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Homepage Libri Narrativa "Il volo della farfalla"

   
  Autore: Adriana Faranda
   
   
  Editore: Rizzoli
  Collana:  
  Data pubblicazione: 2006
  ISBN:

8817010537

  Pagine: 310
   
   
  Giudizio:  
   
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Una piccola eccezione

 

 Non lo facciamo mai, ma stavolta sì: pubblichiamo una recensione “esterna”, che non porta la nostra firma, né quella di uno tra nostri più affezionati lettori. Si tratta, al contrario, di un breve articolo di Severino Santiapichi, pubblicato lo scorso 16 settembre sulla rivista Stilos (ottimo quindicinale di letteratura che consigliamo a tutti coloro che si interessano di libri), che racconta l’ultima fatica letteraria di Adriana Faranda, Il volo della farfalla.

Un piccolo strappo alla regola, quindi, motivato due ragioni, una nobile, l’altra meno.

 

Ragione nobile. Questa recensione è firmata da un protagonista di primissimo piano degli anni di piombo: il giudice Santiapichi, infatti, rivestì in più occasioni il ruolo di Presidente di Corte in alcuni tra i processi più delicati degli anni di piombo, tra cui il primo processo Moro. Non è, Santiapichi, un uomo molto propenso alla ribalta: il fatto che abbia scelto di “raccontare” questo libro a un pubblico di lettori secondo noi andava registrato e sottolineato.

Ragione meno nobile (e, in quanto tale, molto più terra-terra). Nessuno di noi ha letto questo libro (né ha in programma di farlo in tempi decenti): chi perché non interessato, chi perché infastidito dalla copertina, chi perché ha altre letture a cui dedicarsi, chi perché ha altro per la testa.

 

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Disumanità della galera e forza di adattamento

Un romanzo intenso e crudo, tenero e brutale, che rivisita una stagione all’inferno per sovrapporla a una nuova stagione, non meno crudele, riempita di valori nuovi: i sentimenti. La testimonianza spirituale di una protagonista degli anni di piombo.

 

Severino Santiapichi*, Stilos, 16 settembre 2006

 

Dicono che per spiegare la fortuna vera o supposta dei libri scritti da ex terroristi sia necessario mettersi nei panni del padre del figliol prodigo cogliendolo proprio nel momento del ritorno di quest’ultimo: senza che però il lettore sia sempre aprioristicamente incline al perdono; più semplicemente lo spingerebbe la volontà di rendersi conto di capire le radici della scelta eversiva. Si aggiunga che su azioni terroristiche di grande rilievo – paradigmaticamente, ad esempio, la strage di piazza Fontana (sulla quale, proprio all’inizio della loro esistenza per certi versi si formarono le Brigate rosse) – il mistero è rimasto nonostante i processi e su altre permangono zone d’ombra onde la speranza del lettore di avere a disposizione qualche elemento in più: ne deriva un rilievo che i parenti delle vittime del terrorismo giudicano arbitrario, un soprappeso dato ingiustamente.

Così, è accaduto, all’ultimo Salone del libro a Torino, che la presentazione di Il volo della farfalla di Adriana Faranda sia stata giudicata pubblicamente dall’autrice di un volume su una vittima del terrorismo come determinata da una sorta di disprezzo per i morti e vista nel senso dell’assegnazione di un privilegio agli assassini.

Adriana Faranda, è noto, faceva parte – e che parte! – delle Brigate rosse, dove ha occupato una posizione di primissimo piano soprattutto come donna. Nel corso del sequestro Moro assunse con Morucci un atteggiamento diverso da quello che condusse all’uccisione dello statista. Fu espulsa, tentò l’avvio di un gruppo armato dissidente, subì e scontò una dura condanna. Chi, tuttavia, in base a questo vissuto dovesse per ipotesi accingersi alla lettura dell’opera della Faranda nella speranza di attingervi notizie magari coinvolgenti soggetti non sfiorati o incisi dagli accertamenti giudiziari resterebbe deluso: qui persino i nomi delle compagne sono in codice anche se a ben vedere non è in gioco l’occultamento di una identità trattandosi semplicemente dell’adozione del simbolismo dei fiori e delle piante, un cogliere l’essenza di una personalità sintetizzandola con una valenza simbolica (chissà perché nel dizionario in fondo al volume manca solo la voce «melograno», il nome dato proprio nel primo capitolo a Valerio Morucci, partner «di anni di lotte… e di amore» pure lui braccato non solo dalle forze dell’ordine). Bisogna avere pazienza, indugiare sulla pagina, per rendersi conto del valore di questo libro che rivisita, anche fisicamente, una esperienza dura: «A distanza dalle brame della memoria emergevano come fantasmi sottili altri silenzi dell’anima… momenti accecanti ed interminabili dove la forza della volontà aveva prevaricato i dubbi, azzerato la potenza dei sentimenti per potere irrompere violentemente nella vita degli altri. Nel nome della guerra».

Come inizio badlands, vale a dire il deserto, «era stata scagliata in una terra dura, una terra di pietre taglienti senza ristoro d’acqua».

