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Conquistare le masse alla lotta armata per il comunismo.
Costruire gli
strumenti di potere proletario armato: il Partito Comunista
Combattente e gli Organismi di massa rivoluzionari.
Sommario:
-
La crisi del modo di
produzione diventa controrivoluzione preventiva.
-
1 - Dalla progettazione
all'attuazione del piano controrivoluzionario.
-
2 - Congiuntura e
ristrutturazione.
-
3 - L'unica transizione
possibile è il comunismo.
-
4 - Organizzare le masse
sul terreno della lotta armata per il comunismo. Costruire i
nuclei clandestini di resistenza.
-
5 - La guerriglia nella
fase di passaggio dalla propaganda armata alla guerra civile
antimperialista.
LA CRISI DEL MODO DI PRODUZIONE
DIVENTA CONTRORIVOLUZIONE PREVENTIVA.
Nell’analisi che abbiamo svolto
in questi anni abbiamo spesso parlato della crisi
irreversibile che colpisce il modo di produzione
capitalistico e abbiamo anche spiegato che questa crisi non
significa crollo automatico del modo di produzione stesso.
Abbiamo invece visto come le vecchie “crisi cicliche” del
capitale si siano fatte sempre più frequenti e più profonde,
sino a giungere alla fase attuale, caratterizzata da un
intreccio simultaneo, persino all’interno delle stesse aree
e degli stessi settori, di crisi di sviluppo in un insieme
sempre più contraddittorio e lacerante.
Siamo convinti che tutto ciò sia il segno che il modo di
produzione capitalistico è storicamente giunto alla fase
della sua crisi ultima, e dunque al punto in cui comincia la
sua estinzione. Come un dinosauro morente, la sua agonia
sarà lunga, e i suoi colpi di coda tremendi. Ma la
rivoluzione lo ucciderà.
Alla radice della crisi sta il meccanismo stesso
dell’accumulazione capitalistica. Per questo essa non può
essere curata in alcun modo, ed è mortale. Il capitale
accumulato riesce ad essere valorizzato —e cioè a funzionare
appunto come capitale— con difficoltà sempre maggiori. Un
numero sempre più ristretto di produttori diretti, di forza
lavoro viva, è costretto infatti a valorizzare un capitale
morto (macchine, materie prime, ecc ecc) sempre più grande.
E d’altra parte forze produttive immense sono castrate,
costrette a svilupparsi solo nei modi e nella misura
compatibili con le leggi del profitto.
Oggi i rapporti di produzione capitalistici —rapporti tra le
classi, rapporti tra uomini— strangolano lo sviluppo delle
forze produttive; oggi la crisi storica del modo di
produzione basato sui valori di scambio, si scatena a
livello planetario. Solo i capitalisti più grandi ed
aggressivi riescono a sopravvivere, divorando anelli più
piccoli, mentre l’intero sviluppo capitalistico nella sua
fase di declino, è costretto a basarsi sulle conquiste di
sempre più larghe posizioni di monopolio di settori
produttivi e di aree di mercato; a centralizzarsi su scala
sempre più vasta oltre i confini degli Stati nazionali; a
catturare lo Stato per usarne tutta la forza a sostegno
delle traballanti leggi dell’accumulazione. Ma
all’orizzonte, come al solito in tempi di crisi del
capitale, c’è l’unica medicina che fin qui si è dimostrata
veramente efficace: la guerra imperialista. Del resto, il
mondo è già in guerra, e ogni giorno più velocemente
precipita verso la guerra. Solo producendo per distruggere,
distruggendo per poter produrre, nella forma esasperata
della guerra imperialista, il capitale multinazionale può
sperare ormai di ritardare la sua fine. Contemporaneamente,
sul piano interno, si realizza una strategia indivisibile di
tutte le frazioni della borghesia intorno alla sua frazione
dominante, per un attacco rinnovato, in forme sempre più
sistematiche e feroci alle condizioni di vita delle masse
proletarie, spremendo da una parte di esse il massimo di
plusvalore, e condannando l’altra alla precaria marginalità
del lavoro nero e dell’emarginazione totale.
L’accentuarsi delle contraddizioni intercapitalistiche su
scala internazionale si rovescia all’interno delle forme
congiunte dello sfruttamento e della crisi economica, entro
un progetto complessivo di controrivoluzione preventiva che
si traduce in una filosofia molto semplice: più i padroni e
loro servi si scannano tra loro nei mondo, più si devono
unire contro i proletari di casa loro.
La controrivoluzione preventiva è l’aspetto dominante di una
strategia nella quale si riassumono le tendenze alla guerra
imperialista sul piano internazionale e la ristrutturazione
sul piano interno. Essa significa che su ogni strato
proletario si abbatte la repressione, che le conquiste di un
decennio di lotte operaie vengono messe in discussione, che
si allarga la disoccupazione, che aumenta la stratificazione
proletaria.
Il “nuovo modo di produrre” mostra che l’unico sviluppo
possibile del capitale è quello della sua miseria e della
sua violenza.
La repressione assume un carattere ”strutturale”: non è in
proporzione diretta consequenziale alle singole lotte. La
Thatcher in Inghilterra e Cossiga e i suoi successori in
Italia, ai di là delle diverse storie della soggettività di
classe nei due paesi, devono reagire con la stessa durezza
ad ogni esigenza proletaria.
Ma la crisi dei capitalisti non è la crisi dei proletari. Se
infatti per i capitalisti crisi vuoi dire guerra
imperialista e controrivoluzione preventiva, per i proletari
la lotta armata per il Comunismo si afferma e vive come la
strategia che, attraverso una precipitazione rivoluzionaria
della crisi, porta al superamento del modo di produzione
capitalistico.
La crisi deve quindi essere analizzata non solo dal punto di
vista del capitale ma anche da quello della rivoluzione
proletaria, la sola che potrà seppellire la vecchia società
e che già oggi costituisce, nella lotta, l'unico futuro
possibile: il Comunismo.
1 - DALLA PROGETTAZIONE ALL’ATTUAZIONE DEL
PIANO CONTRORIVOLUZIONARIO.
Negli anni
passati, sotto l’incalzare della crisi dell’imperialismo sul
piano internazionale dovuta essenzialmente alle
contraddizioni insolubili insite in questo sistema, sotto la
sferza di un movimento di classe ben fermo a non subirne
passivamente gli effetti disastrosi, la borghesia italiana
ha cercato di definire un piano di ristrutturazione rivolto
non già ad attivare i meccanismi di un improbabile ulteriore
sviluppo, ma a mantenere inalterate le possibilità del suo
dominio.
La crisi non ha possibilità di sbocchi positivi nell’ambito
del sistema economico—politico—militare imperialista, nel
senso che, comunque la si rigiri, questo sistema è diventato
il vicolo cieco in cui non può passare un allargamento della
base produttiva, un’avanzata dello sviluppo economico. Di
qui l’impossibilità di un superamento degli elementi
congeniti che costituiscono la crisi stessa, che anzi
tendono ad aumentare ed acuirsi nella loro gravità. Lo stato
di crisi permanente è la condizione alla quale la borghesia
stessa è da tempo rassegnata senza illusioni.
Ma la crisi di per sé non genera un crollo catastrofico ed
istantaneo, genera solo un sistema di vita sempre più
miserevole e barbaro per milioni di proletari.
Come pure crisi permanente non significa immobilismo della
borghesia, tutt’altro. Significa che la borghesia, senza più
prospettive di evoluzione, si affanna e si agita in una
rincorsa perenne delle contraddizioni di classe, con l’unico
scopo di poterle controllare e di ritardarne l’esplosione.
Questa rincorsa, per quanto affannosa, non è mai inconsulta
e priva di logica, ma assume la logica di una
ristrutturazione continua e radicale, di un piano
articolato, entro cui si definisce il modo in cui, in una
determinata fase le contraddizioni di classe vengono
affrontate. La ristrutturazione non va confusa con il
riformismo, il quale, anzi in questa fase celebra il proprio
funerale, ma rappresenta il tentativo disperato e senza
soluzione di continuità di agire cambiando continuamente le
carte in tavola nei meccanismi interni dell’accumulazione
del capitale, al fine di scompaginare continuamente la
composizione di classe. Ma il risultato è sempre uno solo: a
un temporaneo tamponamento delle contraddizioni in qualche
settore di classe, corrisponde inevitabilmente
l'allargamento e l’approfondimento in altri. Al temporaneo
strangolamento della capacità e possibilità di movimento di
qualche componente di classe —che successivamente si
ripresenterà in modo ancor più radicale— corrisponde un
allargarsi dell’area sociale investita dagli effetti della
crisi, inducendo alla mobilitazione ed alla lotta nuove
frange del proletariato.
Crisi—ristrutturazione—movimento di classe sono così legati
da una indissolubile dialettica ed è lo stadio di
maturazione raggiunto da ciascuno di essi nell’intima
connessione con gli altri che configura la fase di scontro e
la congiuntura politica. Se guardiamo un attimo ai periodo
appena trascorso, si vede che la borghesia era alla ricerca
di un piano complessivo, di una ristrutturazione globale per
battere tutto ciò che il ciclo di lotte degli anni ‘70 aveva
prodotto, e si attrezzava per l’attacco frontale all’insieme
dei livelli politici e organizzativi raggiunti dalla classe,
ivi compresa la nascente guerriglia. Le direttrici
fondamentali di tutto ciò sono state dettate dalle centrali
imperialiste internazionali, e hanno seguito criteri di
costruzione di quello che abbiamo chiamato “Stato
imperialista delle multinazionali”, dai connotati
caratteristici che individuavamo in crescente
militarizzazione, crescente centralizzazione dello
Esecutivo, strategie economiche dell’imperialismo, ecc.
L’elaborazione di questo piano non avveniva in astratto, ma
si calava nella realtà italiana con la peculiarità delle sue
contraddizioni, costituite in particolare dalla composizione
di classe e dagli equilibri politici che ne derivano, e
quindi con tutte le tendenze contrastanti che l’imposizione
ferrea del progetto imperialista non poteva non produrre. In
sostanza, la fase di cui stiamo parlando, è quella
contraddistinta da un ciclo di lotte, all’interno delle
quali è nata la guerriglia a cui si è contrapposta una
“preparazione” della controrivoluzione imperialista lanciata
in un piano complessivo di ristrutturazione
economico—politico—militare.
Ora diciamo che la fase è cambiata. Vuol dire che ci
troviamo ad un punto della dialettica—scontro tra
crisi—ristrutturazione—movimento di classe diverso da quello
precedente.
Ci troviamo ora in presenza di un’attuazione accelerata del
piano controrivoluzionario. Si può constatare che per la
borghesia non si tratta più di omogeneizzare le linee di
tendenza al proprio interno per ricondurle tutte nei binari
pensati ed imposti dal capitale monopolistico e dalle
centrali multinazionali, ma di dar corso e attuazione nella
realtà italiana alle direttive che da queste vengono
imposte. Ad esempio, rilevavamo che il sistema politico
italiano era alla ricerca di una ridefinizione delle forze
proiettate nella strategia imperialista, controllate ed
immediatamente utilizzabili ai fini degli interessi degli
imperialisti.
Si presentava quindi la necessità di far emergere in ciascun
partito della borghesia il personale politico adatto allo
scopo, di qualificare per ciascun partito il ruolo
dipendente dalle linee generali dell'imperialismo e ad esse
vincolarne l’azione, di sfrondare il regime dalle forze
centrifughe che ritardavano il compattamento, di liberarsi
dei "compromessi" con chi non era in grado di adeguarvisi
rapidamente. Ora Questo scopo è raggiunto, e la cricca delle
nuove alleanze di governo ne e la dimostrazione.
Diventa ora importante comprendere non solo le direttrici
generali del progetto imperialista, ma penetrare nel bozzolo
che lo ha incubato per anni, cogliere il modo concreto in
cui si sta attuando, cogliere tutte le implicazioni
politiche—economiche—militari per la classe, perché il
passaggio dello scontro da una fase ad un’altra ha proprio
questo punto di partenza: l’accelerata attuazione del
progetto di controrivoluzione attraverso la forzosa
applicazione di un progetto di ristrutturazione che, oggi,
dalle sperimentazioni, dai tentativi, dalle esortazioni
—dalle idee e dalle chiacchiere, insomma— passa alla
veemente, inflessibile attuazione delle cose concrete.
Questo incide profondamente nella composizione delle classe
e nelle sue condizioni di vita.
Vediamo per prima cosa che l’attuazione delle politiche
economiche imperialiste investe come un rullo compressore
tutto l'insieme delle componenti di classe proletaria,
nessuna esclusa, ciascuna toccata pesantemente nella sua
specificità e senza la possibilità di sottrarsi, nel suo
proprio ambito, ad una confronto diretto con la globalità
del piano nemico. Vengono così a dilatarsi i confini sociali
in cui si esplica l’aggressione padronale per cui componenti
proletarie, fino ad ora parzialmente privilegiate dalle
possibilità di ridistribuzione del reddito, si ritrovano ora
a essere oggetto di un attacco tremendo, il bersaglio su cui
calano i fendenti della crisi. Si è dunque allargato il
fronte delle componenti che, schiacciate dalla crisi e dalla
ristrutturazione si presentano come dato ineliminabile in
contrapposizione di interessi, di bisogni, di potere con la
borghesia. Ci si ritrova così di fronte ad un solo dilemma:
o accettare lo scontro globale rivoluzionario, o subire
senza speranza. Il dato nuovo è proprio questo.
La crisi si abbatte su strati proletari allargati (diversi
dalla classe operaia) che già da oggi vivono in termini
antagonistici e oggettivamente rivoluzionari la
ristrutturazione capitalistica: al nord come al sud, nella
piccola come nella grande fabbrica, nel quartiere ghetto
come nelle corsie dell’ospedale.
Si dà quindi oggi la possibilità, storicamente reale, che il
movimento rivoluzionario sia movimento di grandi masse, che
la ribellione prodotta da questo stato di cose si trasformi
in guerra rivoluzionaria. Tutte le questioni che in questi
ultimi anni l’avanguardia comunista aveva sollevato ed
affrontato sono divenute parte del vissuto proletario,
contraddizione viva, concreta, verificabile (e parimenti
insopportabile) dei soggetti politici e sociali subalterni e
sfruttati in questa società. La strategia imperialista,
individuata, smascherata, denunciata dalle avanguardie, è
oggi per grandi masse di proletari la realtà quotidiana, la
cruda esistenza di ogni giorno. Il ritmo incalzante della
ristrutturazione fa esplodere l’inconciliabilità tra
esigenza del capitale e bisogni proletari, per cui ogni
istanza proletaria, se pur minima, se pur parziale, non è
più né assorbibile né cavalcabile dal capitale ma mette
immediatamente in crisi la globalità del piano e la sua
attuabilità, con la conseguenza che lo scontro diventa
altrettanto immediatamente scontro di potere.
Questo è l’altro dato che caratterizza la fase: nell’attuale
situazione il proletariato comunque ponga il soddisfacimento
dei propri bisogni immediati, non essendo questi
riconducibili, nella loro generalità, all’interno del piano
di ristrutturazione, si colloca i subito in modo sovversivo,
e ogni reale momento di lotta diventa momento di frattura
politicamente insanabile.
Per contro, si apre la possibilità di una saldatura, ora ad
un livello enormemente più alto, tra strategia
rivoluzionaria di lungo periodo e scontro di classe
nell’immediato; tra programma comunista e pratica di massa;
tra lotta per il potere e lotta per obiettivi immediati. Non
solo questo, ma si sono create le condizioni perché si
produca e si concretizzi un livello politico—organizzativo
delle “articolazioni del potere proletario”.
Si dà cioè nelle attuali condizioni la possibilità che lo
scontro espresso dal movimento di resistenza proletario;
(che, ricordiamo, è un movimento di massa; è l’insieme dei
comportamenti della classe antagonistici alla
ristrutturazione) sedimenti in modo cosciente e irremovibile
gli organismi rivoluzionari delle masse, anelli
indispensabili del sistema del potere proletario. La
strategia della lotta armata può trovare oggi una nuova,
ricca e formidabile articolazione. Che questa possibilità
esista è confermato anche dal modo con cui la strategia
della lotta armata viene oggi vissuta dalla parte più
combattiva del proletariato. La lotta armata non è più solo
il punto di riferimento costituito dall’avanguardia
combattente nella lotta contro lo Stato, l’indicazione
strategica per le presa del potere, la prefigurazione della
forza e della potenza del movimento di massa rivoluzionario,
una “ipotesi” politica da verificare e che deve dimostrare
di essere credibile. Non è più solo questo e non ha più
questi limiti, ma divenuta la pratica necessaria e possibile
per vaste masse di proletari, per non subire, per continuare
a lottare.
Diceva un operaio della Montedison (uno dei tanti) a un
allibito intervistatore in occasione di una processione
sindacale per l’esecuzione di Gori: “Abbiamo speso tante
energie, le abbiamo provate tutte in tanti anni di lotta,
senza cambiare nulla su questi problemi di Marghera:
comincio a pensare che la strada giusta sia quest’altra, e
che bisogna fare come loro”.
Il problema di cui parlava è quello che fa di Marghera una
camera a gas per una popolazione di 150.000 persone, e le
fabbriche della zona altrettanti mattatoi per gli operai che
ci lavorano. “ La strada giusta” a cui si riferiva è la
lotta armata e “loro” sono le Brigate Rosse.
Questo per dire che oggi la lotta armata non viene vista
come qualcosa con cui simpatizzare o verso cui emotivamente
e istintivamente applaudire ma come la strategia “giusta”
per combattere sui problemi concreti e immediati, come la
pratica capace di modificare i rapporti dì forza tra
proletariato e borghesia.
La lotta armata è diventata necessaria per milioni di
proletari, per i quali non si pone più il problema di
solidarizzare con le OCC ( e su questo le discriminanti sono
nettissime) ma di appropriarsi di una linea capace di
rompere l’accerchiamento soffocante del nemico, di demolire,
nelle piccole come nelle grandi cose, le insopportabili
condizioni della propria vita.
Se tutto ciò caratterizza il passaggio alla fase attuale,
occorre cogliere nel contempo, senza la benché minima
approssimazione, le peculiarità dell’attuale congiuntura
politica. Senza cogliere la particolarità della congiuntura
non è possibile dare efficacia alla nostra proposta, non è
possibile essere realmente dialettici rispetto alla
organizzazione e al la lotta delle masse.
Cosa bisogna considerare per valutare la congiuntura
politica?
Come dice la DS ‘78, gli elementi da tenere in
considerazione sono tre: uno, il terreno dominante su cui si
muove l’iniziativa controrivoluzionaria della borghesia
imperialista; due, le condizioni particolari e specifiche
che caratterizzano il movimento di resistenza offensivo, e
in particolare gli strati proletari più combattivi; tre, lo
stato reale del Partito o comunque dell’avanguardia armata.
Dobbiamo quindi analizzare questi tre elementi così come ci
si presentano qui e oggi, con estrema esattezza, anche se
non dobbiamo cristallizzate il nostro giudizio come in una
fotografia, ma vederne il loro possibile sviluppo.
2 -
CONGIUNTURA E RISTRUTTURAZIONE.
A. La
ristrutturazione industriale
L'attuazione delle politiche economiche in Italia, segue con
monotona coerenza le direttive delle centrali imperialiste.
L’Italia, in quanto è anello debole della catena
imperialista, assume su di sé gli aspetti più contraddittori
e laceranti della crisi internazionale. In altre parole, al
nostro paese spettano i lavori più schifosi, e i capitalisti
italiani saranno quelli con l’acqua alla gola più di tutti.
Perciò la recessione, provocata dal fatto che il crollo
degli investimenti, l’inflazione e la disoccupazione sono
ormai delle costanti, si sta traducendo a partire
dall’autunno in una offensiva senza precedenti contro i
proletari.
Ma non in tutti i settori tira aria di crisi. In alcuni le
cose vanno a gonfie vele: quelli legati all’industria
bellica. E’ questo il campo strategico della
ristrutturazione industriale: sempre più l'economia diventa
economia di guerra.
L’unica produzione che apparentemente non crea ulteriori
fattori di crisi economica è quella destinata ad essere
distrutta ed a distruggere.
L’industria bellica vera e propria e quella parte di settori
ad essa collegati (nell'elettronica, nel nucleare, in alcune
componenti meccaniche, ecc) hanno avuto un enorme sviluppo
proprio in questi anni, tanto che l’Italia è il quarto paese
nella graduatoria mondiale dei paesi esportatori.
Naturalmente, questa presenza sul mercato mondiale degli
armamenti è subordinata alle direttive generali
dell’imperialismo americano, che opera un rigido controllo
politico su questo settore, e “indirizza” la produzione
italiana di armi —nella quale è direttamente presente con
uomini e capitali suoi— secondo le esigenze del momento: per
esempio, è noto che dall’America è arrivato il “via”
all’Italia per un massiccio rifornimento di armi all’Iraq,
proprio poco tempo prima che incominciasse la guerra con
l‘Iran.
Alla regolamentazione americana della produzione di guerra e
della sua esportazione, deve corrispondere, per i
capitalisti nostrani, un adeguamento della struttura
produttiva secondo queste finalità. Essendo l’industria
italiana fortemente caratterizzata da una tecnologia
medio—alta, essa si trova già in una posizione di vantaggio
per assolvere a questo compito. Ma, perciò deve realizzare
attraverso la ristrutturazione una differenziazione
produttiva che “ricicli” in funzione della produzione di
armamenti una parte sempre più rilevante degli impianti.
Sì tratta cioè di specializzare all’interno di ciascun
settore industriale un ciclo per la produzione di guerra,
separandolo, potenziandolo, e costruendovi sopra una
organizzazione del lavoro dalle caratteristiche sempre più
“militari”.
Oggi, infatti, la produzione bellica percorre verticalmente
tutto l’apparato industriale italiano dalla siderurgia alla
meccanica fine, dall’industria dell’auto all’elettronica,
per finire, recentemente, alla chimica e alla farmaceutica.
Accanto alle fabbriche esclusivamente dedite alla produzione
bellica, assistiamo allo sviluppo in ogni grossa azienda,
sia privata che di Stato, di reparti organicamente
progettati per dare vita alla produzione di armi: questo
accade su scala sempre più ampia alla Fiat, per esempio,
all’Ansaldo, alla Borletti, alla GTE, ecc. Tutto ciò potendo
e dovendo differenziare la produzione a questo fine, è una
vera manna dal cielo per i capitalisti più in crisi.
