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“ Faremo la
guerra alla borghesia attraverso i titoli dei suoi
giornali”.
Andreas
Baader, membro fondatore
della Rote Armee Fraktion.
“L’agire
terroristico non è mai semplice e generica erogazione di
violenza,
bensì una forma specifica di violenza politica che presenta
sempre un contenuto strategico,
calcolato rispetto agli effetti che può produrre e che si
sviluppa secondo una precisa logica di comportamento.
L’agire terroristico si distingue inoltre per il fatto che
in esso il danno inferto alla parte cui è diretto non
costituisce mai il solo obiettivo dell’azione, ma accanto al
danno materiale vi è sempre uno scopo simbolico di
intimidazione e quindi di propaganda e di comunicazione da
raggiungere”.
Carlo
Merletti, Immagini pubbliche e
ideologia del terrorismo
Nell’ultima
settimana le visite al sito si sono moltiplicate. I grafici
che ci aggiornano su quante e quali pagine vengono
quotidianamente “cliccate” da chi ha la sventura di capitare
da queste parti sembrano impazziti. Merito dei curatori?
Magari… La ragione è molte meno gratificante poiché anche
noi, come tutti, viviamo di luce riflessa.
Tutto il merito va attribuito
ai media nazionali – carta stampata, radio e televisione –
che da martedì 13 febbraio hanno monopolizzato la loro e la
nostra attenzione intorno un tema molto caro alla recente
storia italiana: la rinnovata “minaccia terroristica”
raffigurata ancora una volta dalla stella a cinque punte
brigatista, il ritorno dei “fantasmi del passato”, la
ricomparsa (l’ennesima) del partito armato. E via con
ricostruzioni, scoop,
analisi,
ricordi, interviste, ritratti, grafici, tabelline eccetera.
Tutto già visto, tutto già sentito. Ancora una volta
(l’ennesima) il mondo dell’informazione si è dimostrato
ultra sensibile a questo genere particolare di notizia, e
questa volta senza che sia stato sparato un colpo, senza che
sul selciato sia rimasta (l’ennesima) vittima sacrificale.
I media
italiani hanno un debole, una ossessione quasi feticista per
tutto ciò che riguarda la violenza politica; ai media
italiani piace da matti occuparsi di queste faccende, e noi
lettori-spettatori evidentemente godiamo nel sentirci sotto
la minaccia delle armi. Rivedere quella stella e sapere che
non è stata ancora definitivamente sepolta sembra procurarci
uno di quei piaceri morbosi, quasi peccaminosi, che spesso
si nascondono dietro le cose proibite. Ancora meglio se c’è
da scandagliare nelle vite di donne e uomini fuori dal tempo
che giocano alla guerra con lo Stato, praticano la
(semi)clandestinità, vivono una doppia vita, normale la
prima, maniacale la seconda, e predicano la rivoluzione. Ci
piace, inutile negarlo. Questa patetica ipersensibilità non
avrebbe altra spiegazione.
Al
patologico rapporto che lega l’informazione ai fatti di
violenza politica Gilberto Mastromatteo – giornalista del
Corriere Adriatico – ha dedicato un libro che non è,
diciamolo subito, un manuale per gli “addetti ai lavori”. O
meglio, poiché quando si parla di comunicazione “addetti ai
lavori” lo siamo un po’ tutti, questo è un libro trasversale
e andrebbe letto sia da chi l’informazione la fa, sia da chi
la subisce, quotidianamente, senza avere spesso gli
strumenti per separare la qualità dall’immondizia. Quando
i media staccano la spina. Storia del black out informativo
durante gli “anni di piombo” parte da molto lontano, da
quando i media – anziché soffrire di ipersensibilità cutanea
– pativano quello che l’autore definisce “strabismo”: da
quando cioè le Br d’antan erano “fantomatiche” per
definizione e i loro militanti dei “fascisti mascherati di
rosso”, “provocatori al servizio dei servizi”. Fino
all’ormai storica lettura che Giorgio Bocca diede del
nascente fenomeno in un articolo pubblicato sul Giorno
del febbraio 1975: “A
me queste Brigate Rosse fanno un curioso effetto, di favola
per bambini scemi o insonnoliti; e quando i magistrati e gli
ufficiali dei Cc e i prefetti ricominciano a narrarla, mi
viene come un’ondata di tenerezza, perché la favola è
vecchia, sgangherata, puerile, ma viene raccontata con tanta
buona volontà che proprio non si sa come contraddirla”.
