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Uomini in
fuga.
In fuga dal
proprio passato, dalle proprie scelte, dai propri errori,
dalle proprie responsabilità; ma talvolta più semplicemente
in fuga da una "giustizia", quella borghese, avversata per
anni attraverso la critica delle armi, e mai più
riconosciuta come tale, anche quando il tempo ha ricondotto
alla marginalità qualsivoglia opzione di trasformazione
radicale dell'esistente. Scappare per dimenticare, dunque, o
forse soltanto per salvarsi, ma qualche volta anche per
tornare ad attaccare, per ricominciare a tessere la tela
della sfida alle istituzioni. Latitanti per necessità,
quindi, ma anche per scelta.
163 vite
umane: ciascuna porta con sé un bagaglio di esperienze, di
lotte, di errori; qualcuna porta con sé anche una scia di
sangue, di morte, di dolore. Molte si conoscono, si
riconoscono: vengono da una storia collettiva condivisa,
metabolizzata, superata, e plasmata nel presente attraverso
la "battaglia per la libertà", per la "soluzione politica";
soluzione ad una guerra civile combattuta su almeno due
fronti: quello delle istituzioni da un lato, quello dei
"sovversivi" (spregevolmente etichettati come "eversori")
dall'altro. In mezzo, molteplici interessi,
criminalizzazioni forzose, depistaggi, bombe di "Stato".
Anche il
combattimento ha le sue regole, in fondo la guerra non é che
la prosecuzione della politica con altri mezzi; ed accettare
il combattimento contro lo Stato significa scegliere di
rinunciare alla propria libertà. Migliaia di giovani hanno
speso la propria esistenza pagando di persona il costo di
una responsabilità collettiva; oggi, di un movimento che ha
segnato profondamente due generazioni non rimane che la
cenere: la legislazione d'emergenza, le carceri speciali, la
dissociazione ed il pentitismo sono i frutti marci
dell'incapacità di ammettere le ragioni sociali di una lotta
che ha dilaniato il paese.
Oggi, il
fumus persecutionis perpetrato dallo Stato in nome di un
miope disconoscimento del proprio nemico "di classe" si
manifesta attraverso la ricerca affannosa di nuovi capri
espiatori da mostrare, esponendoli al pubblico ludibrio, per
giustificare una caccia al "diverso" mascherata da "guerra
al terrorismo".
É
emblematica la vicenda di Paolo Persichetti, apprezzato
ricercatore universitario presso l'Ateneo di Paris VIII,
dato in pasto ai media quale "mente occulta" del "neobrigatismo",
catturato attraverso una "brillante operazione di
intelligence" nei pressi della propria dimora francese, ove
soggiornava con tanto di targhetta sulla porta di casa.
Ma decine
sono i potenziali Persichetti, rifugiati politici in terra
straniera, consapevoli della possibilità che da un momento
all'altro le lancette del tempo potranno roteare
vorticosamente a ritroso, per ripiombarli nel buio
dell'oblio.
"Vie di
fuga" é la storia di una minoranza della "peggio gioventù",
quella formata da coloro che ancora non hanno saldato del
tutto il conto con il proprio passato di rivoluzionari; li
ritroviamo in Francia, in Nicaragua, nell'America Latina.
Biacchessi
é bravo - nei limiti di un lavoro editoriale destinato al
grande pubblico più che agli addetti ai lavori - a
ricomporre, con un'avvincente trama narrativa, molti dei
tasselli che compongono questo variegato spezzone di (ex)
militanti, di alcuni dei quali si sono perse - forse
definitivamente - le tracce; altri forse tramano nell'ombra
per rilanciare disperatamente una sfida che vorrebbero
infinita; molti si sono ricostruiti una vita, trovando
successo, affermazioni lavorative, riconoscimenti
internazionali, alleviando così in parte l'angoscia per un
esilio destinato a concludersi con il carcere o con la
morte.
Un tempo, i
partigiani erano chiamati banditi: il revisionismo spesso
porta con sé l'occultamento della verità, perché non più
funzionale agli interessi della governance.
Alle nuove
generazioni spetterà il compito di scavare nel vuoto di
memoria prodotto dalla rimozione collettiva della storia del
nostro Paese.
Meminisse
iuveat.
Roberto De
Rossi |