Si veda il caso della Fiat, che, in crisi nel settore
dell’auto, trova in quello bellico una grossa valvola di
sfogo, così come la trova la cantieristica, che si
ristruttura quasi esclusivamente per la produzione di navi
da guerra e lascia così la maggior parte della classe
operaia occupata nel settore alla mercé dei più selvaggi
piani di ristrutturazione e riduzione del personale.
Data la tendenza accelerata alla guerra dell’imperialismo, e
l’enorme quantità di risorse buttate nella corsa agli
armamenti, si capisce dunque bene come questo settore sia e
sarà sempre più privilegiato negli investimenti. Ma ciò, in
quanto destinato in ultima analisi alla distruzione non solo
di merci ma anche di capitali, porta fatalmente non già a
risolvere ma a ingenerare ulteriori fattori di crisi, nel
quadro della crisi generale dell’imperialismo. Il ruolo
dell’anello debole Italia, dal punto di vista economico e
politico, si traduce nel suo opposto dal punto di vista
militare, data la sua posizione geopolitica.
L’intera economia italiana si subordina allora all’esigenza
Nato di trasformare il fianco sud dell’alleanza in un
fondamentale cardine strategico. E’ un tema che dobbiamo
approfondire, nel senso che già oggi la lotta di classe in
Italia vive dentro questi rapporti di forza, e si trova
dunque nella necessità obiettiva di qualificarsi sempre più
in senso antimperialista, all’interno di una nuova strategia
internazionalista del proletariato.
La vastità dei temi che solleva l’analisi della
ristrutturazione imperialista sta in realtà alla base della
definizione di un Programma Politico di Congiuntura.
Non vogliamo affrontare qui complessivamente questo
programma, ma fissare i punti essenziali, i terreni
prioritari, per quanto parziali, sui quali cominciare a
costruirlo, secondo una linea politica corretta.
Nella fase dell’attuazione del progetto
controrivoluzionario, i centri dello scontro laddove si
giocano le mosse iniziali e fondamentali di una lunga
partita, sono i luoghi concreti in cui si verifica
l’oppressione del proletariato: le grandi fabbriche, per
quanto riguarda l’aspetto generale dello scontro e le galere
(e la politica della detenzione in genere) per quanto
riguarda il cuore della politica dell’apparato statale.
Avevamo individuato nel piano Pandolfi il piano economico
nazionale che con la più grande coerenza, aderiva alle
esigenze dell’imperialismo. Ed è tuttora su di esso che
l’economia italiana si incanala, per rimanere nel novero dei
paesi cosiddetti forti. Il piano si diceva triennale, ma a
ben vedere sembra che abbia tempi di attuazione da qui
all’eternità. Le sue chiarezze senza mezze misure diventano
attacco selvaggio all’intero proletariato, per tamponare le
numerose falle di un sistema produttivo destinato a svolgere
le mansioni più utili e sporche nella divisione
internazionale del lavoro dominata dagli americani. Si dovrà
produrre solo ciò che non turba l’egemonia politica ed
economica dei veri e forti padroni del carrozzone
imperialista.
E’ questo l’imperativo politico che nel piano viene accolto
e rispettato con servilismo nella definizione dei tagli di
interi settori produttivi, nel saccheggio e nella
distruzione di capacità del sistema industriale italiano. La
chimica, la siderurgia, il ciclo dell’auto, la gran parte
della elettronica, ecc, seguono tutti questo filo a piombo.
Il crollo degli investimenti e il restringimento della base
produttiva vengono sostituiti con due parole magiche:
efficienza e produttività.
In termini più propriamente economici, ciò significa forzare
i meccanismi dell’accumulazione del capitale spingendo oltre
ogni limite i con fini dello sfruttamento proletario.
Il taglio della spesa pubblica, l’aggressione continua dei
salari reali, la razionalizzazione dei settori produttivi,
ecc, sono le mosse che vengono attuate dentro il disegno
padronale per raggiungere questi obiettivi. Gli effetti che
si riversano da tutto ciò sul proletariato sono oggi ben
visibili nella realtà quotidiana: espulsione di classe
operaia occupata e conseguente dilatazione del numero di
disoccupati che vanno ad ingrossare le file dell’esercito
industriale di riserva, o di una emarginazione ormai
stabile. La mancanza di un reddito investe ora in un modo di
gran lunga superiore segmenti di classe stritolata,
soprattutto al sud, da una condizione di vita sempre più
misera. I ritmi di lavoro non sono mai sufficientemente
elevati, c’è sempre qualcosa di più da spremere sia dal
lavoro operaio produttivo che da quello dei servizi, come
rimedio universale in sostituzione del crollo degli
investimenti.
Non c’è un solo settore produttivo o improduttivo in cui la
nocività non sia in vertiginoso aumento. In casi sempre più
numerosi, come nel ciclo chimico o nel siderurgico o nel
lavoro ospedaliero, si è arrivati a non avere garantita
neppure la sopravvivenza.
Cogli attuali rapporti di produzione e con l’attuale classe
dominante, l’opera dell’uomo sull’ambiente non sviluppa un
potenziamento delle risorse umane naturali, ma la loro
distruzione in un rapporto definitivamente stravolto.
L’insieme di queste contraddizioni si è riversato negli anni
scorsi sulla classe operaia delle piccole fabbriche e sui
lavoratori dei settori produttivi, dove era più facile per
il capitale muoversi sin da subito con estrema disinvoltura.
Ma in ciò occorre vedere la conferma di quel che nel piano
viene chiaramente ribadito: la centralità della grande
impresa multinazionale.
Questo non significa affatto che la grande impresa viene
preservata dagli effetti della crisi, ma soltanto
privilegiata dalla ristrutturazione, e che a pagare per
primi i costi della crisi sono quei settori che, a
differenza della grande impresa, sono meno abituati ai
rigidi schemi della divisione internazionale del lavoro. Ma
se l’intervento previsto dal piano in molti casi è stato
attuato con la mano del chirurgo, con la grande impresa si
opera con la mannaia del macellaio. E’ Agnelli,
naturalmente, che si è assunto l’incarico del capofila.
L’offensiva scatenata contro la classe operaia Fiat,
l’accordo capestro sui licenziamenti mascherati siglato con
le confederazioni sindacali, dovrebbero essere le pietre
miliari di un vero e proprio massacro politico della classe
operaia. La capitolazione dei vertici sindacali che ha
concluso la vertenza ci dà la misura di che razza di vicolo
cieco sia la politica sindacale revisionista, e a qual
suicidio essa inevitabilmente conduca (suicidio fra l’altro,
che non risparmierà neppure i bonzi che ne sono gli
apologeti, ma ci dà anche la misura della reale integrazione
degli apparati del revisionismo nostrano con lo SIM).
Naturalmente non si tratta più di ottenere il coinvolgimento
del PCI attraverso la formula morotea della solidarietà
nazionale, di consentire margini, seppur minimi di
contrattazione sindacale, ma di mettere la firma di Lama in
calce ai piani di Agnelli.
C’è da dire che quest’offensiva il padronato italiano l’ha
preparata con molta cura, e attraverso tappe facilmente
identificabili: 61 licenziamenti esemplari alla Fiat che
hanno di fatto dichiarato illegale ogni forma di lotta, lo
sterminio di un’intera parte di avanguardie operaie, vera
struttura portante del MPRO, accompagnata dall’arresto di
centinaia di compagni; le migliaia di licenziamenti attuati
silenziosamente questa estate per assenteismo, per arrivare
infine allo scontro aperto generale di questo autunno.
Ma è vero che per i padroni le cose stanno andando tutte
così lisce? non ci sembra proprio. La reazione operaia
contro la stangata governativo-sindacale di luglio, la lotta
e la coscienza di classe espressa alla Fiat davanti ai
cancelli e sotto i palchi dei bonzi sindacali, non sono solo
una pesante ipoteca su questo progetto, ma costituiscono la
materializzazione di un movimento di resistenza che nessuno
si illude di avere battuto.
Al contrario, la tenacia, la forza, la mobilitazione con cui
la classe operaia resiste alla ristrutturazione, sono
l’esaltante premessa di un nuovo ciclo di lotta durante il
quale il potere proletario armato si estenderà e si
rafforzerà. Quelle che oggi agli opportunisti appaiono come
delle irrimediabili sconfitte, segnano invece la presa di
coscienza per migliaia di operai della necessità della lotta
armata per il comunismo e della necessità di progredire e
organizzarsi per non farsi schiacciare. Anche questa volta i
padroni e i loro lacchè sperano di avere vinto, ma anche
questa volta si bruceranno le dita.
Se la disperata ricerca di margini di profitto porta ad un
attacco che si configura ormai nei termini
dell’annientamento politico non bisogna pensare che esso non
abbia una tattica, attraverso una simultaneità di strumenti
che non va sottovalutata. La ristrutturazione delle
fabbriche è oggi il centro dell’iniziativa antiproletaria, e
pertanto oggetto degli sforzi congiunti delle forze
controrivoluzionarie. Essa cioè non si limita a
ridimensionare alcuni settori e a potenziarne altri secondo
la maggiore composizione organica del capitale che quel tipo
di produzione ha in sé, ma è una precisa strategia
complessiva che attraversa ogni settore dell'economia
industriale in profondità, nell’organizzazione del lavoro,
nelle forme della composizione di classe, anche se tutto
questo provoca non poche contraddizioni in campo borghese.
La centralità politica della grande impresa dato il suo
carattere multinazionale, ha avuto la sua verifica
attraverso la contrazione del mercato interno, volta a
favorire l’inserimento dell’intera economia industriale nel
mercato internazionale. Questa è una delle principali
conseguenze della ricerca di maggiore “valore aggiunto”
delle merci nell’attuale crisi. Questa politica economica è
diventata unitaria (abbracciando settori avanzati e
arretrati, grandi e piccole aziende). E ciò grazie
all’ampliamento della struttura creditizia. Lo sviluppo del
capitale finanziario è andato oltre alla funzione diretta di
capitale bancario e industriale verso forme sempre più
sofisticate di controllo da parte dello Stato—banca e delle
grandi imprese. Finanziarie e consorti non si limitano a
condizionare le scelte di mercato, contribuendo a modellare
quest’ultimo, ma più in profondità definiscono spesso
persino gli organici, la scelta del prodotto, la sua
quantità nelle singole aziende in crisi, eccetera; da in
lato questa struttura accentua i conflitti interborghesi
(vedi la lotta contro il carattere anarchico dell’economia
sommersa, lo scannamento fra borghesia privata e di Stato,
ecc), ma dall’altro ha consentito sulla classe, che
l’attacco all’occupazione diventasse il perno della
ristrutturazione, in una regia sapientemente differenziata.
L’attacco all’occupazione, per i modi in cui viene condotto,
si traduce in processo continuo di stratificazione del
proletariato, il quale è costretto a mutare le forme
specifiche della sua composizione di classe. Per fare un
esempio: parallelamente alla temporanea sospensione dei
licenziamenti Fiat, sono stati sospesi una serie di crediti
al mondo consortile delle piccole e medie aziende. Il che
significa un ulteriore aumento di licenziamenti in questo
comparto oltre quelli, previsti dalla Gepi che come tutti
sanno è un ente di salvataggio.
Sviluppo del controllo da parte del capitale finanziario (di
Stato e privato, insieme) e attacco all’occupazione, oltre
ad essere aspetti legati, sono momenti di fondamentale
importanza in questa fase dello sviluppo capitalistico,
quando la possibilità di investimento non dipende da
possibilità reali di allargamento della base produttiva, ma
dalla adattabilità alla sopravvivenza attraverso l’accumulo
di tecnologie e la capacità di supersfruttamento. Sotto
questo profilo, i settori di classe che non vivono gli
aspetti più stridenti della ristrutturazione sono quelli
appartenenti alla produzione considerata trainante, ad alta
tecnologia. Ma in Italia questi settori occupano una parte
ridotta dell’intero apparato industriale, dato il tipo
particolare del nostro sviluppo capitalistico. Essi godono
dei migliori appannaggi (data la larga presenza di capitale
di Stato che monopolizza, per esempio, il settore nucleare),
e occupano una classe operaia numericamente ristretta, con
occupazione relativamente stabile e con una reale capacità
professionale, adeguata alla tecnologia moderna. Perciò
questi settori sono tanto importanti nell’analisi per capire
l’evoluzione della ristrutturazione in generale, quanto poco
indicativi della dinamica della lotta di classe.
Centro dell’attacco della borghesia imperialista e cuore
della lotta di classe in Italia sono gli operai che lavorano
nei settori a tecnologia “media”. Si tratta dei settori che
caratterizzano la maggior parte dello sviluppo capitalistico
italiano, non solo fino ad oggi, ma anche nel nostro futuro
di paese di serie B. Si va dall’auto alla cantieristica
civile che sono settori strutturalmente a tecnologia media
al tipo di chimica o di siderurgia o persino di elettronica
(civile) che l’Italia deve produrre non potendo aspirare a
mete più raffinate per le quali dipende dai brevetti
stranieri. Tutta questa produzione è quella in cui è
concentrata la maggior parte della classe operaia delle
grandi fabbriche, oltre che il maggior numero di operai in
assoluto. E’ prevalentemente in mano alle multinazionali
private. Lo scontro tra borghesia privata e di Stato
racchiude un conflitto di potere che ha questa base
strutturale. La necessità di elevare la composizione
organica del capitale in questo comparto non può tradursi
semplicemente nell’aumento di capitale fisso rispetto alla
situazione precedente. Ciò infatti significherebbe allargare
la base produttiva in vista di una espansione del mercato:
insomma ignorare la crisi, la economicità, il buon senso. Si
realizzano allora le seguenti condizioni:
1) diminuzione degli occupati in rapporto al capitale fisso
esistente;
2) riadeguamento dell’organizzazione della produzione alla
nuova quantità della forza—lavoro impiegata con relativi
investimenti in questo senso;
3) conseguente rafforzamento dell’autorità della produzione
come ”piano”, che si contrappone al singolo operaio nel
mantenere i nuovi livelli di sfruttamento.
Oggi, come vediamo, il primo punto non si dà più con lo
stillicidio dei licenziamenti nelle piccole fabbriche e il
blocco del turn—over generalizzato, ma come un’ondata di
licenziamenti, epicentro di un attacco
economico-politico—militare che riguarda l’intera
stratificazione proletaria e la sua capacità di lotta; a
partire dai suoi punti più alti.
Parallelamente, lo sviluppo dell’automazione vuole
espropriare, con l’esasperata parcellizzazione del lavoro
manuale, ogni possibilità della classi di contrapporsi al
capitale a partire dal potere “contrattuale” costituite
dalla conoscenza del processo produttivo complessivo; e
vuole realizzare la possibilità materiale di sfruttare
ancora di più la forza—lavoro viva. La rivoluzione
industriale dell’informatica applicata non solo agli
impianti, ma ormai anche a molti prodotti finiti, i
microprocessori, che immettono in un unico pezzo quello che
era il frutto meccanico di un’insieme di mansioni operaie
professionalizzate.
Due sono le conseguenze di questo processo sulla
composizione di classe in questi settori ( e quindi per la
maggior parte, è la più combattiva della classe operaia).
Da un lato si diffonde ancor di più la figura di classe più
espropriata che abbiamo definito “operaio massa”. Pensare
all’operaio massa come l’addetto alle catene o alle “vecchie
giostre” o ai “tappeti” e cose simili, legate ai compiti
dell’assemblaggio, è quanto di più riduttivo si possa
pensare. Da tempo oramai, con l’estendersi dell’informatica,
ogni macchina utensile può trasformare il suo addetto in
operaio massa anche nelle piccole fabbriche riciclate nella
produzione della “scelta europea”. Causa di questo processo
è l’uso sempre più massiccio della scienza come forza
produttiva contrapposta al lavoro manuale per mantenere gli
attuali rapporti di produzione.
Il corrispettivo della diffusione dell’operaio massa è
perciò con tutta naturalezza l’aumento a dismisura delle
funzioni di controllo. In parole povere, alle vecchie
divisioni basate sulla professionalità si va oggi
sostituendo una nuova forma di divisione, in cui il piano
del capitale nella produzione appare in tutta la sua
ostilità come controllo sul lavoro parcellizzato. Non solo i
capi si trasformano in puri sbirri, ma le stesse
aristocrazie operaie di vecchio tipo vengono via via
sostituite da una nuova aristocrazia che si distingue dal
fatto che nelle sue varie funzioni (sindacali e
professionali) tocca sempre meno l’utensile per limitarsi a
guardare quelli che lo usano: e quindi è improduttiva e non
operaia. Mai come per questi strati di operai massa la
presunta neutralità dello sviluppo delle forze produttive
sbandierata dai revisionisti è apparsa in tutta la sua
assurdità. Le forze produttive a partire da quel che è oggi
la classe operaia, sono plasmate secondo gli attuali
rapporti di produzione che appaiono in tutta la loro
ferocia. Accanto a questi strati di classe si affiancano
oggi altri dei settori a bassa tecnologia delle piccole e
medie fabbriche, ed i lavoratori dei servizi. Il
rastrellamento di una massa maggiore di plusvalore relativo
di aziende a tecnologia media diventa, dove la tecnologia è
più bassa, riserva di un maggiore plusvalore assoluto. La
riduzione dei costi di lavoro, non potendo però avvenire
tramite il prolungamento della giornata lavorativa, avviene
attraverso lo “spremere al massimo quanto serve”.
L’industria di questi settori trasforma i suoi addetti in
operai massa precari, la cui stabilità occupazionale
sottostà ai minimi cambiamenti di “umore” del mercato,
secondo le esigenze del giro grosso delle grandi imprese. Il
carattere “indotto” di queste mondo non deriva più, cioè,
solo dal fatto che in esso è concentrata la produzione della
componentistica per le grandi imprese, perché è la sua
stessa esistenza che è ”indotta” come fenomeno direttamente
dipendente dal sistema integrato della grande impresa
attraverso i meccanismi della intermediazione finanziaria.
Come già vedevamo in tendenza nella DS ‘78, la precarietà
non riguarda più il singolo operaio, ma la stessa unità
produttiva in cui l’operaio è inserito, come valvola di
sfogo del sistema delle multinazionali.
Abbiamo messo i lavoratori dei servizi alla stessa stregua
di questi strati operai pur non essendo produttivi, per un
motivo molto semplice: nella politica fiscale dello Stato
essi rientrano ormai nella voce “taglio della spesa
pubblica”.
Lo Stato, nella sua veste di imprenditore nei settori
trainanti, nella sua veste di capitalista collettivo che
deve mediare con le esigenze delle multinazionali private,
di finanziatori di sbirri ecc, non può che rifarsi sotto
questa voce. I lavoratori dei servizi perdono ogni residua
sembianza di strati proletari privilegiati, sono destinati
anch’essi a subire uno sfruttamento sempre maggiore, in un
numero sempre minore.
La ristrutturazione economica, e in particolare quella
dell’apparato industriale, persegue quindi l’intento di
accumulare capitale e di attivare meccanismi che a questo
sono funzionali. Ma questo naturalmente ai capitalisti non
basta. Essi sanno che devono sconfiggere la resistenza
proletaria che il successo del loro piano è subordinato alla
sconfitta del movimento di classe. Tutto il piano di
ristrutturazione è informato infatti da due condizioni
politiche: mobilità e militarizzazione. La mobilità è il
principio che guida ogni mossa, anche la più piccola della
ristrutturazione. Significa che, nel progettare la chiusura
di una fabbrica, lo smembramento di un reparto, la modifica
di un qualsiasi processo produttivo, l’obiettivo che i
padroni tentano di raggiungere è quello di smembrare la
composizione di classe, con una stratificazione in cui sia
sempre più difficile l’identificazione proletaria e la
possibilità di riunificare il proletariato. Per i
capitalisti il proletariato serve “mobile” perché possa
essere duttile e malleabile. Il restringimento della base
produttiva segue certamente le esigenze economiche del
capitale, ma nel modo di raggiungerlo deve ottenere lo scopo
di impedire l’unità di classe, di frantumare
l'organizzazione autonoma, di annichilire preventivamente la
crescita e lo sviluppo della coscienza e della lotta
proletaria.
I licenziamenti non vogliono dire soltanto buttare un sacco
di gente sul lastrico. Vogliono dire anche modificare
profondamente la composizione dell’intero proletariato. Vuol
dire rendere disponibile, perché ricattata, priva di
reddito, una fetta sempre maggiore di proletari a lavoro
nero, saltuario, precario. Si realizza cosi una dispersione
della potenzialità proletaria nei mille rivoli del lavoro
supersfruttato.
Ogni movimento del capitale, ogni licenziamento, ogni
capillare manovra è rivolta ad intaccare la composizione
politica della classe, ed è per questo che la mobilità va
combattuta come il peggiore dei nemici. Ed è per questo che
la resistenza proletaria quando si misura su questo terreno
è offensiva. E’ scontro di potere in una prospettiva di
superamento delle divisioni di classe..
La militarizzazione è l’altro aspetto caratterizzante della
ristrutturazione economica, che nel sistema produttivo
raggiunge il massimo della sua applicazione..
Tutto il complesso progetto, settore per settore, di
automazione della produzione tende a porre sotto un rigido
controllo di tipo militare gli operai. Vale a dire:
l’automazione ha come obiettivo quello di legare l’uomo alla
macchina in modo che sia quest’ultima a determinare i ritmi
e le scadenze, si cerca di così di rendere “oggettivo” il
rapporto uomo—macchina e di annullare definitivamente la
soggettività dell’operaio. L'organizzazione del lavoro punta
attraverso l’applicazione di sistemi avanzati, a vincolare
senza la possibilità di potersene sottrarre i comportamenti
operai, la loro possibilità di interazione col loro lavoro,
al meccanismo autonomo e determinato della catena
produttiva. La speranza è che così facendo venga eliminata
quella “fastidiosa” microconflittualità che la resistenza
opera già pratica tutti i giorni.
Ogni riforma del processo produttivo, dell’organizzazione
del lavoro, per quanto mistificata e lubrificata dalla
demagogia padronal—sindacale, è guidata da questo perfido
intento: sottoporre in ogni luogo di lavoro, in ogni
reparto, in ogni linea, la classe operaia ad un “nuovo modo
di fare la produzione”, ad una nuova organizzazione che
abbia in sé la capacità di castrare la soggettività operaia.
Parallelamente a questi meccanismi oggettivi (insiti cioè
nel processo produttivo), agiscono altri di tipo soggettivo.
