Seconda parte
Sulle
forme dell'azione di guerriglia nell'attuale congiuntura
Ogni
fenomeno nel suo divenire si trasforma. Questa
trasformazione non è solo "quantitativa", ma investe
anche la sua "qualità": Questa è una legge generale del
materialismo dialettico
perciò
vale anche per la guerriglia e le sue forme di
combattimento:
I -
All'inizio e per forza di cose, operavamo per piccoli
nuclei,
abbiamo
praticato piccole azioni. 2 - Poi, crescendo la forza
il
radicamento della guerriglia, siamo passati ad azioni più
complesse che impegnano contemporaneamente ma sempre in
piccole azioni, piú nuclei. 3 - Oltre ancora la
guerriglia si è mossa per campagne e cioè
contemporaneamente in piú poli sulla stessa linea di
combattimento. Questa è una direttrice di crescita della
guerriglia.
Una
seconda direttrice di crescita è stata quella del
passaggio da "azioni rapide" ("mordi e fuggi") ad "azioni
prolungate" (Amerio, Sossi, Costa) ciò ci ha consentito di
svolgere una propaganda armata più incisiva e di
dimostrare al Movimento di resistenza i livelli raggiunti
dalla guerriglia nell'organizzazione del potere
proletario. Ci ha consentito inoltre di ampliare e
moltiplicare le contraddizioni all'interno dello Stato,
Una terza
direttrice infine è stata quella del rapido
concentramento di forze numerose per attaccare il nemico
in piccole battaglie (Casale, Coco).
Abbiamo
riassunto queste tre direttrici di crescita dell'azione
guerrigliera perché sono quelle che fanno emergere con
maggiore intensità i contenuti fondamentali della
guerriglia.
La forza
reale della guerriglia dimostra non solo "alzando il tiro"
ma soprattutto impostando campagne sempre pi articolate
(che investono un numero crescente di poli); impegnando il
nemico in azioni prolungate che esaltino ed esasperino
tutte le sue contraddizioni interne, attaccando le forze
nemiche di sorpresa in battaglie via via più consistenti
che forniscano alle masse proletarie il margine reale
della crescita della forza guerrigliera.
Inoltre
la ristrutturazione dello Stato Imperialista delle
Multi-nazionali si caratterizza per la sua estrema
militarizzazione e per la concentrazione di forza militare
a difesa dei suoi organismi vi-tali, del proprio personale
di direzione, delle sue strutture fonda-mentali ecc.
Sviluppare l'iniziativa rivoluzionaria per disarticolare
politica-mente e militarmente questo apparato, comporta
l'adozione di nuove tecniche di combattimento che
prefigurino e facciano vive-re sin da oggi l'aspetto
fondamentale della guerra civile dispiegata:
l'annientamento delle forze imperialiste. Questo non
significa che non esistono più mediazioni adottabili, ma
che esse vanno viste in rapporto dialettico con la
necessità di incidere "militarmente" per poter incidere
"politicamente".
Compito
dell'organizzazione guerrigliera è di passare dalle azioni
cosiddette "dimostrative" a quelle che danno al
combattimento un inequivocabile significato "distruttivo"
della forza nemica. Nessun obbiettivo deve essere
difendibile, dai gorilla e dai merce-nari del regime,
nessun bunker nel quale gli agenti della
contro-rivoluzione si nascondono deve potersi dire
"sicuro".
Le
tecniche della guerriglia consentono questo, dobbiamo
farle nostre ed addestrarci ai nuovi livelli di
combattimento che la guerra di classe ci impone
PROLETARIATO METROPOLITANO E MOVIMENTO DI RESISTENZA
PROLETARIO OFFENSIVO
Negli
ultimi anni c in modo particolare in quello appena
tra-scorso i comportamenti antagonistici della classe si
sono radicalizzati ed estesi in misura tale che non ci
appare affatto improprio parlare di guerra civile
strisciante. Stando ai dati ufficiali, solo nel '77 sono
state compiute oltre duemila azioni offensive e nel solo
mese di gennaio '78 oltre trecentocinquanta. Il tutto
distribuito su cinquanta province e un centinaio di
città.
Chiamiamo
Movimento di Resistenza Proletario Offensivo (MRPO) l'area
dei comportamenti di classe antagonistici suscitati dal-l'inasprimento
della crisi economica e politica, chiamiamo MRPO l'area
delle forze, dei gruppi e dei nuclei rivoluzionari che
danno un contenuto politico militare alle loro iniziative
di lotta anticapitalistica, antimperialista,
antirevisionista e per il comunismo. È chiaro che il
concetto di MRPO non riflette un movimento piatto,
omogeneo, ma piuttosto un'area di lotta e di "movimenti
parziali" molto differenziati e però legati da un comune
denominatore: il processo di crisi-ristrutturazione
trainato dalla borghesia imperialista.
' Essendo
suscitato da potenti cause economiche e politiche esso
cresce e si spande a dispetto di chi lo vorrebbe
imbrigliare ne-gli argini di un legalismo ad oltranza" e
nonostante ci appaia alla sua superficie come una congerie
di "movimenti parziali" senza connessione o come
disordinata esplosione di "nuclei combattenti" (oltre
cento negli ultimi mesi) esso in realtà è un movimento
unitario solidale e duraturo.
A questo
punto riteniamo sia utile soffermarci brevemente
sull'analisi della nuova composizione di classe che, in
seguito al processo di crisi-ristrutturazione si è venuta
producendo sulla base strutturale, dando origine ad una
realtà estremamente composita e variegata nelle sue
determinazioni di classe che va sotto il nome di
Proletariato Metropolitano (PM).
Occorre
quindi definire organicamente le figure sociali che
connotano la soggettività di cui il MRPO è direttamente
espressione tenendo sempre che solo il proletariato —
sulla base della sua oggettiva collocazione di classe — è
il fattore che introduce nella storia un interesse
concreto al rifiuto della proprietà privata dei mezzi di
produzione, ponendo in tal modo le premesse per la
distruzione del capitalismo e l'instaurazione della sua
dittatura. L'insieme degli strati sociali che — in quanto
separati o via via esclusi da qualsiasi forma di proprietà
— gravitano all'interno del proletariato metropolitano,
esprimono ciascuno dei movimenti parziali i quali pur
agendo su un piano di autonomia politica relativa, sono
però determinati nel loro movimento e nella loro
possibilità storica di liberazione da quello che fra tutti
rappresenta la forza strategica: la classe operaia. È
questo il baricentro, a partire dal quale può sin d'ora,
costruirsi l'unità dei vari movimenti parziali; unità che
non si dà per aggregazione spontanea dei medesimi, ma
attraverso il loro allineamento sulla prassi di lotta
sviluppata dalla classe operaia. L'unificazione del MRPO
è un pro-cesso mediante il quale si realizza la sintesi
dialettica degli interessi dei vari movimenti parziali
attorno a quelli immediatamente antagonisti della loro
componente strategica, e questo processo che non è
spontaneo può essere organizzato solamente da un Partito
d'avanguardia che assolva ad una funzione d'avanguardia.
La classe operaia resta quindi il centro motore del
processo rivoluzionario nonché la sua direzione politica,
seppure all'interno di essa siano venute producendosi
profonde modificazioni che non ne fan-no più una realtà
omogenea e che pertanto sarà bene esaminare.
Classe
operaia
Va
considerato qui separatamente il contingente dei salariati
delle grandi fabbriche urbane e delle piccole e medie
industrie. Classe operaia delle grandi fabbriche urbane.
