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Homepage Documenti Documenti BR  Commemorazione dei militanti uccisi in via Fracchia

All'alba del 28 marzo 1980 i carabinieri del nucleo speciale antiterrorismo del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa fanno irruzione in via Fracchia 12, a Genova, nell'appartamento abitato da quattro militanti delle Brigate Rosse. L'indirizzo e l'identità degli inquilini sono stati rivelati da Patrizio Peci, militante pentito delle BR.

Colti nel sonno, Lorenzo Betassa, Riccardo Dura, Annamaria Ludmann e Piero Panciarelli vengono uccisi.

L'esatta dinamica degli avvenimenti non è stata ancora perfettamente ricostruita (leggi il dossier).

Il comunicato ufficiale dei carabinieri parla genericamente di conflitto a fuoco, ma l'ingresso nell'abitazione, dopo “l'operazione”, viene vietato alla stampa e alla televisione per diversi giorni.

Il giorno 1 aprile la magistratura chiede un supplemento di indagini necroscopiche sui corpi e perizie balistiche su tutte le armi, per accertare la dinamica degli avvenimenti. Appare soprattutto incerta l'attribuzione del ferimento del maresciallo Benà, colpito di striscio da un proiettile calibro 9, arma in dotazione ai carabinieri.

Solo otto giorni dopo, il 5 aprile 1980, la magistratura riceve il rapporto dei carabinieri su quanto accaduto quella notte ed emette un suo comunicato.

Il comunicato delle magistrature è del 5 aprile 1980, ma i magistrati entrano nell'appartamento di via Fracchia soltanto l'8 aprile 1980. In complesso, quindi esso è rimasto sotto il pieno controllo dei carabinieri per 11 giorni.

I giornalisti sono ammessi per la prima volta nell'appartamento il giorno 8 aprile 1980.

La “vista” è permessa per soli tre minuti ed essi entrano uno solo alla volta, accompagnati da un ufficiale dell'Arma. Molti di essi rilevano che non tutte le cose riferite in forma ufficiale dai carabinieri combaciano con ciò  che i loro occhi hanno potuto vedere.

 

Il 30 marzo con una telefonata all’ANSA, era stato fatto trovare il volantino di commemorazione, datato sabato 29 marzo 1980.

Copie del volantino vengono diffuse, nello stesso giorno, nelle maggiori città e, nei giorni successivi, a Genova, nell'Oregina, in via Napoli, a Granarolo e a Sampierdarena. In un reparto dell'officina 76 dello stabilimento Fiat di Mirafiori, a Torino, nei giorni successivi, compare una stella a cinque punte con la scritta rossa: “Onore ai compagni caduti a Genova”.

 

Annamaria Ludmann è la prima dei quattro militanti ad essere identificata, in quanto intestataria dell'appartamento in via Fracchia 12 e viene ricordata nel documento di commemorazione delle BR col nome di battaglia “Cecilia”. La colonna veneta delle BR prenderà il suo nome: “Colonna Annamaria Ludmann”.

Lorenzo Betassa viene ricordato col nome di battaglia “Antonio”.

Piero Panciarelli, “Pasquale”, è il penultimo dei quattro militanti uccisi in via Fracchia ad essere identificato.

Riccardo Dura, “Roberto”, non viene identificato per molti giorni, e sono le Brigate Rosse, il 3 aprile 1980, con una telefonata all'Ansa, a dare pubblicamente il suo nome.

“Qui Brigate Rosse, colonna genovese “Francesco Berardi”. Riccardo Dura è il nome del compagno non ancora identificato. Sia chiaro a tutti, ai carabinieri in particolare, ai magistrati ed ai giornalisti che pagheranno per la macabra e lurida propaganda di questi giorni. Niente resterà impunito. Onore ai caduti del 28 marzo”.

Il 5 aprile ad accompagnare Riccardo Dura nel cimitero di Staglieno c'è soltanto la madre.

 

Lorenzo Betassa, nato a Torino, il 30 marzo 1952, studi medi, operaio.

