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Sei mi
chiedessero di etichettare questo libro conierei la
definizione di “libro necessario”. Questo è un libro
necessario per comprendere tante cose: innanzitutto, la
storia di quel gruppo della sinistra rivoluzionaria (o
extraparlamentare) che si chiamò Potere Operaio e che, tra
il 1969 e il 1973, dominò – in collaborazione non sempre
pacifica con Lotta Continua – il panorama dell’antagonismo
politico e sociale dei primi anni Settanta. Già di per
sé,quindi, meriterebbe l’attenzione più viva possibile, se
non atro per il fatto che la pubblicistica storiografica non
regala molte contributi sull’argomento. Ma quello di Aldo
Grandi è un libro necessario per una seria infinita di altri
motivi:
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Perché spiega come in pochissimi hanno saputo
fare le premesse di quella stagione politica e militare che
tutti noi conosciamo come “anni di piombo”;
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Perché chiarisce al lettore quali sono stati
i riferimenti politici e culturali di una intera generazione
di giovani che, a cavallo tra i Sessanta e i Settanta, si
era messa in test l’idea malsana di cambiare le cose, prima
dentro le fabbriche e poi fuori, nelle strade e nei
quartieri delle metropoli;
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Perché getta tanta luce su un dibattito che,
all’inizio dei Settanta, coinvolse tutta la sinistra
rivoluzionaria sul tema della “violenza politica” e
sull’opportunità di servirsene per ribaltare e rinegoziare
le regole del vivere collettivo;
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Perché raccoglie le testimonianze dirette dei
protagonisti di quegli avvenimenti e di quel percorso
politico, dando vita a un percorso orale di grande forza che
ha il merito – non di poco conto – di chiarire le posizioni
assunte all’epoca dei fatti da questo o da quel militante
(almeno ci si fa un’idea di che cosa dicevano all’epoca
tanti protagonisti dell’attuale panorama mass-mediologico,
politico e culturale).
Potrei
continuare, ma mi fermo perché ho paura di annoiare e di
rovinare il piacere della scoperta a chi deciderà di
avventurarsi in questa lettura. Inseriamo la recensione di
questo libro nella sezione “contesti e contorni” e non
potrebbe essere altrimenti: la cosa che maggiormente risalta
da queste pagine è infatti la descrizione accurata, fedele e
ottimamente scritta di un clima che, con l’andare del tempo,
aumenta di temperatura, preannunciando così una stagione che
segnerà per sempre la storia repubblicana del Paese. Valerio
Morucci, Germano Maccari, Adriana Faranda sono solo alcuni –
i più “famosi” – dei militanti di Potere Operaio che, orfani
dell’organizzazione dopo il congresso di Rosolina del giugno
1973, decideranno il balzo in avanti confluendo tra le fila
del partito armato che, a metà degli anni Settanta, sbarca a
Roma per organizzare l’operazione Fritz. Moltissimi altri
militanti di Potop confluiranno invece nella Autonomia
operaia, chi continuando la militanza politica in
superficie, chi andando a ingrossare le fila di quella
nebulosa eversiva che assumerà dimensioni uniche nel mondo
occidentale. La storia, una delle possibili, di Potere
Operaio va letta e impresa nella memoria così come andrebbe
letta una storia di Lotta Continua, per aggiungere tasselli
importantissimi alla conoscenza di questo pezzo del nostro
patrimonio storico.
Questa
storia di Potere Operaio, infine, andrebbe letta per farsi
un’idea di quali dimensioni assunse il livello di ambiguità
nell’atteggiamento pubblico di tante teste pensanti del
rivoluzionarismo parolaio di quegli anni. Si leggano, ad
esempio, i resoconti degli interventi pubblici del
girotondino “Pancho” Pardi o dell’attuale scrivano di
Giuliano Ferrara, Lanfranco Pace: veri e propri inni di
guerra e lodi aperte al lavoro clandestino, musica per le
orecchie di tanti giovani militanti che ci hanno creduto e
che hanno poi cercato di mettere in pratica ciò che i
parolai si guardavano bene dal realizzare. È un’altra chiave
di lettura, una delle tante, che questo splendido libro
riesce a donare ai suoi lettori.
Giuliano Boraso
libri@brigaterosse.org
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