Può
suddividersi in tre strati:
a)
Operaio massa: è quello cioè che lavora alla catena e nei
reparti ad alto quoziente di nocività, sottoposto ai ritmi
piú massacranti; è anche quello meno tutelato nei suoi
interessi pur essendo il più produttivo, paga in tal modo
lo scotto della sua combattività. Costituisce
indubbiamente lo strato piú rivoluzionario che ha
contribuito e contribuisce in maggior misura allo sviluppo
della lotta di classe in tutte le forme in cui si
manifesta: legali ed illegali, dal gatto selvaggio al
sabotaggio, dalla occupazione delle fabbriche alla dura
punizione dei capi, dirigenti, fascisti, sino a diventare
il nucleo centrale della lotta armata per il comunismo.
b)
Operaio professionale: si tratta per lo piú di quei
settori di aristocrazia operaia che compongono la figura
del lavoro professionale, tuttavia l'introduzione di una
tecnologia sempre piú avanzata e la progressiva divisione
del lavoro ne riducono i ranghi a percentuali poco
significative. A voler essere piú precisi si può
addirittura affermare che I'OP in quanto tale non esiste
piú e che il termine, almeno nel contesto attuale, indica
piuttosto l'operaio qualificato, che è cosa assai diversa
dal OP vero e proprio. Infatti se la professionalità
sottintende una qualificazione adeguata (intesa come
addestramento), la qualificazione per contro ,non implica
affatto la professionalità trattandosi semmai di
adeguamento delle qualità della forza-lavoro alla nuova
composizione organica del capitale. Questo tipo di operaio
gode di alcuni "privilegi" quali una relativa stabilità
del posto di lavoro, un lavoro qualitativamente minazione
dei ritmi e una parziale autonomia di decisione nelle te
superiore, non ripetitivo, non stressante, con possibile
autodeterminazione dei ritmi e una parziale autonomia di
decisione nelle modalità di lavoro. Ciò fa in modo che sia
particolarmente sensi-bile all'ideologia del lavoro
sostenuta dai revisionisti e alla loro politica,
costituendone perciò la base sociale; in seno al
movimento operaio rappresenta pertanto una tendenza da
abbattere, comunque ancora suscettibile — soprattutto coli
l'acuirsi della crisi — di essere recuperato, per lo meno
in certe sue frange, all'iniziativa rivoluzionaria.
c)
Aristocrazia operaia: questa coincide con gli strati
immediatamente superiori agli operai qualificati (quindi
con quel che resta degli operai professionali) e con la
burocrazia sindacale improduttiva. Questo segmento di
classe, di fronte alle proporzioni che va assumendo lo
scontro, viene prefigurandosi sempre più come strumento
della controrivoluzione; costoro svolgono ormai
apertamente una funzione di supporto alle scelte di
politica economica della borghesia imperialista fornendo
una base cli legittimazione ed esercitando nel contempo
un'azione di controllo e di spionaggio dentro la
fabbrica.
-Operai
delle piccole e medie industrie
Sotto
molti aspetti presentano delle analogie con l'operaio —
massa delle grandi fabbriche. ma di(Tcrentcmente da questo
trovano maggiori difficoltà ad organizzarsi e a
mobilitarsi in quanto piú facilmente individuabili perchè
costretti a muoversi in strutture "compresse" e perciò
piú controllabili.
—
Lavoratori produttivi all'interno della sfera della
circolazione si definiscono lavoratori produttivi
all'interno della sfera della circolazione quella parte di
essi che è produttiva e conservativa di valori (trasporti,
riparazioni) all'interno di questo settore, anche certe
sacche di privilegi tipo i portuali — per certi aspetti
vere aristocrazie operaie negli anni passati — vengono
immancabilmente ridimensionate dalla ristrutturazione
attualmente in corso, così come pure per quanto concerne i
lavoratori produttivi dei servizi.
All'interno del proletariato metropolitano troviamo poi
una se-rie di strati che in parte vanno definiti in modo
diverso dal passato. Essi sono:
1 -
Lavoratori manuali del settore dei servizi: la separazione
tra la funzione lavorativa (lavoro manuale complessivo) è
il controllo su di essa (lavoro intellettuale
complessivo) definisce i rapporti di classe fino a far
permanere la struttura del capitalismo al di là del
superamento della proprietà privata dei mezzi di
produzione. Lo sviluppo di questa separazione crea da un
lato una nuova piccola borghesia (uso della "scienza"
contro il "lavoro") ma dall'altro una ampia fascia di
lavoratori manuali nei servizi che oltre a subire un
rapporto di lavoro salariato si distinguono per i livelli
di coscienza che sviluppano nelle loro lotte, tanto da
farne i migliori alleati della classe operaia, dato che di
questa vivono praticamente le stesse condizioni pur non
producendo valori (v. ospedalieri).
2 -
Esercito industriale di riserva: è parte integrante della
classe operaia; comprende tradizionalmente tutti quei
lavoratori in attesa di essere inseriti nel processo
produttivo, pur essendone temporaneamente espulsi. Si ha
così una "fluttuazione" che tutta-via nell'attuale fase
tende a configurare la disoccupazione come dato
strutturale di grosse dimensioni dello Stato imperialista.
Mentre la sovrappopolazione fluttuante è costituita dagli
operai temporaneamente licenziati o da quelli in cassa
integrazione, la sovrappopolazione latente vede oggi al
suo interno la disoccupazione giovanile come fenomeno più
macroscopico e politicamente più impor-tante. Secondo una
recente statistica svolta nei paesi dell'OCSE essa tocca
punte del 40% e oltre. Quello che a tutti gli effetti
costituisce un vero e proprio esercito ha dato vita in
Italia ad un movimento di lotta su posizioni molto
radicali, con — anche --forme organizzative permanenti e
direttamente collegate con la classe operaia.
Tuttavia
l'evoluzione delle forme di suddivisione della
sovrappopolazione presenta oggi una maggiore complessità
rispetto alle forme storiche analizzate nello schema di
Marx e ciò si verifica attraverso la formazione di uno
strato di operai (e proletari) "marginali" ma non
emarginati. Nel caso della sovrappopolazione stagnante
descritta da Marx abbiamo non solo un ritorno di lunga
durata alla condizione di disoccupato (per es. attualmente
gli operai emigrati che tornano al Sud dai poli
industriali della CEE ma anche uno stato di precarietà
permanente come nella attuale classe operaia marginale.
Questa precarietà non va riferita alla con-dizione
oocupazionale individuale dell'operaio, bensì alla stessa
uni‑
tà
produttiva in cui l'operaio è inserito. Ma oggi le
caratteristi-che di questa "area" della produzione sono
strutturali, "stabili nella loro precarietà", potremmo
dire, infatti:
decentramento della produzione rispetto all'azienda
monopolistica è l'effetto della tendenza all'aumento del
capitale complessivo impiegato per addetto. È un'area
marginale presente in tutti i settori dell'economia per
quanto in misura maggiore in quel-li meno trainanti (dato
che la sua funzione non è determinata solo da motivi
strutturali ma anche politici); è presente in tutti i
paesi a capitalismo avanzato con varie forme d'uso della
forza-lavoro (dal lavoro stagionale, al part-time, alla
piccola fabbrica fino al contratto a termine anche in
certe grandi aziende ecc.);
la sua
soggezione alla "spontaneità" del mercato consente
una
maggior elasticità nell'uso della forza-lavoro contro la
caduta tendenziale del saggio di profitto tramite il
prolungamento della giornata lavorativa nei periodi di
espansione congiunturale (plus-valore assoluto) e comunque
il minor costo della forza-lavoro nei periodi recessivi;
— è uno
strumento di divisione politica della forza operaia come
l'esercito di riserva inteso nel senso tradizionale poiché
questo, oltre a regolare l'entità del monte salari,
diminuisce la forza contrattuale della fascia operaia meno
privilegiata e ricatta in modo "corporativizzante" quella
delle grandi aziende.
Rispetto
alla sovrappopolazione stagnante descritta da Marx, la
differenza di questa sta nel fatto che la sua condizione
non è legata al ciclo della crisi ma è la condizione
derivante in modo permanente dai rapporti di produzione
dell'attuale fase capitalistica. L'unica possibilità di
cambiamento offertole come strato non è quella del
"rientro" nella stabilità occupazionale alla fine del
ciclo, ma semmai quella dell'emarginazione totale dato che
non è prevista una fase di rilancio delle forze produttive
all'interno dell'attuale modo di produzione.
Se dunque
parliamo di questa fascia operaia nell'esercito di riserva
è sole per comodità di esposizione, mentre la sua
collocazione scientifica sta all'esterno di essa: infatti
gli operai si trova-no in posizione intermedia e
oscillante tra la classe operaia occupata stabilmente e
l'esercito industriale di riserva, come occupati "in modo
diverso".
