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Come finì Lotta continua
MicroMega,
8/2006
Quando si
sciolse Lotta continua, e perché? In che rapporti
stavano l’anima
extraparlamentare dell’organizzazione
e quella che subiva il fascino della lotta armata?
Le rapine per
l’autofinanziamento erano verità o leggenda?
E l’omicidio Calabresi? Un
confronto senza perifrasi fra quattro ex militanti su
vita e morte di un movimento il cui destino cambiò la loro
storia personale, e quella italiana.
Dialogano:
Guido Viale, Giovanni De Luna, Franca
Fossati, Erri De Luca

MicroMega:
Lotta continua si è sciolta nel ’76, oppure, come alcuni
sostengono, e fra questi Crainz e Deaglio, rimase attiva
anche dopo quell’anno addirittura fino al rapimento di Aldo
Moro?
Guido Viale:
Lotta continua si è sciolta nel ’76. Non per una decisione
ufficiale, congressuale. Si decise di avere rapporti più
laschi e di permettere a ciascuno di sperimentare, nel
proprio campo d’azione, modalità nuove di fare politica,
dal momento che quelle a cui eravamo abituati si erano
dimostrate del tutto inefficaci. Ovviamente questa vicenda
ha percorsi molto differenti per ciascuno. Alcuni sono
rimasti uniti per continuare a far politica – per esempio il
gruppo redazionale del giornale, a cui probabilmente fanno
riferimento sia Crainz sia Deaglio. Altri sono rimasti
uniti per fare politica nel loro ambiente di lavoro: nelle
scuole, negli uffici, in fabbrica. Si sono mantenuti poi dei
rapporti amicali di forte solidarietà. Oltre al rapimento
Moro, noi abbiamo vissuto la tragedia della incarcerazione
di Sofri, Bompressi e Pietrostefani. Quel processo farsa ha
contribuito a tenere vivi dei rapporti fra coloro che si
sono mobilitati per questa vicenda giudiziaria, anche se
molti di coloro che hanno partecipato a quelle campagne non
erano mai stati di Lotta continua, o addirittura non erano
ancora nati ai tempi di Lotta continua.
Giovanni De
Luna:
Sì, è così, tranne che per il riferimento all’88. Lotta
continua come organizzazione si scioglie nel ’76; il
giornale Lotta continua va avanti e, almeno fino al
rapimento Moro, resta il punto di riferimento per una
«comunità» molto ampia di vecchi militanti, giovani e
giovanissimi del movimento del ’77 eccetera. Negli anni
Ottanta, però, c’è una cesura, netta, irreversibile. In
questo senso, l’arresto di Sofri, Pietrostefani e Bompressi
è una data che si inscrive nella dimensione affettiva, mette
in gioco problemi di grande spessore etico e politico, ma
non è una data che possa appartenere all’«organizzazione»
Lotta continua, né tantomeno alla storia del giornale.
Franca
Fossati:
Anche per me Lotta continua si è sciolta nel ’76 con il
Congresso di Rimini. Lo scioglimento nel ’76 coincide anche
con un mio personale momento biografico. Dopo quel
congresso, infatti, andai via da Catania dove ero stata
mandata da Lotta continua per radicarvi l’organizzazione.
Non aveva più senso restare lì a tenere in piedi
un’organizzazione che non aveva più un progetto politico
collettivo. A Roma, io e mio marito ci unimmo a coloro che
scelsero di tenere in piedi il giornale. È sul giornale che
tutto il dibattito sul caso Moro ebbe visibilità. Intorno
alla redazione continuarono a ruotare i compagni. Sapevamo
che in moltissime sedi, e in moltissime realtà, i compagni
continuavano a vedersi. Per noi donne, che siamo state
decisive nella fase dello scioglimento, era già cominciata
un’altra storia: la storia del movimento delle donne. Per
cui perlomeno nella mia biografia, e credo in quella di
altre donne, si trattò di «sciogliersi» dentro il movimento
delle donne.
Erri De
Luca:
E sì, faccio scopa pure io, è morta nel ’76.
MicroMega:
È morta nel
’76, per
cui solo Crainz e Deaglio pensano che così
non è.
De Luna:
Crainz e Deaglio pensano che Lotta continua abbia continuato
a esistere nelle forme suggerite da Guido Viale, con il
giornale diventato punto di riferimento per una galassia di
persone e movimenti frammentata e disomogenea. Ma non c’è
dubbio che come «organizzazione» (strutture, apparati,
gruppi dirigenti eccetera) sia finita a Rimini nel novembre
del 1976. Che poi tutte le istituzioni abbiano come una
forza d’inerzia che tenda a trascinarle alla deriva, è un
dato di fatto che non si può appiattire sul puro dato
cronologico.
Fossati:
Si consideri che i dirigenti nazionali di
Lotta continua, che stavano a Roma, se ne andarono. Io, ad
esempio, andai ad abitare nella casa dove avevano vissuto
Rostagno e Chicca Roveri. Anche Sofri lasciò Roma, e questo
certo è un dato simbolico. Poi, figuriamoci, sappiamo
benissimo che in moltissimi posti Lotta continua non si è
sciolta, e che durante il movimento del ’77 ci sono stati
gruppi di Lotta continua attivi anche a Roma. Ma il
progetto organizzativo e le sue strutture finirono nel ’76.
De Luca:
Volevo aggiungere che si scioglie nel 1976,
Lotta continua, per uno strano caso. Si scioglie nel momento
della sua massima espansione, quando aveva raggiunto il suo
maggior numero di militanti e di sedi aperte. A sciogliersi
è un’organizzazione rivoluzionaria. Oggi, per quelli venuti
trent’anni dopo, questo termine si può confondere con quello
di terrorismo, ma insomma a sciogliersi è una organizzazione
rivoluzionaria. La portata emotiva di quello scioglimento è
catastrofica nella vita di moltissimi militanti di quella
sinistra rivoluzionaria. Io per esempio ci ho militato dal
’70 al ’76, sono 7 anni di vita a tempo pieno, dentro quelle
intemperie politiche di allora, quelle emergenze, in quelle
tensione e in quella precarietà continua della quotidiana
attività pubblica. Ecco, lo scioglimento, l’interruzione
brusca di rapporto di un’organizzazione di migliaia di
militanti della sinistra rivoluzionaria, temprati e
temperati dalla più forte stagione di lotte politiche e
sociali degli anni Settanta in Italia, beh, lo scioglimento
di Lotta continua è un dato di fatto ma è anche una
catastrofe umanitaria per quelli che ne sono rimasti
travolti.
MicroMega:
La seconda questione è: al di là del
conflitto con le femministe, quale fu la ragione dello
scioglimento di Lotta continua? Sicuramente il problema
delle femministe fu la causa deflagrante. E tuttavia, a
portare allo scioglimento non fu forse la dicotomia che
c’era all’interno di Lotta continua tra l’anima
extraparlamentare, ma in fondo paraparlamentare, e l’anima
che invece subiva il fascino della lotta armata?
