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Ogni grande
epoca storica, ogni periodo di “frattura” rispetto al quale
si distingue a posteriori un prima e un dopo, ha il suo
titolo di riferimento, un libro che - come e più di altri -
è riuscito nell’intento di riassumerlo e di tracciarne e
analizzarne più a fondo le caratteristiche e le linee guida.
L’orda d’oro, pubblicato per la prima volta per i
tipi della mitica SugarCo nel 1988 e finalmente ridato alla
stampe oggi da Feltrinelli, è la bibbia della grande ondata
rivoluzionaria che in due tempi, 1968 e 1977, travolse
l’agonizzante società italiana mutandola in profondità e per
sempre. Un formidabile strumento di memoria, come
recita la quarta di copertina, e non può esserci definizione
migliore per sottolineare l’importanza di questo testo prima
di tutto dal punto di vista storiografico; non esageriamo
dicendo che qui il lettore interessato a quegli anni
furibondi e magnifici troverà tutto, dalla fondamentale
analisi degli anni Sessanta pre ’68 (gli anni del boom, del
raccolto dopo la semina, della nascita dell’operaismo, della
presa di coscienza del gap che separa una società bloccata e
le istanze e le esigenze delle nuove generazioni) allo
scoppio del biennio ’68-’69 (le scuole e le università in
fiamme e l’autunno caldo nelle fabbriche).
Dal
panorama sui nuovi soggetti extraparlamentari alla nuova
esplosione contestatrice del ’77, con tutto il suo carico di
furore e tragedia. Un libro, come ammoniva lo stesso Primo
Moroni nell’introduzione alla prima edizione, a metà strada
tra la oral history e il racconto diretto, frutto
tanto della ricerca storiografica sui documenti quanto
dell’ascolto e del ricordo dei protagonisti, nell’intento di
fornire alle generazioni postume un affresco di quella
straordinaria rivolta esistenziale e politica capace però
anche di contenere al suo interno una filigrana
interpretativa delle motivazioni che avevano mosso prima la
protesta e poi la ribellione.
Circa a
metà del percorso ci si imbatte in un capitolo ai nostri
fini fondamentale, quella relativo alla lotta armata e
all’esperienza di Autonomia operaia, tanto più importante
alla luce di un altro obiettivo primario del libro: la
mistificazione e il rifiuto dell’interpretazione corrente di
quella stagione di lotte che tende a separare i “buoni” dai
“cattivi”, utilizzando come spartiacque per questa
arbitraria classificazione l’utilizzo della violenza.
Interpretazione ovviamente qui rifiutata e demolita sulla
base di due diversi tipi di considerazioni: da un lato si
sottolinea l’assurdità di un criterio di distinzione fondato
su un giudizio etico che fa delle forme di lotta scelte
nell’ambito di un decennio di lotta capace di coinvolgere
centinaia di migliaia di giovani la discriminante tra il
bene e il male, tra il giusto e lo sbagliato. Dall’altro si
invita a porre attenzione sul carattere politico di una
simile interpretazione dei fatti, del tutto funzionale a
quanti dei protagonisti di quell’epoca tornava utile una
sorta di riciclaggio istituzionale (terreno insidioso,
quest’ultimo, sul quale ancora oggi sono i molti a camminare
facendo attenzione a dove appoggiare i piedi). In tal senso,
e sempre per gli stesi motivi, non sono mancati nel tempo
anche i tentativi di ridimensionare la portata innovatrice
della grande ondata rivoluzionaria, tentativi a cui hanno
dato il loro contributo le più diverse anime
dell’establishment politico-giudiziario-mediatico. L’orda
d’oro va letto e immagazzinato anche alla luce di questi
tentativi più o meno normalizzatori, rasserenanti,
rassicuranti. Dalla premessa alla prima edizione:
Quarantamila denunciati, quindicimila “passati” dalle
carceri, seimila condannati, quasi sempre senza nessuna
garanzia del diritto di difesa. Queste le aride cifre finali
e contabili della brillante operazione di difesa della
“democrazia”. Dietro le cifre, le “carceri speciali”, la
tortura, l’isolamento, la parte migliore di due generazioni
ricondotte al silenzio, costretta all’esilio, o “restituita”
alla società dopo essere stata umiliata nella sua identità.
Giuliano Boraso
libri@brigaterosse.org
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