando fino a “inquinare” eventi e problemi di tutt’altra natura come, ad esempio, la manifestazione di Vicenza?

 

No, non credo sia ragionevole. Ma, soprattutto, non è professionale. Il fatto che tali notizie vengano poste in relazione con fatti considerati “vicini” (a livello politico, ma nel caso specifico di Vicenza anche temporale e geografico), scaturisce, a mio avviso, dall’estrema politicizzazione dei mass media italiani. Un gioco delle parti che, unito allo scarso ricorso all’approfondimento, finisce per provocare facili strumentalizzazioni. E questo è forse uno dei tratti che più avvicina il giornalismo di oggi a quello di trent’anni fa. Anche all’epoca le dinamiche ideologiche, i giudizi politici e la salvaguardia della linea editoriale prendevano il sopravvento sulla cronaca, l’analisi e il discorso sui fatti.

Ci sono, poi, vicende giudiziarie già accadute nel corso degli anni ’70, che dovrebbero imporre una certa cautela nel trattamento dell’informazione relativa ad arresti. Penso al famoso “7 aprile” del 1979 o, prima ancora, alla vicenda dell’operaio Giuliano Naria – accusato dell’omicidio di Francesco Coco – e a quella che nel 1974 portò in carcere l’intera redazione della rivista “Controinformazione” sulla base di presunte collusioni con le Br.

Un esempio, fortunatamente di tutt’altra natura e molto meno eclatante degli altri, riguarda proprio il sequestro disposto quattro anni fa dalla Polizia postale su questo sito. Un portale di approfondimento storiografico, senza alcuna connotazione politica, che su alcuni giornali venne liquidato come “uno dei più famosi dell’estremismo di sinistra” o addirittura “inneggiante alle Br”. Credo che quella sia da considerare una pagina emblematica dei gravi errori cui lo scarso approfondimento dei fatti può condurre.

 

Mi sorge un dubbio: forse tutti noi, operatori dell’informazione e pubblico di lettori-telespettatori, siamo terribilmente affascinati da questo genere di notizia e non ne possiamo farne a meno. La violenza politica, la stella a cinque punte, l’immaginario rivoluzionario esercitano un fascino a cui non riusciamo a sottrarci. E i media ci accontentano ogni qual volta se ne presenta l’occasione. Che ne pensi?

 

Sono d’accordo. Il clima degli “anni di piombo” in generale ma, più in particolare, la sigla delle Br, sono divenuti con il passare degli anni dei – mi si passi l’espressione – “marchi di fabbrica”, il cui solo utilizzo riconduce a tutta una serie di assunti e umori di una certa stagione della storia del Paese. Un tempo era così anche per le parole “terrorismo” o “eversione”. Poi c’è stato l’11 settembre a variarne, anche qui in Italia, il contenuto semantico. La stella a cinque punte, invece, associata alla dicitura Brigate Rosse, è diventata un brand talmente efficace da guadagnarsi il rispetto di qualsiasi pubblicitario o esperto di marketing. Basta citare quella sigla per avere una macabra certificazione di qualità terroristica, un reale motivo per aver paura, o preoccuparsi, o allarmare.

Il livello d’azione è triplice. Per lo Stato, gli inquirenti e le forze dell’ordine un’azione firmata Br non è più liquidabile unicamente come materiale per mere indagini di polizia, né per il solo anti-terrorismo. Necessita di un’attenzione particolare, di inchieste prolungate e dettagliate.

Per i mass media, poi, quelle due lettere “fanno notizia” di per sé. Sono la garanzia di un allarme, un ulteriore capitolo in calce a una storia già raccontata e che, con il tempo, si è cristallizzata in un romanzo. Per cui, nel riannodare i fili pendenti di questo racconto, torna altresì alla luce tutto il campionario linguistico degli anni di piombo. Un antiquariato politico-eversivo cui i neo-brigatisti non rinunciano e che i media accettano di buon grado, rispolverando termini quali “gambizzare”, “covo”, “primula rossa”, “controguerriglia”, “risoluzione strategica” eccetera.