Viale:
Intanto vorrei riprendere le cose che diceva
De Luca. È vero che allora noi ci definivamo
un’organizzazione rivoluzionaria, e in parte anche
extraparlamentare. Ma, a distanza di trent’anni, questa
connotazione rivoluzionaria mi sembra meno rilevante di
quanto mi pareva allora. Se rifletto sui cambiamenti di cui
ci sarebbe bisogno oggi, vedo che sono molto più radicali e
più profondi di quelli a cui pensavo e potevo aspirare
allora. Quello che differenzia radicalmente il clima di
quell’epoca da quello di oggi è che allora si svolgeva una
vita in comune. Questo fatto caratterizzava tutti i gruppi
della sinistra radicale, rivoluzionaria ed
extraparlamentare. E in particolare caratterizzava Lotta
continua. Da qui si può capire meglio il peso che ha avuto
la contraddizione uomo-donna nello scioglimento di Lotta
continua. L’esplosione del movimento femminista è stata una
contraddizione lacerante, che ha trovato l’organizzazione
assolutamente impreparata. In realtà si stavano esaurendo le
condizioni materiali di quella comunità di sentimenti. Si
stavano esaurendo le basi materiali su cui essa si fondava:
scemava infatti la forza della classe operaia nelle grandi
fabbriche e si riducevano le forti contraddizioni che
esistevano all’interno delle famiglie. Non dimentichiamo
che uno degli elementi scatenanti dell’impegno politico di
un’intera generazione si trova nella famiglia repressiva
quale essa era prima del Sessantotto. A partire dagli anni
Ottanta, però, la famiglia cambia molto, come cambia la
realtà della fabbrica, degli uffici, dei posti di lavoro, e
degli altri vincoli disciplinari e burocratici.
MicroMega:
Questa mi sembra una lettura quasi privata dello
scioglimento di Lotta continua. Ma mi sembra che in quel
momento Lotta continua fosse in una fase espansiva. Perché
improvvisamente questo ripiegamento?
De Luna:
Dal punto di vista numerico e quantitativo il massimo
dell’espansione si era avuto al Congresso nazionale del
gennaio del 1975, quando toccammo la quota di 10 mila
iscritti. In ogni caso stavano venendo meno molti degli
elementi politici ed esistenziali, molte contraddizioni
latenti stavano diventando laceranti: quella uomo-donna era
la più vistosa; ma c’era anche un sorta di conflitto
generazionale con i giovani – che poi sono stati in parte i
protagonisti del movimento del ’77 – che contestavano
apertamente l’impostazione politica, e anche la mentalità,
di compagni più anziani anche solo di cinque o dieci armi.
Le donne, affermando la differenziazione sessuale come
principio di identità e il primato della contraddizione tra
i sessi rispetto a quella tra capitale e lavoro,
sgretolarono l’egualitarismo nella sua valenza forte di
valore progressivo e liberatorio; i secondi, lasciando
emergere il carattere generazionale delle lotte,
frantumarono l’ideologia che aveva sempre reso
immediatamente politici i conflitti sociali. Ma il nodo più
intricato di tutti era quello legato all’esaurimento della
forza operaia nelle fabbriche. Ricordiamoci che nel 1980 ci
fu poi la grande sconfitta della classe operaia alla Fiat.
Mi ricordo una serie di interviste realizzate «a caldo»,
davanti ai cancelli degli stabilimenti di Mirafiori, nei
giorni drammatici del rapimento Moro. I silenzi e le
reticenze che si rincorrono in quelle testimonianze ci
restituiscono oggi i detriti soggettivi di quella che era
stata la «centralità operaia». Sembrava come se in quei
giorni una intera classe avesse smarrito i propri codici
linguistici, le proprie tradizioni culturali, i propri
riferimenti politici: davanti ai microfoni degli
intervistatori, la maggioranza tirava diritto lasciandosi
alle spalle brandelli di frasi fatte («Non sono un
politicante, sono un lavoratore», «Non ho niente da dire,
chiedi ai delegati»), di discorsi smozzicati; i nuovi
assunti facevano affermazioni del tipo «non penso, a me non
è dato pensare, se scoprono che penso mi fanno fuori». C’era
una caduta netta nella conflittualità operaia, a Mirafiori
gli spazi della lotta erano stati trasformati in una sorta
di terra di nessuno, fuori dalla dimensione del conflitto
politico e sociale dei primi anni Settanta. Fuori dalla
dimensione della «lotta continua», per l’operaio-massa si
spalancarono allora le porte del ritorno all’atomismo
sociale, alla solitudine degli interessi, alle strategie
per il conseguimento del benessere individuale si
accompagnarono la disperazione dell’emarginazione, la
frantumazione della speranza.
Viale:
Sicuramente la nostra organizzazione è stata attraversata da
spinte a un passaggio alla lotta armata: tuttavia, essa ha
fatto apertamente e pubblicamente i conti con queste
tendenze. Alcuni, un numero anche consistente di militanti
di Lotta continua, che non hanno accettato la scelta
prevalente all’interno dell’organizzazione, se ne sono
andati e sono stati all’origine di una componente non
indifferente dell’organizzazione Prima linea. Non credo però
che questa sia stata una delle contraddizioni forti che
hanno determinato la fine di Lotta continua. È stata una
delle tante contraddizioni che abbiamo vissuto, che però
siamo stati più in grado di affrontare, di dominare e di
portare poi, tutto sommato, a un esito positivo. Se migliaia
di compagni non sono precipitati in quel gorgo, questo si
deve anche alle nostre discussioni aperte e pubbliche
sull’argomento.
Fossati:
Sono d’accordo con Guido Viale. Secondo me la questione
della lotta armata e del terrorismo era gia chiusa nel ’76.
Per altro, c’era stato anche un congresso, nel ’75, dove il
confronto fu serratissimo e doloroso e si concluse con una
forte scissione di persone che scelsero la clandestinità. Io
che vivevo quel periodo dalla prospettiva di una grande
provincia del Sud, verificavo ogni giorno quanto il
progetto politico di Lotta continua, che era strettamente
legato alla centralità della classe operaia, fosse
irrealistico e inefficace. Mi misuravo, infatti, con
fabbriche dove non c’era il sindacato potente del Nord, né
operai di avanguardia. Al Sud il sindacato era un grande
officio di collocamento. I sindacati si spartivano i
lavoratori con il consenso dei lavoratori stessi. Non si
era sviluppata una critica radicale all’organizzazione del
lavoro e tanto meno alle sue rappresentanze. Ad essere
fuori del mondo eravamo noi. Ma non ne eravamo consapevoli.
Lo intuivamo. Poi ci furono le elezioni del ’76.