3 - Gli
emarginati: sono coloro che consumano senza lavora-re o
che comunque sono totalmente espulsi dal processo
produttivo, per cui sono privi di una precisa e omogenea
identità politica di classe; purtuttavia in questi ultimi
anni alcune fasce di emarginati sono venute acquisendo
coscienza politica e che trova nel proletariato
extralegale e nel proletariato prigioniero una
espressione reale di avanguardia che si inscrive a pieno
titolo come potente fattore alleato della classe operaia.
Per emarginati intendiamo dunque i consumatori senza
salario:
Proletariato extralegale: (in cui è compreso anche quello
prigioniero). È determinato dall'emarginazione crescente
di strati di popolo- dal processo produttivo, che ha
innescato quel fenomeno che è definito "criminalità di
massa" favorita anche dalla mostruosa disparità della
ricchezza concentrata nelle mani di pochi.
L'impossibilità di trovare un lavoro stabile costringe
strati di popolazione a ricorrere a comportamenti illegali
che tra l'altro, sono sempre me-no estranei anche alla
classe operaia. Citiamo una statistica della città di Roma
relativa al 1971, è fatta da borghesi, però consente di
constatare gli indiziati di reato suddivisi per classi:
operai e lavoratori sono il 40,I3%; studenti II,71%;
pensionati e casalinghe 7,73%; senza professione 15,61%;
che danno un astratto del totale degli indiziati di reato
pari a 75,18%. È interessante no-tare che la piú alta
percentuale di "criminali" proviene dal mondo del lavoro.
Il "crimine" diventa per gruppi di proletari il secondo
lavoro! Le lotte dei detenuti e la politicizzazione di
interi ambienti della "malavita" non sono dunque un fatto
strano e mostruoso, non è più possibile considerare
soltanto il carcere come veicolo di organizzazione e di
lotta, anche se il carcere resta il momento di maggiore
socializzazione di questo "segmento" di classe. Del resto,
già Lenin nel 1905 notava come in periodo di crisi
economico-politica, il banditismo sociale diventa un modo
specifico di lotta di certi strati proletari urbani,
gettati sul lastrico dell'immiserimento; questo fenomeno
tende a diffondersi all'interno della classe operaia ed è
assolutamente indispensabile trasformare queste forme di
lotta in azioni partigiane, coinvolgendo questi strati
nella guerra civile sotto la direzione del Partito
Combattente.
Assistiti
da enti pubblici e privati: (vecchi, handicappati,
disadattati, minorati ecc.). Anche i proletari anziani
(pensionati) rientrano in questa categoria, in quanto la
Ioro emarginazione dal processo produttivo comporta spesso
anche l'emarginazione da tutti i rapporti sociali, pur non
essendo rinchiusi in una "istituzione totale" (manicomi,
ospizi ecc.). Anche questi strati negli ultimi anni hanno
dato vita a lotte estese dimostrando come per il
proletariato, in questa società, non ci sia pace fino alla
fine.
Sottosegretariato tradizionale; quest'ultimo è
praticamente costituito da residui di classi disgregate e
pur essendo ormai un fenomeno di scarse dimensioni, almeno
rispetto all'analisi che ne fecero Marx ed Engels, resta
però tuttora valido il giudizio che di esso diedero: « ...
putrefazione passiva degli strati più bassi della
popolazione suscettibile alle mene della reazione... ».
Esso resta pertanto, così come è venute storicamente
confermandosi, il peggiore alleato della,. classe
.operaia.
Esercito
intellettuale di riserva
Definiamo
esercito intellettuale di riserva quelle sacche di
"lavoro nero" intellettuale quali: lavori occasionali, a
termine, ausiliari, o supplettivi. Questa forza-lavoro,
per le sue caratteristiche di medio-alta scolarizzazione è
di forte instabilità, trovano nella società industriale
le più svariate collocazioni per cui la loro soggettività
si esprime in forma del tutto eterogenea. All'interno di
questa area sociale si collocano anche gli studenti i
quali non costituiscono una classe a sé, ma riflettono
nella scuola tutte le divisioni e le segmentazioni di
classe di cui sono espressione. Negli anni passati, in
piena espansione economica, a misura in cui aumentava la
crescita della composizione organica del capitale —
con-ciliata però in quella fase con l'allargamento della
base produttiva — si poneva il problema di una
trasformazione di qualità della forza-lavoro, da cui
l'esigenza per il capitale di promuovere un pro-cesso di
scolarizzazione di massa in grado di fornirgli una
manodopera scolarizzata, capace di operare cioè in una
società industriale avanzata. Ciò ha dato origine alla
formazione di una nuova figura sociale proveniente dalle
classi subalterne e con un indice di scolarizzazione
predeterminato dalle necessità della produzione
industriale (scuole tecniche, professionali, corsi serali
di qualificazione) lo studente-massa. Questo studente tipo
è oggi la componente di maggioranza nelle scuole divenute
esse stesse, di fronte all'acuirsi della crisi, delle vere
e proprie "aree di parcheggio" per disoccupati potenziali
con scarsissime possibilità di assimilazione nel tessuto
produttivo. Questa "precarietà" è oggi una tendenza che
riflette l'incompatibilità per la borghesia imperialista
di poter coniugare la scolarizzazione di massa con la
contrazione selvaggia dei livelli occupazionali. La
consapevolezza di ciò fa sì che il movimento degli
studenti-massa sia oggi una delle forze trainanti, a
fianco della classe operaia, del processo rivoluzionario.
La
piccola borghesia
Pur
delimitando il discorso alla composizione di classe del
proletariato metropolitano occorre tuttavia considerare
anche quelle componenti della piccola borghesia che, nel
corso della crisi vengono oggettivamente a gravitare
intorno al proletariato. Non a caso il revisionismo con
una correlazione ideologica e politica assai disinvolta
tende a recuperarla in blocco (vedi politica dei "ceti
medi") ponendola su un piano preferenziale quale alleato
delle fasce di aristocrazia operaia e degli operai
professionali. Questo strato si articola in:
Piccola
borghesia tradizionale legata alla piccola produzione e
alla piccola proprietà (artigiani, piccoli commercianti,
contadini ecc.), attualmente è in via di estinzione ma è
sempre contraddistinta da una profonda instabilità
politica.
Nuova
piccola borghesia. Qui l'analisi deve essere più attenta
perché non si tratta piú di residui, di modi di produzione
superati, ma di un prodotto dell'attuale modo di
produzione: il capitalismo maturo.
È
estremamente stratificata, infatti si estende da fasce di
lavori praticamente manuali (vedi i commessi della grande
distribuzione, ecc.) che subiscono uno sfruttamento e una
nocività elevata; al personale insegnante e non della
scuola di massa; ai larghi strati impiegatizi (piccola e
media burocrazia, statale e privata); fino a giungere ai
quadri tecnici di direzione, sorveglianza e organizzazione
del lavoro. L'elevata frantumazione interna e la
polarizzazione causata dalla lotta di classe disarticola
ulteriormente questo strato sociale, la cui collocazione
politica, si può riassumere così:
alleate
della classe operaia le fasce inferiori, quelle ancora
legate al lavoro manuale;
oscillanti, con quella caratteristica instabilità della
piccola borghesia piú tradizionale, gli strati intermedi
(insegnanti, impiegati);
oggettivamente antiproletarie le sue fasce superiori
(controllo e organizzazione del lavoro) che tra l'altro
sono una componente importante della politica dei
revisionisti.
Lavoro
femminile
Le donne
di qualsiasi componente proletaria occupano sempre
posizioni inferiori, subordinate e peggio pagate rispetto
agli uomini. Inoltre subiscono la schiavitú del lavoro
domestico. Il lavoro femminile, anche quello fatto in
casa è pertanto antagonista alla società capitalista. Il
risveglio delle lotte femminili e dei contenuti impliciti
ed espliciti di queste lotte avrà sempre più peso ed
importanza nel movimento rivoluzionario. La bestialità dei
rapporti di produzione capitalistici e dei loro risvolti
sociali ha risvegliato anche questa enorme forza sociale;
le armi della critica radicale e la critica radicale delle
armi hanno toccato finalmente anche l'ultimo tabernacolo:
la sfera della famiglia e dei rapporti uomo-donna, sfera
di decisiva e fondamentale importanza per spalancare le
porte al cambiamento della vita e del mondo. Possiamo
dire che con l'entrata delle donne sulla scena della
rivoluzione tutte le forze sono ormai mature e per i porci
è veramente l'inizio della fine!
