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Quella del
primo maxi processo al nucleo storico delle Brigate rosse è
una storia esemplare, capace da sola di riassumere in sé i
tratti distintivi di una intera stagione di sangue e
furore. È una storia straordinaria nel senso letterale del
termine, qualcosa capace di sfidare anche l’immaginazione
più audace di uno scrittore appassionato di fantapolitica
criminale, in questo senso una storia tutta italiana, piena
zeppa com’è di contraddizioni, assurdità, eccessi,
(melo)drammi. Poterla leggere e ripercorrere con gli occhi
di una sua diretta protagonista, quell’Adelaide Aglietta,
storica segretaria nazionale del Partito Radicale,
sorteggiata per far parte della giuria popolare al processo
di Torino, è una esperienza che consigliamo a tutti coloro
che intendono andare in profondità, e capire davvero l’aria
che si respirava in Italia nella seconda metà degli anni
Settanta.
La
tormentata storia del processo ai fondatori e capi delle
Brigate rosse inizia (o, meglio, avrebbe dovuto iniziare)
nel maggio del 1976 quando invece tutto salta per il rifiuto
degli imputati (tra cui i vari Curcio, Franceschini,
Ognibene) di accettare i difensori a loro assegnati
d’ufficio. Lo Stato ci riprova un anno più tardi, viene
anche fissata una data ufficiale per la prima udienza (3
maggio 1977), nonostante le minacce brigatiste l’avvocato
Fulvio Croce, presidente dell’associazione avvocati
torinesi, nomina i difensori d’ufficio, pagando però con la
vita questo atto di fedeltà alle istituzioni. Croce viene
ucciso cinque giorni prima dell’inizio del processo da un
commando della colonna torinese delle Br; nello spazio delle
quarantotto ore successive trentasei dei quarantadue giudici
popolari estratti a sorte presentano un certificato medico
con il quale, denunciando una sindrome depressiva
diagnosticata clinicamente, rinunciano al mandato loro
conferitogli. Al presidente della Corte Guido Barbaro non
resta che rinviare nuovamente il processo “per
l’impossibilità di costituire una giuria popolare”. Il
processo-guerriglia ha vinto, il rifiuto della giustizia
borghese, il tentativo di utilizzare i processi per
processare a sua volta lo Stato e la società borghese, ha
prodotto i risultati voluti. Lo Stato è sconfitto sul suo
stesso terreno.
Altri 10
mesi e l’8 marzo – sempre a Torino – si apre finalmente il
processo alle Brigate rosse.
La giuria
popolare è composta, ne fa parte anche Adelaide Aglietta che
raccoglie in questo diario i tratti salienti di una
esperienza al confine del lavoro politico e della vita
privata: la sorpresa e la paura della vigilia, il
significato della sua presenza - quella cioè non di una
normale cittadina, bensì della segretaria nazionale di un
partito da sempre sulle barricate e ora chiamato a
impersonificare, tramite la sua massima esponente, le
ragione dello Stato borghese -, la cronaca delle udienze,
scandite dalla lettura ossessiva dei comunicati brigatisti,
mentre fuori dall’aula giudiziaria allestita all’interno
della caserma Lamarmora dei carabinieri, una Torino
militarizzata assiste quasi catatonica a una maxi
rappresentazione di forza, all’incontro-scontro tra gli
uomini a cui lo Stato affida la conservazione e la
protezione dell’ordine costituito e il gruppo carbonaro di
ribelli che intende sovvertirlo. Adelaide Aglietta racconta
il tutto con fare discreto, senza declamazioni, senza un
filo di retorica, dando spazio anzi a quelle paure, quei
timori, quei dubbi che – crediamo – sarebbero stati
universali, appartenenti a tutti noi in quella stessa
situazione. Ma il suo Diario acquista valore anche in
qualità di utilissimo strumento di controinformazione e di
controinchiesta, dal momento che l’autrice non perde
occasione per denunciare giorno dopo giorno la
rappresentazione distorta di quanto stava accadendo fornita
dai mass media dell’epoca.
Giuliano Boraso
libri@brigaterosse.org
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