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È il libro
che inaugura la stagione delle memorie e dei ricordi dei
“grandi capi” brigatisti, proseguita poi con i resoconti di
Renato Curcio e Mario Moretti (a tal proposito sarebbe
interessante, per concludere il cerchio, sentire anche che
cosa ha da dire al riguardo Giovanni Senzani, ma sembra
proprio che il “professore nichilista” non abbia molta
voglia di mettere nero su bianco quanto ricorda della sua
esperienza, preferendo tenere tutto per sé).
Diciamo
subito che questo primo libro di Alberto Franceschini appare
oggi piuttosto datato, soprattutto se confrontato con le
recenti performance mnemoniche di quello che fu il
cofondatore delle Brigate rosse, impegnato oggi a riscrivere
da cima a fondo la storia del partito armato grazie a
improvvisi e inaspettati ritorni di memoria (fortunatamente,
in occasione della presentazione ufficiale del suo ultimo
lavoro, Che cosa sono le Br, Franceschini ha
rassicurato il pubblico che quello sarà l’ultimo suo
contributo ufficiale alla verità); a leggere oggi le pagine
di Mara, Renato e io si rimane forse un po’ delusi
dal momento che, appunto, i ricordi di Franceschini oggi
appaiono molto più interessanti e ricchi di spunti. Quindi,
senza perdere neppure un minuto del vostro prezioso tempo,
vi consigliamo di passare direttamente all’ultima fatica del
nostro autore che troverete in cima alla lista delle
recensioni di questa sezione del sito.
Non
possiamo però neppure cavarcela così a buon mercato,
qualcosa di questo libro va pur detta; non mi resta, quindi,
che fare ricorso alla memoria e richiamare le sensazioni
(forti, fortissime) che queste pagine mi procurarono alla
loro prima lettura, che risale a parecchi anni fa.
L’impressione di aver letto un romanzo d’avventura, pieno
zeppo di briganti e banditi, calati però in una realtà
metropolitana, desiderosi di battersi per cambiare (in
meglio) le cose, ma destinati alla sconfitta a causa del
loro dilettantismo e della soverchiante forza del “nemico”.
Il racconto di amicizie, incontri, discussioni sul comunismo
e sul mezzo per cambiare le cose; le riunioni, sempre più
clandestine, la scelta di un simbolo per firmare le proprie
azioni (la stella a cinque punte, disegnata male, un po’
sbilenca verso l’alto); e poi le prime, piccole azioni di
guerriglia, gli incendi, le bombe molotov (lilly) e i
primi, istantanei sequestri di persona, in un gioco al
rialzo che sempre più assumeva i tratti di una vera e
propria attività di guerriglia. E poi, l’arresto, la galera,
le battaglie dentro il carcere mentre fuori i compagni
continuano la lotta e lo fanno iniziando a uccidere.
Quello che
Franceschini racconta è questo, sebbene ridotto ai minimi
termini. Sembrerà forse troppo edulcorato, ma è così: un
racconto d’avventura che poi si trasformerà in vera tragedia
collettiva. Questa è l’impressione sedimentata dai miei
ricordi, dovrà pure valere qualcosa, quindi la riporto pari
pari, anche per le considerazioni fatte in precedenza sulla
senilità di questo titolo.
Che oggi,
si badi bene, avrebbe potuto mantenere inalterato il suo
valore intrinseco se solo la si piantasse una buona volta di
aprire il rubinetto delle verità (o presunte tali) a proprio
piacimento; ci chiediamo perché il buon Franceschini abbia
aspettano 16 anni, dopo la pubblicazione di queste pagine,
per integrare la sua versione dei fatti e aggiungere nuove,
importanti rivelazioni su cosa effettivamente furono le
Brigate rosse. Ci chiediamo, inoltre, se davvero abbia detto
tutto, come sostiene, o se dobbiamo aspettarci tra qualche
anno nuove, inedite rivelazioni, buone per preparare in
quattro e quattr’otto un altro bel libro, gettando magari
ulteriore fango e discredito sui compagni di un tempo. Ci
auguriamo che il gioco al massacro condotto tra coloro che
un tempo condivisero tutto (addirittura il progetto di
abbattere uno Stato per istaurarne uno nuovo, e migliore)
sia finito e che la si pianti di fare una guerra piuttosto
triste a colpi di accuse incrociate e di regolamenti di
conti di bassa lega.
Giuliano Boraso
libri@brigaterosse.org
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