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Homepage Libri Contesti e contorni "Ali di piombo"

   
  Autore: Concetto Vecchio
   
   
  Editore: BUR
  Collana: FuturoPassato
  Data pubblicazione: 2007
  ISBN:

88-17-01493-1

  Pagine: 281
   
   
  Giudizio:
   
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In un articolo un po’ isterico del 18 gennaio, Il mestiere del fuoriuscito, Francesco Merlo – fustigatore del quotidiano la Repubblica – commentava così la notizia della prescrizione dei reati che fa di Oreste Scalzone un uomo libero, libero di tornare in Italia sia ben chiaro: «Temiamo che alla fine non gli abbiano fatto un favore cancellandogli la condanna a 16 anni e permettendogli, dopo 26 anni a Parigi, di rientrare in un’Italia che, tra i petardi contro Padoa-Schioppa e il diffuso antiamericanismo, persino istituzionale, potrebbe a prima vista dargli l’illusione che non solo gli anni Settanta non sono finiti, ma che ora magari lo faranno ministro degli esteri o, meglio, commissario del popolo, perché insomma continua quella cosa che non era un debut».

E poi ancora, in conclusione, sempre più nervoso: «Forse Scalzone, ma lo diciamo senza crederci troppo, potrebbero assolvere a un compito: quello di azzittire tutti questi suoi ex complici, invitarli a farsi da parte, e aiutarli a sciogliere l’imbarazzo di un paese in cui le vittime del terrorismo e i loro familiari sono dimenticati mentre ai rivoluzionari armati, assassini, omicidi, cattivi maestri e gregari del terrorismo sono riservati seminari, gruppi di studio, lauree, posti di lavoro statali, segreterie di aule parlamentari… Da terroristi hanno sfondato le teste alla gente e da ex terroristi vogliono mettere in testa alla gente che andava fatto, che la colpa è dell’epoca, perché, insomma, lo storicismo, la generazione, il contesto, e “avevamo vent’anni”. Scalzone lo sa: in Italia lo aspetta questa compagnia di giro, questa giostra di orsi ballerini che sono esperti sì, ma in esplosivi, agguati, pistole, vita clandestina, documenti falsi, pedinamenti e fughe, anche verso Parigi, caveau de famille che ripulisce le cattive coscienze».

 

Anche Concetto Vecchio scrive su la Repubblica e al 1977, l’anno simbolo di quella stagione di furori che ha avuto proprio in Scalzone uno dei suoi protagonisti, ha dedicato un libro, Ali di piombo. Libro in cui, è bene dirlo subito, non troverete i toni dell’articolo di Merlo. E non ci sorprende, avendo già conosciuto la scrittura di Vecchio per quello straordinario affresco dedicato agli anni d’oro della Facoltà di Sociologia di Trento contenuto in Vietato obbedire. Di quella prima prova Vecchio conserva la freschezza della narrazione di personaggi ed eventi, la serenità del racconto che non presta mai il fianco all’invettiva, la serietà dell’indagine storiografica. Ma, soprattutto, quell’abilità innata di trasmettere sensazioni, atmosfere, stati d’animo che probabilmente appartiene per dna solo ai narratori di razza. Quelli che per raccontarti le cose – anche se non le hanno vissute – non hanno bisogno di alzare la voce, perché sanno che basta un’immagine, un dettaglio, quello giusto, e il gioco è fatto.

Forse in Vietato obbedire il compito, per Vecchio, dev’essere apparso più semplice, ma questa è solo una nostra supposizione, alla prima occasione utile glielo chiederemo. Perché quello era, in fondo, il racconto di una esperienza felice, di un laboratorio politico-esistenziale che stava mettendo le basi del Sessantotto, che al massimo doveva mettere in conto qualche scazzottata con fascisti e celerini, ma nulla di più. Qui invece si narra di un Movimento che vede la comparsa nei cortei delle P38, che sente tutto il peso di un’offensiva terroristica ormai diversificata e radicata sul territorio, e quello di una oppressione degli apparati statali sempre più forte. E che, soprattutto, prende atto della lacerazione oramai irreparabile consumata nei confronti del padre, la Sinistra storica incarnata nell’asse Pci-Sindacato.

1968-1977: «A questo punto possiamo dirlo», scrive Vecchio più o meno a metà della sua narrazione, «non è un altro Sessantotto: e non solo perché il ’68 fu un movimento globale, mentre il ’77 rappresentò solo un fenomeno italiano. L’uso della violenza, che per le Brigate rosse è l’unica forma di lotta e per i movimenti uno dei tanti strumenti, non certo il principale, rappresenta la prima sostanziale differenza tra i due fenomeni». Sì, poi ce ne sono altre, che l’autore elenca puntigliosamente: il nuovo proletariato giovanile, i giovani come «nuova categoria sociale e politica, non più legata all’appartenenza di classe». E poi, ancora, la rottura con il Pci e il Sindacato, esemplificata in quella straniante constatazione di Asor Rosa: «Picchiare gli operai non è più sacrilegio». E infine quella che, forse, è l’alterità gravide delle conseguenze più drammatiche, esistenziali prima che politiche: la mancata fiducia nel futuro e nel progresso che caratterizza buona parte della contestazione settantasettina. Come spiegare, altrimenti, l’esplosione della piaga dell’eroina a cui Vecchio dedica i passaggi forse più toccanti del suo libro? Lo dicevamo prima, il narratore di razza lo riconosci da come ti racconta una storia: come quella di Carlo Rivolta, ad esempio, giovane stella nascente del giornalismo ucciso dalla droga, anche lui come tanti, tantissimi in quegli anni cupi a cavallo tra due decenni. Storia tragica e commovente, «un faro nella notte», che Vecchio racconta con sentimento e passione, rimanendo sempre un po’ in disparte, con rispetto.

Allo stesso modo in cui ripercorre gli ultimi mesi di Carlo Casalegno, il vicedirettore de La Stampa, morto il 29 novembre 1977 in seguito ai colpi di arma da fuoco sparati, tredici giorni prima, dalla colonna torinese delle Br. La storia di Casalegno – il suo profilo di giornalista, i suoi ultimi articoli, rabbiosi, di quella rabbia che nasce dall’amarezza e dal senso di una incombente tragedia collettiva, il suo rapporto con il figlio Andrea, militante di Lotta continua – attraversa tutto il libro, dalle prime alle ultime pagine. Perché, ci spiega Vecchio nei “Ringraziamenti”, è una «fotografia di quello che fu lo scontro generazionale e politico negli anni Settanta per migliaia di giovani italiani».

 

Raccontare quegli anni è difficile, l’abbiamo capito. Appena ci provi ti scontri con un muro di fraintendimenti, provocazioni, attacchi isterici che non immaginavi. E ti chiedi che origine hanno, da dove provengono e, soprattutto, che cosa nascondono. Se anche Ali di piombo dovesse andare incontro a un simile destino, significa che c’è davvero qualcosa che non va nei meccanismi della memoria di questo strano paese.

 

Giuliano Boraso

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Ultima modifica di questa pagina: domenica, 21 gennaio 2007 15.28

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