Sono i molteplici strumenti di controllo, aperti e
sputtanati, quali i capi, i guardioni, i sindacalisti, i
carabinieri sulle linee, i DIGOS, le schede di
identificazione personale (applicazione superlativa
dell’informatica per il controllo, per seguire in ogni
istante i comportamenti individuali degli operai), le
telecamere ovunque, ecc. E’ così che una fabbrica, un
ospedale, uno scalo ferroviario, assomigliano sempre più ad
un campo di concentramento militarizzato a tal punto che il
consenso operaio diventa superfluo, mentre decisiva è
l’impostazione militare.
Si può dire che gli unici “investimenti” fatti negli ultimi
tre anni da capitalisti vanno unicamente in questa
direzione.
Se la mobilità è l’arma che crea la stratificazione, la
militarizzazione è quella che nella stratificazione persegue
l’annientamento. Questo è valido in ogni settore di classe.
All’informatica impiegata per il controllo della grande
fabbrica corrisponde l’impiego del blindato e la carica
della polizia nella piccola; all’assedio permanente nei
quartieri ghetto corrispondono le pistolettate omicide dei
posti di blocco.
LA MILITARIZZAZIONE E’ LA LINEA STRATEGICA DELLA BORGHESIA
PER MANTENERE SEMPRE PIU’ FORZATAMENTE E VIOLENTEMENTE LE
CONDIZIONI DELLO SFRUTTAMENTO E PER DISTRUGGERE NEL
PROLETARIATO CIO’ CHE E’ VIRTUALMENTE POSSIBILE.
Combatterla è compito primario delle forze rivoluzionarie.
Combatterla, mobilitando il movimento di resistenza, per
disarticolare e distruggere in ogni dove gli strumenti con
cui si attua, va nel senso della guerra civile per il
comunismo e della costruzione del potere proletario.
Lo scontro tra la strategia padronale e gli interessi
immediati del proletariato vive dunque in termini di
assoluto antagonismo. L’attacco alle condizioni di vita e di
lavoro non riguarda aspetti congiunturali (di mercato o di
repressione di una singola lotta), ma vuole caratterizzare i
termini essenziali di un’intera fase storica. All’interno di
una complessa strategia economica e politica, il capitale
intende cioè, di fronte alla crisi “rimodellare” le forze
produttive nell’illusione di rendere eterni i suoi rapporti
di produzione. E’ per questo che l’attacco agli interessi
immediati del proletariato prende anche i connotati
dell’annientamento politico. Ma è anche per questo dunque
che dal punto di vista operaio, la lotta immediata non può
porsi in termini rivendicativi ma diventa scontro di potere.
Da questa possibilità deriva la necessità
dell’organizzazione comunista di unificare queste lotte
all’interno di un programma di transizione ai Comunismo.
Occupazione, intensificazione dello sfruttamento, nuove
forme di controllo e divisione, sono oggi terreni immediati
sui quali bisogna saper individuare i nodi strategici del
piano padronale. Infatti dietro l’attacco differenziato
all’occupazione emerge il carattere politico di ogni
licenziamento. Carattere politico, perché se per i padroni
costituisce il punto centrale per una nuova stratificazione
delle forze produttive, per i proletari lottare su questo
terreno diventa l’articolazione specifica di un programma
mirante a lavorare tutti per lavorare meno. Dunque assumere
questa parola d’ordine a livello generale può determinare un
elemento di unità per tutti i lavoratori, produttivi e
improduttivi, può impedire che, per la sua complessa natura,
la lotta contro la stratificazione proletaria (blocco del
turn—over, accordi separati, cassa integrazione prolungata,
mobilità, precarietà ...) si disperda in mille rivoli.
OGNI LICENZIAMENTO E’ POLITICO!
NESSUN LICENZIAMENTO RIMARRA IMPUNITO!
La macchina che segna i pezzi, la scheda perforata che
determina il lavoro operaio, il capo sbirro, il sindacalista
spia, sono gli aspetti più immediati e visibili, gli
ostacoli più diretti di ogni lotta contro la repressione e
lo sfruttamento. Lottare contro queste cose vuoi dire ormai
mettere in discussione una divisione esasperata tra lavoro
manuale e lavoro intellettuale, che avendo sempre meno
qualsiasi giustificazione storica, si presenta sempre più
come pura imposizione.
CONTROLLARE I CONTROLLORI!
SABOTARE E COLPIRE L’APPARATO DI CONTROLLO: I SUOI MEZZI ,
LE SUE STRUTTURE, I SUOI UOMINI!
INDIVIDUARE, ISOLARE E COLPIRE LE SPIE E GLI INFILTRATI!
Riduzione degli organici, nuove forme di divisione
nell’organizzazione del lavoro, in connubio con le tecniche
di automazione, tese a fare dipendere sempre più l’operaio
dalla macchina, sono i mezzi che materializzano
l'intensificazione dello sfruttamento. In questo quadro la
nocività non è solo frutto di impianti o produzioni
arretrate, ma esattamente l'opposto. Nelle mille forme in
cui si manifesta la resistenza operaia allo sfruttamento,
essa deve assumere i al suo interno l’obiettivo che:
NESSUN REPARTO NOCIVO DEVE FUNZIONARE!
Questa parola d’ordine non mira ad ottenere qualche
miglioria nell’ambiente di lavoro o il pagamento di qualche
indennità in più; ma a colpire il cuore delle multinazionali
nelle loro scelte strategiche, ad affermare potere
proletario armato per imporre le finalità collettive della
produzione, a ribaltare l’attuale rapporto uomo—natura in
una società diversa.
SABOTARE CON TUTTI I MEZZI L’INTENSIFICAZIONE DELLO
SFRUTTAMENTO!
ANNIENTARE I MASSACRATORI DEL PROLETARIATO!
B. La
ristrutturazione dello Stato.
1. Lo Stato espressione della borghesia imperialista.
Quando i rapporti di produzione strozzano l’ulteriore
espansione delle forze produttive, quando cioè si produce il
fenomeno della crisi generale del modo di produzione, la
“politica” è costretta a tirare fuori i denti ed a assumere
un ruolo determinante. E’ la realtà economica, naturalmente,
che provoca questa accentuazione del momento politico,
determinato, in ultima istanza dal livello esclusivo delle
contraddizioni fondamentali. Tra parentesi diciamo che
questa affermazione non ha nulla di poco ortodosso dal punto
di vista marxista. Il prevalere del "politico" in alcuni
momenti storici non ha nulla a che vedere con la sua
presunta autonomia!
L’essenza della posizione dominante dello Stato nella fase
di crisi generale sta nella molteplicità dei meccanismi
economici, politici, sociali, giuridici, ideologici e
militari che pone in essere e fa operare in ogni ambito,
della società borghese in funzione della sua conservazione,
cioè della conservazione dei rapporti capitalistici ormai
superati.
Il carattere strutturale della crisi non fa che potenziare
il ruolo dello Stato quale rappresentante dell’interesse
delle multinazionali.
Se l’allargamento delle funzioni dello Stato, che sempre più
deve intervenire per controbattere la tendenza alla crisi
insita nel modo di produzione capitalistico, porta alla
crisi della forma—Stato stessa, ciò non significa affatto
che questa crisi ne diminuisca il ruolo. All'opposto essa
spinge lo Stato ad un salto di qualità.
Lo Stato diventa espressione politica reale della borghesia
imperialista, perde l’aspetto di rappresentante complessivo
dell’intera borghesia e assume definitivamente la forma di
Stato imperialista delle multinazionali in quanto aumenta
sempre più, in questa fase, l’influenza sostanziale che nel
processo di formazione delle decisioni strategiche viene
esercitata dalla frazione monopolistica multinazionale del
capitale. Lo Stato diventa la determinazione operativa delle
centrali imperialiste, e passa decisamente all’attuazione
del progetto controrivoluzionario.
La politica dello Stato italiano oggi è l’applicazione
puntuale delle direttive economiche del FMI e delle
direttive politico—militari della Nato sotto la guida
dell’imperialismo americano. Al di là delle apparenze di un
quadro di democrazia parlamentare che viene formalmente e
opportunamente mantenuto, da una parte, il personale
politico imperialista si concentra nei ministeri e istituti
chiave dello Stato (ministero del tesoro, banca d’Italia,
...) così come negli anelli del comando padronale (Confindustria
Intersind, ....), i cui funzionari vengono oggi a costituire
il nerbo dell'imperialismo, e dall’altra i CC diventano
l’esercito antiproletario in tutta la complessità delle sue
funzioni integrate nella strategia globale della Nato.
Nella metamorfosi della forma dello Stato non possiamo
vedere certo lo sviluppo di una politica
socio—assistenziale, come gli scienziati borghesi si
affannano a dimostrare, cioè una politica volta a porre
rimedio alle contraddizioni dello sviluppo capitalistico
attraverso una serie di interventi molteplici ed integrati
nel sociale, quanto lo svilupparsi e il consolidarsi di una
politica "social—militare". Lo Stato si determina come Stato
della controrivoluzione preventiva con la funzione di
garantire i presupposti stessi dell’accumulazione; e,
contemporaneamente, di difenderli con la forza delle armi.
DA STATO PER IL CONTROLLO SOCIALE TENDE A TRASFORMARSI IN
STATO PER LA GUERRA.
Ma esso non riesce più a risolvere la questione decisiva:
LA GOVERNABILITA’ DEL SISTEMA.
Perché nessun Esecutivo, per quanto onnipotente, riuscirà
mai a mettere d’accordo le richieste degli strati sociali
super sfruttati, marginalizzati, dalla riduzione della base
produttiva, privati di realistico futuro, con le leggi
dell’accumulazione capitalistica.
Proprio per questo le contraddizioni che l’intervento dello
Stato produce nei confronti della borghesia e all’interno
delle sue diverse frazioni andranno adeguatamente
considerate, per individuarne i punti deboli e portare con
più efficacia il nostro attacco. Non devono però esser
sopravvalutate se non si vogliono correre tragici errori
nella valutazione della congiuntura. Vediamo le polemiche
furibonde di alcuni settori dell’industria privata verso la
concorrenza dello Stato e più ancora sull’entità e sulla
distribuzione della spesa pubblica. Vediamo le lotte
selvagge che si sviluppano per il controllo del sistema
bancario, vediamo come si sbranano i partiti tra di loro ...
ma queste contraddizioni riguardano sempre un aspetto
particolare, una delle facce dello Stato, mai quella
principale: quella rivolta al mantenimento degli attuali
rapporti di produzione attraverso meccanismi molteplici, in
cui IL MOMENTO ESSENZIALE E' COSTITUITO DAL “NO” AL
PROLETARIATO SU TUTTA LA LINEA (dalle sue esigenze immediate
a quelle strategiche). Attorno a questo obiettivo principale
la borghesia, in questa congiuntura, si trova più che mai
compatta!
Il “farsi Stato” di ogni frazione della classe borghese
risponde proprio a questa esigenza irrinunciabile, e
caratterizza l’attuale congiuntura. Il farsi Stato di queste
frazioni non significa infatti che esse diventano tutte
stupidamente subalterne a ciò che dice il Governo, ma
avviene all’opposto una ridefinizione profonda del ruolo di
tutte le istituzioni economiche, sociali e politiche della
società borghese. Da rappresentanti degli interessi di
questa o quella parte sociale, tutti ricomposti e unificati
nello Stato attraverso l’istituzione parlamentare, esse oggi
hanno un ruolo rovesciato. Si sono trasformate negli
apparati della coercizione indiretta (non militare) dello
Stato, apparati civili per il consenso e per l’esecuzione
della controrivoluzione nei; vari ambiti.
Attraverso una logica contraddittoria quanto inevitabile, il
“cuore dello Stato” ossia la strategia politica della
borghesia imperialista diventa sempre più controparte
immediata dei proletari.
2. Il ruolo della DC, partito—regime.
In Italia affrontare un problema dello Stato significa
affrontare il problema della DC, perché la DC materializza
in sé tutto quanto dobbiamo combattere e distruggere; questo
partito, in più di trent’anni, ha saputo compenetrarsi con
il potere in tutte le sue articolazioni, in tutte le sue
forme, tanto da DIVENTARE IL POTERE, da identificarsi con la
struttura economica, politica, militare dello Stato stesso.
Al punto che distruggere la DC significa distruggere
l’intero sistema politico—istituzionale che la borghesia
italiana, con l’aiuto determinante dell'imperialismo
americano ha costruito dal dopoguerra ad oggi. La DC è
diventata così il PARTITO-REGIME che si è impadronito dello
Stato che lo ha modellato a sua immagine e somiglianza che
ne ha fatto lo strumento del suo potere.
Quando si dice che la DC materializza in sé tutto quanto
dobbiamo combattere e distruggere si dice proprio questo. Il
proletariato nella sua lotta di ogni giorno è proprio la DC’
che si trova continuamente di fronte.
E se la trova di fronte nell’insieme delle sue varie
funzioni, strettamente intrecciate l'una all’altra: quella
di PARTITO—IMPRENDITORE, di PARTITO-BANCA, di PARTITO—STATO,
che tutti assieme definiscono appunto la sua natura
intrinseca di vero e proprio PARTITO—REGIME.
La DC è PARTITO—IMPRENDITORE essendo il partito che ha
pilotato l’intera processo di sviluppo industriale in Italia
nel dopoguerra, ponendosi come il partito del grande
capitale privato. Nello stesso tempo controlla, attraverso
il sistema delle Partecipazioni Statali, il capitale
pubblico.
Dentro la DC è dunque organizzata la grande borghesia
monopolistica di Stato, intimamente legata al capitale
multinazionale ed estremamente attiva sul piano della
penetrazione imperialistica del capitale italiano nei paesi
del terzo mondo. E’ questa frazione della borghesia che
guida in Italia i processi di ristrutturazione che
coinvolgono tutta una serie di settori decisivi, quali il
siderurgico, il cantieristico, l’energetico, l’elettronico.
Questa borghesia, attraverso il controllo dell’industria di
Stato è in grado di controllare e orientare lungo la via
della ristrutturazione parti consistenti dell’industria
privata, assumendosi una funzione trainante. Ma, in quanto
partito—imprenditore, la DC copre una molteplicità di figure
organizzando politicamente parte della piccola industria (Confapi),
della borghesia agraria e rurale (CONFAGRICOLTURA), e
dell'artigianato. Inoltre, una delle più salde roccaforti
del suo potere sta nel controllo pressoché totale che essa
ha delle Camere di Commercio, attraverso le quali può
estendere il suo potere in tutte le articolazioni e gli
aspetti del meccanismo economico.
Ai fini di questa posizione di dominio, è tuttavia
essenziale l’altra funzione della DC quella di
PARTITO—BANCA.
Il sistema delle banche è saldamente in suo pugno, e non c’è
lotta per quanto feroce che la DC non sia disposta a
mantenere pur di sostenerlo. Attraverso il controllo del
credito, gli UOMINI—BANCA della DC esercitano un enorme
potere nei confronti dell’intera struttura produttiva, tanto
più che la DC non controlla solo gli istituti centrali,
laddove, in accordo strettissimo con gli istituti del
capitale multinazionale, si decidono le politiche monetarie
e finanziarie, ma controlla pure tutta la rete capillare
delle Casse di Risparmio. Così solo la DC è in grado di
omogeneizzare sulle linee portanti della ristrutturazione
l’intera borghesia italiana, costituendone l’elemento
propulsore e unificante.
Ma infine la DC è anche PARTITO—STATO. Cioè è il partito in
cui si raccoglie la maggior parte del personale politico
imperialista che costituisce il nerbo dello Stato, anni di
Stato nei ministeri negli uffici studi, nelle commissioni
che, a livello nazionale ed internazionale, mettono a punto
le strategie della controrivoluzione preventiva.
Abbiamo sempre visto nella DC l’asse portante del progetto,
la forza che polarizzava un quadro politico in formazione,
forte, omogeneo, adeguato alle esigenze ferree della
ristrutturazione. Ma ora la DC è qualcosa di più e di
diverso. E’ la struttura politica attorno alla quale si è
cementato il nuovo livello di stabilizzazione del quadro
politico, il partito che ha richiamato attorno a sé un
coacervo di componenti politiche coalizzate
nell’applicazione (e non più solo nella elaborazione) del
piano controrivoluzionario. Ha selezionato il personale di
questa coalizione che ha assunto in toto la direzione del
progetto stesso, raggiungendo così un grado di operatività
di gran lunga più elevato del precedente, relegando ad un
livello molto secondario le contraddizioni interne alla
normale dialettica del potere. Questo lo dobbiamo saper
vedere, al di là delle lotte intestine e dei balletti che
ogni volta accompagnano la formazione e l’immancabile
successiva caduta dei vari governi.
E’ il personale specializzato di questo partito—Stato che ha
messo insieme quella specie di Bibbia controrivoluzionaria
che è il piano Pandolfi e che si prepara a gestire la
controrivoluzione preventiva, cioè l’insieme delle politiche
di controllo sociale e di militarizzazione che possono
permettere l’attuazione del piano stesso. Non c’è alcun
aspetto che questi UOMINI—STATO trascurano, quando è in
gioco il dominio della loro classe, quando la resistenza
proletaria e l’attacco delle avanguardie rivoluzionarie
smascherano fino in fondo il volto livido e reazionario dei
loro progetti. Non c’è oggi ministero, banca o direzione
aziendale in cui la DC non sia presente ed attiva, per
condurre in prima persona questa offensiva.
LA DC E' L’ASSE PORTANTE DELL’ATTUAZIONE DELLA
CONTRORIVOLUZIONE IMPERIALISTA CHE DOBBIAMO ATTACCARE E
DISTRUGGERE!
Questa linea deve tenere conto delle forme concrete con cui
gli uomini di questo partito esercitano le loro funzioni di
personale politico imperialista, organizzandosi nei diversi
gruppi e consorterie che rappresentano all’interno dello
Stato e dei suoi apparati altrettante funzioni del capitale
monopolistico multinazionale. E’ a partire di qui che si può
definire una linea selettiva di attacco alla DC veramente
efficace, cioè in grado di produrre contraddizioni
strategiche. L’attacco va portato contro quegli uomini e
quelle strutture che, all’interno del partito, dello Stato,
dell'apparato produttivo, sono espressioni delle consorterie
dominanti della borghesia imperialista e che attraverso di
esse svolgono funzioni centrali di comando, gestione,
elaborazione. Proprio perché la DC è il partito che da un
lato raccoglie gran parte del personale specializzato delle
consorterie dominanti, e dall’altro ne costituisce un
fondamentale veicolo di potere politico, attaccarla vuoi
dire attaccare il cuore dello Stato.
DISARTICOLARE E ANNIENTARE LA DC E’ IL PRESUPPOSTO PER LA
DISARTICOLAZIONE E LA DISTRUZIONE DELLO STATO.
ATTACCARE LA DC PER ATTACCARE LE CONSORTERIE DOMINANTI.
COLPIRE GLI UOMINI DELLA DC CHE NEL PARTITO, NEGLI APPARATI
DELLO STATO, NEL SISTEMA PRODUTTIVO, GUIDANO IL PROCESSO DI
RISTRUTTURAZIONE IMPERIALISTA.
ISOLARE E DISARTICOLARE I TERMINALI PERIFERICI ATTRAVERSO I
QUALI IL POTERE E IL CONTROLLO SOCIALE DELLA DC SI ESERCITA.
3.
IL PCI, OVVERO IL PARTITO DELLO STATO DENTRO LA CLASSE
OPERAIA.
Oggi non si
possono analizzare i processi di ristrutturazione dello
Stato senza considerare il ruolo che in essi assumono il PCI
e il sindacato. Non è il caso di raccontare qui la triste
parabola del revisionismo che milioni di proletari hanno
davanti agli occhi. Il risultato è un PCI che con Berlinguer
ha finalmente e definitivamente riconosciuto la centralità
del potere della DC in Italia; che concepisce la sua
politica in esclusiva funzione di alleanza con la DC; che ha
accettato fino alle sue ultime conseguenze politiche e
militari l’integrazione dell’Italia nello schieramento
imperialista; che si è fatto portatore, all’interno della
classe operaia, delle più sottili e perfide istanze di
controllo sociale per conto della borghesia imperialista;
che è diventato nei quartieri e nelle fabbriche, il miglior
alleato dei CC e dei poliziotti; che cerca di cancellare, in
nome del suo “farsi Stato”, ogni memoria e ogni coscienza di
classe nelle masse proletarie.
Il PCI in effetti, da tempo in forma esplicita, ha fatto
proprie le esigenze di larghi strati di piccola e media
borghesia, e si sforza in ogni modo di imporle alla sua base
proletaria, insieme a tutte le istanze di efficienza e di
razionalizzazione capitalistica dell’apparato produttivo
Il PCI e il potere economico. All’interno dell’industria di
Stato, un grande numero di esperti e manager trovano nel PCI
il loro referente politico. Da costoro partono ambiziosi e
particolareggiati progetti di ristrutturazione capitalistica
dell'apparato produttivo (vedi per esempio il ruolo di
Castellano e la sua banda nella ristrutturazione del gruppo
Ansaldo), e le più pericolose politiche di contenimento
delle esigenze proletarie sacrificate ai miti della
efficienza e produttività. Inoltre, il PCI dedica un impegno
particolare per conquistarsi la piena fiducia dei piccoli e
medi industriali —proprio quelli che sfruttano spesso in
modo più bestiale il lavoro operaio— ai quali offrono la
propria consulenza e la propria alleanza con la promessa
rassicurante della pace sociale.
Ed è inoltre imprenditore in proprio, organizzando i suoi
“padroncini” soprattutto nella Lega delle Cooperative e
occupando una posizione di monopolio nelle intermediazione
degli scambi tra l’Italia e i paesi dell’Est europeo. Così
il PCI è una delle principali forze che direttamente
collaborano alla ristrutturazione della grande industria di
Stato e in forme più mediate con quella privata: ed è
diventato a livello di territorio il partito dei
“padroncini”; cioè delle peggiori sanguisughe del
proletariato.
Il PCI e lo Stato. Le strategie di potere del PCI passano in
gran parte attraverso il controllo degli Enti locali che,
imitando e sopravanzando persino la DC, esso trasforma in
propri feudi e centri di aggregazione clientelare.
