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Una piccola
eccezione
Non
lo facciamo mai, ma stavolta sì: pubblichiamo una recensione
“esterna”, che non porta la nostra firma, né quella di uno
tra nostri più affezionati lettori. Si tratta, al contrario,
di un breve articolo di Severino Santiapichi, pubblicato lo
scorso 16 settembre sulla rivista Stilos (ottimo
quindicinale di letteratura che consigliamo a tutti coloro
che si interessano di libri), che racconta l’ultima fatica
letteraria di Adriana Faranda, Il volo della farfalla.
Un piccolo
strappo alla regola, quindi, motivato due ragioni, una
nobile, l’altra meno.
Ragione
nobile. Questa recensione è firmata da un protagonista di
primissimo piano degli anni di piombo: il giudice
Santiapichi, infatti, rivestì in più occasioni il ruolo di
Presidente di Corte in alcuni tra i processi più delicati
degli anni di piombo, tra cui il primo processo Moro. Non è,
Santiapichi, un uomo molto propenso alla ribalta: il fatto
che abbia scelto di “raccontare” questo libro a un pubblico
di lettori secondo noi andava registrato e sottolineato.
Ragione
meno nobile (e, in quanto tale, molto più terra-terra).
Nessuno di noi ha letto questo libro (né ha in programma di
farlo in tempi decenti): chi perché non interessato, chi
perché infastidito dalla copertina, chi perché ha altre
letture a cui dedicarsi, chi perché ha altro per la testa.
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Disumanità
della galera e forza di adattamento
Un romanzo
intenso e crudo, tenero e brutale, che rivisita una stagione
all’inferno per sovrapporla a una nuova stagione, non meno
crudele, riempita di valori nuovi: i sentimenti. La
testimonianza spirituale di una protagonista degli anni di
piombo.
Severino
Santiapichi*, Stilos, 16 settembre 2006
Dicono che
per spiegare la fortuna vera o supposta dei libri scritti da
ex terroristi sia necessario mettersi nei panni del padre
del figliol prodigo cogliendolo proprio nel momento del
ritorno di quest’ultimo: senza che però il lettore sia
sempre aprioristicamente incline al perdono; più
semplicemente lo spingerebbe la volontà di rendersi conto di
capire le radici della scelta eversiva. Si aggiunga che su
azioni terroristiche di grande rilievo – paradigmaticamente,
ad esempio, la strage di piazza Fontana (sulla quale,
proprio all’inizio della loro esistenza per certi versi si
formarono le Brigate rosse) – il mistero è rimasto
nonostante i processi e su altre permangono zone d’ombra
onde la speranza del lettore di avere a disposizione qualche
elemento in più: ne deriva un rilievo che i parenti delle
vittime del terrorismo giudicano arbitrario, un soprappeso
dato ingiustamente.
Così, è
accaduto, all’ultimo Salone del libro a Torino, che la
presentazione di Il volo della farfalla di Adriana Faranda
sia stata giudicata pubblicamente dall’autrice di un volume
su una vittima del terrorismo come determinata da una sorta
di disprezzo per i morti e vista nel senso dell’assegnazione
di un privilegio agli assassini.
Adriana
Faranda, è noto, faceva parte – e che parte! – delle Brigate
rosse, dove ha occupato una posizione di primissimo piano
soprattutto come donna. Nel corso del sequestro Moro assunse
con Morucci un atteggiamento diverso da quello che condusse
all’uccisione dello statista. Fu espulsa, tentò l’avvio di
un gruppo armato dissidente, subì e scontò una dura
condanna. Chi, tuttavia, in base a questo vissuto dovesse
per ipotesi accingersi alla lettura dell’opera della Faranda
nella speranza di attingervi notizie magari coinvolgenti
soggetti non sfiorati o incisi dagli accertamenti giudiziari
resterebbe deluso: qui persino i nomi delle compagne sono in
codice anche se a ben vedere non è in gioco l’occultamento
di una identità trattandosi semplicemente dell’adozione del
simbolismo dei fiori e delle piante, un cogliere l’essenza
di una personalità sintetizzandola con una valenza simbolica
(chissà perché nel dizionario in fondo al volume manca solo
la voce «melograno», il nome dato proprio nel primo capitolo
a Valerio Morucci, partner «di anni di lotte… e di amore»
pure lui braccato non solo dalle forze dell’ordine). Bisogna
avere pazienza, indugiare sulla pagina, per rendersi conto
del valore di questo libro che rivisita, anche fisicamente,
una esperienza dura: «A distanza dalle brame della memoria
emergevano come fantasmi sottili altri silenzi dell’anima…
momenti accecanti ed interminabili dove la forza della
volontà aveva prevaricato i dubbi, azzerato la potenza dei
sentimenti per potere irrompere violentemente nella vita
degli altri. Nel nome della guerra».
Come inizio
badlands, vale a dire il deserto, «era stata scagliata in
una terra dura, una terra di pietre taglienti senza ristoro
d’acqua».
