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Qualche
giorno fa, una nostra visitatrice impegnata in una tesi sul
ruolo della donna nella storia dell’eversione degli anni
’70-80 ci ha contattati per avere informazioni sulla
bibliografia inerente questo affascinate e interessante tema
di indagine storica.
Donne
armate
può essere in tal senso un buon punto di partenza, e per due
motivi: prima di tutto perché il libro di Anna Teresa
Iaccheo getta uno sguardo a tutto tondo sul tema, capace di
andare oltre la definizione del ruolo della donna nella
lotta armata per analizzarne l’esperienza nell’ambito di una
concezione più vasta di militanza politica.
Il libro
inoltre attinge a una mole di strumenti di ricerca e analisi
che provengono dalle discipline più diverse: la ricerca
storica certo, l’importanza attribuita alla testimonianza
orale, alla memoria, ma anche il ricorso alla psicologia, ai
mezzi di indagine sociologica e antropologica, il tutto
sapientemente miscelato e reso funzionale al percorso
tracciato.
A
testimonianza dell’ampiezza di respiro di questo tragitto
sta il fatto che il suo punto di partenza è fatto coincidere
con la grande esperienza di militanza politica (e militare)
collettiva della Resistenza, della quale viene analizzato e
descritto il ruolo femminile a partire dalle testimonianze
orali di venticinque protagoniste della guerra partigiana
nel territorio bresciano, custodi di quella memoria
dell’esperienza femminile nella lotta di liberazione che è
uno degli approdi verso cui si orienta l’indagine
dell’autrice. Una partecipazione attiva a una esperienza
politica di rottura che – dal punto di vista femminile –
assunse anche i connotati di una totale messa in discussione
degli «spazi sociali», fisici e mentali, assegnati alla
donna dalla tradizione. Una partecipazione che ha costretto
la donna a misurarsi con categorie di pensiero e
comportamento – prima tra tutte la categoria della
«violenza» – da sempre considerate estranee al suo agire
pubblico e privato.
Le
riflessioni sulla valenza femminile del concetto di
«violenza politica» introducono poi il lettore in quello che
qui indichiamo come la porzione più interessante del
tragitto di Anna Teresa Iaccheo, laddove l’autrice si
sofferma a indagare il ruolo che la donna ha saputo
ritagliarsi in quell’eccezionale contesto di militanza
politica maturato a cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta
e sfociato poi, per molti ma non per tutti, nella deriva
armata. Anche qui la fonte di indagine e ricerca storica
prediletta è quella della testimonianza orale, e come prima
la parole era stata data alle donne della Resistenza ora
passa a quelle donne che, in una ben specifica congiuntura
politica e sociale, hanno creduto di potere e dovere portare
a compimento proprio quella Resistenza tradita e vilipesa
nei suoi valori fondanti. L’altra metà del terrorismo
divenne così parte attiva di quel sommovimento eversivo che
per quasi due decenni ha minato le fondamenta del vivere
civile del paese. Brigatiste, pielline o nappiste che
fossero, le donne del terrorismo hanno saputo ritagliarsi un
spazio e ruolo di primissimo piano all’interno delle
organizzazioni comuniste combattenti, e intorno a esse sono
stati spesi fiumi di inchiostro in conseguenza anche di quel
ricchissimo bagaglio di suggestioni e fascino che sa
alimentare «la figura della donna col mitra in mano, pronta
a immolarsi sull’altare della rivoluzione». La bravura
dell’autrice sta nel saper indagare anche i tratti meno
palesi e superficiali di questa esperienza: si parte dalle
origini, certo, le prime esperienze politiche, l’incontro di
molte col femminismo, la scelta poi della forzatura motivata
dalle esigenze più differenti. La militanza politica e
militare. Il carcere. E quel lento, doloroso percorso a
ritroso «alla ricerca dei perché e dei per come», nel
tentativo di approdare a una sorta di redenzione dal passato
che non nasca dal “pentitismo opportunista” ma sia frutto di
un vero percorso condotto nel segno della memoria morale.
Giuliano Boraso
libri@brigaterosse.org
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