|
Durante un
incontro pubblico all’ultima fiera del libro di Torino,
Alberto Franceschini – leader storico e co-fondatore delle
Brigate rosse - affermava che questo libro-intervista poteva
a ragione essere considerato il suo ultimo contributo
personale (il terzo dopo Mara, Renato e io, 1988 e
La borsa del Presidente. Ritorno agli anni di piombo,
1997) alla ricostruzione della storia del partito armato.
Chi scrive, a sentire queste parole, ha tirato un bel
sospiro di sollievo: la prospettiva di trovarmi in un simile
contesto, tra un paio di anni, a sobbarcarmi l’ennesima
versione dei fatti fornita dallo stesso Franceschini non mi
riempiva certo di gioia.
Eppure ci
sono almeno due cose motivi per leggere questa lunga
intervista condotta dal giornalista di Panorama
Giovanni Fasanella: innanzitutto lo sforzo (riuscito) di
Franceschini di fare una volta per tutte chiarezza sulle
origini del fenomeno lottarmatista in Italia, collocandone
le radici dentro la storia del Partito comunista italiano,
senza più reticenze e senza più timori di sorta. Le Brigate
rosse sono state un pezzo importante degli ultimi due
decenni di quella storia, quando il Pci raggiungeva il
massimo consenso elettorale e – allo stesso tempo – vedeva
crescere alla sua sinistra e al suo interno qualcosa che
prima fece finta di non vedere/capire, e poi combatté con
tutte le sue forze, pagando un prezzo non irrisorio nella
lotta all’eversione. Le Brigate rosse furono, in questo
senso, la manifestazione armata di quelle voglie e quelle
tendenze scissioniste, lottarmatiste appunto, da sempre
presenti all’interno del più grande partito comunista
occidentale; il mito della resistenza tradita, la consegna
di quelle armi seppellite un tempo e oggi finalmente
dissotterrate, il filo rosso che lega i vecchi partigiani ai
giovani che vogliono fare la rivoluzione, stanchi del
riformismo e dell’immobilismo delle classi dirigenti del
partito. È in questa prima parte dell’intervista che il duo
Fasanella-Franceschini coglie nel segno, fornendo un
contributo davvero utile alla ricostruzione delle origini
del fenomeno brigatista.
Il secondo
motivo per comprare questo libro è anche, paradossalmente,
il motivo per cui potremmo sconsigliarne l’acquisto. Con lo
scorrere delle pagine, infatti, le cose cominciano a
cambiare e riaffiorano i lati meno simpatici, meno autentici
del personaggio Franceschini; la cui parabola di
“dissociato” prima, e di uomo libero e dirigente Arci poi, è
caratterizzata da una guerra personale, dalle origini molto
antiche, con la “sfinge” Mario Moretti, verso il quale
Franceschini ha nel corso degli ultimi anni indirizzato una
vera e propria valanga di accuse, sospetti, illazioni, a
volte anche imbarazzanti, come quando – intervistato a
proposito del film di Renzo Martinelli Piazza delle
cinque lune – Franceschini indicava in Moretti
nient’altro che un agente dei servizi segreti infiltrato
nell’organizzazione fin dalle sue origini.
Una guerra
personale, dicevamo, che continua anche in queste pagine
arricchendosi di nuovi e inediti particolari, ma finendo per
contaminare la credibilità della versione dei fatti fornita:
per Franceschini la storia delle Brigate rosse “prima
maniera” è la storia dello scontro tra due gruppi di potere
al suo interno, tra il gruppo facente riferimento a lui,
Renato Curcio e Mara Cagol opposto all’ambiguo super clan
di Corrado Simioni e dello stesso Moretti, capace di salire
ai vertici delle Br dopo l’arresto definitivo di Curcio
(1975) e di condurre da qui in avanti l’organizzazione verso
la sconfitta politica e militare. Il tutto, sotto la guida
della misteriosa Hiperyon, scuola di lingue parigina fondata
dallo stesso Simioni, in realtà una vera e propria centrale
del terrorismo internazionale, il vero cervello
dell’eversione non solo italiana, messa in piedi con
l’obiettivo di condizionare la politica mondiale con le armi
e con la copertura fornita dai servizi segreti di mezzo
mondo (con in testa quelli israeliani). Agli occhi di
Franceschini, insomma, la storia del partito armato in
Italia è la storia di un gruppo di donne e uomini ai sevizi
di una centrale del terrorismo mondiale, guidati a loro
insaputa da un “grande vecchio” di cui Mario Moretti
rappresenterebbe la proiezioni sul suolo italiano. Per
alcuni fanta-politica, dietrologia, il frutto di una
immaginazione molto (troppo) fervida; per altri una lettura
originale del fenomeno eversivo che merita attenzione e
approfondimento, anche perché supportata da fonti
documentali non trascurabili. Per chi scrive, un semplice
regolamento di conti, una guerra privata che lascia un po’
il tempo che trova e che non merita molto credito e
attenzione da un punto di vista strettamente storiografico.
Giuliano Boraso
libri@brigaterosse.org
|