«Il
tribunale sentenzia di trasferirti… alla prigione della tal
città, e quel tribunale di nuovo sentenzierà di trasferirti
in una qualche Vesegonsk, e tu passerai da una prigione
all’altra e dirai, esaminando il nuovo alloggio: no, la
prigione di Vesegonsk era più pulita; almeno si poteva
giocare a babki, c’era il posto e anche la gente era di più»
(Gogol, Le anime morte, cap. VII, traduz. Di Serena Prina).
L’esecuzione di una condanna a pena detentiva è tuttora pure
in Italia agganciata ad una ruota dentata che svelte
possibili radicamenti, impacchetta il condannato in un
furgone – il topo della Fiat trasmesso in eredità dai
carabinieri alla polizia penitenziaria » e lo sposta non
vedente e non visto come dentro un imbuto oramai senza quei
momenti di libertà dello sguardo e, ahimè, anche agli
sguardi, che c’erano nel tempo delle tradotte ferroviarie.
Ne deriva la conoscenza di isole emerse dal buio del
territorio circostante, siti di una geografia carceraria
valutata dall’angolo visuale della vivibilità in un giudizio
basato più che sul singolo luogo sui modi locali di
esercizio del potere di vigilanza e, come per il Popov di
Gogol, sui raffronti, sugli incontri o rincontri nei limiti
dell’intrinseca disumanità della galera che, tuttavia,
l’infinita capacità di adattamento che ha l’essere umano
riesce a superare: «San Michele aveva un gallo… bianco,
rosso, verde e giallo, canticchia». Ma, in San Michele aveva
un gallo dei fratelli Taviani, il detenuto, per non
smemorarsi e sopravvivere, conta i passi e, in un carcere
sotterraneo del Corno d’Africa, per sette anni il mio amico
Abshir lesse e rilesse il Corano, glielo tolsero e buon per
lui che, da un loculo vicino, Abdulkadir lo zoppo gli
trasmise col Morse delle prigioni il testo di una sura da
recitare a memoria per non impazzire. All’avvio della vita
carceraria di Adriana Faranda, il copione e il ruolo con il
fardello dell’accusa brigatista di avere trafugato le armi:
«Avete portato via le nostre armi… Bucaneve la scrutava
fissa, i suoi occhi grandi cerchiati di scuro erano pieni di
risentimento; il copione assegnava i ruoli, i compiti, le
azioni, imponeva una forma d’ordine consolidato… categorie
rigide, comportamenti collaudati, contromosse scontate. Non
era forse questo la galera?». Poi, la contrapposizione, le
violenze: «Tuft’attorno… pugni e calci… sul viso, sui reni,
sulla pancia, torcevano le braccia per immobilizzare, le
sbattevano sulle cancellate… Zoraima si sentì soffocare...
trovò la mano e morse la guardia, mollò la presa, urlò
brutta puttana»; il rimpianto anche della Sicilia: «E il
bambino del ghiaccio, tu non hai mai visto il bambino del
ghiaccio, ma in Sicilia, sì, quando si marciva dal caldo e
il carretto avanzava pigro tagliando l’ora tarda della
calura, trainato da un minuscolo asino di Sardegna. Una
stregoneria, quella vetta innevata che avanzava in una
polvere di deserto, un miraggio scintillante di riflessi e
di sole. E sulla cima un bambino sottile dalla pelle bruna
picchiettava quella distesa di ghiaccio e la frantumava in
un caleidoscopio di luci»; l’irruzione di un’assenza:
«Accese dai primi colon dell’estate le fantasie del maschile
si inturgidirono alla sua vista, irrorando le notti di
desideri inappagati… per uno solo di quei suoi sguardi di
tristezza si scatenarono amori furibondi, serenate
struggenti e gelosie funeste…
In una
notte un detenuto coi polpastrelli insanguinati e uno
sgabello in mano riuscì quasi a sfondare il pavimento della
propria cella per irrompere al piano di sotto e uccidere un
rivale»; quel che resta del ruolo di un tempo: «Afferrò un
giorno Lunaria… una compagna marginale con poca storia
politica alle spalle e una collaborazione in corso coi
magistrati… Non possiamo continuare a far finta di niente,
la situazione va affrontata disse qualcuna… Zoraima
l’indomani mattina la trovò. Erano sole. Perché le chiese.
Dimmi almeno, uno schiaffo o la paura. Dimmi la nostalgia,
la solitudine o l’orrore. Dimmi lo smarrimento, dimmi il
diritto di cambiare idea. Lunaria sollevò gli occhi
guardinga e muta. Non avete nessun diritto. Dalle altre
carceri i più intransigenti incalzavano, l’emorragia andava
bloccata, non importa come… Buttiamola dalle scale, deve
uscirne con le ossa rotte, mormorò Giunchiglia… Giunchiglia
la colpì, la prese sulla fronte in mezzo agli occhi che
divennero opachi e le sue gambe cedettero di schianto».
Tra
l’inizio e la fine incontri con detenute politiche e non,
momenti di pausa, come nell’ episodio del coniglio adottato
dalle carcerate e stanato dagli agenti di custodia e
nell’andirivieni di un’ampolla veicolante sperma donato per
una gravidanza improbabile destinata a legittimare la
sospensione dell’esecuzione di una pena, o nella vicenda del
pero venuto su abusivamente in un carcere, la narrazione di
una esperienza di sangue filtrata negli anni di carcere.
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