Attraverso di essi, inoltre, il PCI si infiltra in tutta una
serie di centri decisionali e comincia a mettere piede nel
mondo della finanza e allaccia rapporti sempre più stretti
con le strutture periferiche, ma non per questo meno
delicate e meno importanti dello Stato. A livello centrale,
l’attenzione che il PCI dedica al problema dello Stato, e
del suo inserimento in esso, è testimoniata dalla mole di
lavoro svolto dalla sua “SEZIONE PROBLEMI DELLO STATO”, che
si è sempre più decisamente posta sulla via della guerra
controrivoluzionari qualificandosi come vera e propria
agenzia a servizio delle borghesia imperialista. E’
soprattutto di lì, infatti, che viene impostata e coordinata
la schedatura dell’avanguardia rivoluzionaria e delle frange
più antagoniste del PM, in supporto dichiarato alle
operazioni della DIGOS e dei CC. Al proposito, è importante
osservare come già da molto tempo il PCI abbia compiuto
opera di centrismo nella polizia e nella magistratura
(Caselli, Calogero, Vigna e soci, stanno lì a dimostrarlo),
riproducendo in qualche modo, anche se in scala ridotta, la
stessa tattica di compenetrazione già messa in atto dalla DC.
In questo modo, anche il PCI persegue l’obiettivo di farsi
partito—Stato, anche se è perfettamente consapevole che ciò
comporta una perenne, strutturale subalternità strategica
alla DC. Entro i margini di questa subalternità, tuttavia,
il PCI cerca in tutti i modi di allargare, attraverso i
servizi che è in grado di rendere alla borghesia (e che
vorrebbe vedere meglio compensati) la sua area di influenza.
In ciò è stato in parte ripagato perché la sua avanzata
elettorale a metà degli anni ‘70 non è affatto dovuta
all’aumento dei voti operai, ma a quelli di strati sempre
più ampi di borghesia, rassicurati dalla sua politica di
“diga” nei confronti del proletariato; e una diga che si
presentava tanto più efficace, in quante costruita in parte
all’interno del proletariato stesso. Ma proprio questo è
l’elemento di contraddizione che paralizza il PCI, lo rende
privo di una strategia complessiva e credibile, lo rende
ostaggio nelle mani della DC.
Il PCI e la classe. Il punto essenziale per capire la
posizione del PCI, la sua strategia, le ragioni della sua
tenuta elettorale (nonostante le recenti sconfitte che gli
vengono proprio da parte operaia e proletaria!) e dalla sua
indubbia capacità di controllo sulla classe operaia sta una
precisa analisi di classe.
E’ giusto dire che il PCI ha sempre avuto il suo punto di
forza nella classe operaia per via delle sue radici
storiche, ma certo non è oggi sufficiente limitarsi a
questo.
Su chi il PCI esercita la sua egemonia e perché? Intanto,
non solo e non tanto su strati di piccola e media borghesia
in quanto tali, e non su quelli che abbiamo chiamato i
“padroncini” che solo in base a calcoli di convenienza
immediata possono accettarne l’alleanza. In realtà, su un
piano generale, si può affermare invece che il PCI
rappresenta tutti gli strati oggettivamente interessati ad
una funzione principale che esso intende esercitare: la
funzione di controllo all’interno del processo produttivo
complessivo.
Puntualizziamo due cose:
1) dato lo sviluppo raggiunto dalle forze produttive e la
loro complessità questa funzione di controllo è di
fondamentale importanza; copre un arco vastissimo di ruoli e
permette al suo interno ampie e differenziate possibilità di
carriera; resta in ogni caso legata al mondo della
produzione, rispetto al quale si pone come l’indispensabile
cerniera che lo lega alle direttive generali del capitale;
2) gli strati sociali interessati a questa funzione sono
assai ampi, e seppure di diversa provenienza definiscono
oggi l’area di quella che possiamo chiamare “nuova piccola
borghesia”, alla quale fornisce, nell’ambito di quella
funzione di controllo, concrete possibilità di mobilità e
prestigio sociale, e un'ideologia di tipo tecnocratico,
basata sul mito della razionalità produttiva,
dell'efficienza, della ristrutturazione, dello sviluppo.
Le ragioni della sua presa sugli strati dell’aristocrazia
operaia sono, in questo modo, assai chiare. E’ il PCI che
nella sua quotidiana politica di fabbrica aiuta l’operaio
professionale a fare il salto da “produttore” a “controllore
della produzione”, facendogli contemporaneamente compiere il
“salto di classe” che lo stacca dal proletariato per
inserirlo in quella “borghesia tecnico—burocratica” che
rappresenta nei confronti della produzione il punto di vista
del capitale.
Questa politica, condotta insieme dal partito e dal
sindacato (non è un mistero il gioco delle parti tra i due,
né il fatto che si costruiscono piattaforme rivendicative ad
esclusivo vantaggio dell’aristocrazia operaia!), ottiene una
serie di risultati:
1) collabora in forma diretta alla nuova organizzazione del
lavoro richiesta dalle direttive generali della
ristrutturazione. Su questo argomento, berlingueriani e
sindacalisti sono in prima fila a fare “proposte
costruttive”: solo che vanno a farle agli operai per conto
della direzione!
2) spacca la classe, favorendo processi di scomposizione
continua che la indeboliscono e la lasciano disarmata di
fronte al procedere inesorabile dei processi di
ristrutturazione;
3) lascia, in ultima analisi, il proletariato senza alcuna
vera rappresentanza politica, neppure al livello degli
interessi più immediati, e anzi lo divide cacciandone una
parte sempre più grande in una condizione di marginalità,
corrompendone un’altra parte con speranze di “carriera” o
almeno di sistemazione stabile, reprimendo infine quanti
resistono in nome dell’antagonismo e dell’unità di classe.
Con il risultato di rivolgersi anche contro una parte di sé,
perché il PCI non esita certo a coinvolgere nella rete dei
sospetti di “terrorismo” quella parte della sua base che
resta nonostante tutto tenacemente comunista, e consegnarla
alla prima occasione al potere. In un largo arco di forze e
di interessi, e che dunque ha avuto la sua parte di
successo. Tuttavia essa deve pur sempre giustificarsi in
nome di qualcosa che non siano le pure e semplici esigenze
del capitale, deve fornire una prospettiva sociale e
politica complessiva.
Qualche anno fa si trattava delle riforme di struttura che
si sono poi miserevolmente ridotte agli elementi di
socialismo, fino a diventare oggi efficienza produttiva
(cioè sfruttamento), ristrutturazione e pace sociale.
Cosa è successo? E’ successo che la crisi capitalistica ha
distrutto le basi stesse dell’utopia socialdemocratica del
PCI, utopia che non è altro che il cemento ideologico degli
strati sociali che esso rappresenta. Le condizioni
economiche che potevano illudere circa una gestione
democratica e riformista dell’apparato produttivo sono il
segno di un tempo che fu! La crisi ha distrutto ogni margine
all’ideologia riformista sì che pian piano al PCI non è
rimasto che aspirare alla gestione ed alla conservazione
dell’esistente, quale esso sia e a qualsiasi prezzo. E ciò
ha rivelato fino in fondo la natura subalterna della sua
strategia di potere. All'interno del sistema dominato dal
capitale multinazionale, questa subalternità politica non è
altro infatti che il riflesso della subalternità sostanziale
e oggettiva del ruolo occupato dallo strato sociale che si
riconosce nel PCI. Un conto è controllare un processo
produttivo e un conto è possederlo e dominarlo!
In altre parole, la funzione di controllo non è che un
servizio reso ai padroni: in questo caso, in definitiva alle
multinazionali imperialiste.
Una prospettiva incerta e limitata di potere all’ombra della
DC, al servizio della borghesia imperialista, sotto
l’ombrello protettivo delle atomiche della Nato: ecco qui
tutta la prospettiva strategica del PCI.
Ma nei confronti del proletariato, i revisionisti, pur
svolgendo un lavoro subalterno, contribuiscono in modo
fondamentale all’allargamento dell’iniziativa
controrivoluzionaria.
Al di là delle divergenze con la DC che resta l’esecutore
centrale, essi si sono costituiti in apparato civile per il
consenso alla controrivoluzione lavorando alla costruzione
di un blocco sociale a sostegno dello Stato imperialista, da
opporre all’avanzata del processo rivoluzionario. Dì più,
infiltrati come sono all’interno della classe operaia essi
sono in grado di rovesciare su di essa un grado elevatissimo
di pericolosità, la loro politica.
Sono i quadri del PCI che spiano, schedano, denunciano. Già
da tempo hanno consegnato alla direzione in tutte le
fabbriche italiane, l’elenco dei sospetti “terroristi” e dei
loro “fiancheggiatori”. Ora, sono impegnati a tenere
aggiornate le liste! E lo stesso sporco lavoro di spionaggio
fanno nei quartieri, in stretto contatto con i politicanti
della DC e con ogni genere di sbirri.
Il proletariato deve dunque attaccare il PCI con la massima
decisione e secondo una opportuna strategia politica. Questa
strategia deve distinguere le due funzioni principali lungo
le quali il PCI conduce le sue azioni: 1°) quella che ne fa
un partito dello Stato dentro lo Stato; 2°) quella che
svolge nei confronti delle masse. La prima funzione ha un
carattere strategico, e si identifica negli uomini del PCI
organicamente integrati nelle strutture dello Stato:
magistrati, alti funzionari; e manager, amministratori
locali, economisti, esperti vari, giornalisti, consulenti e
merda simile. Questi uomini sono le cerniere di collegamento
tra le istituzioni statali e il PCI: in quanto tali sono
riconosciuti e politicamente indifendibili agli occhi del
proletariato. Il loro annientamento militare è anche il loro
annientamento politico. E si può stare certi che neppure un
proletario piangerà per loro!
La seconda funzione presenta problemi più complessi.
Dobbiamo infatti considerare che gran parte degli agenti del
revisionismo vive ancora in mezzo alle masse. E,
appoggiandosi soprattutto a un apparato di partito diffuso e
capillare, riesce in qualche modo a legittimarsi come loro
rappresentante politico e a strappare, anche se sempre più
raramente, la loro immeritata fiducia. E’ prioritario che la
guerriglia faccia chiarezza politica nelle lotte,
isolandoli, screditandoli, mettendoli alla gogna, svelando
le loro trame e le loro complicità, e cioè in una parola, li
sconfigga politicamente prima che militarmente.
Naturalmente, la dialettica tra i due piani è decisiva nel
senso che il primo terreno di attacco è condizione politica
assolutamente necessaria del secondo in quanto ne
costituisce l’aspetto strategico.
Battere i revisionisti e il loro progetto di
controrivoluzione sociale preventiva è la condizione
necessaria per la conquista delle masse sul terreno della
guerra civile antimperialista, e per la costruzione del
potere proletario armato.
SE NELLE FILE DELLA BORGHESIA IMPERIALISTA LE IENE
BERLINGUERIANE CREDONO CHE UNA TESSERA IN TASCA SIA UN PAS
SAPORTO DI IMMUNITA’ SI SBAGLIANO: VERRANNO ANNIENTATE SENZA
PIETA’!
ATTACCARE I REVISIONISTI CHE SI NASCONDONO TRA LE MASSE,
SMASCHERARLI, ISOLARLI, SOLLEVARE CONTRO DI LORO L’INTERO
PROLETARIATO!
4. La strategia di guerra in mano ai militari.
Nella controrivoluzione preventiva aumenta, con l’avanzare
della crisi e l’estendersi del movimento rivoluzionario, il
peso numerico e politico degli apparati diretti della
coercizione statale (corpi militari, magistratura, carceri)
nell'amministrazione delle condizioni di vita del
proletariato.
Questo processo che come abbiamo visto è affiancato dal
parallelo trasformarsi in apparati indiretti, della
coercizione statale di partiti, sindacati, ecc, va oltre lo
scopo di annientare le forze comuniste combattenti, perché
dà già corpo alle strutture ed ai metodi per la distruzione
politica dell’intero proletariato, ossia della lotta di
classe in ogni sua forma. Non essendoci ancora la guerra
civile, questa “sproporzione” che trasforma gli apparati
coercitivi in un vero e proprio apparato per la guerra, ha
due principali motivi:
1) le contraddizioni interimperialistiche, gravissime oggi
in particolare in Medio Oriente, aumentano l’importanza dei
paesi mediterranei aderenti alla Nato, ed in primo luogo
dell'Italia che assume il ruolo di bastione, anello centrale
su cui si impernia la strategia militare dell’alleanza
atlantica: la linea oltre alla quale non arretra. L’Italia
deve essere, per l’imperialismo americano, una base sicura e
pacificata in cui tenere la sede dei vari comandi Nato per
le forze terrestri e navali del Sud Europa e in cui
organizzare un potente retroterra logistico donde partire
per esercitare il dominio sull’area e per fare, se
necessario, la guerra. L’Italia è ormai diventata la
portaerei del Mediterraneo;
2) l’estendersi e il rafforzarsi della forza guerrigliera e
la possibilità che intorno ad essa si coaguli e si organizzi
l’antagonismo proletario, che il meccanismo della crisi
riproduce e approfondisce.
Ma la guerriglia in Italia ha già vinto la sua prima e
fondamentale battaglia, affermando nei fatti la lotta armata
come unica strategia possibile per la conquista del potere
proletario. Inoltre, essa ha in sé la capacità di
proiettarsi in un contesto internazionale e di collegare la
propria azione a quella di tutte le forze e movimenti
rivoluzionari che operano nell'area mediterranea. Lo SIM è
costretto allora a proseguire la politica del dominio con il
mezzo della guerra per prevenire quella proletaria: ciò
determina un’assunzione di peso politico da parte dei
militari e trasforma sempre più la controrivoluzione
preventiva in strategia di guerra in mano ai militari. Tutti
i settori della coercizione diretta diventano una STRUTTURA
INTEGRATA POSTA SOTTO UN COMANDO’ POLITICO-MILITARE
CENTRALIZZATO.
Essendo in atto una tendenza al processo di guerra il
comando passa ai militari.
I CC e l’apparato per la guerra civile. I militari alla
testa della strategia di guerra sono i CC per tre ragioni
storiche: la loro struttura è quella di un esercito
professionale; la loro finalità è l’ordine pubblico; la loro
collocazione nell’esercito si accompagna a funzioni
specifiche integrate nella Nato. A questo si aggiunga la
“fedeltà” ottenuta attraverso una rigorosa selezione.
I CC sono oggi un vero e proprio esercito antiproletario,
forte di novantamila uomini e il loro vertice è già lo Stato
Maggiore di un apparato per la guerra civile, perché non
solo ha la possibilità di usare tutte le sue truppe nello
sviluppo della guerra antiproletaria (vedi le campagne
orchestrate su tutto il territorio nazionale sotto il
Comando Supremo Centrale di Roma), ma realizza e gestisce
una tale complessità di compiti e funzioni integrate che:
primo, ha bisogno di una totale indipendenza giuridica che
separi, come in tutte le guerre, gli apparati militari,
nelle loro strutture e operazioni, dai vincoli civili;
secondo, deve ricorrere per questo scopo ad un personale
”militarizzato” dentro la società: una magistratura di
guerra, un personale carcerario per prigionieri di guerra,
ecc. E questo sia per la necessaria copertura formale, che
per condurre le operazioni non solo appoggiandosi alle
proprie strutture, ma dovunque sia necessario sul territorio
nazionale; terzo, deve avere a disposizione un personale
poliziesco che, come la PS, la Finanza, i Vigili Urbani, i
portinai abbia una conoscenza specifica e sia introdotto in
tutte le realtà sociali in cui devono svilupparsi i suoi
interventi; quarto, deve costruirsi una rete capillare di
collaboratori per la raccolta delle informazioni e per
promuovere le campagne politiche che ”preparano” le
operazioni di terrorismo di massa; quinto, deve garantirsi
il controllo della controguerriglia psicologica che non si
basi solo sull’asservimento dei giornali, ma sia
centralizzato a partire dagli Uffici Stampa dei comandi e
delle caserme.
Questo apparato si articola in tre livelli principali: 1) al
vertice la STRUTTURA SPECIALE costituita dallo Stato
Maggiore “occulto” della guerra, dal nucleo originario oggi
molto allargato e altamente professionalizzato,
dell’antiguerriglia e dei magistrati di guerra impegnati per
settore o per territorio nella lotta alle OCC; 2) un secondo
livello che chiameremo di ANTIGUERRIGLIA ALLARGATA,
costituito dal sistema DIGOS—UCIGOS del ministero degli
interni, dai nuclei dei CC, di PS, di polizia giudiziaria,
delle Guardie di Finanza, dai Vigili Urbani, che nelle varie
Procure e Sezioni Istruttorie si “interessano” di
terrorismo; 3) infine la STRUTTURA ORDINARIA con la relativa
truppa, che ormai è struttura di servizio delle altre due..
Ma prima di descriverli meglio vogliamo chiarire cos’è una
struttura integrata.
I vari settori coercitivi militari e civili, ora integrati,
hanno più rapporti tra loro all’interno del singolo livello;
soprattutto nella struttura speciale, di quanti non ne
abbiano tra i diversi livelli uomini e strutture dello
stesso settore. L’esempio più lampante è quello dell’uomo di
truppa: un normale agente di PS avrà più rapporti con un suo
collega CC durante i vari superblocchi, perquisizioni, ecc,
di quanti non ne abbia realmente con un suo collega di PS
che faccia l’antiguerrigliero più o meno occulto. Il
magistrato di guerra ha più rapporti con gli sbirri del suo
livello che con gli altri magistrati. A differenza degli
altri, egli non si trova di fronte al ”fatto compiuto”
quando i CC fanno le loro azioni di guerra (vedi per esempio
i diversi rapporti della magistratura genovese e del "pool
torinese" sulla strage di Via Fracchia). Altri casi sono
meno lampanti: se un sindacalista partecipa all’ormai
stranota “assemblea contro il terrorismo” con i relativi
magistrati e poliziotti portati in fabbrica, egli non deve
necessariamente sapere di fare parte di una campagna
orchestrata ad un livello superiore dove i passi successivi
saranno operazioni di “terrorismo di massa” e quindi la
creazione di strutture antiterroristiche locali con quel che
segue.
La Struttura Integrata consente una capacità di direzione
politica da parte del vertice che va oltre l’aspetto
immediato, che resta in gran parte occulta, e che consente
agli altri livelli di muoversi in un ambito di formale
autonomia.
LA STRUTTURA SPECIALE. E’ quella che lotta a tempo pieno per
annientare le OCC, si muove con una strategia unitaria a
livello nazionale ed internazionale in modi e tempi propri,
indipendenti in larga parte dalla realtà esteriore
percepibile dalle lotte sociali. E’ la struttura dominante
al di sopra delle altre di cui si serve, in quanto braccio
armato dell’Esecutivo centrale e dell’imperialismo.
A questo proposito va ulteriormente precisato: 1°) il
vertice della struttura è saldamente in mano ai CC. Oltre al
decreto di dicembre che ha dato la Divisione Pastrengo a
Dalla Chiesa, la riorganizzazione dei servizi segreti SISMI
e SISDE è avvenuta mettendo a capo di entrambi due generali
dei CC; e per un generale dei CC è stato inventato un nuovo
compito di consigliere militare del Rimbambito Nazionale (il
quale però fa parte della struttura ordinaria quale
comiziante “antiterrorista” nelle piazze del paese); 2°) la
politica imperialista ha fatto un passo avanti, oltre che
con il ruolo assunto dalla Nato nelle vicende interne, con
una legislazione europea che dall'uniformazione in materia
controrivoluzionaria è passata a fissare spazi giudiziari
comuni al di là delle singole frontiere.
E’ come tale che la struttura speciale non risponde a nessun
livello giuridico—formale dello “Stato democratico”, e si
muove secondo una prospettiva indipendente. Quindi, in una
logica più rigida militarmente e più clandestina degli altri
livelli è il settore strategico degli apparati
controrivoluzionari dello SIM. La sua funzione particolare è
quella di condurre “operazioni speciali” vale a dire quelle
operazioni che sul piano militare e su quello politico
fissano le linee strategiche della controguerriglia. Se per
esempio il problema è quello di organizzare la delazione,
sarà questa struttura a dare il via, costruendo e guidando
una opportuna campagna. Se è necessario fare mi salto di
qualità nella repressione in fabbrica, sarà sempre questa a
guidare l’arresto di centinaia di operai come è accaduto
alla Fiat.
I suoi mercenari sono quelli che per primi hanno
sperimentato e affinato nel corso di questi dieci anni, le
tecniche antiguerriglia. Oggi la loro pratica assassina e la
loro sadica scienza vengono generalizzate ai livelli nuovi
che lo Stato fa scendere in campo nella guerra di classe
contro il proletariato e le sue avanguardie.
L’ANTIGUERRIGLIA ALLARGATA. E’ la struttura che lotta contro
le forze rivoluzionarie e il proletariato avendo di mira
intere aree sociali caratterizzate da un insieme di
comportamenti antagonistici che abbiamo definito MPRO. E’
questo il nuovo livello che scende in campo in armi contro
il proletariato: è su questo terreno che è indispensabile
estendere il combattimento perché è la struttura portante
della controrivoluzione preventiva nell’attuale congiuntura,
nel senso che legittima ogni tipo di azione contro i
proletari in lotta e agisce preventivamente colpendo a
cerchi sempre più allargati, non più con lo scopo di
“togliere l’acqua al pesce” (cioè soffocare la guerriglia),
ma di bloccare e spegnere l’oggettiva spinta rivoluzionaria
che il proletariato esprime ad ogni livello. Questa forma di
antiguerriglia, allargata, è il nuovo strumento terroristico
e di annientamento dell’imperialismo che si muove nella
forma di una legalità formale, ogni volta teatralmente
ribadita.
Le differenze che si notano nei modi di operare tra i nuclei
di Dalla Chiesa o DIGOS, per esempio, o tra le squadre
giudiziarie dei due corpi, sono il riflesso di un’altra
caratteristica della controguerriglia.
Per quanto influenzata dalla struttura speciale,
l’antiguerriglia è dotata di un certo grado di autonomia
politica ed esecutiva, per una maggiore aderenza alla realtà
politica e sociale, nazionale e locale, sulla quale vengono
portate le iniziative.
LA STRUTTURA ORDINARIA. Le sue funzioni ordinarie sono ormai
relegate a cose secondarie o a demagogiche operazioni di
giustizia formale. E’ al servizio dei due livelli
precedenti, e come tale viene utilizzata ogni volta che se
ne presenti il bisogno. Possiamo dire che siamo in presenza
di un uso speciale sempre più largo della struttura
ordinaria.