L’organizzazione si presentò alle elezioni con la lista
unitaria dell’estrema sinistra, con la prospettiva di una
vittoria del Partito comunista. Tuttavia, il doppio binario
che Lotta continua scelse, del parlamento e della pratica
sociale e politica – un progetto secondo il quale gli eletti
dell’estrema sinistra avrebbero dovuto costituire un pungolo
e una garanzia condizionando il governo del Pci – fu un
altro bel fallimento. Le elezioni, infatti, non andarono
nel senso che si prevedeva. La questione delle donne è molto
importante. Lotta continua era una realtà totalizzante: non
si riduceva solo a una proposta politica e organizzativa.
Era una proposta di vita. In questo senso, sono in parte
d’accordo con Erri De Luca: Lotta continua era
rivoluzionaria, nel senso che era, innanzi tutto, una
pratica rivoluzionaria delle nostre vite. E allora, man mano
che cresceva la consapevolezza femminile che la nostra vita
di donne in realtà non era compresa nella proposta di Lotta
continua, cresceva anche il nostro disagio. Non andava in
crisi un gruppo o un partito, ma la nostra vita. Man mano
che ci accorgevamo che la nostra vita di donne era negata,
quell’esperienza ci andava sempre più stretta. Fu
rivoluzionario per noi contrastare questa negazione,
metterla in discussione, metterla in crisi.
De Luca:
Per ritornare su quell’aggettivo «rivoluzionario»: non è una
considerazione, ma era la ragione sociale. Sulla testata
del giornale Lotta continua c’era l’immagine della barricata
di Parma. C’era un inno che si cantava regolarmente a tutte
le manifestazioni che diceva: «Una
lotta dura senza paura per la rivoluzione, lotta di
popolo armata, lotta continua sarà»,
dunque era la ragione sociale della ditta Lotta continua. I
motivi dello scioglimento: intanto non sono d’accordo sulla
faccenda dell’indebolimento della lotta operaia. La lotta
operaia in quel periodo era in piena espansione. Sono
entrato in fabbrica nel ’78, i rapporti di forza dentro la
fabbrica erano ancora molto favorevoli agli operai, con
tutte le conquiste guadagnate e stabilite. Se nel ’76 fosse
stata debole la lotta operaia in fabbrica, Agnelli non
avrebbe aspettato il 1980 per quella grande espulsione
dell’autunno, l’avrebbe fatta prima, cioè non avrebbe
perduto tutto quel tempo. Anche allora, quella serrata, quel
blitz di buttar fuori 20 mila e passa operai da quella
fabbrica, era considerata dal resto del padronato un atto
di avventurismo puro della dirigenza Fiat. Dunque non mi
sembra che a sfogliare le cronache di quel tempo c’entri
niente l’indebolimento della lotta operaia. C’entra intanto
un dato di fatto, Lotta continua punta sulla vittoria del
Pci alle elezioni del ’76. C’era già stato il sorpasso
elettorale nelle amministrative dell’anno precedente. Lotta
continua, e tutta la sinistra rivoluzionaria, punta a
questo sorpasso. Questo sorpasso viene contrastato nel ’76
dalla più sudamericana delle campagne elettorali del nostro
paese, in cui si è sparacchiato e ammazzato a destra e a
sinistra, abbondantemente, con una quota micidiale di
caduti sul campo durante quella campagna elettorale,
ripeto, sudamericana del ’76. Si punta ad una vittoria del
Pci e si punta, sciaguratamente dal mio punto di vista di
militante di allora, iscrivendosi a delle liste elettorali
della sinistra rivoluzionaria, della sinistra
extraparlamentare che diventava parlamentare. Si punta su
una Cosa che fallisce due volte, prima di tutto perché non
c’è il sorpasso del Pci, secondo perché il risultato della
sinistra rivoluzionaria è insignificante. Dunque c’è un
contraccolpo esterno. E c’è un contraccolpo interno: quel
gruppo dirigente fondatore di Lotta continua, anima della
vita di Lotta continua di quegli anni e delle sue scelte,
dei suoi dibattiti intensi, insomma la guida, il faro di
quella organizzazione, si presenta irrevocabilmente
dimissionario. E una decisione maturata un anno prima. Una
organizzazione rivoluzionaria che si lascia scompaginare
dal risultato elettorale, un extraparlamentare che si
lascia scombussolare dal risultato elettorale, è abbastanza
ridicolo. La perdita di unità e di coesione detta da Viale
sta tutta dentro la loro discussione, dentro la loro scelta
di vita.
Allora si
presentano dimissionari, tant’e che nessuno del gruppo
dirigente, tranne due, due elementi, di cui ricordo
solamente Clemente Manenti, l’ottimo Manenti, partecipa poi
formalmente della segreteria eletta dopo quel Congresso.
Tutti gli altri, come ricordava Franca, ognuno andava a casa
sua, per le sue piste, verso il suo seguito personale.
Allora la questione è questa, quel gruppo dirigente ha dato
le dimissioni. Ora, in un partito rivoluzionario, in un
gruppo rivoluzionario, le dimissioni del gruppo dirigente
avvengono per carcere, per esilio o per morte violenta, non
ci stanno altre forme di congedo, perché non si tratta di
un partito come tutti gli altri, non è un rinnovo delle
cariche del partito repubblicano. E dunque quella mancanza
di guida, dichiarata e prolungata, ha poi sbandato le truppe
successivamente.
MicroMega:
Perché tutto il gruppo dirigente aveva questa volontà di
dimissioni, quale era la motivazione?
De Luca:
Questo si potrebbe chiedere a loro, se ne hanno voglia. Io
so che è andata così.
Fossati:
Credo che il gruppo dirigente fosse consapevole di
un’inadeguatezza della sua politica, di un mutamento
oggettivo della situazione sociale. Credo che ci fosse la
coscienza del logoramento dei nostri slogan e dei nostri
obiettivi. Non so quanto fosse chiaro il limite ideologico e
teorico, però, del nostro modo di pensare. Tra l’altro,
anche l’espansione numerica di quegli anni era il frutto del
«marchio» Lotta continua, che era diventato importante e
simbolico. Arrivava nella periferia e significava qualcosa
per le generazioni successive alla nostra. Il suo fascino
era fortissimo.
De Luca:
Perché dici fascino e non linea politica?
Fossati:
Perché secondo me la linea politica non c’era più o non
funzionava più. Tra l’altro, il modo di essere di Lotta
continua in quel periodo tendeva sempre di più ad
assomigliare a quello a cui non avremmo mai voluto
assomigliare: a un partito. Penso all’elezione delle
segreterie, dei comitati, e di tutto un apparato che
snaturava il carattere del movimento. Sono d’accordo con
Erri sul fatto che la ragione sociale di Lotta continua era
rivoluzionaria. Non poteva essere mimetica delle grandi
rivoluzioni, russa o cinese. Ma la rottura rivoluzionaria
era l’orizzonte ideologico che ci accomunava – anche se
rimaneva molto confuso, perché tutti sapevamo che non c’era
una presa del Palazzo d’Inverno alle porte. Per quanto
riguarda le lotte operaie, certamente, sull’onda lunga
delle lotte degli anni precedenti, era rimasta in piedi la
forza contrattuale degli operai. Ma i contenuti erano
cambiati. Non c’era più il contenuto rivoluzionario,
l’egualitarismo, la contestazione radicale
dell’organizzazione del lavoro, ma un’esigenza contrattuale
che si esercitava su obiettivi «sindacali» ben distanti
dall’esperienza degli anni precedenti. Sì, i dirigenti credo
che fossero consapevoli che quell’esperienza era arrivata al
capolinea. Io sono grata a loro per non aver tenuto in piedi
una burocrazia che avrebbe potuto trascinarsi ancora per
qualche anno e morire peggio.