“Strabismo”
a cui si comincia a porre rimedio nel momento in cui, a
cadere sotto il fuoco terrorista, sono gli stessi operatori
dell’informazione: ed è qui che il lavoro di Mastromatteo
diventa incalzante, grazie anche all’ottimo apparato
bibliografico che l’autore mette a disposizione dei suoi
lettori (e a proposito di apparati, segnaliamo in appendice
l’intervista a Mario Scialoja, giornalista dell’Espresso
e protagonista di alcuni tra i più clamorosi scoop
giornalistici di quegli anni. Intervista che l’autore ha
gentilmente messo a nostra disposizione
qui).
E poi la celebre provocazione di Herbert Marshall McLuhan,
durante i giorni del sequestro Moro: “Il mondo dei media
potrebbe reagire a un episodio di terrorismo con la
decisione di sospendere per un breve periodo di tempo tutte
le trasmissioni della radio e della tv”. Provocazione che,
nemmeno a dirlo, alimentò un dibattito articolato e a tratti
isterico sul ruolo che i mezzi di informazione avrebbero
dovuto ricoprire durante casi eccezionali e in presenza di
una minaccia eversiva. Possono i mass media correre il
rischio di fare il gioco dei terroristi, diffondendone i
comunicati, amplificandone le gesta, facendo da cassa da
risonanza alle loro criminali imprese? Tutti quesiti che si
riproporranno poi durante il
sequestro D’Urso, autentico caso-studio per
questo tipo di approccio alla storia delle Br.
Nel libro
di Mastromatteo c’è tutto questo, e qualcosa di più: c’è il
rigore dello studioso attento che, pur prediligendo
un’ottica particolare, non perde di vista nemmeno per un
secondo il contesto storico-culturale in cui collocare gli
eventi, non trascurando quelli legati alle profonde
trasformazioni dell’industria culturale del Paese a cavallo
tra gli anni Settanta e Ottanta. C’è l’attenzione rivolta
non solo al fatto in sé, ma anche alla sua rappresentazione,
e ai meccanismi che la regolano e determinano. C’è il
costante ricorso alla fonte, orale e scritta, l’attenzione
al dettaglio, lo scrupolo dell’indagine.
Un libro
che ci aiuta a capire ingranaggi e dinamiche che spesso,
troppo spesso, diamo per scontati ma che non conosciamo mai
abbastanza. E che ci aiutano a capire anche certe
disfunzioni mediatiche del presente.
Giuliano
Boraso
libri@brigaterosse.org

Intervista a Gilberto Mastromatteo – 21 febbraio 2006
Gilberto, il tuo libro ha il grande merito di
analizzare l’aspetto controverso e ancora poco studiato del
rapporto mass media-terrorismo. Tu sei un giornalista e
quindi a te chiedo: perché il mondo dell’informazione si
dimostra sempre così iper-sensibile davanti a fatti e
notizie che riguardano il tema della violenza politica?
Probabilmente perché si tratta di fatti e di notizie che
riportano alla mente paure mai sopite e dilemmi mai del
tutto metabolizzati. L’emergere del terrorismo, in Italia,
ha visto i giornalisti drammaticamente in prima linea. Forse
come in nessun’altra parte del mondo.
Dapprima si
sono trovati spiazzati di fronte a un fenomeno inatteso e
hanno fatto fatica a comprenderne i reali lineamenti,
commettendo gravi errori di valutazione iniziali. La strage
di piazza Fontana del 1969 e l’equivoco sulla pista
anarchica funzionarono da monito. Imposero di non fidarsi
più di eventuali trame rosse. Questo atteggiamento iniziò a
cambiare solo tra il 1976 e il 1977, quando furono i
giornalisti stessi a finire nel mirino delle organizzazioni
eversive, in quanto artefici della “guerra psicologica” e
come tali nemici da abbattere. Infine, a partire dal caso
Moro in poi, la categoria si è resa protagonista di un
significativo “esame di coscienza”, in qualche caso
suggerito dalle azioni della magistratura, che è culminato
con una importante autoanalisi professionale durante il
sequestro D’Urso.