Indubbiamente la soggettività dell'MRPO, come del resto la
sua composizione non è omogenea e tra le diverse
componenti si svolge una lotta politica e ideologica.
Si tratta
di "contraddizioni in seno al popolo" e la loro esistenza
non contrasta ne esclude uno sbocco strategico unitario.
Noi
lottiamo per la ricomposizione soggettiva del Movimento di
Resistenza Proletario Offensivo sul programma di attacco
allo stato imperialista e di costruzione del Partito
Comunista Combattente.
C'è chi
ha detto che il proliferare dei gruppi armati dà fasti-dio
alle Brigate Rosse. Se non fossimo certi che si tratta di
un altro attacco degli strateghi della controguerriglia
psicologica per tentare di isolare la nostra
organizzazione, ci farebbe piacere che il nemico fosse
così stupido.
In realtà
sa bene che la tendenza ad armarsi da parte delle
avanguardie proletarie è inarrestabile, che anzi è
destinata ad e-stendersi; quello che lo terrorizza è
proprio l'eventualità che si superino i limiti dovuti alla
situazione di obiettiva disgregazione in cui nasce la
lotta armata, e si coaguli la direzione strategica del
processo rivoluzionario e si organizzi in Partito
Combattente.
Chiaramente l'attacco propagandistico del nemico è rivolto
a ritardare il più possibile questa presa di coscienza
delle avanguardie di classe, mistificando spudoratamente i
termini della proposta politica che la nostra
Organizzazione rivolge a tutte le avanguardie. Non siamo i
soli a farlo, ma è certo che le Brigate Rosse combattono
e lavorano da sempre per la costruzione del Movimento di
Resistenza, perché le avanguardie comuniste colgano
l'occasione storica che si offre per la realizzazione di
una crescita formidabile del processo rivoluzionario.
Questo ci riporta ad un'altra questione centrale e sulla
quale si fa molta confusione: la costruzione del Partito
Combattente; bisogna togliersi dalla testa al più presto,
ed una volta per tutte, che lo sviluppo della lotta armata
verso la guerra civile generalizzata, verso la guerra di
popolo di lunga durata, possa essere un processo
spontaneo. La guerra di classe nasce spontaneamente dalle
condizioni specifiche e dalle contraddizioni di classe
particolari e generali che il sistema imperialista
produce.
L'esigenza a resistere alla ristrutturazione scaturisce
"natural-mente" all'interno della classe operaia e del
proletariato e spinge la sua avanguardia ad armarsi e
combattere il decorso della crisi di regime che crea la
situazione oggettiva in cui ci troviamo; è l'esistenza di
una consistente frangia di proletariato rivoluzionario che
ha creato le condizioni della guerra civile strisciante,
quale forma reale in cui si è espresso il movimento di
resistenza armato. Radicare la lotta armata nel
proletariato, costruire la sua capacità di vittoria
strategica, non„ è un processo spontaneo.
Creare le
condizioni per un alternativa di potere, organizzare
strategicamente il potenziale rivoluzionario del
proletariato è un processo cosciente e forzato operato
dall'avanguardia comunista. Si tratta quindi di assumersi
il compito e la responsabilità di guida-re il
proletariato, di porsi alla sua testa ed assumere la
direzione, di costruire tutte le articolazioni del potere
proletario, se si vuole, come noi vogliamo, che la guerra
civile generalizzata sia una tesi vincente e non il solito
iuntile massacro. La storia del movimento proletario del
nostro paese, può essere considerata, in definiti-va, la
storia delle sue sconfitte; anzi se c'è una costante è
proprio quella che quando la lotta diventa guerra di
classe e si configura come alternativa di potere, il
nemico ha partita vinta se il proletariato non riesce a
darsi una direzione ed un'organizzazione strategica.
Questo è
oggi prioritariamente il compito delle avanguardie
comuniste ed è la costruzione di questa organizzazione che
chiamiamo Partito Combattente.
Nei
assumiamo la Prassi Sociale come criterio oggettivo di
verità, convinti che tutti i pensieri che si accordano
con la realtà oggettiva permettono di ottenere successi,
al contrario quelli che non si accordano con questa
conducono al fallimento... "non c'è che una verità: sapere
se la si è scoperta o no non dipende da vanterie
soggettive, ma dalla prassi oggettiva. Solo la pratica
rivoluzionaria di milioni di uomini è il metro per
misurare la verità".
Assumere
il criterio della prassi sociale come criterio di verità e
perciò anche di validità dell'azione rivoluzionaria ci
porta ad affermare questo principio generale: "Quando i
proletari conducono una lotta contro la borghesia se
agiscono isolatamente o in maniera dispersiva la loro
lotta fallisce; vince se essi agiscono unanimamente e
nell'unità." E dunque ci porta anche a rilevare una
condizione
di
debolezza del movimento di resistenza proletario
offensivo, va-le a dire la notevole dispersione di forze
causata dalla collocazione particolaristica di molti
nuclei combattenti che concludono la loro azione entro i
limiti ristretti delle situazioni specifiche di cui sono
espressione.
Molto
spesso così l'iniziativa armata stempera la sua efficacia
abbattendosi, anche se con forza eccezionale, su
contraddizioni oggettivamente secondarie. Pertanto
l'iniziativa politico-militare di questi nuclei, oltre a
non incidere a fondo sulla controrivoluzione preventiva
fatica a darsi un respiro strategico e a dialettizzarsi
sulla questione centrale che il proletariato metropolitano
in questa fase deve affrontare: portare un attacco
disarticolante alla ristrutturazione imperialista dello
stato.
Lo
stabilizzarsi di questa situazione di estrema
frammentazione. sul piano della soggettività, che alcuni
famigerati opportunisti sono giunti perfino a teorizzare,
favorisce inevitabilmente il riflusso verso tendenze
politiche che hanno come carattere principale lo
"spontaneismo armato" e in taluni casi porta alla
esaltazione delle condizioni che definiscono la sua
debolezza tattica e al rifiuto di svolgere una funzione di
avanguardia politico-militare in rapporto agli strati piú
avanzati del proletariato. L'iniziativa armata rischia
così, al punto piú basso, di restare imprigionata nel. le
sue determinazioni puramente "militari" essendo incapace
di rappresentare una prospettiva politica di liberazione.
Imbracciare il fucile è una condizione necessaria ma non
sufficiente per lo sviluppo della guerra di classe
rivoluzionaria di lunga durata. costruire tutte le
articolazioni del potere proletario, se si vuole, come noi
vogliamo, che la guerra civile generalizzata sia una tesi
vincente e non il solito iuntile massacro. La storia del
movimento proletario del nostro paese, può essere
considerata, in definiti-va, la storia delle sue
sconfitte; anzi se c'è una costante è proprio quella che
quando la lotta diventa guerra di classe e si configura
come alternativa di potere, il nemico ha partita vinta se
il proletariato non riesce a darsi una direzione ed
un'organizzazione strategica.
Questo è
oggi prioritariamente il compito delle avanguardie
comuniste ed è la costruzione di questa organizzazione che
chiamiamo Partito Combattente.
Nei
assumiamo la Prassi Sociale come criterio oggettivo di
verità, convinti che tutti i pensieri che si accordano
con la realtà oggettiva permettono di ottenere successi,
al contrario quelli che non si accordano con questa
conducono al fallimento... "non c'è che una verità: sapere
se la si è scoperta o no non dipende da vanterie
soggettive, ma dalla prassi oggettiva. Solo la pratica
rivoluzionaria di milioni di uomini è il metro per
misurare la verità".
Assumere
il criterio della prassi sociale come criterio di verità e
perciò anche di validità dell'azione rivoluzionaria ci
porta ad affermare questo principio generale: "Quando i
proletari conducono una lotta contro la borghesia se
agiscono isolatamente o in maniera dispersiva la loro
lotta fallisce; vince se essi agiscono unanimamente e
nell'unità." E dunque ci porta anche a rilevare una
condizione
di
debolezza del movimento di resistenza proletario
offensivo, va-le a dire la notevole dispersione di forze
causata dalla collocazione particolaristica di molti
nuclei combattenti che concludono la loro azione entro i
limiti ristretti delle situazioni specifiche di cui sono
espressione.