De Luna:
Lo scioglimento
l’ho ritenuto allora, e lo ritengo adesso, un atto di grande
onestà intellettuale. Nella storia del movimento operaio
molte volte le organizzazioni si sono aggrappate alla
conservazione della loro esistenza barattando i sogni della
rivoluzione con sgabelli più prosaici nelle amministrazioni
comunali. Allora, invece, ci fu una scelta drastica e dal
grande significato pedagogico. Un’organizzazione è legata
alle condizioni storiche in cui nasce. Le formazioni
politiche come Lotta continua o come Potere operaio sono
legate ai tempi in cui sono nate. Non hanno niente della
monoliticità del Partito comunista, e niente di certi
personaggi che passano attraverso lo stalinismo, il
poststalinismo, il compromesso storico, rimanendo comunque
sempre uguali a se stessi. La spinta propulsiva di Lotta
continua era finita. Nel gennaio del ’75 ci siamo contati
con uno pseudotesseramento, e abbiamo scoperto che al
momento della massima esposizione, eravamo appena in 10 mila
iscritti in tutta Italia – una cifra esigua.
Anche la tipologia del corpo di Lotta
continua era cambiato. Gli operai che sono entrati in Lotta
continua nel ’73-74 avevano già un’esperienza del Consiglio
dei delegati, si erano fatti le ossa nelle piccole fabbriche
di Borgo San Paolo, e non nella grande concentrazione
operaia di Mirafiori. Anche loro avevano assunto un
atteggiamento legalitario, che era quello che ci portò poi
alle elezioni. Altrimenti quella scelta elettorale sarebbe
stata del tutto incongrua. Ma nel ’78-79 arrivano quelli
che Minucci chiamò il «fondo del barile»: l’operaio Joe, con
le scarpe da tennis e l’orecchino, totalmente indifferente a
tutte le tematiche precedenti. La comunità di Mirafiori
cambia natura. Lo descrive bene Marco Ravelli: ci sono
traffici illegali, si gioca a carte, uno spazio conquistato
nelle lotte precedenti adesso viene gestito all’insegna di
un progetto che è andato in frantumi. L’organizzazione era
in crisi profonda, perché avevamo assunto la forma di
partito tradizionale che era la negazione della radice più
spontanea e più genuina della nostra storia. Rivolgo però
adesso una domanda a Erri. La campagna del ’76 non me la
ricordo sudamericana. Mi ricordo sudamericana la campagna
elettorale del ’72, che era cominciata con l’assassinio del
pensionato Tavecchio ed era finito con il tragico
assassinio di Franco Serantini, passando attraverso la morte
di Feltrinelli. Nel ’76 mi ricordo invece le piazze piene.
Mi ricordo una spinta molto forte verso una svolta a
sinistra. Come era successo il 18 aprile del ’48, si
pensava di vincere clamorosamente le elezioni. La sconfitta
contribuì molto a ridimensionare le nostre aspettative.
De Luca:
De Luna, tu sei uno storico, non è che puoi
dire: mi ricordo. Tu devi sapere che nel ’76 l’indice degli
scontri di piazza e dell’intervento armato è stato dieci
volte superiore al ’72. Mi posso sbagliare io, non tu.
De Luna:
Non mi risulta. Quali sono i grandi episodi di morti
ammazzati del ’76, che invece c’erano staff nel ’72, nel
’74, nel ’75?
Viale:
Mi sento chiamato in causa, perché io ho fatto parte,
dall’inizio fino alla fine, del gruppo dirigente di Lotta
continua. Non rivendico per principio nessuna delle scelte
che hanno caratterizzato quella storia. Indubbiamente
abbiamo fatto molti errori. Nella fase di scioglimento
potevamo adottare soluzioni differenti, anche se mai nessun
congresso e nessun gruppo dirigente ha deliberato lo
scioglimento di Lotta continua. Errori ne abbiamo fatti,
del resto, anche al momento della nostra nascita. Vorrei
semplicemente ricordare che, contestualmente alla nascita
di Lotta continua, è nata in Italia un’altra decina di
organizzazioni, anche loro autonominatesi, più o meno
giustamente, di sinistra rivoluzionaria.
Del pari, contestualmente allo scioglimento di Lotta
continua sono venute meno quasi tutte le altre
organizzazioni rivoluzionarie – tranne quelle che hanno
fatto delle scelte esplicitamente organizzative e
burocratiche. Penso ad Avanguardia operaia, al Manifesto, al
Pdup, che poi hanno dato vita prima a Democrazia proletaria
e poi sono in parte confluite in Rifondazione comunista:
un’organizzazione che aveva come suo presidente Cossutta,
ovvero l’emblema dello stalinismo italiano; quanto di più
lontano ci potesse essere da tutto quello che ha ispirato,
non solo la nostra vicenda, ma anche quella di molte altre
organizzazioni. Se devo trovare una specificità di Lotta
continua, la trovo nella maggiore capacità di ascolto delle
problematiche e del vissuto delle persone con cui entravamo
in contatto. Lotta continua non è nata né per una scissione
di un’organizzazione precedente, come è avvenuto per il
Manifesto, per Avanguardia operaia, per Unione dei Comunisti
italiani; né intorno a un nucleo intellettuale con
un’elaborazione ormai ampiamente sviluppata, come era
Potere operaio o come era il Manifesto, per cui l’adesione
al gruppo era di fatto l’adesione a una certa strategia, a
certe tesi. Lotta continua è nata proprio per una
convergenza di quella disponibilità all’ascolto. Nel ’76,
questa capacità di ascolto si era molto ridotta. Capivamo
meno quello che succedeva nelle fabbriche, fra i giovani,
fra le donne. Ma soprattutto, ci siamo resi conto che la
struttura organizzativa si stava trasformando in un ostacolo
rispetto alla capacità di ascolto che aveva caratterizzato
la nostra identità. La scelta è stata, allora, quella di
tornare ad ascoltare la gente, le masse, gli operai, gli
studenti.
MicroMega:
A proposito di capacità di ascolto. Mi stupisce ancora di
più, allora, lo scontro così violento che avvenne, se non
sbaglio nel ’75, con il servizio d’ordine di Lotta
continua, che aggredì una manifestazione femminista. Da lì
cominciò quello che poi portò alla fine di Lotta continua.