A parte la funzione storica del personale carcerario e l’uso
della truppa quando la vastità dell’operazione lo richiede,
si è avuto l’incremento di: 1°) funzioni preventive fuori
dal lavoro investigativo specializzato, come il controllo
delle fabbriche, le scorte e la militarizzazione del
territorio. E’ per esempio un luogo comune che le città sono
“squadrate” da volanti che non hanno solo il compito di
fermarsi se succede qualcosa, ma soprattutto di “cercare”,
“guardare”, ecc; 2°) campagne terroristiche a livello di
massa (perquisizioni, rastrellamento, blocchi regionali
delle vie di comunicazione); 3°) intervento repressivo dove
non esiste iniziativa armata o dove non ci sono “grossi
problemi”, almeno per ora (per esempio blindati o cariche in
piccole fabbriche in loco, caccia agli occupanti di case,
repressione di lotte di massa al sud, ecc); 4°) fornitura,
oltre che di uomini e mezzi, di strutture “speciali” in cui
si dislocano gli antiguerriglieri per le loro iniziative più
infami (isolamento e torture in piccole caserme decentrate,
ristrutturate a questo scopo per esempio).
La magistratura. La magistratura merita un cenno a parte,
per analizzare l’evoluzione che ha subito in funzione degli
sviluppi della controrivoluzione preventiva.
I magistrati sono ormai definitivamente distribuiti nei
livelli indicati dell’apparato per la guerra, in base ad una
divisione per compiti e all’esperienza che hanno accumulato
negli anni.
Al primo livello sta un ristretto “pool” di magistrati di
guerra (ben noti alle forze rivoluzionarie) organicamente
collegati ai militari nella strategia di annientamento delle
OOC, completamente svincolati da qualsiasi obbligo nei
confronti delle istituzioni giudiziarie ordinarie. Questi
magistrati sono totalmente integrati nella struttura a
speciale e si possono ritenere parte dello Stato Maggiore
occulto della guerra.
Al secondo livello sta un vasto strato di Sostituti
Procuratori, Giudici Istruttori e Pretori antioperai, che è
alla testa della campagna di criminalizzazione del MPRO che
(attraverso) tribunali giudicanti ha già distribuito secoli
e secoli di galera a migliaia di militanti, e che nelle
fabbriche e nei quartieri ha fatto eseguire migliaia di
licenziamenti e di sgomberi di case.
Oggi vi è uno sviluppo ulteriore: visto che la gestione del
prigioniero al momento della cattura è parte integrante
della strategia di guerra, i magistrati non si limitano a
svolgere la funzione passiva di copertura giuridica delle
pratiche di tortura non riconosciute formalmente dalla
borghesia, ma hanno un ruolo attivo prestabilendo per queste
pratiche un tempo variabile secondo il soggetto e secondo le
caratteristiche dell'operazione.
In altre parole, questo preludio all'istituzionalizzazione
della tortura scientifica, che non vuole lasciare
alternative tra l’annientamento da un lato e il cedimento e
la delazione dall’altro, diventa l’intera e reale
istruttoria.
E così non è un caso che dietro alla struttura speciale,
nelle sue operazioni più ambiziose, ci siano sempre figure
di giudici istruttori. Proprio per la funzione strategica
che deve svolgere è in questo livello che ultimamente il
potere ha concentrato il massimo degli sforzi di
ristrutturazione in senso efficientista della magistratura,
fino a progettare la concentrazione della “lotta al
terrorismo” in una serie di grandi Procure e sezioni
istruttorie metropolitane, che dovranno avere il ruolo di
guida e battistrada dell’intero processo di
criminalizzazione del Movimento Rivoluzionario.
Da ultimo, va sottolineato che esiste una mente politica, il
Consiglio Superiore della Magistratura che rappresenta la
cinghia di trasmissione con l’esecutivo e che rappresenta le
direttive del processo di ristrutturazione della
magistratura, attraverso la costituzione di commissioni di
studio, gruppi di lavoro e la gestione, con vari centri
studi nazionali ed internazionali, di convegni in cui
vengono gettate le basi delle strategie di intervento
future, e garantire ogni volta le necessarie coperture
“scientifiche” ad ogni pratica di annientamento.
L’importanza del CSM è tale —si tratta del governo della
magistratura— che la sua direzione è sempre stata saldamente
in mano alla DC (da Busco a Bachelet a Zilletti).
Attaccare
lo Stato, rompere l’accerchiamento!
Il ”cuore
dello Stato”, oltre ad essere una controparte sempre più
immediata dei bisogni proletari, vive in una prospettiva di
guerra civile, come “accerchiamento politico—militare” delle
masse. In questo senso allora l'azione e il programma
guerrigliero escono da una logica relativamente “simbolica”,
dal punto di vista militare, e assumono un carattere
"distruttivo". Non sono ancora, come nella guerra civile
dispiegata azioni dirette ad abbattere definitivamente il
sistema di comando e di oppressione, pur essendo azioni di
distruzione reale che tuttavia vengono portate avanti
selettivamente secondo priorità politica: quelle volte,
appunto, a rafforzare direttamente la possibile iniziativa
di massa.
Il programma guerrigliero vive dunque ancora in una fase di
disarticolazione del nemico e non di distruzione. E questo
vale anche nell'attacco all’apparato di guerra dello Stato;
(sia militare, sia giudiziario, sia carcerario), in cui
occorre seguire un progetto di disarticolazione lungo i tre
livelli che abbiamo individuato.
Il primo livello, quello speciale, è il nemico principale,
quello che fa la guerra e guida le tappe della guerra
civile. Esso va attaccato, ma non è nell’attuale congiuntura
“disarticolabile” in concreto. Tuttavia contro di esso, il
cuore strategico e militare dello Stato imperialista, e
contro il personale altamente professionalizzato che lo
costituisce, va diretto e concentrato ogni sforzo per un
annientamento senza mediazioni.
Ma accanto a questo obiettivo strategico, che le OCC devono
saper praticare con continuità ed efficienza adeguata, pena
la loro possibilità di crescita e la stessa sopravvivenza,
l’obiettivo generale di questa congiuntura rispetto
all’apparato militare nel suo complesso è quello di aprire
una spaccatura tra il personale antiguerriglia e quello che
si rifiuta di svolgere compiti che lo pongono come
antagonista diretto del proletariato e delle OCC.
Se dunque l’obiettivo strategico è quello di colpire
l'apparato di guerra dello Stato nei suoi gangli vitali,
bisogna anche condurre con costanza un’opera di
ANNIENTAMENTO SELETTIVO che privilegi l’antiguerriglia, e
non attacchi come tale la struttura ordinaria se non
nell’esercizio di particolari funzioni antiproletarie.
La politica è sempre al primo posto.
Nel cuore dello Stato non vediamo dunque una somma di
apparati da distruggere, ma l’essenza della strategia
politica e, all’interno di essa, dobbiamo sapere cogliere
gli elementi di oggettiva debolezza.
Lo schieramento nemico è ormai chiaramente definito in una
politica di guerra in cui ridistribuisce le sue forze
politiche, sociali e militari. Ma tutto ciò avviene alla
luce di un progetto studiato preventivamente, che si deve
ancora misurare con una iniziativa rivoluzionaria adeguata,
con un iniziativa cioè che al tempo stesso crea le
condizioni per rafforzare lo schieramento proletario, e
perciò centuplica i suoi effetti.
Chi, da un punto di vista obiettivo è più isolabile oggi
dalla popolazione? I Betassa che stanno nei reparti, o le
caserme dei CC che arrestano e torturano i proletari?
Attorno a chi è più facile fare terra bruciata?
5. La
controrivoluzione preventiva nel carcerario.
Nel settore carcerario la controrivoluzione preventiva ha
assunto le forme della strategia differenziata, cioè, in
altre parole, di un processo di ristrutturazione continua,
nel quale lo Stato imperialista gioca fino in fondo la sua
capacità di colpire in modo articolato l’intero movimento di
classe e di predisporre, in base ad una precisa linea
strategica, gli strumenti per condurre una guerra di classe
che, in modo lento e contraddittorio ma irreversibile, sta
assumendo sempre più chiaramente i tratti della guerra
civile dispiegata.
In questo senso, la strategia differenziata è insieme
progetto e sperimentazione. E' la manifestazione della
capacità del personale politico imperialista, incaricato
della sua gestione di cogliere di volta in volta la
specificità dello scontro in atto, e di rispondere con
tempestività ed efficienza all’attacco delle forze
rivoluzionarie.
In questa fase di transizione alla guerra civile, la
strategia è volta a selezionare gli obiettivi e le forme
degli apparati della controrivoluzione preventiva in
presenza della contraddizione principale che si presenta
oggi alla borghesia imperialista:
IMPOSSIBILITA’ DI ARRESTARE LA VITA E LA CRESCITA DELLA
GUERRIGLIA.
Solo qui si può capire come l’elemento trainante della
strategia differenziata sia appunto la controrivoluzione
preventiva, che in questi anni ha fatto, e non poteva non
fare, un salto di qualità verso l’affidamento ai militari
della condotta complessiva della guerra.
La delega ai militari dell’arma dei CC ha lo scopo di
concentrare le forze e i mezzi di un intero esercito per
tentare di stroncare l’affermarsi della guerriglia e il suo
consolidarsi all’interno di sempre più ampi strati di
classe. E ha lo scopo, in ordine ai fini che l'imperialismo
si propone nella nostra area, di preparare gli uomini e gli
strumenti della guerra civile.
Storicamente, in Italia, questa strategia di guerra in mano
ai militari si è coagulata materialmente per la prima volta
nel '77, con l’istituzione delle cosiddette “carceri
speciali”, cioè di un circuito carcerario relativamente
autonomo, posto sotto il diretto controllo dell’esercito.
Quella scelta si collocava all’interno di una strategia di
lungo respiro: nel quadro cioè di una nuova strategia di
guerra. E oggi siamo di fronte alla realtà di uno Stato che
proprio in questi anni, affrontando un processo di
ristrutturazione continua e affinando i meccanismi della
differenziazione, ha costruito un apparato carcerario in
grado non solo di contenere o reprimere, entro margini più
larghi che in passato, le lotte interne, ma anche di
sopportare in tendenza il peso di una guerra civile. Se
negli anni passati il potere aveva inseguito le lotte dei
PP, oggi con la ristrutturazione del settore, le ha
sopravanzate.
Se analizziamo a grandi linee le fasi della
ristrutturazione, possiamo cogliere meglio i termini di
questo passaggio.
La strategia differenziata nella sua prima fase, ha assunto
soprattutto l’aspetto immediato di una differenziazione del
trattamento dei prigionieri per controllarne e
regolamentarne la massa.
La separazione fisica delle avanguardie politiche si
presentava come condizione per la pacificazione del carcere,
come condizione per ristabilire il controllo sociale sui
prigionieri provenienti dagli strati disgregati del
proletariato metropolitano che, durante una lunga stagione
di rivolte, aveva incrinato dalle fondamenta l’intero
sistema carcerario italiano. Per fare un esempio che ha
costituito certamente un modello per i nostri strateghi
della controguerriglia, il carcere americano di Soledad, pur
segnando livelli diversi e assai sofisticati di
annientamento scientifico dei detenuti “politici”, assolveva
la stessa funzione: separare la minoranza per regolamentare
la maggioranza..
Rivolte come quella di Attica dovevano essere per sempre
scongiurate.
In Italia però la strategia differenziata ha avuto due
funzioni. Il radicarsi e l’allargamento della guerriglia e
del movimento di massa rivoluzionario, l’altissimo livello
politico—militare espresso dentro alle carceri speciali dai
C.d.L. hanno portato subito in primo piano i termini reali
della questione carceraria.
Il potere ha separato le avanguardie rivoluzionarie
catturate e quelle formatesi in carcere per poter sviluppare
nei loro confronti una strategia di annientamento e di
distruzione politica. Naturalmente questa funzione convive
con l’esigenza sempre presente di regolamentare la massa dei
prigionieri della altre carceri. Ma la fondamentale
distinzione del settore carcerario in due circuiti, quello
speciale posto sotto il controllo dei CC e quello “normale”
costituite dai grossi giudiziari metropolitani e dal
circuito dei penali, non è mai stata qualcosa di statico.
La strategia differenziata, da quel primo punto di partenza,
ha continuato ad operare in profondità all’interno dell’uno
e dell’altro circuito, con caratteristiche specifiche sempre
più complesse. Sicché oggi in definitiva l’Italia non è un
paese imitatore di una qualche "germanizzazione" ma al
contrario è un capofila, un modello, per gli altri paesi
europei, rispetto ai quali si pone come esportatore di
strategie controrivoluzionarie, al servizio delle quali si è
formato un personale politico imperialista particolarmente
qualificato a livello internazionale, e sono stati
costituiti alcuni dei più importanti centri che elaborano le
principali strategie della controrivoluzione preventiva alle
dirette dipendenze dell’imperialismo americano.
Dalla parte del proletariato, ciò non è del resto che la
conseguenza del fatto che l’Italia è il paese europeo nel
quale la guerriglia si è radicata in modo irreversibile, e
in cui più alto è il livello e la qualità politico—militare
dello scontro.
L’importanza del carcere non sta dunque solo nel fatto che
esso rappresenta un nodo centrale nel rapporto di guerra che
sempre più oppone il proletariato allo Stato imperialista.
Il primo e fondamentale elemento che occorre considerare in
tutta la sua ricchezza e complessità per impostare una
corretta analisi del settore carcerario, e per dare forma ad
una corrispondente linea di combattimento, è dunque il
rapporto complessivo tra rivoluzione e controrivoluzione,
così come si è storicamente determinato e come vive nella
presente congiuntura.
All’interno di questo quadro, i rapporti di forza esterni si
legano dialetticamente con i rapporti di forza espressi
dentro il carcere dalle lotte dei pp., e solo in questo
legame la linea di combattimento può trovare adeguata
definizione. Ma essa deve anche sapersi articolare rispetto
alla complessità di un settore della controrivoluzione che
lo Stato imperialista sottopone a processi di
ristrutturazione continua, differenziandolo sempre più al
suo interno.
Il carcere, infatti, nel disegno strategico dello Stato deve
rispondere a molti compiti: la regolamentazione di grandi
masse proletarie, l’annientamento selettivo e scientifico di
avanguardie comuniste combattenti; la diffusione del terrore
e di una immagine di onnipotenza; lo studio e la raccolta di
dati sulla guerriglia, come in un laboratorio affidato ad
una nuova razza di specialisti in tecniche di
controspionaggio e di annientamento.
Il circuito
delle carceri speciali e le avanguardie politico—militari
del P.M.
Il circuito delle carceri speciali(con i suoi accessori, i
bracci speciali all’interno dei grossi giudiziari
metropolitani —GGM) ha la funzione di annientare
politicamente uno strato di proletari che rappresenta di
fatto l’avanguardia politico—militare del proletariato
metropolitano. Questo circuito è oggi l’anello forte del
carcerario, perché il potere l’ha costruito e organizzato in
totale separazione dalle altre carceri e lo ha distribuito
nelle zone più sicure dall’attacco delle forze
rivoluzionarie, e perché in esso si è venuto sempre più
concentrando il carattere di strategia di guerra in mano ai
militari proprio della strategia differenziata.
La stratificazione dei prigionieri è il prodotto delle lotte
del proletariato metropolitano ed è così composta: uno
strato di avanguardie storicamente formatesi dentro il
carcere, in espansione negli ultimi anni, ed in gran parte
allineato alla scelta della lotta armata; uno strato di
militanti delle OCC e di avanguardie provenienti da diverse
esperienze di lotta armata, anch’esso in rapido e continuo
aumento per le ondate di arresti che si susseguono ormai da
tempo; uno strato di avanguardie del movimento di classe
entrato in carcere in seguito alle periodiche campagne di
criminalizzazione del movimento, articolato in una complessa
dialettica nei con fronti della lotta armata.
In un arco di dieci armi e specialmente in questi ultimi
tempi (a partire dall’aprile scorso sono entrati in carcere
circa seicento compagni accusati di far parte delle 0CC e
del MPRO) questo strato è cresciuto enormemente, sino a
raggiungere proporzioni di massa tali da determinare in
Italia una situazione "cilena". Dei resto non è un mistero
per nessuno che ci sono molti più prigionieri politici oggi
in Italia che durante il fascismo.
La difficoltà pratica di isolare un numero così vasto e in
costante aumento di prigionieri costringe il potere ad
accrescere il numero delle carceri speciali ed a
sperimentare nuovi sistemi di differenziazione multipla e di
scomposizione per rompere l’unità e la forza oggettiva.
La fase attuale è caratterizzata proprio da questa sottile
opera di divisione, dispersione e concentrazione dei
prigionieri, attraverso una analisi politica della loro
esperienza e dei loro comportamenti, sin dal primo ingresso
in carcere.
La differenziazione scatta quindi subito e conosce
successivamente tutta una serie di gradi diversi che non
passano solo e sempre attraverso le condizioni materiali di
carcerazione. Un elemento sempre più importante in questo
quadro, infatti, è dato dalla composizione dei singoli
“speciali” ,attentamente calibrata dagli esperti
antiguerriglia.
Lo scopo per cui i compagni delle OCC e le avanguardie del
PP vengono raggruppati in un certo modo e in certe carceri è
per lo più quello di esercitare su di loro uno stretto
controllo politico che individui eventuali tensioni e
fratture al loro interno, che ne scopra i canali che li
legano con l’esterno, che fornisca elementi di conoscenza
sulla consistenza e sulle strategie delle organizzazioni che
in Italia si muovono nel. l’area della lotta armata e sui
loro collegamenti.
Il grande passo avanti che il potere ha indubbiamente fatto
in questo senso nell’ultimo anno deriva certamente, in parte
non trascurabile, dal tipo assai sofisticato di sorveglianza
a cui i compagni sono sottoposti.
Ciò pone naturalmente il problema della particolare
delicatezza dei rapporti interno—esterno e pone anche un
problema tutto “interno”; se il potere ormai è capace di
determinare secondo i suoi fini la composizione dei vari
campi, è chiaro che in qualche misura riesce a condizionare
indi rettamente anche la composizione della struttura stessa
delle istanze di lavoro politico e di combattimento che i
compagni prigionieri costruiscono dentro le carceri.
Per fare un esempio, il potere ha attentamente valutato cosa
comportasse il concentramento a Palmi di tanti compagni noti
della nostra Organizzazione, e Palmi infatti è a tutt'oggi
il caso più chiaro e nuovo di carcere—laboratorio approntato
apposta per le BR, ma lo è per esempio anche Trani in cui da
sempre la direzione mira alla disgregazione politica dello
schieramento proletario alimentando in tutti i modi le
fratture fra i componenti delle varie OCC. Il che avviene in
parte anche a Messina e, in modi e contenuti diversi, anche
a Cuneo. Ma all’estremo opposto della differenziazione, ben
presente a tutti i PP c’è l’Asinara. Cioè il massimo della
capacità terroristica e dell’annientamento fisico che il
potere in questa fase riesce ad esprimere.
Dopo la battaglia del 2 ottobre dell’anno scorso, durante la
quale la sezione speciale era stata completamente distrutta
dai compagni, sull’Asinara è tornata a concentrarsi gran
parte della strategia del potere rispetto al settore
carcerario. Da una parte ripartivano i lavori di
ristrutturazione che hanno portato oggi la sezione speciale
a poter accogliere una settantina di prigionieri, in
condizioni particolari di isolamento per blocchi di due
celle assolutamente separati l’uno dall’altro. Dall’altra
hanno continuato a starci dai 15 ai 20 prigionieri,
attraverso un lento ma continuo gioco di trasferimenti in
condizioni al limite della sopravvivenza.
In questo modo l’Asinara torna a rappresentare il punto più
alto del progetto complessivo di annientamento, il cuore
strategico del progetto imperialista nel carcerario. Ed è
insieme il modello ultimo di un percorso che ha altri punti
di forza: per esempio Novara, dove tanti proletari hanno
sperimentato sulla loro pelle la scientifica brutalità che
avrebbe dovuto portare alla loro distruzione psicofisica
oppure, in passato, a Favignana, prima che le epiche
battaglie condotte dal C.d.L. costringessero il potere a
chiudere la sezione speciale.
Perciò la strategia differenziata vive all’interno di una
linea unitaria che sempre più tende a caratterizzare le
carceri speciali come campi di concentramento per
prigionieri di guerra, nei quali si delinea la scelta
imperialista di realizzare una forma di annientamento
alternativa all’esecuzione sommaria sul campo di battaglia.
Ma, se i campi vogliono essere l’anello forte della
controrivoluzione sul piano dei rapporti di forza militari,
essi sono anche politicamente lo anello debole. Per due
motivi fondamentali:
— il potere, nonostante gli enormi sforzi e l’incredibile
concentrazione di risorse che dedica al settore, non
riuscirà mai a risolvere in via definitiva il problema dei
prigionieri di guerra, in presenza di una guerriglia che si
estende sempre più. Né 10 né 100 campi di concentramento
potranno di per sé risolvere un problema che dipende dai
rapporti di forza esistenti su] piano generale tra
rivoluzione e controrivoluzione;
— per i proletari il carcere speciale, nelle sue strutture e
nelle sue condizioni di vita, concretizza il massimo
possibile di antagonismo sociale e politico; diventa perciò
punto di aggregazione e crea, attraverso le esperienze delle
avanguardie rivoluzionarie, omogeneità nei livelli di
coscienza. Il Movimento dei PP trova in esso la sua forza e
le sue forme organizzate più avanzate: finché il movimento
di lotta nei campi saprà mantenere l'offensiva nessun anello
del carcerario potrà essere pacificato!
La pratica della differenziazione trova in questa
contraddizione irriducibile il suo limite storico. Nessuna
differenziazione o isolamento possono cancellare la profonda
e indivisibile unità che lega le avanguardie prigioniere con
il proletariato metropolitano e con l’intero movimento
rivoluzionario; possono cambiare le radici che le legano al
movimento di classe; possono evitare che lo stesso
antagonismo che le ha prodotte si riproduca con
determinazione e chiarezza politica sempre maggiore proprio
là dove la natura dello scontro in atto si rivela nelle sue
forme estreme.
E’ questa avanguardia perciò che assume il ruolo di
referente principale dell’Organizzazione nel carcerario, ed
è insieme ad essa che va condotto l'attacco ai progetti di
annientamento della controrivoluzione imperialista.
Cattura e
tortura.
Nell’ultimo anno, l’importanza del settore carcerario ha
fatto un grande salto in avanti su un punto specifico. Ci
riferiamo qui non tanto al numero dei compagni imprigionati,
che pure è un elemento nuovo e fondamentale per cogliere i
termini dell’attuale congiuntura, ma a ciò che avviene al
momento della cattura e nei mesi appena successivi.
Abbiamo visto i risultati delle torture e dei pestaggi.