Mi piace
citare l’esperienza di un redattore de L’espresso di
quegli anni, Mario Scialoja, autore di innumerevoli
inchieste e approfondimenti sul terrorismo rosso e finito,
suo malgrado, sia negli elenchi brigatisti dei “pennivendoli
da punire” che sui registri degli indagati per
favoreggiamento alle Br. Dopo le vicissitudini giudiziarie
che fu costretto a subire durante il caso D’Urso scrisse che
“il giornalista sul fronte eversivo è come un vaso di terra
tra due vasi di ferro. Da un lato le minacce dei terroristi,
dall’altro gli arresti della magistratura”.
È
comprensibile, dunque, che la difficoltà e la pericolosità
di quel lavoro siano rimasti impressi nel Dna del
giornalismo italiano. Il problema, però, è che l’estremo
rigore della lezione di alcuni giornalisti, tra i quali
colloco Scialoja, non sembra aver trovato proseliti oggi.
Il tuo libro guarda allo ieri: le Brigate
rosse prima maniera, il sequestro Sossi, l’affaire Moro fino
al rapimento D’Urso. Quali differenze vedi tra i meccanismi
di informazione di trent’anni fa e quelli di oggi? Di fronte
a “fatti eccezionali” come un omicidio politico, sono
cambiati gli schemi di trattazione della notizia, o sono gli
stessi di ieri?
Credo che
la differenza sia minima. La trattazione giornalistica di
fatti del genere si rivela incapace, oggi come ieri, di
un’informazione equilibrata ed esauriente. Le ricostruzioni
dei fatti e i resoconti sull’andamento delle indagini
restano sempre caratterizzate da un sensazionalismo di fondo
e legate a reazioni e polemiche raccolte nel mondo politico.
Quello che manca è l’analisi, il tentativo di capire e di
spiegare. In più, rispetto al passato, i giornalisti che
oggi si occupano di terrorismo tendono a dimostrarsi molto
più “allineati e coperti”. Difficile che seguano piste
proprie, hanno ormai dato per scontato l’utilizzo delle
veline diffuse dalle forze dell’ordine.
Il vero
cambiamento, tuttavia, avvenne durante gli anni ’70. Furono
parecchi, come spiegavo, gli errori di cui la categoria si
macchiò di fronte agli esordi dell’insorgenza brigatista.
Ma, appunto perché il fenomeno era nuovo, si trattò di
errori di inesperienza. Il primo omicidio politico delle Br,
nel 1974 in via Zabarella a Padova, dove trovarono la morte
due militanti del Msi, venne liquidato come un regolamento
di conti interno al partito missino. Solo due anni dopo, con
l’omicidio del sostituto procuratore di Genova Francesco
Coco, l’attenzione dei media sulle Brigate Rosse si
cristallizzò al livello che conosciamo oggi. Da allora in
avanti, gli errori divennero di segno opposto, dovuti
all’allarmismo, al sensazionalismo, alla sopravvalutazione
militare del gruppo eversivo.
In riferimento ai recenti fatti, è
ragionevole che l’arresto di un gruppo ristretto di persone
abbia monopolizzato l’informazione dell’ultima settimana,
arrivando fino a “inquinare” eventi e problemi di tutt’altra
natura come, ad esempio, la manifestazione di Vicenza?
No, non
credo sia ragionevole. Ma, soprattutto, non è professionale.
