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Intervista a cura del
CEDOST
Andrea Ferro è il giornalista che ha curato
il dossier pubblicato sul Corriere Mercantile, per prima
cosa gli abbiamo chiesto come è giunto in possesso del
materiale.
Si
può dire che sia il frutto di un lungo lavoro. Il nostro
giornale ha una buona tradizione di buone relazioni tra i
cronisti e le fonti, non solo quelle ufficiali, combinando
questa qualità con una sorta di lavoro di intelligence e con
la passione per lo studio delle vicende di quegli anni siamo
riusciti ad avere accesso al dossier che conteneva le foto.
Non vi siete però limitati a pubblicare le
foto ma avete corredato il tutto con un ottimo lavoro
giornalistico. Avete pubblicato una decina di pagine
sull’argomento, evidentemente è una vicenda ben impressa
nella memoria dei genovesi.
Per
prima cosa non abbiamo avuto la presunzione di ricostruire i
fatti in un modo o nell’altro. Le foto possono essere
interpretate in maniera diversa ed i dubbi possono restare.
Noi non abbiamo subito l’ansia da scoop e non abbiamo
avvalorato la tesi più suggestiva, che giornalisticamente,
per ovvi motivi, non è quella ufficiale fornita dai
carabinieri. Sarebbe stato fuori luogo, soprattutto a 24
anni di distanza dai fatti. Senza contare che avvalorare
quella tesi avrebbe anche significato accusare i carabinieri
di reati gravi senza prove certe. Al “Corriere Mercantile”
siamo abituati a raccontare i fatti, non a snaturarli. Per
quel che riguarda la memoria dei genovesi, l’irruzione di
via Fracchia è ben impressa nelle menti di chi ha vissuto
quei momenti e, facendo un piccolo sondaggio privo però di
ogni fondamento scientifico, mi sembra che la maggior parte
dei genovesi non creda alla versione ufficiale. Forse anche
a causa di una mentalità molto diffusa tra i genovesi,
quella di diffidare delle verità ufficiali. E’ nel dna dei
genovesi essere sospettosi.
Genova si può dire sia stata la culla della
lotta armata: vi è stato il primo morto il 26 marzo del
1971, quando Alessandro Floris, portavalori dell’Istituto
Autonomo Case Popolari, venne ucciso da due militanti del
gruppo XXXII ottobre. Poi sono seguiti il sequestro Sossi e
l’omicidio Coco attuati dalle Brigate Rosse. A molti anni di
distanza come si valutano queste vicende?
Purtroppo,
non solo a Genova, la storia di quegli anni è stata
archiviata un po’ troppo in fretta. Sono pagine grigie che
molti desiderano dimenticare. Quelle vicende sono state
vissute in maniera ambigua e molti ora vivono con
irritazione il fatto che si parli ancora degli anni della
lotta armata. A mio avviso non tutta la sinistra ha colto la
minaccia reale presentata dal terrorismo. Va ricordato che
il sindacalista Guido Rossa, poi ucciso dalle BR, fu l’unico
a denunciare Berardi. Mi sembra che alcune forze politiche,
evitando di scegliere nettamente da che parte stare, abbiano
lasciato troppi spazi di manovra alle brigate rosse. E
questa miopia politica ha favorito le destre. E’ vero che
Genova fu un po’ la culla della lotta armata, ma l’irruzione
di via Fracchia significò la fine delle brigate rosse a
Genova. Dopo vennero scoperti tutti i covi. Qui il
terrorismo iniziò prima e finì prima che altrove.
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