Fossati:
Non ci fu un’aggressione vera e propria degli
uomini contro le donne, come tramanda la vulgata. Anche in
quel caso il conflitto fu innanzitutto politico. O
culturale. In quella circostanza le donne rivendicarono il
separatismo dagli uomini; e un gruppo del servizio
d’ordine, che era composto peraltro da donne e da uomini,
non lo accettò. Era considerato intollerabile che le donne
si dessero un proprio luogo di elaborazione, che
prescindesse dalle gerarchie; e non dalle gerarchie formali
dell’organizzazione, ma dalla gerarchia sostanziale: gli
uomini dovevano rimanere i produttori delle idee e i
responsabili dell’organizzazione. Sul problema delle donne
Lotta continua ebbe una tardiva capacità di ascolto. E
questo vale anche per la sua componente femminile. Perché
però, poi, le donne di Lotta continua, che pure si sono
mosse più tardi di tutte le altre, sono state più radicali
di altre? Fino a che è stata in piedi la lotta operaia e
quindi il senso del lavoro politico, le altre
contraddizioni erano nascoste. La vita delle militanti, per
quanto subalterne, era comunque gratificante e ricca.
Quando la lotta operaia ha cominciato a cambiare, e il
progetto politico a esaurirsi, le donne hanno cominciato ad
ascoltare se stesse e quello che succedeva altrove, ovvero
la nascita del femminismo. Ci siamo messe a leggere quello
che scrivevano le americane o quello che rielaboravano le
italiane. Il femminismo quindi, per le donne di Lotta
continua, divenne di nuovo un orizzonte totalizzante.
Determinò un cambiamento nella nostra vita e di quella di
molti uomini. Che poi, figuriamoci, negli anni sono tornati
a casa loro a riprendersi i loro ruoli! Però, in quegli
anni, la crisi aveva anche un risvolto esistenziale. Si
sfasciarono, ad esempio, molte coppie.
MicroMega:
Viale ha confermato che questo attacco alle femministe ci fu
e che fu anche piuttosto violento. Chi decise questo scontro
così violento e frontale?
Viale:
Lei vuol sapere se c’è stata una deliberazione degli organi
dirigenti? Non c’è stata una deliberazione del «comitato
centrale»: un organo che peraltro non avevamo. I movimenti
femministi che avevano indetto la manifestazione del 6
dicembre ’75 per la legalizzazione dell’aborto...
De Luca:
…avevano detto – vogliamo fare il corteo da sole, senza
presenza
di maschi…
Fossati:
…e
di organizzazioni.
Viale:
E noi avevamo detto no: gli uomini ci devono essere;
discreti ma presenti; e anche le organizzazioni, se
vogliono essere presenti, devono poterci essere. Nessuno ha
precettato il servizio d’ordine; peraltro è stato un gruppo
cospicuo, ma abbastanza ristretto, quello che ha cercato di
entrare e infilarsi dentro il corteo, credo anche con le
bandiere. Lo scontro grosso è avvenuto con i servizi
d’ordine di altri gruppi che stavano difendendo il carattere
esclusivamente femminile del corteo. Poi, naturalmente,
delle donne sono state coinvolte anche fisicamente in questo
scontro. Questa è la prova di quanto l’organizzazione ci
avesse resi chiusi, di quanto avesse reso difficile
ascoltare quello che stava nascendo; ma anche di quanto
questa esperienza abbia contribuito allo sconvolgimento
totale della nostra organizzazione. A partire dal giorno
dopo, per un intero anno, non ci sono state più riunioni
miste di donne e di uomini, ma soltanto un parlarsi da
un’assemblea all’altra, da un gruppo di discussione
all’altro. Dentro Lotta continua si scelse comunque di
mettere a disposizione gli spazi perché le donne facessero
le loro riunioni. Perché nella nostra esperienza
esistenziale – io rivendico questo termine – c’era la
disponibilità a cercare di aprirsi e di accettare il nuovo,
quando, anche da esperienze drammatiche come quelle che si
erano verificate, venivamo messi in grado di coglierne la
forza dirompente. Negli altri gruppi questo è successo meno,
ma non per questo sono sopravvissuti. O sono sopravvissuti
solo in forme assolutamente difformi da quello che era stato
lo spirito dei primi anni Settanta e del Sessantotto.
Fossati:
Le donne di Torino ebbero un ruolo centrale a Rimini. Si
prepararono al congresso con riunioni separate. Anche se
uno dei temi era quello dell’aborto, un grande spazio ebbe
proprio il terra delle relazioni dentro l’organizzazione.
Il punto era quello di far emergere come in nome di un falso
operaismo, di un adeguamento alla vita operaia, lo stile di
vita nel movimento avesse preso tutti i difetti peggiori
della famiglia operaia patriarcale. Al congresso di Rimini
noi donne cominciammo a riunirci separatamente per portare
le nostre istanze nell’assemblea generale. Fu un tentativo
molto difficile di confronto con gli operai e con gli altri
militanti.
De Luna:
Io credo che, al di là dell’evento specifico dello scontro
di dicembre con il servizio d’ordine e della sua dinamica
concreta, il suo significato politico e simbolico fu
rilevante. Ho richiamato l’attenzione sull’immagine di
separatezza e sulla costernazione che quell’episodio sollevò
nell’assemblea che ci fu a Torino dopo quegli incidenti. La
disposizione nell’assemblea sottolineava questa separazione:
in alto c’era la macchia scura degli operai, in basso quella
delle donne; poi c’erano gli studenti, che non sapevano dove
stare. Nel centro c’era una dirigenza schiacciata
dall’incomunicabilità che si respirava in quell’aula. Devo
dire, allora, che, al di là dei ritardi anche esistenziali,
c’era comunque un ritardo politico e un ritardo culturale.
Mi sono rivisto, da storico, i materiali che noi avevamo
prodotto per la campagna elettorale del referendum del
divorzio del ’74. Li ho trovati incredibilmente eloquenti.
Non dico che consideravamo quella campagna per il
referendum un incidente di percorso rispetto alla centralità
operaia; ma la ritenevamo comunque un modo per distrarre gli
operai dalla dimensione salariale della lotta, dalla
dimensione rivendicativa, dalla dimensione
dell’organizzazione in fabbrica. In quella campagna
elettorale facemmo tutti il nostro dovere e demmo una forte
mano perché si vincesse. Tuttavia, c’era questa sorta di
reticenza rispetto ai temi che non erano strettamente
riconducibili all’interno dell’universo operaio,
dell’universo della fabbrica. L’impatto fu poi molto più
traumatico, perché passammo da questa rigidità ad
un’apertura senza mediazioni. E quest’apertura ci sconvolse.
Il problema è che operai e femministe erano stati fino ad
allora all’interno di un unico progetto rivoluzionario: e
improvvisamente non si parlavano più. Non solo noi non
eravamo più in grado di ascoltare, ma non eravamo più in
grado di mettere in comunicazione questi settori.
