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Intervista a Bruno Arpaia comparsa su
www.infinitestorie.it
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In un paese alla periferia di
Napoli, negli anni Settanta, un gruppo di ragazzi vive
l’ultima grande stagione degli ideali e delle lotte
politiche, fa i conti con una realtà sociale difficile,
continuamente minacciata dalla criminalità organizzata, e
nel frattempo affronta il suo particolare percorso di
formazione, che passa attraverso gli amori, le tensioni
familiari, le vacanze vissute all’avventura e termina con il
fallimento degli stessi ideali da cui aveva preso le mosse,
con la brusca chiusura di un orizzonte che si era aperto e
non pareva dover tramontare mai più. Le scelte dei
protagonisti sono state, a partire da quel punto, le più
diverse: e adesso c’è chi vive una vita del tutto normale,
con moglie e figli, e chi invece si trova a fare i conti con
il proprio passato di militanza armata e terrorismo. Il
romanzo, a partire da oggi e attraverso il comporsi armonico
delle voci di quei giovani che la vita ha forgiato,
ripercorre le scelte e gli ideali di quel tempo, fino a
riconoscere anche in quel fallimento lo svolgersi di un
importante percorso di formazione e a consegnarci, alla fine
di una storia intensa e piena di vita, un pezzo importante
della storia recente d’Italia. Questi i temi e le vicende
raccontate da Bruno Arpaia nel suo nuovo romanzo, Il
passato davanti a noi. Lo abbiamo intervistato.
D. Perché ha voluto raccontare
proprio gli anni Settanta?
R. Per molti di noi, quegli
anni sono stati un’esperienza forte e intensa. Avevo già in
mente di provare a raccontarli, ma la spinta decisiva mi è
venuta dai ragazzi del Master in comunicazione della scienza
di Trieste ai quali, in quel periodo, insegnavo Tecniche
della narrazione. Trentenni molto in gamba, colti e
informati. È bastato un accenno alla mia intenzione di
provare a scrivere di quegli anni per scatenare un inferno
di domande, una partecipazione intensissima. Niente più
lezione: le quattro ore sono passate a chiacchierare, a
discutere, a farsi raccontare com’era quel decennio. Nemmeno
loro, che avevano solo una decina d’anni meno di me, ne
sapevano nulla. Oggi si ricordano solo il piombo, gli
attentati, le Brigate rosse, le stragi, e anche in maniera
approssimativa e spesso falsa. Quel periodo è un «buco nero»
in cui nessuno vuole mettere seriamente le mani per paura di
essere assorbito e non uscirne più vivo. Come ha scritto
Stefano Tassinari, si giudicano quegli anni a partire solo
dagli effetti e non dalle cause. Dunque, raccontarli mi è
sembrato ancor di più una specie di dovere, un dovere della
mia generazione.
D. Per farlo, ha scelto una prospettiva obliqua…
R. Beh, ho visto quegli anni
dalla periferia della periferia, li ho visti da un paesino
del Sud, della provincia di Napoli, un paesino con lo scemo
del paese, con il bar dove si gioca a bigliardo, con il
sindaco che è un poco di buono, ma anche con i fascisti che
menavano (anche se dopo due o tre giorni eri costretto a
giocarci a bigliardo insieme) e con una camorra che
cominciava a farsi sempre più sanguinosa, sempre più
pervasiva. Un paesino, però, dove comunque arrivavano le
stesse musiche, le stesse canne che a Milano o a Roma, dove
gli eventi storici, le elezioni, le battaglie sul divorzio,
gli scioperi generali, i morti nelle piazze, magari un po’
smorzati, si facevano ugualmente sentire. Il libro racconta
la storia di un gruppo di ragazzi, militanti di quella che
allora si chiamava la sinistra rivoluzionaria. È una
narrazione allo stesso tempo corale (credo di aver messo in
campo più di centocinquanta personaggi, includendo le
comparse), ma centrata su un protagonista, Alberto
Malinconico, il cui amico più stretto si chiama Angelo
Malecore. Dal 1973, anno del golpe in Cile che li spinge a
militare attivamente, questi ragazzi passano attraverso la
stagione delle lotte operaie e studentesche, della crisi
petrolifera e dell’austerità, attraverso la battaglia sul
divorzio, la grande crescita della sinistra nel 1975, la
delusione e della sconfitta del 1976, ma anche attraverso i
concerti dei grandi gruppi stranieri e italiani, attraverso
le prime ragazze, attraverso le stupidaggini che si fanno a
quell’età, gli scherzi e le goliardate. Ci si divertiva
anche, allora, e molto (almeno fino a un certo periodo), ma
questo non viene mai ricordato.
D. Poi, però, arriva il
cosiddetto «riflusso»…
R. Più o meno alla fine del
1976, le strade dei miei personaggi cominciano a dividersi.
Angelo Malecore va a fare il militare, a Milano entra in
contatto con dei gruppi che pian piano si armano e fanno
rapine e gambizzazioni, Alberto Malinconico invece si
inurba, va a Napoli all’università, incontra altri amici,
una ragazza che lo farà impazzire con le sue esitazioni e
tentennnamenti. Insieme a quel piccolo gruppo compatto di
amici e amiche, Alberto partecipa al movimento del ’77, un
movimento dalle caratteristiche nuove, attento al
linguaggio, alla comunicazione, all’ironia. Partecipa alle
giornate di marzo quando la polizia uccide un ragazzo a
Bologna, a quelle di maggio, quando gli agenti in borghese
di Cossiga ammazzano Giorgiana Masi a Roma, ai primi scontri
verbali con i gruppi dell’Autonomia, parenti prossimi della
lotta armata. Alberto è dalla parte dei tanti che, in quel
movimento, si trovano stritolati fra la repressione dello
stato e i «compagni che sparano». Il ’77 comunque è una
breve fiammata; con il sequestro Moro viene messo il
coperchio sulla bara di quegli anni, di quel periodo in cui,
invece che insistere tanto sull’«Io», come oggi, si poteva
ancora dire «Noi», in cui tutto sembrava riguardarci, c’era
la sensazione di un’appartenenza, non si era soli nella
massa come adesso.
D. Nel libro, c’è anche
un’altra linea narrativa: è quella di Alberto che, a
distanza di anni, ritorna varie volte al paese da dove è
partito tanto tempo prima…
R. Sì. Incontra i vecchi amici
e compagni, si guarda intorno, scava, si pone domande e ne
pone agli altri, cercando di capire cos’è davvero successo,
cosa funzionava e cosa no, gli errori commessi e le cause di
quella sconfitta. Cerca di capire perché nessuno di loro ha
capito nulla quando, mentre i militanti tornavano a casa e
la politica si ritirava dalle strade, la camorra le
occupava, stringeva alleanze con i politici e faceva
speculazioni edilizie, e nel suo paese uccideva due
consiglieri comunali. Perché non hanno capito nulla?
Potevano fare qualcosa per salvarli? Ma le incursioni nel
passato di Alberto non sono solo occasione di nostalgie e
ricordi, servono anche a capire quanto sia bugiarda la
memoria, quanto travisi le cose, quanto inventi, quanto sia
un racconto, quasi una finzione. Servono a capire l’oggi, a
vivere nel presente, riconoscendo le stupidaggini fatte e
pensate all’epoca, ma rivendicando anche alcune cose, come
quel senso di collettività, di appartenenza a una comunità
che oggi sembra definitivamente perduto. E come quelle
passioni, politiche ed esistenziali, di cui forse abbiamo
ancora bisogno.
febbraio 2006
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