Il fatto che tali notizie vengano poste in relazione con
fatti considerati “vicini” (a livello politico, ma nel caso
specifico di Vicenza anche temporale e geografico),
scaturisce, a mio avviso, dall’estrema politicizzazione dei
mass media italiani. Un gioco delle parti che, unito allo
scarso ricorso all’approfondimento, finisce per provocare
facili strumentalizzazioni. E questo è forse uno dei tratti
che più avvicina il giornalismo di oggi a quello di trent’anni
fa. Anche all’epoca le dinamiche ideologiche, i giudizi
politici e la salvaguardia della linea editoriale prendevano
il sopravvento sulla cronaca, l’analisi e il discorso sui
fatti.
Ci sono,
poi, vicende giudiziarie già accadute nel corso degli anni
’70, che dovrebbero imporre una certa cautela nel
trattamento dell’informazione relativa ad arresti. Penso al
famoso “7 aprile” del 1979 o, prima ancora, alla vicenda
dell’operaio Giuliano Naria – accusato dell’omicidio di
Francesco Coco – e a quella che nel 1974 portò in carcere
l’intera redazione della rivista “Controinformazione” sulla
base di presunte collusioni con le Br.
Un esempio,
fortunatamente di tutt’altra natura e molto meno eclatante
degli altri, riguarda proprio il sequestro disposto quattro
anni fa dalla Polizia postale su questo sito. Un portale di
approfondimento storiografico, senza alcuna connotazione
politica, che su alcuni giornali venne liquidato come “uno
dei più famosi dell’estremismo di sinistra”
o addirittura “inneggiante alle Br”. Credo che quella sia da
considerare una pagina emblematica dei gravi errori cui lo
scarso approfondimento dei fatti può condurre.
Mi sorge un dubbio: forse tutti noi,
operatori dell’informazione e pubblico di
lettori-telespettatori, siamo terribilmente affascinati da
questo genere di notizia e non ne possiamo farne a meno. La
violenza politica, la stella a cinque punte, l’immaginario
rivoluzionario esercitano un fascino a cui non riusciamo a
sottrarci. E i media ci accontentano ogni qual volta se ne
presenta l’occasione. Che ne pensi?
Sono
d’accordo. Il clima degli “anni di piombo” in generale ma,
più in particolare, la sigla delle Br, sono divenuti con il
passare degli anni dei – mi si passi l’espressione – “marchi
di fabbrica”, il cui solo utilizzo riconduce a tutta una
serie di assunti e umori di una certa stagione della storia
del Paese. Un tempo era così anche per le parole
“terrorismo” o “eversione”. Poi c’è stato l’11 settembre a
variarne, anche qui in Italia, il contenuto semantico. La
stella a cinque punte, invece, associata alla dicitura
Brigate Rosse, è diventata un brand talmente efficace
da guadagnarsi il rispetto di qualsiasi pubblicitario o
esperto di marketing. Basta citare quella sigla per avere
una macabra certificazione di qualità terroristica, un reale
motivo per aver paura, o preoccuparsi, o allarmare.
Il livello
d’azione è triplice. Per lo Stato, gli inquirenti e le forze
dell’ordine un’azione firmata Br non è più liquidabile
unicamente come materiale per mere indagini di polizia, né
per il solo anti-terrorismo. Necessita di un’attenzione
particolare, di inchieste prolungate e dettagliate.
Per i mass
media, poi, quelle due lettere “fanno notizia” di per sé.
Sono la garanzia di un allarme, un ulteriore capitolo in
calce a una storia già raccontata e che, con il tempo, si è
cristallizzata in un romanzo. Per cui, nel riannodare i fili
pendenti di questo racconto, torna altresì alla luce tutto
il campionario linguistico degli anni di piombo. Un
antiquariato politico-eversivo cui i neo-brigatisti non
rinunciano e che i media accettano di buon grado,
rispolverando termini quali “gambizzare”, “covo”, “primula
rossa”, “controguerriglia”, “risoluzione strategica”
eccetera.
Infine c’è
l’opinione pubblica che, a trent’anni di distanza dalla
stagione della lotta armata, rischia di spaccarsi in due. Da
una parte coloro che quella sigla se la ricordano bene, così
come tutto ciò che essa richiama alla mente. Dall’altra i
più giovani, coloro che di Brigate Rosse non ne sanno nulla
e che restano interdetti di fronte al clamore che queste
provocano sui giornali e alla tv.