«Il tribunale sentenzia di trasferirti… alla prigione della tal città, e quel tribunale di nuovo sentenzierà di trasferirti in una qualche Vesegonsk, e tu passerai da una prigione all’altra e dirai, esaminando il nuovo alloggio: no, la prigione di Vesegonsk era più pulita; almeno si poteva giocare a babki, c’era il posto e anche la gente era di più» (Gogol, Le anime morte, cap. VII, traduz. Di Serena Prina).

L’esecuzione di una condanna a pena detentiva è tuttora pure in Italia agganciata ad una ruota dentata che svelte possibili radicamenti, impacchetta il condannato in un furgone – il topo della Fiat trasmesso in eredità dai carabinieri alla polizia penitenziaria » e lo sposta non vedente e non visto come dentro un imbuto oramai senza quei momenti di libertà dello sguardo e, ahimè, anche agli sguardi, che c’erano nel tempo delle tradotte ferroviarie. Ne deriva la conoscenza di isole emerse dal buio del territorio circostante, siti di una geografia carceraria valutata dall’angolo visuale della vivibilità in un giudizio basato più che sul singolo luogo sui modi locali di esercizio del potere di vigilanza e, come per il Popov di Gogol, sui raffronti, sugli incontri o rincontri nei limiti dell’intrinseca disumanità della galera che, tuttavia, l’infinita capacità di adattamento che ha l’essere umano riesce a superare: «San Michele aveva un gallo… bianco, rosso, verde e giallo, canticchia». Ma, in San Michele aveva un gallo dei fratelli Taviani, il detenuto, per non smemorarsi e sopravvivere, conta i passi e, in un carcere sotterraneo del Corno d’Africa, per sette anni il mio amico Abshir lesse e rilesse il Corano, glielo tolsero e buon per lui che, da un loculo vicino, Abdulkadir lo zoppo gli trasmise col Morse delle prigioni il testo di una sura da recitare a memoria per non impazzire. All’avvio della vita carceraria di Adriana Faranda, il copione e il ruolo con il fardello dell’accusa brigatista di avere trafugato le armi: «Avete portato via le nostre armi… Bucaneve la scrutava fissa, i suoi occhi grandi cerchiati di scuro erano pieni di risentimento; il copione assegnava i ruoli, i compiti, le azioni, imponeva una forma d’ordine consolidato… categorie rigide, comportamenti collaudati, contromosse scontate. Non era forse questo la galera?». Poi, la contrapposizione, le violenze: «Tuft’attorno… pugni e calci… sul viso, sui reni, sulla pancia, torcevano le braccia per immobilizzare, le sbattevano sulle cancellate… Zoraima si sentì soffocare... trovò la mano e morse la guardia, mollò la presa, urlò brutta puttana»; il rimpianto anche della Sicilia: «E il bambino del ghiaccio, tu non hai mai visto il bambino del ghiaccio, ma in Sicilia, sì, quando si marciva dal caldo e il carretto avanzava pigro tagliando l’ora tarda della calura, trainato da un minuscolo asino di Sardegna. Una stregoneria, quella vetta innevata che avanzava in una polvere di deserto, un miraggio scintillante di riflessi e di sole. E sulla cima un bambino sottile dalla pelle bruna picchiettava quella distesa di ghiaccio e la frantumava in un caleidoscopio di luci»; l’irruzione di un’assenza: «Accese dai primi colon dell’estate le fantasie del maschile si inturgidirono alla sua vista, irrorando le notti di desideri inappagati… per uno solo di quei suoi sguardi di tristezza si scatenarono amori furibondi, serenate struggenti e gelosie funeste…

In una notte un detenuto coi polpastrelli insanguinati e uno sgabello in mano riuscì quasi a sfondare il pavimento della propria cella per irrompere al piano di sotto e uccidere un rivale»; quel che resta del ruolo di un tempo: «Afferrò un giorno Lunaria… una compagna marginale con poca storia politica alle spalle e una collaborazione in corso coi magistrati… Non possiamo continuare a far finta di niente, la situazione va affrontata disse qualcuna… Zoraima l’indomani mattina la trovò. Erano sole. Perché le chiese. Dimmi almeno, uno schiaffo o la paura. Dimmi la nostalgia, la solitudine o l’orrore. Dimmi lo smarrimento, dimmi il diritto di cambiare idea. Lunaria sollevò gli occhi guardinga e muta. Non avete nessun diritto. Dalle altre carceri i più intransigenti incalzavano, l’emorragia andava bloccata, non importa come… Buttiamola dalle scale, deve uscirne con le ossa rotte, mormorò Giunchiglia… Giunchiglia la colpì, la prese sulla fronte in mezzo agli occhi che divennero opachi e le sue gambe cedettero di schianto».

Tra l’inizio e la fine incontri con detenute politiche e non, momenti di pausa, come nell’ episodio del coniglio adottato dalle carcerate e stanato dagli agenti di custodia e nell’andirivieni di un’ampolla veicolante sperma donato per una gravidanza improbabile destinata a legittimare la sospensione dell’esecuzione di una pena, o nella vicenda del pero venuto su abusivamente in un carcere, la narrazione di una esperienza di sangue filtrata negli anni di carcere.

 

 

Ultima modifica di questa pagina: martedì, 26 settembre 2006 14.12

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