Molto
spesso così l'iniziativa armata stempera la sua efficacia
abbattendosi, anche se con forza eccezionale, su
contraddizioni oggettivamente secondarie. Pertanto
l'iniziativa politico-militare di questi nuclei, oltre a
non incidere a fondo sulla controrivoluzione preventiva
fatica a darsi un respiro strategico e a dialettizzarsi
sulla questione centrale che il proletariato metropolitano
in questa fase deve affrontare: portare un attacco
disarticolante alla ristrutturazione imperialista dello
stato.
Lo
stabilizzarsi di questa situazione di estrema
frammentazione. sul piano della soggettività, che alcuni
famigerati opportunisti sono giunti perfino a teorizzare,
favorisce inevitabilmente il riflusso verso tendenze
politiche che hanno come carattere principale lo
"spontaneismo armato" e in taluni casi porta alla
esaltazione delle condizioni che definiscono la sua
debolezza tattica e al rifiuto di svolgere una funzione di
avanguardia politico-militare in rapporto agli strati piú
avanzati del proletariato. L'iniziativa armata rischia
così, al punto piú basso, di restare imprigionata nel. le
sue determinazioni puramente "militari" essendo incapace
di rappresentare una prospettiva politica di liberazione.
Imbracciare il fucile è una condizione necessaria ma non
sufficiente per lo sviluppo della guerra di classe
rivoluzionaria di lunga durata.
GUERRIGLIA E POTERE PROLETARIO
Che cosa
significa nella fase attuale della guerra di classe
costruire l'organizzazione del potere proletario?
Nella fase
in cui la ristrutturazione dello Stato è arrivata a non
poter piú tollerare nessuna lotta proletaria che esca dagli
schemi funzionali dell'accumulo del capitale, nella fase in
cui il regime tende ad inglobare, corporativizzandoli, gli
strati privilegiati di questa società e le organizzazioni
che li rappresentano, nella fase in cui il potere borghese
non può e non vuole piú accettare mediazioni con
l'avanguardia comunista del movimento, e rappronta strumenti
per annientarla (leggi speciali, polizia speciale, carceri
speciali, ...uno Stato speciale); nella fase in cui ogni
momento di organizzazione autonomo del proletariato viene
affrontata dal regime con le armi, con un piano di
sterminio della resistenza operaia; nella fase in cui la
borghesia ha scatenato la guerra controrivoluzionaria, che
cosa significa costruire il potere proletario?
Innanzitutto bisogna capire che non ci troviamo di fronte ad
un piano di temporanea limitazione delle libertà
democratico-borghesi, e cioè alla chiusura di alcuni "spazi
legali" dello stato di diritto, ma piú propriamente di
fronte allo scatenarsi della reazione controrivoluzionaria
imperialista. Non si tratta quindi di lamentarsi per la
repressione, ma di andare piú in là, di sviluppa-re la
guerra di classe rivoluzionaria
Se le
famigerate leggi speciali vengono applicate per annientare
l'avanguardia comunista, per chiudere le sedi
dell'autonomia, per mandare al confino i suoi militanti, per
mettere in stato di assedio i centri urbani, per impedire di
portare in piazza la lotta antimperialista, sarebbe un vero
e proprio suicidio politico — oltre che fisico — ostinarsi
su posizioni legalistiche che se non sono opportunistiche
marce indietro, si riducono a puro avventurismo
velleitario.
Bisogna
prendere coscienza che nella nuova fase l'unica pos sibilità
di sviluppare l'antagonismo e l'iniziativa proletaria si dà
con il fucile in mano ed i nuovi compiti delle avanguardie
comuniste riguardano l'organizzazione della lotta armata
per il comunismo.
Organizzare
il potere proletario oggi significa individuare le linee
strategiche su cui far marciare lo scontro rivoluzionario,
ed articolare ovunque a partire da queste, l'attacco armato
contro i centri fondamentali politici, economici, militari,
dello Stato imperialista.
Organizzare
il potere proletario oggi significa organizzare
strategicamente la lotta armata per il comunismo imparando
a vivere, a muoversi e combattere nella nuova situazione.
Non bisogna spaventarsi di fronte alla ferocia del nemico e
sopravvalutare la forza e l'efficacia dei suoi strumenti di
annientamento.
Si può e si
deve vivere clandestinamente in mezzo al popolo perché
questa è la condizione di esistenza e di sviluppo della
guerra di classe rivoluzionaria nello Stato imperialista. In
questo senso parliamo di "contenuto strategico della
clandestinità", di "strumento indispensabile della lotta
rivoluzionaria in questa fa-se" e nello stesso tempo
mettiamo in guardia contro ogni altra interpretazione
difensiva o mistica che sia.
Sulla
clandestinità si sono diffusi una molteplicità di falsi
concetti o di pregiudizi.
C'è chi dà
credito alla propaganda del nemico che ripete continuamente
che la guerriglia vive rintanata in tenebrosi "covi", che i
guerriglieri comunisti sono misteriosi individui simili a
diabolici marziani, perennemente braccati e costantemente
in fuga inavvicinabili insomma dalla "gente comune".
L'innegabile efficacia della guerriglia per costoro
deriverebbe da una "mitica" clandestinità che farebbe dei
militanti una specie di superuomini. Altri invece hanno
»abilito una assurda ed arbitraria equazione: "legalità"
uguale a "movimento" e come logico corollario
"clandestinità" uguale a "estraneità dal movimento".
Costoro riescono al massimo a pensare alla clandestinità
come una valvola di sicurezza per i compagni individuati o
per parare in qualche modo i col-pi repressivi sferrati dal
nemico.
Abbiamo
citato queste due posizioni estreme perché contengo-no tutto
l'arco delle concezioni "mitiche" o "difensiviste" e
profondamente errate della clandestinità. Esse non colgono,
se non superficialmente, le caratteristiche della guerra di
classe rivoluzionaria di lunga durata.
Guerra di
classe, dunque e non di pochi eletti, dove strati sempre
maggiori di proletariato si mobilitano e combattono contro
il mostro imperialista; il potere proletario, quindi si
sviluppa per "linee interne" a questo movimento e
l'organizzazione sedimenta e si innerva con la sua
avanguardia comunista armata. Ma anche guerra di lunga
durata, condotta nelle metropoli dove la forza brutale
dell'imperialismo è di massima concentrazione, e dove le
forze rivoluzionarie si trovano ad operare in condizioni di
"accerchiamento strategico", mantenere costantemente
l'offensiva, consolidare stabilmente l'organizzazione del
potere proletario è possibile solo a partire dalla più
rigida clandestinità.
Tutta
l'esperienza della nostra Organizzazione conferma che solo
da questa impostazione è possibile sviluppare
strategicamente l'offensiva rivoluzionaria, e che la
clandestinità non è affatto un impedimento alla sua
articolazione "in mezzo al popolo", ma che anzi è la
condizione indispensabile perché il potere proletario si
possa esprimere.
Nelle
fabbriche, nei quartieri, nelle scuole, nelle carceri e
ovunque si manifesti l'oppressione imperialista,
organizzare il potere proletario significa: portare
l'attacco alle determinazioni specifiche dello Stato
imperialista e nel contempo costruire l'unità del
proletariato metropolitano nel movimento di resistenza
proletario offensivo e l'unità dei comunisti del partito
comunista combattente!
Il Partito
Comunista Combattente
Per
trasformare il processo di guerra civile strisciante, ancora
disperso e disorganizzato, in una offensiva generale,
diretta da un disegno unitario, è necessario sviluppare e
unificare il movimento di resistenza proletario costruendo
il Partito Comunista Combattente. Movimento e Partito non
vanno però confusi. Tra essi opera una relazione dialettica,
ma non un rapporto di identità: ciò vuol dire che è dalla
classe che provengono le spinte, gli impulsi, le
indicazioni, gli stimoli, i bisogni che l'avanguardia
comunista deve raccogliere, centralizzare, sintetizzare,
rendere teoria e organizzazione stabile e infine, riportare
nella classe sotto forma di linea strategica di
combattimento, programma, strutture di massa del
potere
proletario. Vuoi dire che il percorso corretto che dobbiamo
seguire parte dalla classe per arrivare al Partito e parte
dal Partito per ritornare ancora, sotto una forma piú matura
alla classe.
