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In un
articolo un po’ isterico del 18 gennaio, Il mestiere del
fuoriuscito, Francesco Merlo – fustigatore del
quotidiano
la Repubblica
– commentava così la notizia della prescrizione dei reati
che fa di Oreste Scalzone un uomo libero, libero di tornare
in Italia sia ben chiaro: «Temiamo che alla fine non gli
abbiano fatto un favore cancellandogli la condanna a 16 anni
e permettendogli, dopo 26 anni a Parigi, di rientrare in
un’Italia che, tra i petardi contro Padoa-Schioppa e il
diffuso antiamericanismo, persino istituzionale, potrebbe a
prima vista dargli l’illusione che non solo gli anni
Settanta non sono finiti, ma che ora magari lo faranno
ministro degli esteri o, meglio, commissario del popolo,
perché insomma continua quella cosa che non era un debut».
E poi
ancora, in conclusione, sempre più nervoso: «Forse Scalzone,
ma lo diciamo senza crederci troppo, potrebbero assolvere a
un compito: quello di azzittire tutti questi suoi ex
complici, invitarli a farsi da parte, e aiutarli a
sciogliere l’imbarazzo di un paese in cui le vittime del
terrorismo e i loro familiari sono dimenticati mentre ai
rivoluzionari armati, assassini, omicidi, cattivi maestri e
gregari del terrorismo sono riservati seminari, gruppi di
studio, lauree, posti di lavoro statali, segreterie di aule
parlamentari… Da terroristi hanno sfondato le teste alla
gente e da ex terroristi vogliono mettere in testa alla
gente che andava fatto, che la colpa è dell’epoca, perché,
insomma, lo storicismo, la generazione, il contesto, e
“avevamo vent’anni”. Scalzone lo sa: in Italia lo aspetta
questa compagnia di giro, questa giostra di orsi ballerini
che sono esperti sì, ma in esplosivi, agguati, pistole, vita
clandestina, documenti falsi, pedinamenti e fughe, anche
verso Parigi, caveau de famille che ripulisce le
cattive coscienze».
Anche
Concetto Vecchio scrive su
la Repubblica
e al 1977, l’anno simbolo di quella stagione di furori che
ha avuto proprio in Scalzone uno dei suoi protagonisti, ha
dedicato un libro, Ali di piombo. Libro in cui, è
bene dirlo subito, non troverete i toni dell’articolo di
Merlo. E non ci sorprende, avendo già conosciuto la
scrittura di Vecchio per quello straordinario affresco
dedicato agli anni d’oro della Facoltà di Sociologia di
Trento contenuto in
Vietato obbedire.
Di quella prima prova Vecchio conserva la freschezza della
narrazione di personaggi ed eventi, la serenità del racconto
che non presta mai il fianco all’invettiva, la serietà
dell’indagine storiografica. Ma, soprattutto, quell’abilità
innata di trasmettere sensazioni, atmosfere, stati d’animo
che probabilmente appartiene per dna solo ai narratori di
razza. Quelli che per raccontarti le cose – anche se non le
hanno vissute – non hanno bisogno di alzare la voce, perché
sanno che basta un’immagine, un dettaglio, quello giusto, e
il gioco è fatto.
Forse in
Vietato obbedire il compito, per Vecchio,
dev’essere apparso più semplice, ma questa è solo una nostra
supposizione, alla prima occasione utile glielo chiederemo.
Perché quello era, in fondo, il racconto di una esperienza
felice, di un laboratorio politico-esistenziale che stava
mettendo le basi del Sessantotto, che al massimo doveva
mettere in conto qualche scazzottata con fascisti e
celerini, ma nulla di più. Qui invece si narra di un
Movimento che vede la comparsa nei cortei delle P38, che
sente tutto il peso di un’offensiva terroristica ormai
diversificata e radicata sul territorio, e quello di una
oppressione degli apparati statali sempre più forte. E che,
soprattutto, prende atto della lacerazione oramai
irreparabile consumata nei confronti del padre, la Sinistra
storica incarnata nell’asse Pci-Sindacato.
1968-1977:
«A questo punto possiamo dirlo», scrive Vecchio più o meno a
metà della sua narrazione, «non è un altro Sessantotto: e
non solo perché il ’68 fu un movimento globale, mentre il
’77 rappresentò solo un fenomeno italiano. L’uso della
violenza, che per le Brigate rosse è l’unica forma di lotta
e per i movimenti uno dei tanti strumenti, non certo il
principale, rappresenta la prima sostanziale differenza tra
i due fenomeni». Sì, poi ce ne sono altre, che l’autore
elenca puntigliosamente: il nuovo proletariato giovanile, i
giovani come «nuova categoria sociale e politica, non più
legata all’appartenenza di classe». E poi, ancora, la
rottura con il Pci e il Sindacato, esemplificata in quella
straniante constatazione di Asor Rosa: «Picchiare gli operai
non è più sacrilegio». E infine quella che, forse, è l’alterità
gravide delle conseguenze più drammatiche, esistenziali
prima che politiche: la mancata fiducia nel futuro e nel
progresso che caratterizza buona parte della contestazione
settantasettina. Come spiegare, altrimenti, l’esplosione
della piaga dell’eroina a cui Vecchio dedica i passaggi
forse più toccanti del suo libro? Lo dicevamo prima, il
narratore di razza lo riconosci da come ti racconta una
storia: come quella di Carlo Rivolta, ad esempio, giovane
stella nascente del giornalismo ucciso dalla droga, anche
lui come tanti, tantissimi in quegli anni cupi a cavallo tra
due decenni. Storia tragica e commovente, «un faro nella
notte», che Vecchio racconta con sentimento e passione,
rimanendo sempre un po’ in disparte, con rispetto.
Allo stesso
modo in cui ripercorre gli ultimi mesi di Carlo Casalegno,
il vicedirettore de
La Stampa,
morto il 29 novembre 1977 in seguito ai colpi di arma da
fuoco sparati, tredici giorni prima, dalla colonna torinese
delle Br. La storia di Casalegno – il suo profilo di
giornalista, i suoi ultimi articoli, rabbiosi, di quella
rabbia che nasce dall’amarezza e dal senso di una incombente
tragedia collettiva, il suo rapporto con il figlio Andrea,
militante di Lotta continua – attraversa tutto il libro,
dalle prime alle ultime pagine. Perché, ci spiega Vecchio
nei “Ringraziamenti”, è una «fotografia di quello che fu lo
scontro generazionale e politico negli anni Settanta per
migliaia di giovani italiani».
Raccontare
quegli anni è difficile, l’abbiamo capito. Appena ci provi
ti scontri con un muro di fraintendimenti, provocazioni,
attacchi isterici che non immaginavi. E ti chiedi che
origine hanno, da dove provengono e, soprattutto, che cosa
nascondono. Se anche Ali di piombo dovesse andare
incontro a un simile destino, significa che c’è davvero
qualcosa che non va nei meccanismi della memoria di questo
strano paese.
Giuliano
Boraso
libri@brigaterosse.org
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