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Quella di
Guido Rossa, del suo martirio e di tutto ciò che lo precede,
è un’altra di quelle storie del partito armato che negli
anni sono state elevate a simbolo di un’intera stagione e di
uno scontro politico che, con l’andare del tempo, ha assunto
i connotati di una contrapposizione fratricida all’interno
della classe operaia. L’intera storia di Guido Rossa,
operaio, sindacalista, alpinista, morto ammazzato come un
cane per aver fatto la spia, ucciso dalla colonna genovese
delle Brigate rosse perché delatore del compagno Berardi, è
una storia che inaugura la stagione più cruenta del
terrorismo rosso, è l’evento di rottura capace di aprire gli
occhi a molti e di segnare un punto di non ritorno nella
storia politica e militare del partito armato.
Chi legge
queste righe probabilmente sarà già a conoscenza della
triplice tragedia operaia che si consuma a Genova tra
l’ottobre del 1978 (quando Rossa si reca alla stazione dei
carabinieri vicina all’Italsider per firmare il verbale di
denuncia del compagno Berardi) e l’ottobre del 1979, giorno
in cui Francesco Berardi ‘Cesare’ si suicida nel carcere di
Cuneo impiccandosi a una grata della sua cella. Tra i due
eventi, l’assassinio del 24 gennaio ’79, in via Fracchia,
altro luogo dai connotati simbolici non indifferenti per la
storia delle Br.
Giancarlo
Feliziani la ripercorre tutta questa triplice tragedia,
documentandola in maniera dettagliata e precisa, e
confezionando per il lettore un ritratto della vittima che
ne restituisce a pieno i tratti di umanità, determinazione e
fierezza. Poi il racconto prosegue, pur rimanendo in quella
maledetta via teatro, il 28 marzo 1980, di un’altra tragedia
nella quale a cadere, questa volta, sono i cattivi, gli
aguzzini, massacrati dalle teste di cuoio del generale Dalla
Chiesa.
Oggi, a
venticinque anni dalla sua scomparsa, Guido Rossa è un
simbolo, il nome che la sinistra più spesso evoca per
testimoniare la propria contrapposizione alla minaccia
eversiva condotta dai compagni che a quel tempo sbagliavano.
E anche il nome di Guido Rossa, come tutti i simboli, è
stato gettato nella mischia del dibattito storico sugli anni
di piombo in maniera a volte un po’ azzardata, come se il
suo sacrificio potesse in un colpo solo cancellare tutte le
ambiguità, le reticenze, l’omertà che dentro la classe
operaia, dentro il sindacato e la sinistra istituzionale
alimentarono quella stessa offensiva brigatista.
L’assassinio di Guido Rossa rappresentò, in questo senso, la
coscienza sporca della sinistra italiana. Lo si intuì
subito, fin dalle ore immediatamente successive l’agguato,
una sensazione di colpevolezza collettiva che si manifestò
in maniera assordante lungo tutto l’affollatissimo e
silenziosissimo corteo funebre che diede l’ultimo saluto al
compagno Guido.
Con questo
suo “piccolo” libro, estraneo a qualsiasi intento
strumentale, Feliziani contribuisce invece a ricondurre la
memoria storica del personaggio Rossa dentro i binari più
corretti e veritieri, senza strumentalizzazioni, senza doppi
fini, perseguendo l’unico obiettivo che in questi casi
appare legittimo e necessario: il ricordo, la conoscenza di
un pezzo della nostra storia, la memoria di un uomo che non
abbassò la testa e pagò con la vita un gesto fiero che altri
interpretarono come una sfida intollerabile. Una forzatura
dagli effetti devastanti, quella compiuta dagli uomini delle
Brigate rosse, un enorme errore politico, forse il più
grande compiuto dal partito armato, capace di isolarlo come
mai prima rispetto a quella classe operaia di cui intendeva
porsi come avanguardia e come interprete di bisogni e
rivendicazioni.
Giuliano Boraso
libri@brigaterosse.org
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