De Luca:
Come Franca ricorda bene, il problema di quella
manifestazione del 6 dicembre ’75 era quello della posizione
presa dalle compagne femministe di Lotta continua, di
rivendicare l’appartenenza, portare lo striscione di Lotta
continua e, proprio per questo motivo, per la loro volontà
quindi di rompere, di fare una cosa diversa da quello che
faceva tutto il resto del corteo, furono messe in coda al
corteo, si piazzarono in coda al corteo e fecero avanzare lo
striscione di Lotta continua. Io in quel momento ero in
sede, allora usavamo tenere una squadra centrale in sede,
di 25 persone che poteva intervenire dappertutto e, in quel
momento, era a presidio della sede. Venimmo avvisati che
c’era una richiesta di intervento, perché non facevano
passare lo striscione di Lotta continua, avevano un
servizio d’ordine maschile, sbarrava la strada al nostro
spezzone di corteo delle donne, che appunto, oltre allo
striscione, avevano anche dei compagni al seguito, un genere
maschile al seguito. Dunque noi andammo, ci muovemmo dalla
sede centrale, mi presi la responsabilità di lasciarla
sguarnita e sgomberammo quello sbarramento. Questo è quello
che mi riguarda.
Fossati:
Le compagne di Lotta continua erano divise. C’era un gruppo
di compagne, credo prevalentemente romane, che esprimeva la
voglia di portare lo striscione, di riaffermare quindi la
propria identità di gruppo, mentre gran parte delle
militanti di Lotta continua, che parteciparono a quel
corteo, condividevano la scelta del movimento di un corteo
separatista, non solo dagli uomini, ma soprattutto dalle
organizzazioni. Anche sotto un altro aspetto qualcosa si era
spezzato. Si viveva un clima diverso da città a città. E i
servizi d’ordine avevano ruoli diversi nelle varie città.
Ora, a Catania, ad esempio, non avevamo quasi un servizio
d’ordine; ma, a Roma o a Milano, invece, il servizio
d’ordine era una realtà importante dell’organizzazione, e lo
era anche la cosiddetta pratica della forza. Dico subito
che questo non c’entra niente col terrorismo, perché
ribadisco che la questione del terrorismo era stata già
chiusa da tempo. Tutto ciò fu messo radicalmente sotto
accusa dalle donne o da una gran parte delle donne. Non
tutte le donne di Lotta continua scelsero una posizione
femminista, anche durante il congresso. Questo va ricordato
e, in qualche modo, va valorizzato. Noi, come tutte le
neofite di un movimento, vedevamo le donne che non stavano
con noi come traditrici. E fu molto ingiusto e crudele,
perché in realtà semplicemente fecero altre scelte. Le donne
che contestarono l’organizzazione consideravano
criticamente, però, anche il rilievo politico che avevano
assunto i servizi di ordine di alcune città, tra cui Roma.
Erano diventati da strumento di tutela di pratiche
politiche e sociali un soggetto politico in sé. E questo
fece problema.
MicroMega:
Da questa considerazione mi viene spontanea una domanda: in
che cosa consisteva la forza dei servizi d’ordine?
L’illegalità era pratica diffusa in Lotta continua? Penso
alle rapine per l’autofinanziamento, alla protezione dei
latitanti. È vero oppure è una leggenda?
Viale:
Per quello che mi consta è una leggenda. Non escludo che
qualcuno abbia compiuto delle rapine a titolo individuale e
che abbia versato una parte del bottino nelle collette di
Lotta continua. Però non mi risulta. Sono stato in posizione
apicale in Lotta continua, e posso dire che per tutti gli
anni di vita di questa organizzazione non sono mai state
organizzate o anche semplicemente tollerate iniziative di
questo genere. Quando si parla di servizio d’ordine, si
parla di squadre di autodifesa organizzate in un clima
estremamente pericoloso. Se non viene ricostruito questo
clima non si capisce niente. Il Movimento sociale italiano
e le sue strutture collaterali erano organizzazioni
violente, fuori legge e armate. Intervenivano alle porte
delle fabbriche e scompaginavano non solo i nostri
picchetti, ma addirittura impedivano il volantinaggio.
Intervenivano nelle scuole e pestavano, o cercavano di
pestare, gli studenti di sinistra. Il Msi era presente a
livello nazionale, con manifestazioni di appoggio esplicito
al terrorismo di Stato e alla strategia della tensione.
Faccio un esempio: nel 1973 era stata organizzata una strage
al treno Parigi-Roma per attribuirlo a Lotta continua. Lo
si scoprì perché il fascista Nico Azzi si fece scoppiare
fra le gambe il detonatore della bomba che stava
innescando, dopo aver percorso tutto il treno sventolando
il giornale Lotta continua. Il giorno dopo era stata
convocata a Milano una manifestazione fascista. C’era un
presidio antifascista di Lotta continua, e vicino quel
presidio era stato organizzato un altro attentato (che ha
provocato la morte di un agente di polizia) col chiaro
intento di attribuirlo a Lotta continua. A compierlo sono
state altre squadre fasciste, di cui alcuni membri sono
stati arrestati e condannati. Il terzo giorno c’era il
presidente del Msi, Almirante, che insieme a Ciccio Franco,
leader della rivolta di Reggio Calabria, aveva già indetto a
Pavia una manifestazione nazionale di estrema destra, per
richiedere un governo d’ordine. D’altronde, la strage di
piazza Fontana, che ha dato inizio a questo clima, non è
differente. Insomma, per quasi tutta la sua esistenza, Lotta
continua ha dovuto vivere in mezzo a un clima di violenza
quotidiana. Chi non sapeva difendersi non aveva diritto di
parola. Non soltanto Lotta continua aveva un servizio
d’ordine: tutti gli altri gruppi e tutti gli altri partiti,
compreso il Pci, il Psiup e le organizzazioni del sindacato.
MicroMega:
Ma era un servizio d’ordine armato?
Viale:
Non eravamo armati. Avevamo bastoni, chiavi inglesi e anche
bottiglie molotov: usate per creare barriere di fuoco tra
noi e «loro», e non certo per colpire le forze dell’ordine.
Nell’ultima fase, poi, di fronte al fatto che in piazza i
fascisti, spesso coperti dalla polizia, avevano cominciato a
sparare contro i cortei, sono girate anche delle rivoltelle.
Poi c’erano gli agguati sotto casa, per strada, nei bar. Li
abbiamo fatti tutti: tanto «loro» quanto «noi»; e tra noi,
sia Lotta continua che gli altri gruppi. Tanto è vero che
quando ci è scappato il morto (Ramelli) è capitato a quelli
di Avanguardia operaia, che certamente erano meno aggressivi
di Lotta continua o di Potere operaio e dell’Autonomia. Ma
come ha detto Adriano Sofri, sarebbe potuto accadere a
chiunque. È la componente peggiore della nostra storia.