Il CC prima
di una struttura organizzativa è una avanguardia
politico-militare che realmente è davanti a tutti, che
traccia la via da percorrere per tutto il movimento, che sa
farsi riconoscere per mezzo della sua iniziativa
rivoluzionaria dalla parte piú avanzata del proletariato.
Agire da
Partito vuoi dire collocare la propria iniziativa
politico-militare all'interno e al punto più alto
dell'offensiva proletaria, cioè sulla contraddizione
principale e sul suo aspetto domi‑
nante in
ciascuna congiuntura, ed essere così, di fatto, il punto di
unificazione del movimento di resistenza proletario
offensivo, la sua prospettiva di potere.
Costruire
il PCC non significa perciò aggregare in modo sommativo o
federativo i vari "movimenti parziali" o "gruppi locali", ma
costruire tutte le mediazioni necessarie per far compiere al
movimento di resistenza proletario offensivo salti politici
e organizzativi, dalla parzialità alla complessità, dal
particolare al generale.
Per questo
è importante condurre nel MRPO una lotta ideologica e
politica contro le tendenze economiciste-spontaneiste che
sfociano nel minoritarismo armato e, paradossalmente, nel
militarismo. E contemporaneamente contro quelle tendenze
burocratico-minoritarie che concepiscono la costruzione del
PCC come un processo di pura crescita organizzativa che si
svolge al di fuori del movimento della classe, separato da
esso.
Ma affinché
questa lotta politica e ideologica non si riduca a sterile
polemica essa deve tendere alla unità del movimento:
l'avanguardia armata deve cioè ricercare tutte quelle
iniziative politico-militari e quelle forme organizzative
in grado di stabilire momenti di confronto e di unità seppur
ancora parziali e contraddittori, perché solo da questo
confronto può nascere la necessaria chiarificazione sul
programma, sui principi e sulle forme organizzative del
PCC.
Agire da
Partito vuol dire anche dare all'iniziativa armata un
duplice carattere: essa deve essere rivolta a disarticolare
e a rendere disfunzionale la macchina dello Stato, e nello
stesso tempo deve anche proiettarsi nel movimento di massa,
essere di indicazione politico-militare per orientare,
mobilitare,. dirigere ed organizzare il MRPO verso la
guerra civile antimperalista.
Questo
ruolo di disarticolazione, di propaganda, e di
organizzazione va svolto a tutti i livelli dell'oppressione
statale capitali-sta e a tutti i livelli della composizione
di classe. Non esistono quindi livelli di scontro "più alti"
o "più bassi". Esistono invece livelli di scontro che
incidono ed intaccano il progetto imperiali-sta, ed
organizzano strategicamente il proletariato oppure no.
Sono questi
due elementi che qualificano l'azione armata e non le
difficoltà militari che il perseguimento di un determinato
obiettivo comporta: è ovvio che quanto più l'attacco vuole
esse-re efficace e disarticolare gli organi centrali dello
Stato, tanto più alta deve essere la forza organizzativa da
mettere in campo, ma questo è secondario. Strategicamente è
tanto importante distruggere gli organi centrali dello
Stato, quanto distruggere le sue articolazioni particolari
che percorrono tutto il corpo sociale. Strategicamente è
tanto importante costruire una capacità organizzata e
centralizzata di esercitare il potere proletario quanto
costruire le sue articolazioni all'interno della classe
operaia e del proletariato metropolitano nelle fabbriche,
nei quartieri, dappertutto.
Per questo
non c'è contraddizione tra linea di massa e ruolo
d'avanguardia, non c'è dicotomia tra una pratica di
movimento e l'azione armata.
Ma agire da
Partito, nella situazione presente comporta anche un'altra
preoccupazione: estendere la presenza della guerriglia in
tutti i poli. In particolare si pone all'ordine del giorno
la necessità di sfondare la "barriera del sud", di
collegare nella medesima prospettiva strategica i proletari
che risiedono e lottano nei poli della parte superiore della
penisola e quelli che lottano e risiedono nei poli della
parte inferiore.
Non esiste
oggi, come del resto non è mai esistita, una "questione
meridionale". La logica di sviluppo dell'imperialismo delle
multinazionali ha unificato oggettivamente il proletariato;
tocca ora alla guerriglia unificarlo anche soggettivamente.
Napoli,
Taranto, la Sicilia e la Sardegna vivono più intensa-mente
che mai gli effetti devastanti delle contraddizioni
economiche, sociali e politiche prodotte dalle "strategie
di crisi" imposte dall'imperialismo e dalle multinazionali
e non è perciò il caso o un frutto della "rabbia del
sottosviluppo" se in questi poli si va organizzando
spontaneamente un movimento di resistenza offensivo che non
ha precedenti per estensione, intensità, maturità
rivoluzionaria.
Agire da
Partito vuol dire in questa circostanza, lavorare per la
riunificazione del proletariato, per affermare anche tra le
masse proletarie concentrate nei poli del meridione e delle
isole la prospettiva strategica della guerra di classe
antimperialista per il comunismo.
Le Brigate
Rosse non sono il Partito Comunista Combattente, ma una
avanguardia armata che lavora all'interno del proletariato
metropolitano per la sua costruzione.
Mentre
affermiamo che non c'è identificazione tra BR e Partito
Combattente affermiamo con uguale chiarezza che
l'avanguardia armata deve "agire da Partito" sin dal suo
nascere. Il processo di costruzione politica, programmatica
e di fabbricazione organizzativa del PCC è un processo
discontinuo, dialettico, prodotto cosciente di una
avanguardia politico-militare che, nel complesso fenomeno
della guerra di classe, afferma la validità della
prospettiva strategica e del programma comunista che
sostiene, e l'adeguatezza dello strumento organizzativo
necessario per realizzarlo. Si pone quindi come punto di
riferimento essenziale, come "nucleo strategico" del PCC in
costruzione sin dal suo nascere.
È per
questo, e non per presunzione che abbiamo inteso fissare
nella Risoluzione della Direzione Strategica del novembre
'75, i principi organizzativi che stanno alla base della
nostra Organizzazione e che crediamo abbiano un valore
strategico. La loro se-vera e rigorosa verifica nella lotta,
nella pratica militante, nella capacità dimostrata di
guidare lo scontro e di costruire l'organizzazione nel
proletariato ci porta a riconfermarli senza nessuna
in-certezza. L'esperienza fin qui fatta ha arricchito
complessivamente il patrimonio politico-organizzativo
accumulato dalla nostra Organizzazione, che in generale ha
saputo evolversi parimenti allo sviluppo della guerra di
classe. Nella fase attuale la concezione del-le Colonne, dei
Comitati Rivoluzionari, delle Brigate; delle forze regolari
e irregolari, della clandestinità e compartimentazione, re‑
stano
capisaldi consolidati e ineliminabili della nostra
formulazione organizzativa; per i fronti di combattimento
occorre invece una puntualizzazione che al momento della
loro formulazione era impossibile, una loro ridefinizione
alla luce delle esigenze e dei compiti che nella nuova fase
ci si pongono.
