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Premessa
necessaria, altrimenti non si capisce niente: questo libro
raggruppa ampi stralci della sentenza ordinanza depositata
il 28 luglio 1988 dal giudice Carlo Alemi titolare
dell’inchiesta sul sequestro e la liberazione dell’assessore
della regione Campania Ciro Cirillo da parte delle Brigate
rosse – Partito della Guerriglia. Il sequestro Cirillo,
protrattosi per 86 giorni, sembra un episodio partorito
dalla fantasia di uno scrittore di gialli particolarmente
ispirato, qualcosa che va al di là di qualsiasi distinzione
tra fantasia e realtà, una vicenda che riassume in sé tutti
i tratti fondamentali del contesto politico, sociale e
culturale dell’Italia degli anni Ottanta. Riassunto ai
minimi termini: per la liberazione di Ciro Cirillo, avvenuta
dietro il pagamento di un ingente riscatto, lo Stato
italiano intavola una trattativa con il partito armato
avvalendosi della mediazione della Nuova camorra organizzata
di Raffaele Cutolo. Luogo della trattativa: il carcere di
massima sicurezza di Ascoli Piceno, dal quale entrano ed
escono nella più assoluta libertà esponenti politici di
primissimo piano, uomini dei servizi segreti, faccendieri,
detenuti-staffetta provenienti da altri istituti di pena,
latitanti, terroristi e che più ne ha più ne metta. Una
lunghissima e variegata carovana che il partito della
fermezza dei tempi dell’affare Moro mette in moto per
salvaguardare un ostaggio prezioso, vero e proprio garante
dei fragili equilibri di potere vigenti in Campania e nel
Sud Italia.
Conclusasi
la trattativa con successo, c’è stato chi ha avuto la
brillante idea di cercare di fare un po’ di luce in questo
delirio collettivo; Carlo Alemi fu tra questi, essendo il
titolare dell’inchiesta sul caso Cirillo. Le sue indagini
produssero una sentenza ordinanza di 1.535 pagine che
vengono appunto qui riassunte e suddivise in sette capitoli;
diciamo subito che queste pagine andrebbero lette tutte d’un
fiato non tanto per venire a conoscenza di uno degli episodi
più oscuri dell’intera storia del partito armato, quanto
piuttosto per capire che cos’è stata l’Italia di neppure due
decenni fa, senza peraltro illudersi troppo sul fatto che
oggi le cose siano molto differenti.
La gestione
del caso Cirillo è quanto di peggio ha saputo produrre la
“lotta” dello Stato all’eversione armata, la ricostruzione
fornita da Alemi lascia il lettore esterrefatto non tanto
per la gravità dei fatti che vi compaiono, quanto per
sistematicità, la costanza con i quali vengono ripetuti e
reiterati, nel disprezzo più assoluto di ogni regola da
parte di chi di quelle regole avrebbe dovuto farsi garante e
primo interprete. Ne viene fuori il ritratto impietoso di
una classe dirigente, quella democristiana,
nell’interpretazione di tutti i suoi più celebri esponenti,
preda di un delirio di onnipotenza e di impunità che la
convince di potersi sovrapporre e identificare con la
criminalità organizzata, sia di stampo eversivo che di
stampo mafioso. Nel caso Cirillo scompaiono tutti i confini
e le distinzioni, anche quelle più elementari, tra legalità
e illegalità, bene e male, giusto e sbagliato; tutto
confluisce in un unico calderone nel quale a dominare è il
disprezzo delle regole, l’arroganza del potere, la superbia
dell’impunità.
Carlo Alemi
ha pagato cara questa sentenza ordinanza, subendo negli anni
immediatamente successivi attacchi violenti alla sua persona
e al suo operato di giudice indipendente, un fuoco di fila
incrociato proveniente da quegli stessi scranni parlamentari
messi sotto accusa dalla ricostruzione storico-giudiziaria
fornita dal giudice. E per ironia della sorta saranno
proprio le rivelazioni postume del pentito Raffaele Cutolo a
riabilitarne il lavoro e la professionalità, proprio mentre
l’allora Presidente del Consiglio Ciriaco De Mita sosteneva
a gran voce che, in virtù delle indagine compiute e dei
risultati conseguiti il giudice Alemi si sarebbe posto al
di fuori del circuito costituzionale.
Bene contro
male, giusto contro sbagliato, legalità contro illegalità…
Giuliano Boraso
libri@brigaterosse.org
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