Sappiamo dell’isolamento nelle caserme dei CC, magari dentro
container metallici costruiti apposta. Sappiamo degli
interrogatori speciali, della costruzione di figure più o
meno artificiali di “pentiti”, di coinvolgimento in campagne
terroristico—psicologiche di parenti e amici.
In una parola, la cattura e l’immediata gestione della
cattura con ogni mezzo possibile, anche il più feroce, si
inscrivono ormai interamente in una logica di guerra: si
definiscono in ogni loro aspetto come azioni militari che lo
Stato imperialista cerca di rovesciare col massimo di
efficacia distruttiva possibile contro le 0CC, e contro il
Movimento Rivoluzionario nel suo complesso. Noi dobbiamo
cogliere in ciò alcuni importanti elementi di novità.
Soprattutto due:
1) rispetto ai corpi dello Stato con quel che la precede e
la segue rappresenta il momento di maggior integrazione tra
quella parte di magistratura che abbiamo definito
“magistratura di guerra” e l’esercito. Pratiche di
isolamento, interrogatori, allargamento ad ondate successive
delle operazioni, richiedono infatti una collaborazione
strettissima ed organica che oltrepassa ormai tutti i
tradizionali confini istituzionali, tra quella parte della
magistratura che si è riciclata in funzione della guerra
civile e le forze militari che questa guerra conducono. Per
fare un esempio, sarebbe certo interessante considerare in
questa luce i comportamenti “integrati” della magistratura
torinese e dei CC nell’operazione che, facendo perno su
Peci, ha ”costruito” la strage di Via Fracchia e,
successivamente, la morte del compagno Arnaldi;
2) rispetto ai compagni, il fatto che la cattura non
concluda ma al contrario allarghi ed approfondisca,
attraverso la sua gestione militare i termini di un rapporto
complessivo di guerra, fa saltare, o per lo meno definisce
in modo nuovo la vecchia separazione fra “esterno” e
“interno”.
Ciò significa che l’Organizzazione deve costruire la sua
linea di combattimento nel settore carcerario, innanzitutto
come coerente prosecuzione dei livelli più alti di attacco
agli uomini e alle strutture dello Stato, in una logica di
disarticolazione e rappresaglia adeguate alla natura nuova
dello scontro.
L'isolamento e la tortura dei compagni subito dopo la
cattura, infine, sono sempre più spesso la prima tappa di
una strategia differenziata e quella più feroce e insidiosa
per gli effetti devastanti che cerca di ottenere contro
tutto il Movimento rivoluzionario.
Il circuito
delle carceri normali (GGM e periferici) e il proletariato
extralegale
Il circuito delle carceri normali e in particolare i grossi
giudiziari metropolitani, raccolgono la massa del PP con la
funzione specifica di controllare e regolamentare ampie
fasce del proletariato metropolitano.
Questo circuito ha storicamente costituito e continua a
costituire, nonostante tutti gli interventi messi in opera
dallo Stato, l’anello debole del settore carcerario, perché
il potere è costretto a mantenere al suo interno strati del
proletariato metropolitano, contraddicendo il principio
della separazione che è alla base della strategia
differenziata, perché non può impedire la concentrazione
periodica di grandi masse proletarie.
Come dicono i compagni prigionieri, la composizione di
classe dei GGM rispecchia sempre più la stratificazione del
proletariato nei poli metropolitani, e ciò significa che
aumenta sempre più il numero dei prigionieri che vive la
propria carcerazione in termini di diretto antagonismo di
classe. Questi proletari infatti, fanno parte di un preciso
segmento di classe: il proletariato extralegale, che vive
come determinazione particolare del proletariato marginale,
cioè di quella parte di proletariato costituita da strati
diversi, tutti caratterizzati dalla posizione di marginalità
rispetto alla struttura produttiva.
A questo proposito va fatta una precisazione rispetto alla
DS ‘78, nel senso che il proletariato extralegale non nasce
solo tra coloro che sono definitivamente espulsi dal
processo produttivo —cioè gli emarginati— ma al contrario
attraversa tutti gli strati che compongono il proletariato
marginale.
Nelle condizioni di particolare disgregazione prodotte dalle
stesse leggi dello sviluppo capitalistico, incrementate oggi
dall’inesorabile meccanismo della crisi, si sviluppa il
fenomeno del passaggio da emarginato, disoccupato,
lavoratore nero, precario, sottopagato ... a extralegale:
questa è la via di chi non trova più alcuna possibilità di
vendere la propria forza-lavoro o deve svenderla
sottomettendosi alle più dure e distruttive condizioni di
sfruttamento e nell’illegalità di massa trova o allarga le
sue possibilità di sopravvivenza.
In questo senso l’illegalità di massa è la traduzione
diretta nei comportamenti di un preciso strato di classe,
dell’antagonismo irriducibile prodotto dalle leggi
dell’accumulazione capitalistica: accumulazione crescente di
ricchezza da una parte, accumulazione crescente di miseria
dall’altra.
Per questo, l’extralegalità non definisce solo un insieme di
comportamenti soggettivi, specchio della disgregazione che
li ha prodotti, ma nel loro insieme in tendenza esprime una
oggettiva collocazione di classe determinata da un identico
bisogno di reddito, e da una contrapposizione sempre più
netta allo Stato che dell'accumulazione capitalistica è il
garante sul piano politico come su quello militare, come
ogni proletario incarcerato ha bene imparato a sue spese.
E’ proprio nel carcere che per questo strato si può compiere
il salto da una disgregazione soggettiva ad una prima
formazione di una coscienza di classe.
Mentre all’esterno questi strati non riescono a trovare
alcun punto reale di aggregazione e anzi spesso
approfondiscono i termini oggettivi e soggettivi della loro
marginalità, nel carcere, all’opposto, le comuni e dure
condizioni di vita, l’uguale rapporto nei confronti del
potere, costituiscono una potente spinta a processi di
socializzazione e di politicizzazione. Il carcere, per
questo segmento di classe diventa il momento di maggior
socializzazione, veicolo di coscienza politica,
organizzazione e lotta.
Storicamente, le lotte nelle carceri hanno trasformato i
detenuti in PP! E tutto ciò a dispetto delle mille pratiche
di differenziazione, di regolamentazione, di controllo con
le quali il potere inutilmente cerca via via di soffocarne
la crescita politica.
L’analisi non può tuttavia fermarsi a questo punto.
E’ senz'altro vero, e va sottolineato con forza, che il
carcere rappresenta l’unico punto di aggregazione per questo
strato, ma ciò non deve far saltare direttamente alla
conclusione che si debba rovesciare allora il corretto
rapporto che parte dal territorio e cioè dalla situazione di
classe propria di questo strato per arrivare al carcere. Non
si tratta cioè di teorizzare un ruolo autonomo per il
proletariato extralegale e per di più costruito sul
carcerario, anche se le sue forme storicamente date di
aggregazione sono esistite per così dire al negativo, in
esclusiva funzione della istituzione carceraria.
E’ proprio qui che va operato un rovesciamento dialettico.
Senza negare la spinta antagonistica verso la società
borghese che caratterizza questo strato e le concrete
possibilità di politicizzazione che riesce a maturare nel
carcere, è necessario ribadire che la sua collocazione di
classe non è definita dall’illegalità e dal carcere, ma
dalla collocazione di marginalità rispetto ai rapporti di
produzione.
Inoltre è fondamentale considerare che la durata assai
diversa del soggiorno in carcere —spesso breve e ripetuto— e
dunque la particolare “mobilità” alla quale questo strato è
soggetto, lo distingue dagli altri strati costituiti da
avanguardie del movimento di classe e da prigionieri di
guerra destinati, secondo il potere, a morirci dentro.
Il rapporto dell’Organizzazione con questo strato si pone
dunque correttamente nell’ottica complessiva del rapporto
con gli altri strati diversi dalla classe operaia, e quindi
della ricomposizione del proletariato metropolitano a
partire dalla situazione strutturale in cui esso vive (il
quartiere, la borgata ...).
Se è dai rapporti di produzione che si deve partire per una
giusta individuazione della posizione oggettiva di ciascuna
componente del proletariato, è altresì necessario, per
un'analisi che voglia afferrare il fenomeno nella sua
complessità, cogliere tutta la ricchezza delle sue
determinazioni e dunque anche le forme specifiche della
soggettività.
Ma il fatto che il GGM faccia spesso emergere quella
soggettività antagonista che è sempre presente nei
comportamenti del proletariato extralegale non significa che
noi dobbiamo costruire la nostra linea di intervento solo
dentro il carcere, e che dobbiamo limitarci, per fare un
esempio significativo, ad una pratica di reclutamento,
basata sul di una esperienza carceraria frammentaria e
disgregata. E’ chiaro che il reclutamento entro questo
strato di classe è sempre possibile, ma è altrettanto chiaro
che esso non è una linea politica. Il vero problema è un
altro.
Si tratta di costruire una linea di intervento nel
proletariato marginale all’esterno del carcere, a partire
dai suoi livelli reali di coscienza e lotta politica: una
linea che possa diventare concreta in un programma
immediato, che dia espressione e forma organizzata ai
bisogni di questo strato di classe.
Le forze rivoluzionarie devono aggredire il carcere
metropolitano dall'esterno, quale parte fondamentale del
sistema di controllo sociale sul territorio, e anello di
quella catena che va dagli uffici di collocamento giù giù
fino alla rete degli sbirri di quartiere.
La lotta dentro il carcere deve raccogliere e potenziare i
contenuti dei la lotta esterna! In questo modo
l’aggregazione che il carcere produce non resta fine a sé
stessa, ma diventa strumento di reale antagonismo di classe
mentre la maturazione politica può rovesciarsi sul sociale,
radicandosi in forme stabili di organizzazione e di lotta.
Ci sembra questa la via per costruire nuove possibilità di
attacco alle grandi carceri metropolitane: una via che non
si fida solo delle grandi esplosioni spontanee, ma cerca di
arricchirle di precisi contenuti di classe.
Così sarà possibile mettere realmente in crisi la funzione
di questo potente strumento di controllo e repressione dei
bisogni proletari.
In questa prospettiva, infine, occorre considerare che
questo tipo di carcere costituisce il primo anello della
differenziazione e che le lotte che in esso si sviluppano
rompono, per le loro caratteristiche di massa gli equilibri
assai delicati di questa strategia.
Ne è direttamente colpita, infatti, l'efficienza stessa di
tutto l’apparato carcerario, e dunque anche l’efficienza e
la funzionalità del circuito speciale che può essere gestito
solo sulla base della concreta pacificazione di quello
normale.
Liberazione
dei prigionieri e guerra alla strategia differenziata.
La controrivoluzione preventiva ci costringe a riconsiderare
i termini della questione carceraria e a ridefinire i nostri
compiti dopo il salto di qualità compiuto dal potere nel
‘69.
Il carcere imperialista proprio perché costituisce l’anello
terminale della pratica dell’annientamento, è diventato uno
dei punti più alti della ristrutturazione dello Stato, il
punto in cui si condensa gran parte della strategia di
guerra dell’imperialismo in Italia. La possibilità per la
borghesia di far arretrare il processo rivoluzionario trova,
come abbiamo visto, un momento fondamentale in questo
anello, in cui gran parte dell’avanguardia politico—militare
del proletariato dovrebbe essere neutralizzata, e in cui una
parte ancora più vasta del proletariato marginale dovrebbe
essere controllata, regolata, pacificata.
L’analisi fin qui fatta evidenzia la complessità dei
problemi che l’Organizzazione si trova davanti nel formulare
il suo programma di interventi.
Ma, dall’analisi stessa emergono pure con chiarezza quegli
elementi attorno ai quali l'Organizzazione può e deve
costruire una stabile e unitaria linea di combattimento.
Innanzitutto, accettare di avere più di tremila avanguardie
in carcere per un movimento rivoluzionario in Italia e di
avere centinaia di militanti in carcere per qualsiasi 0CC,
significa farsi strangolare politicamente ancor prima che
militarmente.
Di qui occorre costruire la capacità di raccogliere la sfida
e di sfidare a nostra volta lo Stato sul terreno in cui oggi
questo gioca tanta parte della sua forza e della sua
credibilità.
E’ dunque anche su questo terreno che si misurerà la
capacità della nostra Organizzazione di agire da Partito,
articolando nel settore la linea strategica di attacco al
cuore dello Stato. Ciò comporta una linea di combattimento
caratterizzata non solo dalla stabilità e dal livello
militare che di fatto oggi la guerra impone, ma anche una
linea profondamente unitaria rispetto al movimento dei PP.
Una linea che abbia cioè la capacità di coniugare l’attacco
al potere carcerario con le lotte dei PP stessi e con la
loro analisi della congiuntura a riguardo.
Perché è proprio partire da un patrimonio comune di analisi
che può essere concretamente individuato di volta in volta
il cuore politico del nemico.
In questo senso, è importante capire che dare una linea
unitaria significa essenzialmente due cose:
1) realizzare volta per volta, come si è detto, il massimo
di unità possibile con i PP, sia per quanto riguarda il loro
patrimonio di esperienza e analisi politiche che va discusso
verificato e fatto proprio dall’intera Organizzazione. Tutto
ciò non è tuttavia un dato di partenza, ma il risultato di
un preciso lavoro politico, che deve sviluppare e arricchire
tutti i rapporti tra l'interno e l’esterno. Si tratta di
realizzare anche qui un salto di qualità, collocando questi
lavori nel quadro di una vera e propria “costruzione di
organizzazione” che significa costruzione di militanti, di
strutture, di reti di sostegno, finalizzate a questo scopo,
attraverso i quali una linea di combattimento possa calarsi
e vivere in modo non episodico e senza scollamenti;
2) l’unità; intesa come capacità di rapporto e confronto
continuo con i PP, deve diventare dialetticamente anche
un’altra cosa. Deve infatti diventare unità politica interna
alla linea di combattimento, deve diventare prospettiva
strategica unificante.
In altre parole i momenti più alti d'attacco agli uomini e
alle strutture del settore carcerario devono potenziare al
massimo l’unità dialettica tra il contenuto politico
generale (attacco al cuore dello Stato) con il contenuto
concreto e particolare dell’attacco al settore specifico,
secondo linee e obiettivi specifici, e secondo parole
d’ordine che sappiano sintetizzare ogni volta i contenuti
politici propri di ogni congiuntura. Solo così le azioni
militari di disarticolazione possono avere immediata
dimensione ed efficacia politica, e coerenza strategica di
fondo. Solo così non ci saranno salti o vuoti che dividano
le piccole dalle grandi azioni e che dividano le grandi
azioni tra di loro, lasciandole scollegate e sospese
nell’astrattezza che hanno tutti gli interventi che non
riescono a dialettizzarsi con la realtà presente, a calarsi
in essa. Realtà che, nel nostro caso è quella complessa del
settore carcerario, nel quale direttamente si scontrano le
strategie dello Stato imperialista e l’irriducibile capacità
di lotta e di analisi politica dei PP. E con tutto ciò,
sempre, noi dobbiamo fare i conti, quando in questo settore
facciamo qualcosa.
Sul piano dei contenuti generali dell’attacco, tenuto conto
dell’esperienza militare e politica sin qui accumulata da
noi e dai PP, sono punti centrali del nostro programma la
liberazione dei PP, la disarticolazione del carcere
imperialista.
Tra liberazione e disarticolazione non esiste oggi una
priorità o una subordinazione di uno nei confronti
dell’altro, se non nel senso assai preciso che la
liberazione rappresenta il livello massimo della
disarticolazione, e la disarticolazione è una delle
condizioni della liberazione.
Esse non devono dunque più definire l’una il programma
strategico (la liberazione), l’altra il programma tattico
(la disarticolazione), quasi che tra i due ci fosse una
sorta di gradualismo o di rapporto meccanico.
In realtà, dato il livello ormai raggiunto nel settore dallo
Stato imperialista, esse devono vivere in stretta unità
dialettica nella nostra pratica di combattimento: saranno le
condizioni oggettive, le possibilità concrete, che
definiranno di volta in volta quale momento privilegiare e
quindi la tattica da seguire. Importante non è dunque di per
sé la diatriba: liberazione si, liberazione no (col rischio
di correre dietro senza alcuna chiarezza e senza nessuna
capacità di direzione politica e in modo del tutto episodico
ad ogni progetto in merito), oppure l’altra: distruzione si,
distruzione no.
L'importante è capire fino in fondo che la controrivoluzione
preventiva ha assunto nel carcerario la forma della
strategia differenziata, e che la strategia differenziata
costituisce il cuore —strategico appunto— di tutte le
pratiche di annientamento che a vari livelli lo Stato mette
in opera contro i PP.
Noi dobbiamo assumere in questa congiuntura la parola
d’ordine generale:
GURRRA ALLA STRATEGIA DIFFERENZIATA PER LA LIBERAZIONE DEL
PP E PER LA DISARTICOLAZIONE DEL CARCERE IMPERIALISTA.
Questo comporta una scelta: quella di concentrare l’attacco
contro i punti forti della ristrutturazione carceraria, e
quindi quella di considerare come punto centrale di
riferimento i carceri speciali nei quali si realizza oggi il
massimo della differenziazione e della strategia di
annientamento. E’ da queste carceri, del resto, che negli
ultimi anni, sono venute le esperienze più alte e
significative di lotta (Favignana, Asinara, Termini Imerese).
E’ contro questo circuito che va oggi rovesciato il massimo
di capacità distruttiva che l’Organizzazione può esprimere.
I percorsi della disarticolazione sono pressoché infiniti,
come ci insegna la pratica dei C.d.L., e non sta a noi
tentare di elencarli, o di spiegare come essi, caso per
caso, possano far vivere nell’immediatezza dello scontro il
contenuto strategico ultimo: la liberazione e la distruzione
di tutte le galere.
Nel concreto è ormai ben chiaro davanti a noi nel suo
preciso significato politico, una serie di obiettivi contro
i quali va portata una linea di attacco coerente che deve
tradursi in uno stato d’assedio stabile del carcerario
secondo il principio:
“colpire al centro e logorare la periferia”.
Ciò vuoi dire:
1) colpire i vertici del MGG, i vertici della Direzione
Generale Istituti di Pena, i vertici delle agenzie
imperialiste nazionali e internazionali, che in stretta
cooperazione reciproca, hanno guidato e guidano, la
ristrutturazione nei settore carcerario, elaborando le
direttive e le tecniche più criminali e sofisticate con le
quali controllare e annientare i PP;
2) colpire i direttori delle singole carceri e l’intero
staff di esperti che a vario titolo applicano quelle
direttive e collaborano quotidianamente alla loro
elaborazione e al loro aggiornamento;
3) colpire la magistratura di guerra e i CC, che in modo
sempre più integrato conducono le loro campagne di guerra, e
si incaricano in prima persona dell’isolamento e della
tortura dei compagni catturati, e tra cui si annidano i
nuclei operativi speciali; colpire i nuclei che assicurano
la militarizzazione attorno alle carceri e nel territorio
circostante;
4) colpire il corpo degli AC, a partire dal comando centrale
e dai comandi regionali, e in particolare il sistema dei
marescialli e dei brigadieri ai quali spetta di tradurre le
direttive superiori in pratica giornaliera di sorveglianza,
in pratica di violenza;
5) colpire il GGM nei suoi uomini e nelle sue strutture,
quale primo anello della catena della differenziazione,
attuata scientificamente in forme multiple nei suoi bracci e
nelle sue sezioni, e quale generale strumento di controllo e
distruzione dell’antagonismo proletario. Colpirli per
destabilizzare l’intero sistema della differenziazione e
mettere in crisi anche il circuito degli speciali.
Oggi, questa linea di attacco dà corpo alla nostra strategia
di disarticolazione del settore e di liberazione dei PP, ed
è dunque tutt’altra cosa da un “programma inventato” perché
in essa si riassumono e si moltiplicano le esperienze e le
indicazioni di lotta che sono ormai patrimonio della nostra
Organizzazione.
A questa linea hanno dato contributi determinanti i PP, i
quali l'hanno articolata dentro contenuti del programma
immediato e lo hanno calato nelle forme organizzative dei
C.d.L.
Ma —quel che più conta— l'hanno fatta vivere attraverso gli
attacchi disarticolanti che hanno saputo portare contro i
carceri speciali e in particolare contro uno di questi che
rappresenta il punto più alto della ristrutturazione, il
cuore della SD, quello in cui l’isolamento e la tortura sono
tornati a distruggere fisicamente, nel modo più diretto e
brutale, i prigionieri che vi sono rinchiusi: l’Asinara. La
nostra linea deve trovare dunque là il suo punto materiale
di coagulo, oggi storicamente acquisito alla coscienza di
tutti i PP nei suoi contenuti immediati e alla sua portata
strategica. Dobbiamo perciò raccogliere la parola d’ordine:
CHIUDERE CON OGNI MEZZO L'ASINARA, e farla vivere da subito
come contenuto unificante dei nostri attacchi. Solo così le
lotte per il programma immediato negli altri campi potranno
riavere l’ampiezza e il respiro di un attacco complessivo
alla strategia dello Stato imperialista. Solo così, insieme
ai PP, potremo cominciare a realizzare concretamente il
nostro programma.
E proprio questa capacità di assediare stabilmente il
carcere dall’interno e dall’esterno, e di colpire il cuore
del progetto nemico, in modo da impedire alla strategia
differenziata di funzionare, che ci permette di mettere
all’ordine del giorno il contenuto centrale e irrinunciabile
del nostro programma:
LA LIBERAZIONE DI TUTTI I PP!
GUERRA ALLA STRATEGIA DIFFERENZIATA PER LA LIBERAZIONE DEL
PP E PER LA DISTRUZIONE DEL CARCERE IMPERIALISTA!
3.
L’UNICA TRANSIZIONE POSSIBILE E’ PER IL COMUNISMO.
Nel sistema
imperialista delle multinazionali, i rapporti di produzione
capitalistici non caratterizzano più il sistema dominante,
ma sono ormai estesi, generalizzati su scala planetaria.
Questo richiede un profondo riadeguamento della teoria
comunista, che sia il riflesso di questa comprensione:
l’unica transizione possibile è ormai quella verso il
Comunismo.
In passato, il programma di transizione si traduceva in una
serie di mediazioni rese, oltre che necessarie, possibili
dalle leggi dello sviluppo storico nell’ambito del
capitalismo.
La liberazione delle forze produttive vedeva il suo primo
passo nella loro emancipazione, ossia nel loro sviluppo. E
questo sia prima che dopo la presa del potere da parte delle
forze rivoluzionarie. La strategia del socialismo, elaborata
dai comunisti, è sempre stata sostanzialmente questo; la
risposta a simili questioni.