I Fronti di
Combattimento
Sul piano
politico definiamo "Fronti di Combattimento" terreni
specifici e settoriali su cui va indirizzato l'attacco
rivoluzionario, contro le articolazioni strategiche dello
SIM e della borghesia imperialista e su cui è possibile
organizzare il potere proletario in un processo di
riunificazione del proletariato rivoluzionario. Sul piano
organizzativo i Fronti di Combattimento sono stati
costituiti dalla nostra Organizzazione per rispondere al
bisogno di elaborazione, di omogeneizzazione del programma
di lavoro e di lotta in settori specifici. Abbiamo visto
come la contraddizione principale è quella che oppone la
classe allo Stato Imperialista, come lo scontro si gioca in
sostanza tra il potere proletario armato e la
controrivoluzione. Abbiamo visto come per l'avanguardia
rivoluzionaria la questione della guerra di classe consiste
nel prendere la direzione di questo scontro tra rivoluzione
e reazione, di tracciare le direttrici sulle quali condurre
il movimento nella sua complessità, e nella capacità di
realizzare un progetto strategico di attacco "al cuore dello
Stato". Se questo in definitiva vuoi dire "Partito" ha però
delle implicazioni sulle strutture organizzative e sul loro
ruolo sul rapporto e il peso spe cifico di ciascuna delle
varie istanze di direzione e di lavoro. I Fronti, che
rispondono all'esigenza di approfondire l'analisi e la
definizione dei terreni di scontro nella fase in cui la
guerra di classe assume sempre più i connotati di guerra
civile dispiegata, diventa lo strumento privilegiato per
l'assolvimento dei compiti di direzione politica. Il salto
qualitativo in avanti che consente di affrontare la
contraddizione più alta dello scontro con lo Stato impone
quindi una metodologia di lavoro che possiamo così definire:
dal programma strategico (cioè dal punto più alto delle
contraddizioni di classe), attraverso i fronti fino alle
Brigate.
I Fronti
sono così i vettori della linea politica
dell'Organizzazione, che entrano in rapporto dialettico con
i poli d'intervento (Colonne), dove questi assumono il
ruolo di terreno di classe in cui la linea politica generale
si media e si articola con la realtà di movimento.
L'ITALIA È
L'ANELLO DEBOLE DELLA CATENA IMPERIALISTA
Le
categorie leniniste di "catena imperialista" e "anello
debole" determinate da quella esigenza strutturale del
capitale che è lo sviluppo ineguale, si esplicitano oggi in
modo particolarmente evidente nell'area mediterranea; nel
divenire della crisi la linea di demarcazione tra
rivoluzione e controrivoluzione non sta più solo ai confini,
ma si sposta sempre più verso il centro della
metropoli
imperialista. Infatti all'interno della catena imperialista
mondiale, tutto il sud Europa e il nord Africa,
rappresentano oggi un punto delicatissimo determinato
dall'incrociarsi qui di due contraddizioni, entrambe
risolvibili dall'imperialismo solo con la guerra. `La prima
è quella tra nord e sud, tra sviluppo e "sotto-sviluppo",
contraddizione destinata a un continuo inevitabile
aggravamento dell'approfondirsi della crisi; la seconda è
quella tra imperialismo e socialimperialismo, e qui si
confrontano in un'area per entrambi vitale, con grossi punti
di instabilità, e che è, inoltre, il ponte determinante per
il controllo del medio oriente, strategico per le sue
riserve petrolifere. E' questa duplicità di contraddizioni
che rende la situazione estremamente fluida, e la presenza
diplomatica e militare dell'imperialismo, sempre più
massiccia, non dimostra tanto la sua forza, quanto la sua
debolezza strategica nel settore. Sui paesi di quest'area si
è scaricata una quota rilevante delle contraddizioni
maturate dalla crisi del capi-tale, e questa ha causato la
rottura degli equilibri complessivi economici, sociali e
politici, preesistenti, generando una accelerazione violenta
dello scontro di classe, che in più punti ha raggiunto la
fase della guerra civile, strisciante, o anche aperta;
(Italia, Turchia, Libano, p. es.). L'Italia, poi, introverte
entrambe le contraddizioni; infatti il sottosviluppo in
funzione dello sviluppo è un problema ormai storico, da noi;
e oggi il divario tra aree sviluppate e non, tende a
crescere non solo proporzionalmente ma anche in termini
assoluti, generando contraddizioni sempre più esplosive.
La
contraddizione tra imperialismo e socialimperialismo è
introvertita qui con la presenza del Partito "Comunista"
più forte e del capitalismo di stato più esteso dell'Europa
occ. Di tutto questo la strategia di liberazione del
proletariato deve tenerne conto. Ultima provincia
dell'impero, l'Italia funziona da "culo di sacco",
pattumiera d'Europa e cioè da area alla quale la divisione
internazionale assegna una funzione tutt'altro che
esaltante: pagare con il lavoro supersfruttato e con la
disoccupazione selvaggia del nostro proletariato una quota
rilevante dei costi della crisi generale del sistema;
funzionare da ammortizzatore rispetto agli "anelli" più
forti; fare quei lavori
sporchi-pesanti-nocivi-inquinanti-assassini che nessuno,
proprio nessuno, vuole più fare. Guerriglia vuol dire anche
rifiuto della condizione di "negri-bianchi"
dell'imperialismo, rifiuto di una subalternità economica,
politica, culturale, scientifica, psicologica, che la quinta
colonna democristiana ci vuole imporre a qualsiasi costo.
Guerriglia vuol dire rifiuto di questa collocazione da
"paese di serie B" dentro il sistema democratico
occidentale, non per una questione di sciovinismo
metropolitano, ma perché rifiutiamo di considerare il nostro
fu-turo dentro i limiti del modo di produzione capitalistico
e in complicità con l'imperialismo, che è il peggior nemico
dei popoli e del proletariato mondiale. Sconfiggeremo
l'imperialismo! E lo fa-remo insieme a tutte le forze che in
tutto il mondo hanno impugnato le armi e cominciato a
lottare.
LA
GUERRIGLIA È LA FORMA DI ORGANIZZAZIONE
DELL'INTERNAZIONALISMO PROLETARIO NELLE METROPOLI
Sviluppando
il suo attacco contro lo SIM la guerriglia si de-finisce
necessariamente anche come fronte metropolitano della guerra
di liberazione mondiale contro l'imperialismo.
La
guerriglia è la forma di organizzazione
dell'internazionalismo proletario nelle metropoli. È il
soggetto della ricostruzione della politica proletaria a
livello internazionale.
Internazionalismo proletario vuol dire per noi in primo
luogo approfondire lo scontro con la borghesia imperialista
della nostra area. Si incaricherà la stessa struttura di
dominio, rigidamente centralizzata e integrata, a
trasmettere e ad ampliare gli effetti dei nostri attacchi
lungo tutta la catena. Ma se ciò è pacifico, è necessario
tuttavia chiarire che ciò va inteso nel senso preciso che
abbiamo dato alla parola d'ordine: disarticolare il processo
di controrivoluzione imperialista portando l'attacco ai
centri vitali dello Stato perché, ovviamente qualsiasi
attacco di qualsivoglia intensità su contraddizioni
secondarie non otterrà alcun effetto in questa direzione.
L'internazionalismo proletario, in secondo luogo, vuoi dire
prendere atto del processo di generalizzazione della
guerriglia sul continente Europa.
La RAF
(Frazione Armata Rossa) nella Germania occidentale, i NAPAP
(Nuclei Armati per l'Autonomia Popolare) in Francia, e
movimenti autonomisti a carattere socialista, proprio perché
si situano sullo stesso fronte e attaccano le rispettive
sezioni nazionali dello stesso nemico, — la borghesia
imperialista, — costituiscono per la nostra lotta punti di
riferimento irrinunciabili rispetto ai quali è necessario
sviluppare un massimo storicamente possibile di
"collaborazione operativa", sostegno reciproco, solidarietà.
Per troppo
tempo si è sottovalutato questo problema, per troppo tempo
si è scambiata ia necessaria scelta del punto di partenza
"nazionale" dell'iniziativa e dell'organizzazione
guerrigliera per una scelta limitativa, questo limite oggi è
diventato insopportabile. La crescita e la forza della
nostra organizzazione (che va valutata con molto realismo e
la dovuta modestia), lo sviluppo poderoso della guerra di
classe su tutto il continente europeo, l'indicazione che ci
viene dalla parte più avanzata del proletariato
internazionale ci impone un nuovo compito: procedere, con
ogni iniziativa possibile, all'integrazione politica delle
forze e delle Organizzazioni Comuniste che combattono in
Europa in una strategia antimperialista.
Va inteso
ohe "integrazione politica" non è "l'internazionale del
terrorismo" come vanno strillando gli sfiatati tromboni
della guerra psicologica, perché quella c'è già: è la
mostruosa macchina sanguinaria dell'imperialismo.