Infine c’è l’opinione pubblica che, a trent’anni di distanza dalla stagione della lotta armata, rischia di spaccarsi in due. Da una parte coloro che quella sigla se la ricordano bene, così come tutto ciò che essa richiama alla mente. Dall’altra i più giovani, coloro che di Brigate Rosse non ne sanno nulla e che restano interdetti di fronte al clamore che queste provocano sui giornali e alla tv.

 

Herbert Marshall McLuhan

 

 

Si sarebbe potuto “staccare la spina” ieri? Lo si potrebbe fare oggi?

 

Questo lavoro dovrebbe dimostrare come, già tra il 1978 e il 1981, quando il “blackout” mcluhaniano venne teorizzato, esso non era in realtà praticabile. Il “ponte radio” messo in atto dal partito radicale e le immancabili defezioni nel fronte dei giornali della fermezza, stanno a sottolinearlo. E già al tempo vi fu chi, come il massmediologo Umberto Eco, sancì l’impossibilità di tale scelta. Per motivi tecnici, che già a cavallo tra i tardi anni ’70 e i primi anni’80 parevano evidenti.

Oggi quella impossibilità diviene cronica. Grazie alla rete internet e all’avanzamento delle tecnologie, che rendono totalmente inattuabile qualsiasi proposito di censura, auto-censura o limitazione delle informazioni. In un sistema mediatico come quello attuale, in cui il web acquista giorno dopo giorno un peso maggiore, eventuali comunicati delle Br rimbalzerebbero in men che non si dica da un blog all’altro, da un sito ad un portale, verrebbero diffusi con il peer to peer, magari farebbero capolino dai videofonini, postati per Mms. Si pensi ai macabri filmati delle decapitazioni irachene, censurati dai maggiori network, ma in ogni caso finiti integralmente nelle case di milioni di persone.

È questo un dato di fatto che impone una rilettura del “blackout” secondo la vera lezione appresa dagli anni ’70. E cioè che, proprio perché difficilmente censurabili, mai come oggi le informazioni hanno bisogno di essere vagliate, spiegate e approfondite. In modo da proporre ai lettori, ai radioascoltatori e ai telespettatori strumenti utili per formarsi un’opinione e attuare essi stessi l’unica censura possibile di fronte a fatti di questa matrice: quella della coscienza collettiva.

 

Gilberto, ti faccio una domanda che solitamente al giornalista non piace: quali sono i mali di cui soffre il giornalismo italiano del XXI secolo?

 

È una domanda difficile, è vero. Però, allo stesso tempo, è un interrogativo cui bisogna tentare di dare una risposta. Di alcuni mali della categoria giornalistica italiana ho già detto: l’incapacità di approfondire, il declino del valore dell’inchiesta (a parte rarissimi ed encomiabili casi), l’allineamento di fronte alle veline di Palazzo.

Ma forse il vero problema è di natura strutturale. Il fatto è che, rispetto al passato, è divenuta più ardua la stessa possibilità di farlo il giornalista. E, nel caso ci si riesca, è sempre più difficile poter lavorare in maniera libera da condizionamenti esterni di varia natura. Oggi come oggi, soprattutto qui in Italia, per un giovane che aneli a diventare redattore si apre la lunga via del precariato. Lunga, perché se, fino a una quindicina di anni fa, gli “abusivi” rimanevano in redazione al massimo quattro o cinque anni prima di strappare l’agognato contratto da praticante, oggi ad incombere è sempre più spesso lo spettro della “collaborazione a vita”. Quanto agli stipendi dei precari, il buon gusto imporrebbe di stendervi sopra un velo pietoso: le collaborazioni sono ormai pagate quasi ovunque “a cottimo”, ovvero in base ai pezzi scritti, e le tariffe fluttuano da un massimo di circa 30 euro all’abisso dei 2 euro a pezzo perpetrato da alcuni gruppi editoriali. Va da sé che, con un tale bottino a fine mese, l’esercito dei precari del giornalismo italiano risulti ricattabile, manovrabile, difficilmente libero di svolgere la professione in ossequio alla sovranità del lettore. È proprio per questo motivo il problema del precariato, associato alla professione giornalistica, rischia di diventare quanto mai preoccupante.

 

Giuliano Boraso

libri@brigaterosse.org

 

 

 

Ultima modifica di questa pagina: domenica, 15 aprile 2007 20.53

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