E’ per esempio assurdo andare a vedere nei tentativi di
realizzazione della società socialista (URSS dei primi anni,
la Cina fino alla Rivoluzione Culturale) un particolare
modello economico diverso dal capitalismo, con una diversa
funzione delle categorie di valore, mercato, accumulazione.
La socializzazione dei mezzi di produzione vedeva il suo
primo passo nella statalizzazione: quindi in pratica nella
realizzazione di un contraddittorio capitalismo di Stato. E
questo ovviamente, a prescindere da alcune idealizzazioni
teoriche sulla transizione di allora che qui stiamo mettendo
in discussione; a prescindere dalle diverse tattiche con cui
si è portato avanti l’accumulazione per formare l’industria
di base, ecc. Ciò che storicamente ha contraddistinto la
transizione socialista (dopo la presa del potere) sta
soprattutto nella sovrastruttura: nel potere politico che
assicura il processo —ancora capitalistico, anche se
contraddittorio— di sviluppo delle forze produttive,
evitando che questo processo rafforzi la vecchia classe
dominante sotto nuove forme. Dunque, ciò che in teoria
definisce il socialismo come fase transitoria è la dittatura
del proletariato, con il suo corollario: “mettere in piedi
uno Stato costituito in modo che cominci subito a sparire e
non possa fare a meno di sparire” (Lenin).
A maggior ragione si riscontrava questo carattere di
"mediazione" del programma rivoluzionario di transizione
prima della presa del potere. Basti pensare al carattere
delle rivendicazioni sindacali, salariali e normative che si
ha. Nella teoria socialista, l'operaio scopre il suo ruolo
di merce, afferma i suoi bisogni materiali in un’ottica di
classe: ma a partire dal fatto che è possibile uno spazio
socio—economico nell’ambito dello sviluppo capitalistico,
ambito che si traduce per gli operai in modifica della
professionalità, nella sua modernizzazione.
Ma oggi i sindacati non sono istituzioni del capitale solo
per la logica evoluzione delle loro storiche vocazioni
tradunionistiche; i revisionisti non hanno smesso di essere
riformisti per un repentino tradimento.
Il tradunionismo e il suo corrispettivo politico, il
riformismo, erano ancora delle politiche operaie, per quanto
non rivoluzionarie e coincidenti con un settore della
borghesia. E’ che oggi, invece, non esiste più lo spazio
sindacale—riformista inteso per quel che è realmente, non
solo ideologicamente: briciole da dare alla classe operaia
via via che aumenta la torta del capitale. Non c’è dunque
nessuno spazio socio—economico dove, all'interno di questa
società, si possa realizzare un interesse proletario che
nella sua ambiguità politica, ma non per questo meno
concretamente compiuto, prefiguri al tempo stesso la società
futura. Tutti i temi della transizione vivono già
nell’immediatezza dello scontro di classe sono inscindibili
dalla lotta per i bisogni immediati del proletariato. I
quali a loro volta, per essere affrontati, non si possono
scindere da una visione comunista che, nella sua tattica di
organizzazione e di lotta, sappia tradursi in una via che
rompa gli attuali rapporti di produzione.
Di conseguenza, non c’è nessun programma di “sapore
socialista” realizzabile in questa società, basandosi su di
una piattaforma più avanzata di quella della classe
dominante o della “opposizione” PCI—sindacato: istituzioni
queste ormai addette a rappresentare le istanze borghesi
dentro il proletariato. Il programma proletario richiede la
rottura dei rapporti di produzione: deve diventare programma
comunista e non più “progressivo” rispetto ad una presunta
timidezza evoluzionista di un riformismo che è morto.
La transizione al comunismo si pone quindi come necessità
storica, vissuta come tale da milioni di uomini. Ma questa
transizione ad una società comunista possiede le basi
materiali per essere oltre che necessaria anche possibile?
A differenza del ‘17 sovietico o del ‘49 cinese, nella
metropoli imperialista contenuto e forma della rivoluzione
proletaria coincidono perfettamente. Ciò significa che qui è
effettivamente data la condizione materiale per eliminare,
insieme al rapporto col capitale, anche la maledizione del
rapporto sfruttato.
Sono date cioè le condizioni materiali per il passaggio
epocale dalla "comunità illusoria" alla “comunità reale”,
dalla divisione del lavoro al pieno sviluppo dell’individuo
sociale.
Certo, come il sistema dell’economia borghese si è venuto
sviluppando passo passo, così avviene anche per la sua
negazione, che ne è il risultato ultimo: ma questa negazione
è qui immediatamente transizione rivoluzionaria al
comunismo.
L’enorme sviluppo delle forze produttive capitalistiche
costituisce la base contraddittoria di questo processo.
Mentre, infatti, sapere scientifico e applicazioni
tecnologiche sono ostinatamente usate per distillare
plusvalore e controllare la classe operaia, la dinamica
interna del sistema spinge inesorabilmente verso
trasformazioni “impensabili” per la borghesia imperialista.
E quei rapporti di produzione e quella rielaborazione delle
forze produttive, che la classe dominante è costretta a
impedire, sono condizioni imprescindibili di superamento
della crisi e della liberazione proletaria.
In questa contraddizione, si forma ed emerge il proletariato
metropolitano come soggetto rivoluzionario, come espressione
sul terreno politico, dei rapporti sociali di produzione in
gestazione, latenti, possibili, costretti ad esercitare una
pressione virtuale sui rapporti di produzione operanti.
Rapporti di produzione in gestazione che, tuttavia
interiorizzandosi in ciascuna avanguardia proletaria ne
rimodellano in continuazione la struttura della coscienza,
alludendo ad una trasformazione radicale: all’uomo sociale,
collettivo, ricomposto nelle sue molteplici pratiche.
Rapporti sociali di produzione in gestazione il cui
carattere radicalmente rivoluzionario è fondamento del
programma di transizione al comunismo e che, perciò,
definiscono la pratica della ribellione, anche armata, per
la loro instaurazione, come la forma di esistenza sociale e
più avanzata oggi possibile nella metropoli imperialista.
Tutto questo rende, nelle attuali condizioni storiche, la
transizione al comunismo necessaria e possibile. Quando
diciamo “possibile” non intendiamo che sia realizzabile qui
e oggi qualche frammento di comunismo, o nelle pratiche di
riappropriazione delle merci o in una sorta di
riorganizzazione individuale del lavoro, ecc. Questo finisce
per essere soltanto una parodia del Comunismo. Intendiamo
dire invece che la transizione al comunismo è oggi
possibilità materiale di guardare il presente con gli occhi
del futuro, di vedere in ciò che esiste ciò che sarà ed è
anche possibilità di fissare, attraverso la critica del modo
di produzione capitalistico, i contenuti del programma di
transizione.
Ciò, d’altra parte non può avvenire senza fissare nel
contempo il percorso storico —che attraversa un’intera
epoca— che la sua realizzazione presuppone.
La concezione del potere proletario armato è il punto dal
quale dobbiamo partire.
Il sistema del potere proletario armato —nella sua
ambivalenza: Partito Combattente e OMR— nell’evolversi dello
scontro di classe cresce e si afferma accumulando il
potenziale proletario. Il potere proletario armato è
esercizio di potere e trova il suo compimento nella
conquista e nella distruzione dello Stato borghese, cioè nel
pieno dispiegamento della sua forza, nella forma della sua
dittatura. La categoria politica della dittatura del
proletariato è e rimane un momento fondamentale del cammino
per la trasformazione comunista della società.
Non si tratta di concepirlo come un momento magico che,
basta aspettare, prima o poi arriverà, ma come l’esercizio
pieno e dominato di un potere politico che ha soppiantato
quello della borghesia. Quello che oggi affermiamo è che la
dittatura del proletariato non è un momento di passaggio per
la realizzazione di qualche conquista “specialistica”
(mediata cioè dalla necessità dell’accumulazione
capitalistica), ma è condizione per una diretta e immediata
transizione al comunismo.
Potere proletario armato, dittatura proletaria per la
transizione rivoluzionaria al comunismo! Infatti, pur
immaginandolo in un contesto storico più avanzato, che senso
avrebbe oggi proporre piattaforme socio—economiche di
carattere generale? Quelle dei sindacati e dei revisionisti,
per esempio non chiedono poco: chiedono niente e contro i
proletari.
Compito dei comunisti è dunque un altro.
In ogni situazione specifica vissuta dai proletari, la lotta
per gli interessi immediati, per soddisfarli, è qualcosa di
diverso da ieri. Compito dei comunisti è di cogliere “questo
diverso”. C’è un unico bisogno che obiettivamente accomuna
questi interessi, ed è ormai il bisogno politico di
comunismo. Lo sviluppo dell’organizzazione del lavoro
produce solo controllo e disoccupazione, mentre il problema
operaio, ormai, è il superamento della divisione del lavoro.
La nocività mortale nasce da impianti moderni: l’unica
soluzione complessiva sta in un diverso rapporto dell’uomo
con la produzione e la natura.
Questi interessi, per andare avanti, hanno perciò bisogno di
una capacità politica che sappia far emergere la necessità
del comunismo in ogni situazione particolare, e dunque in
forme di organizzazione che costruiscano il potere
proletario, e nella loro capacità di rovesciare gli attuali
rapporti di produzione..
La funzione del Partito è di essere questa ”capacità
politica” di far vivere la lotta in ogni situazione di
classe come parte di un programma generale di transizione al
comunismo; essere con la propria pratica d’avanguardia e con
le sue indicazioni a livello di massa il punto di
riferimento che riesce a dare questo significato concreto a
ogni situazione di classe.
4.
ORGANIZZARE LE MASSE PROLETARIE SUL TERRENO DELLA LOTTA
ARMATA PER IL COMUNISMO. COSTRUIRE I NUCLEI CLANDESTINI DI
RESISTENZA.
Le
condizioni di vita e di lotta delle masse sono molto
cambiate. Dobbiamo sbarazzarci degli schemi che abbiamo
ereditato da una tradizione politica adeguata a una vecchia
situazione storica, che ora è bruscamente cambiata. Come
abbiamo già detto, non c’è più alcun sbocco riformista alle
tensioni e alle lotte che il proletariato esprime. La prima
conseguenza è che si è chiusa la possibilità dell’autonomia
di classe di sfruttare come per il passato la contraddizione
tra due strategie capitalistiche. E in particolare, la
contraddizione sindacato—padronato, che oggi si è ricomposta
(pur con numerose sbavature) all’interno di un’unica
strategia controrivoluzionaria, dove gli uni e gli altri si
trovano sostanzialmente uniti nel realizzare la
ristrutturazione.
Il secondo aspetto concerne la natura della repressione. Il
suo carattere preventivo è sempre stato rivolto soprattutto
alla possibilità di estensione delle lotte. Rispetto alla
singola lotta, la repressione in genere è arrivata dopo,
invece che prima, per impedire che le cose diventassero
troppo serie per l’aspetto del dominio. Solo allora la
repressione era rappresentata direttamente dallo Stato,
poiché dalle concezioni derivate dalla libera concorrenza
sul mercato, esso si manteneva formalmente neutrale nel
rapporto diretto operai—capitale, almeno finché la
situazione restava di “normale amministrazione”: quando
riguardava cioè la contrattazione del prezzo della forza
lavoro (nei limiti del necessario sviluppo della
professionalità) e non il potere.
L’autonomia della lotta di classe si è dunque storicamente
determinata, nel lungo periodo, come capacità proletaria di
“forzare le possibilità offerte dalla stessa legalità del
sistema. Quindi oggi, ogni lotta, seppur parziale e
circoscritta, può nascere solo se riesce a scavalcare (o a
eludere) l’insieme degli impedimenti
sindacali—padronali—statali che le si frappongono.
Quando la spontaneità delle masse riesce a creare (battendo
il sindacato ecc) le condizioni di unità su cui sviluppare
la lotta per i bisogni immediati, questa lotta raggiunge
istantaneamente un tetto. Essa si configura immediatamente
come scontro di potere rispetto al quale il movimento di
massa stenta a mantenere l’offensiva. Sebbene lo scontro di
potere viva oggettivamente nella sua immediatezza, non
esistono ancora i livelli di organizzazione sufficienti a
poterlo interpretare. Su questo piano il movimento di massa
è pressoché all’anno zero. Accade quindi che le iniziative
di lotta intraprese dai vari segmenti di classe, che, seppur
con varia intensità e frequenza percorrono tutto il
proletariato, si arrestano di fronte alla
possibilità—necessità di affrontare disarmati lo Stato
imperialista.
Il culo di sacco entro cui la controrivoluzione preventiva
sembra avere imbottigliato l'autonomia proletaria è però
solo apparente.
In realtà, la soggettività proletaria comincia a misurarsi e
realizzarsi su questo nuovo terreno. Ed è cui che va
valutato il suo carattere offensivo, perché offensivo può
essere solo ciò che si forma sulle novità della fase
attuale.
Se di fronte allo sfascio concreto delle forme organizzate
tradizionali del proletariato sono scomparse persino le
istanze politiche più elementari, se viene permessa a e
considerata legale solo la lotta che non serve in alcun modo
ai proletari, è scomparso rapidamente e definitivamente il
vecchio ma altrettanto rapidamente ha cominciato a nascere
il nuovo.
I proletari più coscienti e combattivi, le vere avanguardie
delle masse, hanno cominciato a misurarsi con il problema
che si pone sui tappeto: ricostruire, nelle nuove condizioni
la capacità del movimento di massa di riprendere
l’offensiva.
In questo senso va valutata la vasta mobilitazione che si è
verificata quasi ovunque nel movimento di classe (dalle
grandi fabbriche ai quartieri) intesa a riallacciare a
partire dalla clandestinità, i fili di una rete proletaria
che sappia riappropriarsi della capacità di lotta e di
antagonismo che le mutate condizioni avevano distrutto nella
vecchia forma.
Il carattere di massa di questi primi momenti organizzativi
sta in questo; sono la prima espressione organizzata e
stabile dei caratteri offensivi della resistenza di massa
alla ristrutturazione.
In quanto forma organizzata della resistenza alla
ristrutturazione che si materializzano nell’immediato in
ogni situazione di classe, rappresentano il massimo
dell’offensiva oggi esprimibile dalle masse. E’ un fiore
destinato a crescere per la ricchezza del terreno su cui
nasce. In tutti i momenti di lotta aperta che si sono
verificati di recente (dagli scioperi Fiat Alfa, ecc; alle
lotte dei lavoratori dei servizi, alle esplosioni sociali
dei proletari del Sud) si è espressa una componente
antagonista che ha mantenuto e ricreato una continuità dello
scontro in mille episodi di resistenza quotidiana alla
ristrutturazione. Questi comportamenti sono diventati un
immenso fenomeno di riorganizzazione sotterranea di migliaia
e migliaia di proletari che la controguerriglia psicologica
deve riconoscere con le parole velenose della
mistificazione.
In realtà, questo fenomeno apre la possibilità di lottare
stabilmente nella fase della controrivoluzione preventiva,
poiché non si tratta di un arroccamento in difesa dei
livelli precedenti, ma di un adeguamento a quelli nuovi con
una capacità autonoma di organizzazione.
L’agitazione e la propaganda clandestina, le mille piccole
azioni combattenti, il sabotaggio continuo della struttura
produttiva di controllo, la pressione e l’accerchiamento
contro le gerarchie militarizzate, il rigetto e il crescente
isolamento degli apparati sindacal—revisionisti, sono il
dato caratteristico fondamentale della lotta di classe in
quest'ultimo periodo.
Cogliendo questo nodo essenziale, dobbiamo lanciare nel
movimento di classe la parola d’ordine:
COSTRUIRE I NUCLEI CLANDESTINI DI RESISTENZA in quanto
embrioni degli organismi che nascono dalle masse e, per il
modo offensivo di collocarsi nello scontro, ORGANISMI DI
MASSA DEL POTERE PROLETARIO.
Ciò che dà valore a questa parola d’ordine non è tanto la
consistenza numerica che i nuclei possono avere, ma il fatto
che sanno unire già oggi in una pratica di massa il politico
e il militare in forme clandestine; interne ad un processo
di resistenza di massa alla ristrutturazione. Questo perché
nella fase attuale solo la lotta armata può esprimere
compiutamente l'antagonismo proletario: è la sola strategia
che nelle attuali condizioni storiche possa dirsi
rivoluzionaria.
Ne consegue che la costruzione del PCC non può darsi
separando il politico dal militare come separazione dei due
aspetti. Questo, deve essere chiaro, vale anche per gli OMR.
Nella guerriglia, in cui non c’è separazione tra una fase
politica (precedente) e una militare (presa del potere) gli
OMR non sorgono alla vigilia dell’insurrezione, ma nel corso
di un intero periodo storico in cui la crisi economica e
politica si accentua e la lotta armata si intensifica e si
caratterizzano insieme come organismi politico—militari.
Anche per quanto riguarda la clandestinità delle masse,
cogliamo un segno dell’avanzata nella costruzione del potere
proletario. Il concetto di clandestinità è legato ad una
concezione politica offensiva dello scontro e
dell’organizzazione che deve guidarlo.
Clandestinità vuole dire organizzarsi perché la lotta non si
fermi alla prima ventata repressiva, altrimenti è solo la
repressione a stabilire il tetto del programma
rivoluzionario e chi lo deve condurre. E' chiaro altresì che
le forme che assumono i momenti di organizzazione delle
masse non sono legate ad uno schema rigido e immutabile ma
al contrario si modellano a secondo delle condizioni
particolari, delle specifiche possibilità che i vari momenti
presentano.
Ma non dobbiamo confondere la forma con la sostanza. E nella
sostanza noi dobbiamo vedere con chiarezza che il nuovo sta
proprio nell’estendersi e nel rafforzarsi della rete
sotterranea dentro il tessuto proletario, il sedimentare dei
primi momenti di organizzazione stabile quale o quali punti
di partenza di organismi propri delle masse che si misurano
con la capacità di combattere la ristrutturazione, e di
costruire il potere proletario armato.
Ma non si può ridurre il problema dell’organizzazione delle
masse ad un problema esclusivamente organizzativo. Si tratta
di definire i contenuti di un programma che tenda a
riunificare la classe, che sia fin da subito mobilitante.
Che cosa vuoi dire questo?.
Nelle masse vivono tensioni, lotte, espressioni multiformi
di antagonismo generate dalla crisi che hanno la loro
origine nelle condizioni materiali quotidianamente vissute.
“Gli uomini si pongono, in genere, solo i problemi che
possono affrontare e risolvere”, e non c’è dubbio che le
masse proletarie questo fanno, lo fanno spontaneamente senza
l’intervento di nessuno. Ma se le contraddizioni affrontate
giorno per giorno dalle masse proletarie generano la lotta
spontanea, il processo che porta alla elaborazione del
programma immediato su cui mobilitarle e farle combattere
non è altrettanto spontaneo e automatico. Va capito
innanzitutto che il punto di partenza è la lotta spontanea
(a volte soltanto tensioni, esplicite o latenti), perché in
essa vi sono già tutti gli elementi politici, i contenuti
specifici del programma immediato valido per i diversi
strati del proletariato metropolitano. Non c’è dunque da
inventare niente in questo piano, ma bisogna invece cogliere
con intelligenza politica quel che già esiste nella
spontaneità delle masse e trasformarlo in progetto lucido e
coerente, in piattaforma politica e unificante sulla quale
imperniare la costruzione dei livelli di mobilitazione delle
masse e delle articolazioni del potere proletario.
Facciamo un esempio: Alfa Romeo, reparto verniciatura. Nei
mesi scorsi gli operai di questo reparto hanno sviluppato
una lotta sul salario: in concreto, volevano il passaggio
automatico di categoria. La lotta è stata dura perché questa
esigenza non rientra né tanto né poco nei piani di
ristrutturazione di Massacesi e quindi ci si è trovati
contro tutto l’apparato controrivoluzionario: la direzione,
il sindacato e infine la DIGOS. Le BR si sono dialettizzate
con tutta la fabbrica e con questa lotta in particolare con
un insieme di iniziative politico—militari di propaganda
armata (Opuscolo N°8, azione Dall’Era, ecc). Nella lotta
della verniciatura, vive anche materialmente uno dei
contenuti operai affermatisi in dieci anni di lotta:
l’aumento uguale per tutti. Questa parola d’ordine, sempre
presente in tutte 1e lotte per il salario, è intesa a
riunificare la classe, a rompere l’artificiosa
stratificazione operaia ottenuta dal padrone attraverso la
differenziazione salariale. Non solo, ma vediamo che, pur
interpretando un bisogno reale ed immediato (più soldi),
allude ad una società diversa, fondata su altri principi.
Una società in cui il valore sociale del lavoro non si
misuri col denaro con cui ti pagano, ma in cui, al
contrario, ribaltati i rapporti di produzione, si può e si
vuole vivere tra uguali, secondo il principio: da ciascuno
secondo le sue capacità, a ciascuno secondo il suo bisogno.
Non si creda che questa interpretazione della lotta della
verniciatura sia una forzatura, un voler mettere un cappello
politico troppo grande ad una lotta troppo piccola. E’
l’insieme di queste cose che i comunisti devono saper
leggere e valorizzare dalla lotta spontanea della masse.
Occorre rielaborare i contenuti di ogni lotta contro la
nocività, i ritmi, per il salario, ecc, per mettere in
evidenza lo scontro di potere, la carica sovversiva che li
anima contro i rapporti di produzione.
Da questa operazione politica nasce il Programma Immediato,
che parte sì dalla spontaneità, ma la trasforma in un
movimento organizzato e cosciente. Senza questa operazione
politica la spontaneità nasce e muore, rinasce e ri— muore,
come è sempre avvenuto, e non produce affatto né programmi
né altro. D’altro canto, senza programma immediato è
impossibile che nascano, si sviluppino diventino potenti gli
OMR. Se oggi cominciano ad esistere gli embrioni di Questi
organismi (i Nuclei Clandestini di Resistenza) essi
troveranno le ragioni della loro esistenza e della loro
evoluzione solo in un programma immediato che sappia essere
sintesi. politica e proposta mobilitante con le condizioni
di vita delle masse.
Occorre quindi farsi carico, da parte del PCC, per ogni
segmento di classe e approfondendo l’analisi delle lotte
rivista alla luce della necessità di elaborare programma
immediato, della capacità immediata di ciascuna componente
di lottare per i propri bisogni. In altri termini il
programma immediato non è un programma
economico—rivendicativo, ma un programma politico che fa
vivere le esigenze e i contenuti generali dello scontro in
stretta aderenza alle necessità immediate che questo scontro
esprime in ogni concreta situazione di classe. Con chi si
elabora un Programma Immediato?