Persino i gruppi meno propensi ad avallare gli scontri di
piazza, come il Manifesto, avevano il loro servizio
d’ordine, e mica tanto delicato. Tanto è vero che molto
spesso questi servizi d’ordine finivano per scontrarsi fra
di loro per rivendicare la testa di un corteo. Sono cose di
cui anche io mi sono reso responsabile, avallandole. Questi
episodi sono purtroppo stati la cronaca quasi quotidiana
negli ultimi anni di vita di queste organizzazioni, tra ’75
e il ’76. Questo, e non il rischio del terrorismo, è
sicuramente uno dei sintomi di una degenerazione della
pratica politica che ha esacerbato la competizione fra i
diversi gruppi. Ed è senza dubbio uno dei motivi che hanno
accelerate la scomparsa, non solo della nostra
organizzazione, ma di tutte le altre.
Fossati:
Sì, Guido, capisco quello che dici, e sono d’accordo nella
sostanza. Però non va sottovalutato che, soprattutto
nell’ultimissimo periodo, il servizio d’ordine era
diventato un soggetto a sé, perlomeno in alcune grandi città
come Milano e Roma. Noi donne avevamo delegato la pratica
dell’autodifesa agli uomini. È vero che c’erano anche donne
nei servizi d’ordine, ma erano poche. Non si è trattato
quindi di una contraddizione da poco. Nell’ultima fase il
servizio d’ordine di alcune città divenne un soggetto che
reclutava giovani. Diciamocelo francamente. Ho conosciuto
molti ragazzi più giovani di noi, arrivati nell’ultimo
periodo, che entrarono in Lotta continua proprio per andare
nel servizio d’ordine. Succedeva un po’ come succede oggi
con tanti ragazzi che vanno allo stadio solo per menare le
mani. Certamente, era una situazione inquadrata
nell’autodifesa, con l’alibi della lotta antifascista – di
cui però si era perso il senso – tutto quello che si vuole,
però… E questo, almeno per me e per molte compagne di
allora, costituì un grande problema.
Viale:
Sono assolutamente d’accordo con Franca. Ma questo è stato
uno dei segni più tangibili dell’assottigliarsi dei
contenuti politici su cui si reggeva l’organizzazione.
Quando la lotta operaia ha cominciato a dire poco, o
comunque meno di quello che aveva detto prima, quando anche
la pratica della contestazione nelle scuole non ha avuto più
contenuti (e arriviamo alle occupazioni di oggi, che molto
spesso sono delle manifestazioni di miseria culturale e
politica); quando dal movimento non sono più venuti degli
stimoli forti, intellettuali o di passione politica, allora
la struttura più organizzata, che per forza di cose era il
servizio d’ordine, ha preso il sopravvento.
De Luca:
Sì, sulla pratica dell’illegalità, è evidente, in una
situazione in cui la legalità parlamentare dice che il fermo
di polizia viene portato da 24 a 48 ore, quando la polizia
può sparare in ordine pubblico, senza bisogno di legittima
difesa, quando si possono fare le perquisizioni in case, in
macchina, nelle sedi politiche, senza mandato di magistrato
(legge Reale del ’75)… beh, insomma, quando si vive
ufficialmente nella illegalità parlamentare, stabilita dal
parlamento, un’illegalità di base e di legittima difesa è il
minimo della possibilità di esistenza. Il servizio d’ordine
non era un corpo separato, applicava la linea politica e le
indicazioni che venivano date dai dirigenti, per quello che
riguarda Roma, di cui mi sono occupato io, ma anche per quel
che riguarda la dirigenza nazionale. Nessuna censura è stata
rivolta alla mia attività da parte della dirigenza
nazionale, anzi. Quindi non mi ritrovo affatto sull’idea che
il servizio d’ordine fosse una attività, un corpo separato;
non solo, ma il fatto proprio che molti giovani venissero a
militare, a partecipare sotto le file del servizio d’ordine,
era perché consideravano giusta la linea politica di Lotta
continua in quelle manifestazioni, e volevano stare con la
prima fila, e volevano proteggere quelle manifestazioni.
Dunque io non credo affatto che si trattava di fascino, né
di una buona occasione per menare le mani. Questo credo che
sia denigratorio nei confronti, non del servizio d’ordine,
ma proprio di Lotta continua.
Fossati:
Quando mi riferisco a un servizio d’ordine come soggetto a
sé, racconto quello che appariva ai miei occhi e agli occhi
di altre che come me avevano sempre fatto «lavoro di
massa». Non volevo sostenere però che agisse separatamente
dalla direzione di Lotta continua.
MicroMega:
Però Viale mi sembrava che dicesse questo, in
qualche modo.
Viale:
Sono d’accordo con De Luca: tutto quello che i servizi
d’ordine hanno fatto, soprattutto le forme con cui hanno
partecipato ai cortei, era concordato con le dirigenze
locali o nazionali. Anche se, come ho detto, l’aggressione
al corteo delle femministe di Roma non era stata preordinata
e l’eccesso di zelo che ha provocato quell’incidente è stato
criticato duramente dalla dirigenza. E io me ne assumo
pienamente la responsabilità. Questo non toglie che in
determinati contesti, di progressivo impoverimento dei
contenuti politici, ma anche, e insisto, esistenziali,
della nostra pratica quotidiana, una struttura, dotata di
una propria organizzazione, il servizio d’ordine, abbia
progressivamente assunto un peso assolutamente
sproporzionato rispetto alle altre componenti
dell’organizzazione. Questo non è un rimprovero né a De Luca
né a nessun altro; è una responsabilità della dirigenza. Se
vogliamo uno dei motivi per cui è stato deciso che, così
come stavano le cose, l’organizzazione cominciava a essere
più un intralcio che un facilitatore del nostro rapporto con
le dinamiche sociali.
MicroMega:
Quasi come se, a questo punto, la dirigenza stesse perdendo
controllo di una parte di Lotta continua.
Viale:
No, stava perdendo la capacità di capire quello che
succedeva nel paese. Di fatto lasciando che continuassero e
crescessero queste scaramucce fra noi e i fascisti, fra noi
e la polizia, e fra i diversi gruppi della sinistra. Sempre
meno sostenuto era, invece, il carattere rivoluzionario
della nostra organizzazione. Il contesto era quello del
progressivo impoverimento della lotta di fabbrica, della
lotta nelle scuole, della lotta nei quartieri.
