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Movimento del ’77. Per un bilancio politico.
Senza inutili perifrasi e dato per assunto
che del fenomeno in oggetto se ne conosca, almeno per sommi
capi, l’irregolare traiettoria, partiamo dai grovigli
teorico/pratici interni ad una rottura, inequivocabilmente
sinistra:
Austerità (quella predicata dai vertici del P.c.i e della
C.g.i.l) contro Desideri (ri-comprendenti sia le compulsioni
deleuziane
sia quelle più rudemente materiali di Autonomia).
La sfida campale e
impossibile,
già ampiamente preparata negli anni precedenti, deflagra,
appunto, nell’anno di grazia 1977.
Garantiti
contro Non
Garantiti,
per dirla con formule “comuniste”. Come evidenzia lo stesso
Asor Rosa, se i secondi non posseggono nemmeno la certezza,
eufemisticamente, di camminare tranquilli per strada, a
differenza dei primi, con quale criterio si può sperare che
l’insistito richiamo all’austerità faccia breccia nelle loro
menti?
E, più contraddittoriamente ancora, se i
non-garantiti
pongono, con forza, il tema del soddisfacimento non soltanto
dei bisogni (già deficitario per chiunque), ma sostenendo a
base delle proprie rivendicazioni tutta una serie di pretese
straordinarie, assolutamente non coincidenti e con la
micro-situazione particolare di crisi del paese reale e con
la macro-condizione strutturale di dominio capitalistico,
ormai a regime sempre più avanzato e pervadente, cosa può
succedere se non uno scontro frontale fra le due anime
sinistre,
un tempo perlomeno disposte a confrontarsi, a tutto
vantaggio del Sistema in ristrutturazione?
Non s’intenda questa come una critica
generale al movimento del ’77, ma perlomeno se ne tenga in
considerazione il contesto frastagliato che la fa,
nettamente, emergere. È persino ovvio rilevare come il
richiamo alla funzione desiderante, o a quella eminentemente
autonoma, venisse agito in prospettiva radicalmente
rivolgitrice da chi questi propositi li emanava, garantendo
a quel movimento dei caratteri assolutamente inediti, quanto
volutamente anti-strategici e, forse, anti-egemonici. Ciò
non toglie che, come sempre, porsi in spericolata e
anarchica contrapposizione con tutto il complesso di
situazioni che quotidianamente si produce e riproduce a
tutti i livelli, risulti quantomeno discutibile sul piano
della concretezza, del resto, probabilmente, nemmeno
ricercata.
Il problema della organizzazione, quindi,
deve essere necessariamente affrontato, non soltanto per
quanto riguarda quello specifico movimento, ma per ogni
situazione di partecipazione sociale, politica o culturale,
anche odierna. È una domanda non mediabile, e forse non
adeguatamente risolvibile, quella che ci vogliamo porre: è
possibile consolidare, a livello di cambiamento strutturale,
quello che di positivo emerge dalle domande, pure
emozionali, dei movimenti sociali? E, ancora più
particolarmente, in questa ottica, cioè dell’incidenza
trasformatrice della base umana sul Sistema, è doveroso
sperare in una mobilitazione permanente, assembleare e
spontanea, come fu quella del ’77, nonostante gli abortiti
tentativi di organizzarla, oppure in un coordinamento
centrale, tendente ad appianare le divergenze e gli eccessi
presenti in ogni
luogo,
premurandosi inoltre d’indicare qualche obiettivo, magari
minimo ma concreto?
Una valida considerazione potrebbe essere la
seguente: ciò che si è realizzato con quel movimento,
smussati gli angoli sinceramente inconsulti, va
adeguatamente considerato, perché ha permesso l’emersione di
un gran numero di questioni sociali, politiche e culturali,
altrimenti occultate, in un paese come l’Italia dove il
conformismo e l’arrendevolezza, o peggio ancora la
complicità, nei confronti di qualsiasi situazione di dominio
rappresentano dei marchi ben instillati.
Il polimorfismo delle espressioni culturali e
politiche, la molteplice carica sovversiva, l’ingegno
costante per riflettere sulle inumane condizioni in cui si
svolge la quotidianità, meritano rispetto e ammirazione. Il
punto nodale è però un altro, strettamente connesso a quello
pure cruciale dell’organizzazione: come si può pensare di
porsi, frontalmente, contro lo Stato, contro il Capitale,
contro il Sistema, senza disporre di una solida base, che
tiri, almeno in minima parte, le fila, e senza un valido
progetto alternativo che non scada nella categoria del sogno
irrealizzabile?
L’obiezione potrebbe essere quella che è già
stata mossa, in tante altre dissertazioni sul tema, dai
protagonisti di quegli eventi, e cioè che l’obiettivo di
quel movimento non era quello di conquistare il potere sul
fronte del comando, ma soltanto di criticare, sabotare,
distruggere, il presente, perché si era giunti in una fase
davvero insopportabile, magari costruendo paradisiache zone,
di pensiero, di territorio, di esistenza, liberate. Per poi
rientrare fra le mura rassicuranti del Sistema ancora, e
sempre, in piedi, aggiungeremmo noi. In questa ottica, è da
comprendere la scelta dei tanti militanti che, passata la
tempesta
creativa,
si riversano verso le Brigate Rosse, dotate di un’analisi e
di una prassi, sicuramente esagerate e cruente, però
contornate da scenari immaginati come nitidi, precisi,
chirurgici.
Quella gran massa, illusa dalla pretesa di
cambiare il Sistema paventata dal movimento, quando questo
inevitabilmente chiude i battenti, si trova smarrita,
depredata di una prospettiva luminosa, e quindi si lascia
affabulare dall’unico richiamo veramente in grado di far
paura allo Stato, perché realmente articolato sul piano
organizzativo.
Delle due l’una: o il movimento del ’77 aveva
pianificato, sin dal principio, di esaurirsi in quei dodici
mesi, candidandosi a ricordevole pericolo sventato, ma, in
fondo, innocuo per gli equilibri di fondo, nonostante
un’energia ed una tensione roventi, determinate
dall’accumulo precedente e dagli eventi concreti, oppure,
almeno in quei settori che il Sistema intendevano smembrarlo
davvero, il nodo della centralizzazione era prefisso a dover
trovare un incunabolo in cui districarsi. Tuttavia, lasciamo
queste considerazioni al giudizio sospeso della storia.
Giuseppe Morrone |