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Nella
storia delle Brigate rosse il nome di Enrico Fenzi occupa un
posto particolare sia per l’eccezionalità del suo percorso
rivoluzionario (Fenzi diventa clandestino a quarant’anni
suonati, dopo il primo arresto avvenuto nel 1979, quindi in
vistoso “ritardo” rispetto alla prassi), sia per il suo
status, peraltro sempre respinto dall’interessato, di
intellettuale del partito armato, derivatogli dalla
professione svolta nella vita “normale” (docente di
Letteratura italiana presso l’Università di Genova). Queste
due particolarità del suo autore concorrono a rendere
Armi e bagagli, il racconto dell’esperienza di Fenzi al
servizio della stella a cinque punte, un libro
irrinunciabile, frutto di una miscela perfetta tra percorso
interiore e resoconto storico, il tutto reso ancora più
efficace – rispetto alle altre memorie brigatiste – da una
scrittura di qualità e intensità non riscontrabili negli
altri contributi appartenenti alla stessa categoria di
scritti.
Da un punto
di vista strettamente storico, Armi e bagagli offre
alcuni spunti davvero di primo piano: la vicenda
Berardi-Rossa, ad esempio, e lo straziante racconto
dell’ultimo colloquio avuto in carcere da Fenzi con un uomo,
il “postino Cesare”, autocondannatosi alla morte. Oppure,
ancora, i termini della rottura tra i prigionieri del nucleo
storico e le Br guidate, all’esterno, da Moretti, resi in
tutta la loro assurda drammaticità; lo scontro con la
colonna Walter Alasia, e poi l’arresto a Milano. Uno
sguardo, quindi, su anni cruciali nella storia del partito
armato, a cavallo tra i Settanta e gli Ottanta, fatto di
piccoli dettagli, sensazioni, atmosfere; ed è anche nella
resa perfetta del clima di una stagione che il libro di
Enrico Fenzi si distingue e diventa unico.
Nel suo
racconto Fenzi accenna più volte a una domanda: perché?
Troppo spesso mi sono sentito
domandare: “Perché? Perché l’hai fatto? (curiosamente, mai
dagli amici). E può darsi che questo sia pure il tema
nascosto di queste pagine: un lento, paziente giro attorno
alle risposte possibili. C’è infatti qualcosa di fittizio
nella risposta diretta, immediata, per me e, credo, anche
per gli altri. Con appena un poco di buona volontà potrei
elencare un discreto numero di cause ragionevoli, e un
numero pressoché illimitato di cause irragionevoli, dotate
di altrettanta verosimiglianza ed efficacia. Ma il castello
delle spiegazioni crolla appena sento ripetere: “Sì, va
bene, ma perché?”. Là dov’era appena costruito un minuzioso
edificio di ragioni, con le sue fondamenta, le sue oscure
cantine, i suoi ballatoi e gradini e saloni e passaggi, ecco
che torna a esserci il vuoto. Occorre ricominciare da capo,
davanti a un “Perché?” tutt’intero, perfettamente nuovo.
A riempire
questo vuoto concorre la possibilità/necessità del racconto
storico, inteso anche come rimedio per osteggiare quella
minaccia e quel desiderio di rimozione sempre da più parti
caldeggiato. Interi spezzoni della storia del partito armato
devono ancora essere raccontati; tra di essi, il tragico
capitolo dei regolamenti di conti interni
all’organizzazione, la stagione degli strangolamenti e degli
scannamenti tra compagni di un tempo, la stagione della
de-solidarizzazione all’interno delle carceri. Ad essa il
racconto di Fenzi accenna nella parte conclusiva quando
matura la volontà del narratore di chiamarsi fuori, di dire
basta e di non considerarsi più un brigatista (senza per
questo aderire all’esercito dei pentiti che proprio in quei
frangenti, siamo nel 1982, stava ingrossando a dismisura le
sue fila). È in questo recupero della memoria, crediamo, che
si colma quel vuoto a cui prima si accennava, generato
dall’impossibilità di rispondere con raziocino alla fatidica
domanda: “Perché?”. La parte finale del libro, intitolata
Vent’anni dopo, offre altri spunti di riflessione,
maturati a dieci anni di distanza dalla prima pubblicazione
del testo: vi si affrontano nodi centrali nel dibattito
relativo alla storiografia lottarmatista tra cui quello,
decisivo, del ruolo della lotta armata all’interno della
storia del Pci. Un diario brigatista tutto da leggere, nella
speranza che possa presto trovare qualche editore disposto a
rimetterlo in circolazione nelle librerie.
Giuliano Boraso
libri@brigaterosse.org
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