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Herbert Marshall McLuhan |
Si sarebbe potuto “staccare la spina” ieri?
Lo si potrebbe fare oggi?
Questo
lavoro dovrebbe dimostrare come, già tra il 1978 e il 1981,
quando il “blackout” mcluhaniano venne teorizzato, esso non
era in realtà praticabile. Il “ponte radio” messo in atto
dal partito radicale e le immancabili defezioni nel fronte
dei giornali della fermezza, stanno a sottolinearlo. E già
al tempo vi fu chi, come il massmediologo Umberto Eco, sancì
l’impossibilità di tale scelta. Per motivi tecnici, che già
a cavallo tra i tardi anni ’70 e i primi anni’80 parevano
evidenti.
Oggi quella
impossibilità diviene cronica. Grazie alla rete internet e
all’avanzamento delle tecnologie, che rendono totalmente
inattuabile qualsiasi proposito di censura, auto-censura o
limitazione delle informazioni. In un sistema mediatico come
quello attuale, in cui il web acquista giorno dopo giorno un
peso maggiore, eventuali comunicati delle Br rimbalzerebbero
in men che non si dica da un blog all’altro, da un sito ad
un portale, verrebbero diffusi con il peer to peer, magari
farebbero capolino dai videofonini, postati per Mms. Si
pensi ai macabri filmati delle decapitazioni irachene,
censurati dai maggiori network, ma in ogni caso finiti
integralmente nelle case di milioni di persone.
È questo un
dato di fatto che impone una rilettura del “blackout”
secondo la vera lezione appresa dagli anni ’70. E cioè che,
proprio perché difficilmente censurabili, mai come oggi le
informazioni hanno bisogno di essere vagliate, spiegate e
approfondite. In modo da proporre ai lettori, ai
radioascoltatori e ai telespettatori strumenti utili per
formarsi un’opinione e attuare essi stessi l’unica censura
possibile di fronte a fatti di questa matrice: quella della
coscienza collettiva.
Gilberto, ti faccio una domanda che
solitamente al giornalista non piace: quali sono i mali di
cui soffre il giornalismo italiano del XXI secolo?
È una
domanda difficile, è vero. Però, allo stesso tempo, è un
interrogativo cui bisogna tentare di dare una risposta. Di
alcuni mali della categoria giornalistica italiana ho già
detto: l’incapacità di approfondire, il declino del valore
dell’inchiesta (a parte rarissimi ed encomiabili casi),
l’allineamento di fronte alle veline di Palazzo.
Ma forse il
vero problema è di natura strutturale. Il fatto è che,
rispetto al passato, è divenuta più ardua la stessa
possibilità di farlo il giornalista. E, nel caso ci si
riesca, è sempre più difficile poter lavorare in maniera
libera da condizionamenti esterni di varia natura. Oggi come
oggi, soprattutto qui in Italia, per un giovane che aneli a
diventare redattore si apre la lunga via del precariato.
Lunga, perché se, fino a una quindicina di anni fa, gli
“abusivi” rimanevano in redazione al massimo quattro o
cinque anni prima di strappare l’agognato contratto da
praticante, oggi ad incombere è sempre più spesso lo spettro
della “collaborazione a vita”. Quanto agli stipendi dei
precari, il buon gusto imporrebbe di stendervi sopra un velo
pietoso: le collaborazioni sono ormai pagate quasi ovunque
“a cottimo”, ovvero in base ai pezzi scritti, e le tariffe
fluttuano da un massimo di circa 30 euro all’abisso dei 2
euro a pezzo perpetrato da alcuni gruppi editoriali. Va da
sé che, con un tale bottino a fine mese, l’esercito dei
precari del giornalismo italiano risulti ricattabile,
manovrabile, difficilmente libero di svolgere la professione
in ossequio alla sovranità del lettore. È proprio per questo
motivo il problema del precariato, associato alla
professione giornalistica, rischia di diventare quanto mai
preoccupante.
Giuliano
Boraso
libri@brigaterosse.org
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