DOCUMENTI

Homepage Documenti Documenti di Approfondimento Movimento del '77. Per un bilancio politico

 

Giuseppe Morrone ha 23 anni. Si è laureato in Scienze della Comunicazione presso l’Università degli Studi di Siena, con insegnamento in Storia Contemporanea, discutendo la tesi: Per una genealogia del movimento ’77. Recentemente ha pubblicato un romanzo dal titolo Lo sguardo stuprato (Aletti Editore, 2007). Ha collaborato, per un breve periodo, con il quotidiano Liberazione e continua ad offrire contributi d’attualità sociale-politica presso il sito d’informazione www.girodivite.it. Cura la redazione del magazine di cultura musicale Musicateneo e collabora con la rivista letteraria Storie.

 

 

Per una genealogia del movimento ’77 espone le convinzioni di una necessità, di merito e metodo: indagare criticamente un momento fondamentale, contraddittorio e rimosso della recente storia sociale, culturale e politica italiana. E farlo non soltanto attraverso la mera narrazione degli eventi che gli dettero forma, ma soprattutto scavando – in senso foucaultiano – le origini, le fratture e i nessi teorici e pratici che sostanziarono quella radicale rottura d’immaginario e di pratiche.

 

G.M.

 

 

 

Movimento del ’77. Per un bilancio politico.

 

Senza inutili perifrasi e dato per assunto che del fenomeno in oggetto se ne conosca, almeno per sommi capi, l’irregolare traiettoria, partiamo dai grovigli teorico/pratici interni ad una rottura, inequivocabilmente sinistra: Austerità (quella predicata dai vertici del P.c.i e della C.g.i.l) contro Desideri (ri-comprendenti sia le compulsioni deleuziane sia quelle più rudemente materiali di Autonomia).

La sfida campale e impossibile, già ampiamente preparata negli anni precedenti, deflagra, appunto, nell’anno di grazia 1977. Garantiti contro Non Garantiti, per dirla con formule “comuniste”. Come evidenzia lo stesso Asor Rosa, se i secondi non posseggono nemmeno la certezza, eufemisticamente, di camminare tranquilli per strada, a differenza dei primi, con quale criterio si può sperare che l’insistito richiamo all’austerità faccia breccia nelle loro menti?

E, più contraddittoriamente ancora, se i non-garantiti pongono, con forza, il tema del soddisfacimento non soltanto dei bisogni (già deficitario per chiunque), ma sostenendo a base delle proprie rivendicazioni tutta una serie di pretese straordinarie, assolutamente non coincidenti e con la micro-situazione particolare di crisi del paese reale e con la macro-condizione strutturale di dominio capitalistico, ormai a regime sempre più avanzato e pervadente, cosa può succedere se non uno scontro frontale fra le due anime sinistre, un tempo perlomeno disposte a confrontarsi, a tutto vantaggio del Sistema in ristrutturazione?

Non s’intenda questa come una critica generale al movimento del ’77, ma perlomeno se ne tenga in considerazione il contesto frastagliato che la fa, nettamente, emergere. È persino ovvio rilevare come il richiamo alla funzione desiderante, o a quella eminentemente autonoma, venisse agito in prospettiva radicalmente rivolgitrice da chi questi propositi li emanava, garantendo a quel movimento dei caratteri assolutamente inediti, quanto volutamente anti-strategici e, forse, anti-egemonici. Ciò non toglie che, come sempre, porsi in spericolata e anarchica contrapposizione con tutto il complesso di situazioni che quotidianamente si produce e riproduce a tutti i livelli, risulti quantomeno discutibile sul piano della concretezza, del resto, probabilmente, nemmeno ricercata.

 

Il problema della organizzazione, quindi, deve essere necessariamente affrontato, non soltanto per quanto riguarda quello specifico movimento, ma per ogni situazione di partecipazione sociale, politica o culturale, anche odierna. È una domanda non mediabile, e forse non adeguatamente risolvibile, quella che ci vogliamo porre: è possibile consolidare, a livello di cambiamento strutturale, quello che di positivo emerge dalle domande, pure emozionali, dei movimenti sociali? E, ancora più particolarmente, in questa ottica, cioè dell’incidenza trasformatrice della base umana sul Sistema, è doveroso sperare in una mobilitazione permanente, assembleare e spontanea, come fu quella del ’77, nonostante gli abortiti tentativi di organizzarla, oppure in un coordinamento centrale, tendente ad appianare le divergenze e gli eccessi presenti in ogni luogo, premurandosi inoltre d’indicare qualche obiettivo, magari minimo ma concreto?

 

 

Una valida considerazione potrebbe essere la seguente: ciò che si è realizzato con quel movimento, smussati gli angoli sinceramente inconsulti, va adeguatamente considerato, perché ha permesso l’emersione di un gran numero di questioni sociali, politiche e culturali, altrimenti occultate, in un paese come l’Italia dove il conformismo e l’arrendevolezza, o peggio ancora la complicità, nei confronti di qualsiasi situazione di dominio rappresentano dei marchi ben instillati.

Il polimorfismo delle espressioni culturali e politiche, la molteplice carica sovversiva, l’ingegno costante per riflettere sulle inumane condizioni in cui si svolge la quotidianità, meritano rispetto e ammirazione. Il punto nodale è però un altro, strettamente connesso a quello pure cruciale dell’organizzazione: come si può pensare di porsi, frontalmente, contro lo Stato, contro il Capitale, contro il Sistema, senza disporre di una solida base, che tiri, almeno in minima parte, le fila, e senza un valido progetto alternativo che non scada nella categoria del sogno irrealizzabile?

L’obiezione potrebbe essere quella che è già stata mossa, in tante altre dissertazioni sul tema, dai protagonisti di quegli eventi, e cioè che l’obiettivo di quel movimento non era quello di conquistare il potere sul fronte del comando, ma soltanto di criticare, sabotare, distruggere, il presente, perché si era giunti in una fase davvero insopportabile, magari costruendo paradisiache zone, di pensiero, di territorio, di esistenza, liberate. Per poi rientrare fra le mura rassicuranti del Sistema ancora, e sempre, in piedi, aggiungeremmo noi. In questa ottica, è da comprendere la scelta dei tanti militanti che, passata la tempesta creativa, si riversano verso le Brigate Rosse, dotate di un’analisi e di una prassi, sicuramente esagerate e cruente, però contornate da scenari immaginati come nitidi, precisi, chirurgici.

Quella gran massa, illusa dalla pretesa di cambiare il Sistema paventata dal movimento, quando questo inevitabilmente chiude i battenti, si trova smarrita, depredata di una prospettiva luminosa, e quindi si lascia affabulare dall’unico richiamo veramente in grado di far paura allo Stato, perché realmente articolato sul piano organizzativo.

 

Delle due l’una: o il movimento del ’77 aveva pianificato, sin dal principio, di esaurirsi in quei dodici mesi, candidandosi a ricordevole pericolo sventato, ma, in fondo, innocuo per gli equilibri di fondo, nonostante un’energia ed una tensione roventi, determinate dall’accumulo precedente e dagli eventi concreti, oppure, almeno in quei settori che il Sistema intendevano smembrarlo davvero, il nodo della centralizzazione era prefisso a dover trovare un incunabolo in cui districarsi. Tuttavia, lasciamo queste considerazioni al giudizio sospeso della storia.

 

Giuseppe Morrone

 

Ultima modifica di questa pagina: sabato, 05 gennaio 2008 22.00

Copyright ©2000-2008 brigaterosse.org
email: info@brigaterosse.it