Sono i proletari più attivi e combattivi delle masse che
devono essere mobilitati in questo lavoro. E’ all’interno
della costruzione degli OMR che la dialettica deve essere
sviluppata a questo scopo. Il compito del Partito deve
essere quello di favorire, sollecitare, supportare
attraverso la sua azione, la sua iniziativa militante, la
definizione chiara, esplicita, concreta degli elementi che
costituiscono il programma immediato. Favorire, sollecitare,
supportare la mobilitazione possibile per un suo
raggiungimento. Il compito della brigata di fabbrica, di
quartiere, di campo è principalmente questo. Il militante
delle BR deve oggi qualificarsi nella classe come dirigente
attivo di questo processo.
Lo scontro tra rivoluzione e controrivoluzione si gioca
essenzialmente su questo terreno. Per la guerriglia, vuol
dire conquistare e mobilitare le masse sul terreno della
lotta armata per il comunismo. Per lo Stato imperialista
annientare questa possibilità.
Il PCC misurerà quindi la sua capacità di essere tale
principalmente nel ruolo che saprà giocare nella direzione
di questo complesso lavoro, nella capacità che avrà di
legare indissolubilmente e strategicamente il programma
generale di transizione al comunismo con i programmi
immediati e con gli organismi che ne sono i portatori.
“Brigate” e “Nuclei Clandestini di Resistenza” non sono
dunque rispettivamente espressione della ”strategia” e della
“tattica”, della rivoluzione, ma articolazioni strategiche
di un unico processo di costruzione del potere proletario
armato. Nella dualità che assume il processo di costruzione
del potere proletario, i nuclei clandestini di resistenza
non sono organismi di Partito.. Mentre le Brigate sono gli
embrioni del Partito come cellule politico—militari, i
nuclei sono gli embrioni degli organismi di massa del potere
proletario. Le Brigate raccolgono quella parte
dell’avanguardia di classe che porta avanti il programma
generale rappresentato dall’agire da Partito; i nuclei
tendono a raccogliere l’avanguardia di classe nel suo
complesso (e quindi nelle sue varie componenti non solo
sociali, ma anche politiche per esser espressione del
programma generale nella realizzazione dei programmi
immediati: ossia strategia applicata ad una particolare
situazione di classe del proletariato. La dialettica
esistente tra questi diversi elementi autonomi è quella
esistente tra due momenti inversi: dal generale al
particolare per gli embrioni del Partito; dal particolare al
generale per gli embrioni degli OMR. E’1o stesso tipo di
rapporto che c’era, per fare un paragone, tra Soviet e
Partito Bolscevico. Ma l’analogia si ferma qui perché oggi,
in una situazione storica molto diversa di “capitalismo
maturo”, mutano gli obiettivi, i quali perdono il loro
carattere intermedio rispetto allo sviluppo capitalistico e
che allora si presentava come necessario. Muta quindi il
loro carattere spesso “difensivo” dal punto di vista
proletario, mutano ancora, quindi, come abbiamo visto, le
caratteristiche di questi organismi che non scindono il
politico dal militare.
Il lavoro
di massa delle BR nell’attuale congiuntura.
Via via che la guerra di classe avanza, via via che cresce
il movimento rivoluzionario, si evolve, cambia la fase in
cui si connota lo scontro. Non c’è mai staticità e
ripetitività nello scontro, ma dialettica, che sposta
continuamente in avanti la contraddizione: la classe abbatte
e supera le vecchie barriere, conquista e si attesta ad un
nuovo livello.
L’organizzazione rivoluzionaria, il Partito, deve sapere
adeguare la sua linea politica alle nuove esigenze, deve
ridefinire la sua funzione partendo sempre da una strategia
complessiva, ricalibrando i compiti che deve assolvere. Ciò
gli è possibile solo tenendo ben chiari e fermi i propri
riferimenti strategici; solo se sa reinterpretare alla luce
delle nuove esigenze i propri principi
politico—organizzativi. L’insieme dei principi politico—
organizzativi dell’Organizzazione non deve essere un corpo
imbalsamato esposto in una bacheca di cristallo,
perfettamente conservato, ma irrimediabilmente morto. Deve
essere al contrario materia viva, sostanza cromosomica che
modella l’Organizzazione nella sua evoluzione, che le
consente di mutare e crescere mantenendo inalterati i
caratteri distintivi fondamentali. A partire da queste
considerazioni, è necessario ridefinire e riqualificare una
struttura essenziale e insostituibile nel nostro lavoro: il
fronte di massa.
Nella teoria dell'organizzazione delle BR, i fronti di
combattimento rispondono all’esigenza “di elaborazione e
omogeneizzazione dei programmi di lotta e di lavoro in
settori specifici”. Questo, nella fase della propaganda
armata (dove i compiti principali erano, ricordiamo in
sintesi: radicare la necessità della lotta armata,
disarticolare il progetto di costruzione dello SIM,
costruire il PCC come indispensabile determinazione del
potere proletario), ha dato origine a due strutture
centralizzate di lavoro e direzione politica: il Fronte di
lotta alla controrivoluzione e il Fronte logistico.
Il lavoro di massa dell’Organizzazione, in quanto
finalizzato ai compiti sopraddetti, percorreva tutto il
corpo dell’Organizzazione; trovava impulso e proposizioni da
una parte, e centralizzazione dall’altra, nelle Colonne e
nei Fronti. Il lavoro di massa, pur non avendo strutture sue
proprie (oltre alle Brigate, naturalmente), anzi proprio per
questo riusciva ad essere presente in tutte le strutture
dell’Organizzazione e trovava in esse la centralizzazione
necessaria. Propaganda armata e lavoro di massa, in
questoouB~to schema organizzativo, essendo due funzioni
strutturalmente integrate, si compenetravano perfettamente
senza che vi fossero frapposti steccati organizzativi.
Questo era l’unico modo corretto per risolvere
dialetticamente la necessità di far nascere e attecchire la
lotta armata, e di lavorare nella classe per organizzare
l’avanguardia del Partito.
Ora ci troviamo in una fase in cui possiamo definire i
compiti dell’organizzazione, per semplicità di sintesi, in
una parola d’ordine: conquistare le masse alla lotta armata;
organizzare le masse in un articolato sistema di potere
proletario armato.
Il lavoro di massa dell’O punta allora a qualcosa di più e
sostanzialmente diverso che per il passato. Non si tratta
cioè di una semplice espressione quantitativa o geografica,
ma di una evoluzione qualitativamente diversa. Non muta
affatto il rapporto tra l'O e il movimento, anzi la funzione
del Partito si rafforza e acquista ancora più valore; muta
invece la qualità politica delle finalità e degli obiettivi
del nostro lavoro di massa. Il nostro programma punta ad
organizzare strati di classe per la guerra civile; a
favorire la nascita e crescita degli OMR, alla mobilitazione
per i programmi immediati, in dialettica con il Programma
Generale. Questo conferisce al lavoro di massa dell’O non
solo una grande importanza (questa l’ha sempre avuta),ma una
connotazione del tutto nuova che non può essere compresa
entro lo schema organizzativo della fase precedente. Si
tratta infatti di articolare la linea politica dell’O in
riferimento specifico alle diverse componenti del
proletariato metropolitano, in aderenza ai loro bisogni
immediati e strategici, alla dinamica particolare dei
diversi momenti di lotta, ecc. Si pone quindi la necessità
di approfondire l’analisi e l’elaborazione politica dal
punto di vista di strati omogenei di classe (omogenea per
condizione oggettiva), di produrre gli indirizzi politici in
un’ottica di riunificazione dei programmi di lotta e di
ricondurre questi ad una strategia generale, tenendo conto
della complessa dialettica esistente tra Partito e
movimento.
Il lavoro di massa dell’O deve pertanto essere centralizzato
in apposite strutture che possano assolvere a questo
compito. Il Fronte di Massa deve costruirsi come struttura
centrale dell’O nella medesima concezione che caratterizza
sia il fronte di lotta alla controrivoluzione (che il fronte
logistico), i quali nell’attuale congiuntura conservano a
pieno la loro validità e la loro funzione. Dovendo
centralizzare il lavoro di massa che l’O svolge all’interno
delle varie componenti di classe le articolazioni del Fronte
di Massa sono conseguenti alla capacità che si avrà di
penetrare e radicarsi all’interno di ogni componente
proletaria. In questa prospettiva, possiamo già individuare
e realizzare delle valide articolazioni, suddividendo il
Fronte di Massa in tre settori fondamentali: 1) settore
della classe operaia e fabbriche; 2) settore dei lavoratori
dei servizi; 3) settore proletariato marginale.
5.
LA GUERRIGLIA NELLA FASE DI PASSAGGIO DALLA PROPAGANDA
ARMATA ALLA GUERRA CIVILE ANTIMPERIALISTA.
Non siamo
più nella fase della propaganda armata e non siamo ancora in
quella della guerra civile antimperialista.
La fase della propaganda armata è contraddistinta da questo:
la guerriglia con la sua iniziativa politico—militare
disarticola politicamente il nemico di classe. Avviene cioè
che la guerriglia, individuando il cuore pulsante del
progetto nemico sferra i suoi attacchi per mettere a nudo di
fronte ai proletari la sua natura, i suoi intenti, la sua
inconciliabilità di interessi, e così facendo ”batte la
strada”, “apre la pista” al movimento proletario.
Collocandosi al punto più alto della contraddizione tra
borghesia e proletariato, costituisce per quest’ultimo il
punto di riferimento sul piano strategico; si traduce in
piano politico nella massima espressione dell’antagonismo di
classe; apre dei varchi nella gabbia dell’oppressione
capitalistica, così che la governabilità politica dei
rapporti di produzione ne esce irrimediabilmente infranta e
prefigura la possibilità della distruzione definitiva del
potere della borghesia. La guerriglia infrange la "pax
imperialista", fa vivere al suo punto più alto lo scontro di
potere in cui si esprime l’antagonismo di classe, dimostra
che i tempi della rivoluzione proletaria sono maturi e che
questa non può essere recuperata neppure con tutte le
mistificazioni di cui è capace la borghesia imperialista.
In questa fase pur essendo minoritaria, la guerriglia riesce
ad essere un interprete dei bisogni politici della
maggioranza. Pur essendo come forza militare dispiegata ben
poca cosa, riesce in quanto materializzazione organizzata
della più alta coscienza proletaria, a conquistare spazi
politici entro cui la lotta, delle masse può avanzare.
Disarticolazione politica vuol dire soprattutto questo,
inoltre, l’attacco guerrigliero, nella misura in cui è
veramente indirizzato contro l’aspetto principale della
contraddizione provoca uno sconquasso tra le file nemiche:
ne acuisce le contraddizioni interne, divarica le differenti
tendenze delle varie componenti del suo fronte, impedisce il
ricomporsi dei conflitti intercapitalistici, rende
l'apparato ancor più disfunzionale. La fase della propaganda
armata si contraddistingue quindi per l’esistenza della
lotta armata come strategia possibile per il comunismo, e la
guerriglia in sostanza propaganda sé stessa. La tattica
viene definita non tenendo in alcun conto i rapporti di
forza militari perché è scontato che essi tendono in modo
soverchiante da parte del nemico e il compito principale
della guerriglia è quello di esistere, esistere come fatto
politico.
La fase della guerra civile dispiegata è quella in cui la
lotta armata costituisce il fronte di lotta principale
dell’iniziativa della masse. La mobilitazione delle masse si
articola prevalentemente sul fronte della guerra, lo scontro
di potere non è più solo proiezione politica
dell'antagonismo di classe e prefigurazione di rapporti di
forza possibili, ma è capacità di impostazione, è
progressiva estrinsecazione della forza proletaria che
distrugge il potere borghese, e attraverso la costruzione
del sistema del potere proletario armato ribalta i rapporti
di produzione esistenti. La fase della guerra è quella in
cui le forme organizzate del potere proletario hanno la
capacità di inchiodare il nemico senza via di scampo, di
operare per la sua distruzione, di eroderne ogni spazio di
agibilità politica e militare.
La tattica in questa fase è principalmente determinata da
rapporti di forza militari (intendendo per militari i
livelli di organizzazione costruiti, la loro capacità di
mobilitazione delle masse, la disponibilità e il grado di
capacità al combattimento raggiunto) che diventano la
principale determinazione del fare politica delle masse.
Abbiamo detto che non siamo ancora in una situazione di
guerra civile dispiegata, pur essendo esaurita la fase in
cui la propaganda armata era l’unica dimensione in cui la
strategia della lotta armata potesse vincere. Ciò significa
che ci troviamo in un momento di passaggio, che stiamo
vivendo un periodo in cui le masse si approprieranno della
lotta armata, un periodo in cui dovranno avvenire profonde
trasformazioni, radicali innovazioni del modo di “fare
politica” (nel senso di incidere nei rapporti di forza) del
movimento di classe. Ci troviamo nel momento iniziale della
formazione degli organismi del potere proletario.
Dire che non siamo ancora in piena guerra civile significa
affermare che non siamo all’inizio di un processo
politico—militare che conquisterà nella sua interezza il
proletariato alla lotta armata, intorno alla quale ogni
segmento di classe potrà essere riunificato e mobilitato,
edificando gli organismi della dittatura del proletariato.
E’ quindi chiaro che non si verificherà alcun spostamento
significativo nel senso della guerra civile se non
attraverso un’avanzata, passo dopo passo, delle condizioni
soggettive di coscienza, di organizzazione che permetta al
movimento di classe di trasformarsi in movimento di massa
rivoluzionario e in definitiva, di fare la guerra. Perché la
guerra può essere fatta solo da grandi masse, e non dalla
organizzazione guerrigliera, per quanto forte e organizzata
essa possa essere. Qual è allora il compito della guerriglia
in questo periodo che è a cavallo tra le due fasi? Prima di
tutto deve mantenere la funzione di propaganda armata: deve
però proiettarla in modo diverso che nel passato. Lo scopo
della propaganda armata ora deve essere quello di
conquistare stabilmente gli spazi politici, i terreni di
scontro in cui l’iniziativa possibile delle masse si possa
incanalare, su cui la spontaneità della classe si trasforma
in Programma Immediato, su cui la resistenza “naturale” alla
ristrutturazione diventa offensiva e quindi istanza di
potere.
La propaganda armata deve cioè essere rivolta non più solo a
"battere la pista" al Movimento, ma a spianare, definendolo,
il campo di battaglia, dove le varie componenti di classe
combattono per la conquista del programma immediato. Laddove
i proletari lottano per i propri bisogni, laddove le
contraddizioni particolari enucleano i contenuti
dell’iniziativa proletaria seppure informale o solo
potenziale, l’azione di propaganda deve tendere a
interpretare l’elemento di programma che dalla lotta stessa
emerge, deve ricondurre i contenuti che si agitano nei
momenti di scontro dentro un progetto unitario che ne elevi
la capacità sovversiva e rivoluzionaria. L’azione di
propaganda armata deve quindi essere di guida perché si pone
avanti (non sopra!) al movimento di massa, ma nello stesso
tempo deve essere di supporto alla capacità e possibilità di
mobilitazione e di combattimento del MPRO.
Deve essere il vero, effettivo, concreto punto di
riferimento nel quale le forze impegnate nella costruzione
organizzata di nuovi rapporti di forza con il nemico non
guardano con astratto interesse e simpatia, ma per avere
indicazioni valide nella loro condizione e praticabili
nell’immediato. Questo ancora non basta.
La propaganda armata deve avere la funzione di esplicitare,
facendoli vivere nello scontro, gli obiettivi della
trasformazione sociale di cui i comunisti sono i portatori.
Deve cioè essere rivolta a propagandare con chiarezza i
principi, i contenuti, la logica e la teoria che stanno a
fondamento della società che i comunisti vogliono costruire.
Qui facciamo una parentesi, per chiarire un modo di
intendere questa funzione che riteniamo sbagliato.
Taluni credono che essere comunisti voglia dire possedere
un’ideologia perfettamente costruita seguendo i “sacri”
testi del marxismo leninismo, da tenere gelosamente
custodita e accessibile solo ai pochi eletti che sono i
membri del Partito. Per cui quest’ultimo illumina di tanto
in tanto la scena buia dello scontro di classe (alcuni lo
fanno poco, altri dicono che bisogna farlo molto) con i
portentosi raggi di un “comunismo” progettato a tavolino,
sognato e prefigurato come la più pura delle astrazioni.
Questo modo di intendere la questione porta a ridurre il
problema della transizione al comunismo ad una specie di
dipinto psichedelico perfettamente pennellato con i colori
dei sogni, che raffigura una società perfetta, idilliaca,
altamente desiderabile per ciascuno perché ciascuno può
pensarla come vuole.
Questo porta a tanti grandi discorsi vuoti, che non sono
nient’altro che lo sfogo alle frustrazioni (che sono tante!)
che la società capitalistica ci regala, e che ciascun
proletario si porta dentro. Questo modo depravato di
intendere la teoria comunista ha generato, sin dal nascere
del movimento proletario, la più sciocca e inoffensiva delle
deviazioni dal marxismo—leninismo: l’ideologismo dogmatico,
settario e gruppettaro. Noi crediamo invece che una società
che muore —e la società capitalistica è in piena agonia— ha
già in sé, nei soggetti sociali che la affossano, i nuovi
valori che sostituiscono i vecchi, le nuove concezioni che
stanno alla base di un nuovo mondo da costruire, così come
le vecchie concezioni stavano alla base del mondo che
scompare. Ma anche questo non si percepisce metafisicamente
e vive nella lotta di classe, non al di fuori di essa. Ed è
nella lotta che vive se pur solo come aspirazione, come
negazione che nello stesso tempo proietta la possibilità di
costruzione, il comunismo come “il movimento reale che
modifica lo stato di cose presenti”.
Compito del Partito è quello di essere la coscienza
organizzata anche di questo, di saperlo vedere e raccogliere
nel suo rapporto con la lotta del movimento reale, di
legarlo con la sua capacità teorica di progettazione al
disegno complessivo, non astraendo mai, neppure per un
istante, dalla dinamica sociale che lo produce, di
ributtarlo al movimento trasformato in arma potente se
impugnato dai proletari che combattono. Inoltre bisogna
tener conto che viviamo in questa società e non in un’altra
del tutto ipotetica, e quindi ne siamo il prodotto:
siamo “uomini vecchi” e non “uomini nuovi”.
I comunisti devono affrontare la battaglia ideologica contro
la vecchia concezione trasformando anche sé stessi e gli
altri non con intimistiche elucubrazioni, ma come un aspetto
della lotta di classe, e in essa ricercarne le verifiche.
Ritornando alla propaganda armata è evidente che non è
sufficiente fare “propaganda di comunismo” semplicemente con
qualche slogan alla fine dei volantini, o anche parlandone
tanto, ma legando il programma generale di transizione al
comunismo ai programmi immediati della classe, con uno
sforzo di interpretazione politica con un’operazione di
partito.
In questa fase la propaganda armata deve collocarsi con
puntualità nella dialettica che deve esistere tra programma
generale e programma immediato. Al di fuori di questo esiste
solo fantasia e astrazione, che come è noto sono cose
diverse dal materialismo dialettico.
Se la propaganda armata è ancora uno dei punti principali
dell’Organizzazione, pur rivista nella nuova luce, si dice
anche che è cominciata la fase della guerra civile.
Non c’è dubbio che il nemico è già pienamente sul terreno
della guerra di annientamento, mentre il fronte proletario
antimperialista non si è ancora costruito.
Significa allora che la guerra non è possibile rifiutarla.
Il livello di scontro è dato, e chi pensa che sia possibile
tornare indietro, prima ancora che un opportunista è uno
sciocco.
Che significa accettare la guerra nell’attuale fase di
passaggio? Non è accettare lo scontro frontale: accettare
questa logica è un suicidio politico e militare.
Nell’attuale contesto ciò si riduce alla logica del colpo su
colpo e alla sola rappresaglia. E’ una riduzione militarista
dei termini dello scontro che si riduce sul piano politico
in una forma di arroccamento. Infatti siamo all’inizio di
una fase di transizione e non alla sua fine.
E il passaggio dal movimento di resistenza proletario al
movimento di massa armato non è affatto spontaneo: in esso
dunque dovrà qualificarsi tutta la capacità di costruzione
del PCC. Dobbiamo passare all’offensiva, accettando il
livello della guerra, ma sui terreni scelti dalla
guerriglia. Tutta la partita si gioca nella capacità
guerrigliera di operare questa selettività! Se il regime ha
inferto colpi al movimento di classe e alle sue avanguardie
combattenti, non è affatto il momento di stare sulla
difensiva, ma al contrario di sferrare colpi dieci volte
maggiori e più terrificanti nelle file della borghesia.
Ma l’azione distruttiva —e sempre meno simbolica— vive
militarmente in un programma politico di disarticolazione:
se assume questo carattere distruttivo anche sul piano
politico è perché si pone come “punto di forza” di una
possibile iniziativa di massa.
Avviene perciò attraverso una selezione dei terreni politici
dello scontro, dove la priorità è data dal loro carattere
interno ai bisogni, alle lotte, alle tensioni di massa
proletarie.
ACCETTARE LA GUERRA, ATTACCARE IL CUORE DELLO STATO, FAR
VIVERE I CONTENUTI DI DISTRUZIONE E DISARTICOLAZIONE
MILITARE SVILUPPANDO UNA LINEA DI MASSA CHE DIALETTIZZI I
CONTENUTI SPECIFICI DEI PROGRAMMI IMMEDIATI CON IL PROGRAMMA
GENERALE DI TRANSIZIONE AL COMUNISMO!
IN QUESTO COMPLESSO LAVORO ORGANIZZARE LE DUE DIVERSE
DETERMINAZIONI DEL POTERE PROLETARIO: IL PCC E GLI OMR!
E’ evidente che questo è un compito difficile ma non sono
accettabili semplificazioni di sorta. La molteplicità degli
aspetti che deve avere la politica della guerriglia non può
essere ridotta a una sola valenza, che non sia in stretta
connessione con le altre.
Ogni scorciatoia conduce irrimediabilmente e in un tempo
brevissimo alla sconfitta.
Mentre se si accettano con coraggio i complessi compiti che
spettano oggi alla guerriglia, l’avanzata, se pur lenta e
faticosa, sarà inesorabile, la vittoria sicura!
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