De Luna:
La tendenza alla separatezza l’abbiamo già esaminata,
riguarda il servizio d’ordine, riguarda tutte le componenti
di Lotta continua, che tendono ognuna ad arroccarsi nella
propria specificità, senza più dialogare con gli altri. Nel
servizio d’ordine questo processo è particolarmente
radicale, proprio perché si tratta di una struttura
istituzionalmente già tendente alla separatezza, e poi viene
rafforzata anche da un certo tipo di identità, molto fisica,
molto militare. In contrasto con la dimensione pedagogica
delle altre esperienze organizzative di Lotta continua –
penso all’assemblea tra studenti e operai, o a tutta una
serie di assemblee nelle istituzioni separate, manicomi,
carceri e cosi via – nel servizio d’ordine si costituiscono
delle realtà che declinavano la violenza come risorsa
identitaria, non più soltanto come risorsa politica. Questa
è una mutazione radicale rispetto alla storia di Lotta
continua. Vorrei che fosse molto chiaro che Lotta continua
era una organizzazione rivoluzionaria, e in quanto
organizzazione rivoluzionaria non poteva non porsi il
problema della violenza. Il problema della violenza è
centrale nell’esperienza di Lotta continua. Solo che essa
viene declinata in maniera diversa, a seconda delle fasi che
scandiscono la storia dell’organizzazione. In generale, nel
rapporto con la violenza si privilegiavano non la «separatezza»
da servizio d’ordine, ma quelle che erano le coordinate
complessive della linea politica dell’organizzazione: da un
lato ci si basava molto di più sulla lettura di esperienze
storiche in corso, sugli aspetti metropolitani e
occidentali delle lotte urbane condotte da organizzazioni
come quella delle Pantere nere, che non sui testi
tradizionali o sulle teorie dell’insurrezione di
derivazione terzainternazionalista; dall’altro, si
privilegiava – con slogan come «guerra no, guerriglia sì» –
proprio la «continuità» della lotta anche nella sua versione
«armata», idealizzando in Che Guevara non tanto «il
guerrigliero», quanto l’uomo politico che una volta
conquistato il potere non si ferma, ma è pronto a
ricominciare da capo in una dimensione politica che è
essenzialmente quella della «rivoluzione permanente». Con il
terrorismo, quando la violenza assume le cadenze plumbee
dell’omicidio politico, la rottura più vistosa avviene in
relazione al passaggio dall’interpretazione difensiva della
violenza a quella offensiva e si ricollega a una data
precisa, quella che molti hanno indicato come la fine
dell’«innocenza» per i movimenti del Sessantotto, il 12
dicembre 1969 della «strage di Stato» di piazza Fontana.
Nelle discussioni interne ai gruppi della sinistra
extraparlamentare cominciò allora a farsi strada un
rovesciamento di posizioni: non bastava protestare contro
gli eccidi dello Stato, ma bisognava prevenirli; se lo Stato
uccideva Pinelli, bisognava impedire che questo si ripetesse
conquistando l’iniziativa proprio sul terreno
strategicamente decisivo per lo Stato del «monopolio della
violenza». La violenza, quindi, non più come necessità,
scelta obbligata, ma come asse di riferimento assunto
consapevolmente, priorità qualitativamente decisiva per la
collocazione politica del movimento. Fu questo
capovolgimento l’anticamera dei percorsi che portarono al
terrorismo e alla nascita delle Brigate rosse. Contro questa
linea Lotta continua si schierò con fermezza e diede
battaglia all’interno stesso del movimento, in una tendenza
emersa nettamente nelle pagine che il quotidiano dedicò
all’esperienza dei delegati di fabbrica nell’autunno del
1972.
MicroMega:
E allora andiamo all’uccisione di Calabresi. In quel momento
Lotta continua riconobbe l’uccisione di Calabresi come un
atto di giustizia. La deriva che, mi sembra di aver capito,
lei sostiene, si determina in una fase successive.
De Luna:
La mobilitazione che c’è dopo la strage di Stato in Lotta
continua è legata a una campagna propagandistica di enorme
spessore politico. È una campagna propagandista che
coinvolge settori amplissimi dell’opinione pubblica
democratica: è la prima campagna vera di
controinformazione. La campagna di Lotta continua comincia
nel ’72 ed è fatta di slogan; è la campagna per l’elezione
di Valpreda. Esprime uno spirito esattamente opposto a
quello di chi passa alla lotta armata e alla clandestinità
per contrapporsi allo Stato. La prima azione delle Brigate
rosse credo sia del ’71. Chi, come noi, sceglie, come dire,
la cospirazione alla luce del sole, sceglie di usare gli
strumenti della propaganda di massa per lavorare
direttamente sull’opinione pubblica, intesa come bersaglio
principale di una campagna propagandistica mirata a
smascherare la strage di Stato. Il Pci diceva: «Facciamo
luce sulla strage». Ma non c’era da fare luce. Noi abbiamo
documentato immediatamente tutto di quella strage. La nostra
non è la scelta di chi passa nella clandestinità.
Viale:
Volevo dire una cosa su questo. Lotta continua, e non altri,
ha portato Calabresi in processo, perché dal processo
emergessero le sue responsabilità. Chiunque l’abbia ucciso,
ha impedito la conclusione di un processo che, per lui, era
chiaramente perdente. E che era lo strumento fondamentale
della nostra denuncia delle responsabilità politiche e
gestionali dirette di larga parte dell’apparato statale e
del filo conduttore della politica istituzionale di quegli
anni. La strategia della tensione, come è ormai
riconosciuto da tutti gli storici, di destra o di sinistra,
ha attraversato in quegli anni la politica ufficiale dello
Stato italiano, perché questa è stata segnata da spinte e
fatti compiuti di organizzazioni e strutture violente, come
i servizi segreti, ma non solo, che hanno utilizzato non
solo pratiche illegali, ma stragi, lotta armata e complotti
per cercare di orientare in senso sempre più autoritario la
politica italiana.
MicroMega:
Quando sapremo finalmente la verità?
De Luca:
Quando il detenuto Sofri sarà finalmente graziato, se
succederà. Volevo dire che la diaspora dei militanti di
Lotta continua, verso le formazioni armate, in particolare
Prima linea, avviene esattamente dopo lo scioglimento di
Lotta continua – cioè lo scioglimento di Lotta continua non
impedisce, non trattiene, non evita l’arruolamento dentro
le formazioni armate. Lo scioglimento di Lotta continua
determina una tale crisi di idealità politica fra i
militanti, che molta parte di quelli, una buona parte di
quelli si avvia verso la formazione della lotta armata, una
buona parte di quelli si avvia verso l’autodistruzione per
droga. Dunque lo scioglimento di Lotta continua non ha
salvaguardato diciamo l’incolumità dei militanti, è stata
una scelta politica di quel gruppo dirigente che non ha
portato alcun beneficio alla vita successiva dei suoi
militanti.
Fossati:
Non sono del tutto d’accordo con Erri. Anzi, non lo sono per
niente. Penso che, per quanto riguarda il dibattito interno
a Lotta continua, il gruppo che andò in Prima linea, ci
andò tra il ’74 e
il ’75. E dopo il
movimento del ’77
e la crescita della forza e dell’ambiguità dei gruppi vicino
ad Autonomia operaia, e quindi con la crisi del movimento
del ’77, che si
determina la diaspora. Poi è vero che c’è stata una gran
parte di militanti allo sbando, figuriamoci. Lo sappiamo
benissimo. Storie personali drammatiche, che probabilmente
ci sarebbero state in ogni caso. E però è vero – e qui
rivendico il ruolo che ha avuto il giornale, che è rimasto
in piedi anche dopo il ’76
– che tenendo aperto il dibattito sul problema del
terrorismo, e in particolare durante il caso Moro, il
giornale ha arginato la diaspora verso la lotta armata che
la crisi del movimento del
’77 aveva
provocato.
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