Riccardo Dura, nato a Roccalumera (ME), il 12 settembre 1950, operaio.

Annamaria Ludmann, nata a Chiavari (GE), il 9 settembre 1947, segretaria.

Piero Panciarelli, nato a Torino, il 29 agosto 1955, operaio Lancia.

 

 

 

"Volantino di commemorazione dei quattro militanti uccisi in Via Fracchia a Genova"

Venerdì 28 marzo 1980 quattro compagni delle Brigate Rosse sono stati uccisi dai mercenari di Dalla Chiesa. Dopo aver combattuto, e trovandosi nell'impossibilità di rompere l'accerchiamento, dopo essersi arresi, sono stati trucidati. Sono caduti sotto le raffiche di mitra della sbirraglia prezzolata di regime i compagni:

 

  • Roberto: operaio marittimo, militante rivoluzionario praticamente da sempre, membro della direzione strategica della nostra organizzazione. Impareggiabile è stato il suo contributo nelle guerra di classe che i proletari in questi anni hanno sviluppato a Genova. Dirigente dell'organizzazione dall'inizio della costruzione della colonna che oggi è intitolata alla memoria di Francesco Berardi, con generosità e dedizione totale ha saputo fornire a tutti i compagni che hanno avuto il privilegio di averlo accanto nella lotta un esempio di militanza rivoluzionaria fatta di intelligenza politica, sensibilità, solidarietà , vera umanità, che le vigliacche pallottole dei carabinieri non potranno distruggere.

  • Cecilia: si guadagnava da vivere facendo la segretaria. Come tutte le donne proletarie la borghesia aveva destinato una vita doppiamente sfruttata, doppiamente subalterna e meschina. Non ha accettato questo ruolo aderendo e militando nella nostra organizzazione, dando con tutte le sue forze un enorme contributo per costruire una società diversa, dove la parola donna e la parola proletario non significano sfruttamento.  

  • Pasquale: operaio della Lancia di Chivasso.

  • Antonio: operaio Fiat e dirigente della nostra organizzazione.

Sempre alla testa delle lotte della fabbrica e dei quartieri nei quali vivevano. Li hanno conosciuti tutti quegli operai e proletari che non si sono piegati all'attacco scatenato dalla multinazionale di Agnelli e dal suo Stato. Proprio perché  vere avanguardie avevano capito che lottare per uscire dalla miseria, dalla cassa integrazione, dai ritmi, dai cottimi, dal lavoro salariato, vuol dire imbracciare il fucile e organizzare il potere proletario che sappia liberare le forze per una società comunista. Imbracciare il fucile e combattere. Questi compagni erano consapevoli che decidendo di combattere avrebbero affrontato la furia omicida della borghesia e che avrebbero potuto essere uccisi. Ma la certezza per combattere per la vita, per la libertà in una posizione d'avanguardia, in prima fila, è un compito che i figli migliori, più consapevoli, del popolo devono assumere su di sé  per poter rompere gli argini da cui il movimento proletario spezzerà via la società voluta dai padroni. Per loro, come per molti altri operai, la scelta è stata precisa: combattere e vincere con la possibilità  di morire; anziché subire e morire a poco a poco da servi e da strumenti usati da un pugno di sciacalli per accumulare profitti. Oggi Roberto, Pasquale, Cecilia, Antonio, sono caduti combattendo. E' grande il dolore per la loro morte, non riusciamo ad esprimere come vorremmo quel che sentiamo perché li hanno uccisi e non li avremo più tra noi. Ma nessuno di noi ha pianto, come sempre quando ammazzano dei nostri fratelli, e la ragione è una sola: altri hanno già occupato il loro posto nella battaglia. Proprio mentre ci tocca lo strazio della loro scomparsa e onoriamo la loro memoria, si rinsalda in noi la convinzione che non sono caduti invano come non sono morti invano tutti i compagni che per il comunismo hanno dato la vita.

Alla fine niente resterà impunito.

 

Brigate Rosse

29 Marzo 1980

 

 

Ultima modifica di questa pagina: lunedì, 12 marzo 2007 00.33

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