Integrazione politica per noi significa confronto
costruttivo, ricerca costante nei programmi tattici e
strategici di tutti quei terreni di lotta che saldino nei
fatti l'iniziativa rivoluzionaria delle Organizzazioni
Comuniste Combattenti Europee, che siano punto
di
riferimento per tutto il proletariato del nostro continente.
Siamo convinti che "rompere l'isolamento", creare le
condizioni per la più vasta azione comune delle
Organizzazioni Comuniste Combattenti Europee sarà, per il
prossimo periodo, un banco di prova su cui misurare la
maturità da esse raggiunta e costituisce la possibilità per
un formidabile avanzamento della guerra di classe in Europa.
Del resto,
dopo il duplice massacro di Stammheim e Mogadiscio, la
dimensione continentale sulla quale calibrare la strategia
della guerra di classe rivoluzionaria per il comunismo è
apparsa in tutta la sua evidenza a tutte le avanguardie
combattenti che sono scese in lotta (in ogni paese
d'Europa). Non si è trattato di
un moto di semplice solidarietà e neppure di manifestazioni
di "orrore e sdegno democratico" nei confronti della
"soluzione finale" varata dal governo tedesco. Invece, il
carattere essenziale della risposta offensiva si è dato
nella individuazione comune a tutte le forze di classe che
si sono attivate nei vari paesi, della borghesia
imperialista e della sua sezione tedesca come nemico
principale dell'intero proletariato metropolitano e delle
sue lotte di liberazione per una società comunista. Ovunque
e a tutti è apparso immediatamente chiaro il carattere
antimperialista e unitario della guerra di classe che pur si
svolge in forme specifiche e con tempi propri in ciascun
paese. Forme e tempi definiti dallo sviluppo economico e
politico ineguale che resta una legge assoluta del
capitalismo — come ha dimostrato Lenin — e dalla quale
discende la possibilità stessa del trionfo del socialismo,
all'inizio in alcuni paesi o anche in un solo paese
separatamente.
Si è
svelato finalmente, il 18 ottobre che un nuovo
internazionalismo proletario offensivo era maturato nella
coscienza delle avanguardie combattenti, fuori e contro la
retorica asfissiante e truffaldina della sinistra riformista
e revisionista.
Alcuni
hanno obiettato che questa risposta offensiva non deve
essere sopravvalutata perché essa resta pur sempre
fondamentalmente "spontanea". Se le cose stanno così non
resta alle Organizzazioni di guerriglia che raccogliere
questo impulso, questa indicazione, questo vasto e profondo
bisogno e renderlo più ma-turo, più forte, organizzato.
Internazionalismo proletario, infine, e non come pura e
semplice dichiarazione di principio, vuoi dire per noi
metterci al fianco di tutti coloro che lottano in qualsiasi
parte del mondo contro l'imperialismo e in particolare
nell'area medio-orientale, a fianco dell'eroico popolo
palestinese, coscienti come siamo che fino a quando questo
orribile mostro non sarà definitivamente annichilito la
lotta di liberazione per il comunismo non sarà terminata!
PROLETARI
DI TUTTO IL MONDO UNIAMOCI
Portare
l'attacco allo Stato imperialista delle multinazionali.
Disarticolare e distruggere i centri della controrivoluzione
imperialista.
Creare
organizzare ovunque il potere proletario armato.
Riunificare
il movimento rivoluzionario nella costruzione del Partito
Comunista Combattente.
Note
(1) maggio
'75 Strasburgo - Convegno dei ministri della giustizia di
18 paesi del Consiglio Europeo per il coordinamento della
lotta contro il terrorismo internazionale. Viene raggiunto
un accordo per combattere comunemente il terrorismo con
l'allargamento e il rafforzamento dei compiti dell'Interpol;
estate '75
Milano - Si tiene una riunione bilaterale tra i responsabili
dell'antiterrorismo della RFT e quelli italiani;
gennaio
'76 Una iniziativa per internazionalizzare la lotta al
terrorismo è presa dal governo della RFT. In una intervista
il ministro degli interni Genscher afferma che: «intende
mettere la questione all'ordine del giorno della prossima
riunione dei ministri degli esteri della CEE ». Il governo
tedesco farà inoltre in modo che il problema venga
affrontato anche. all'ONU;
maggio '76
I ministri rappresentanti di 9 paesi della CEE firmano un
impegno politico per la repressione del terrorismo. I paesi
promotori di questa riunione sono la RFT, la GB e l'Italia.
In questo impegno si afferma tra l'altro che: «gli stati
membri della CEE considerano inaccettabile il metodo
disumano che consiste nella cattura di ostaggi per
esercitare pressioni sui governi, qualunque sia il loro
fine politico o no. E nell'interesse di tutti i governi
opporsi con energia a tale metodo ed è nel-l'interesse di
tutti i governi cooperare nella lotta contro il flagello del
terrorismo. Una volta di più i recenti avvenimenti hanno
dimostrato che nessun paese, nessun popolo, nessun governo
può sperare di sfuggire agli atti di terrorismo, ai
rapimenti ed ai dirotta-menti effettuati sul proprio
territorio e diretti contro i propri cittadini ed i propri
interessi, a meno che tutti i paesi si mettano d'accordo
su misure di lotta efficaci. A questo proposito gli Stati
membri della CEE dichiarano di essere decisi a cooperare con
gli altri paesi al fine di eliminare e impedire la
escalation del terrorismo. Si impegnano a tradurre da-vanti
ai tribunali o ad estradare i responsabili della presa
degli ostaggi con celerità e senza intralci burocratici. A
tal fine credono sia opportuna la elaborazione da parte dei
ministri della giustizia della CEE di una "convenzione
internazionale". I capi di governo hanno preso atto delle
decisioni che i ministri degli interni della CEE hanno già
adottato in materia: invitano tali ministri a continuare ».
giugno
'76 Bruxelles - I ministri degli esteri della CEE, i
capi delle diverse polizie e gli "esperti" dei vari paesi
nella repressione del terrorismo decidono di creare una
organizzazione comune di polizia. Al termine di questa
riunione, che l'Italia aveva sollecitato dopo "l'attentato
in cui a Genova un commando di terroristi ave-va ucciso il
Procuratore Generale Coco e le sue guardie del corpo", venne
diffuso un comunicato in 6 punti. I ministri hanno deciso:
di
moltiplicare gli scambi di informazioni sulle azioni
terroristiche in modo di poter elaborare metodi efficaci
per prevenire, fronteggiare, questa forma di criminalità;
di
impegnarsi nella mutua assistenza in episodi concreti di
terrorismo;
di
procedere a scambi di informazioni sul-le tecniche seguite,
sulle esperienze di lavoro, sulle tecnologie e sulle
attrezzature delle forze di polizia dei diversi paesi;
di offrire
la possibilità ad agenti di polizia di un paese di seguire
speciali corsi di addestramento antiterroristico in altri
stati o di compiere viaggi di studio;
di
cooperare in tutti i settori concernenti la sicurezza
interna, inclusa quella dei traspor-ti aerei, la sicurezza
degli impianti nucleari e le misure di protezione civile in
caso di catastrofe naturale;
di
costruire uno speciale gruppo di lavoro composto di alti
funzionari di diversi ministeri per esaminare le questioni
specifiche di questa forma di collaborazione internazionale.
gennaio
'77 Strasburgo - Viene approvata la Convenzione Europea
per la repressione del terrorismo.
maggio '77
Londra - Si riuniscono i 9 ministri degli In-terni della CEE
parallelamente ad una commissione composta dai capi delle
polizie, dai capi dei corpi antiguerriglia e dagli "esperti"
della guerra di classe controrivoluzionaria. L'Italia è al
centro delle preoccupazioni per lo sviluppo che lo scontro
rivoluzionario ha avuto nell'ultimo anno. Vengono confermate
le decisioni prese nel giugno '76 per la costruzione di una
organizzazione comune di poli-zia. In particolare vengono
prese decisioni operative sui seguenti punti:
formazione
di un centro di addestramento continentale dei corpi
antiguerriglia che funzionerà in Inghilterra curato
particolarmente dai corpi antiguerriglia britannici;
creazione
di un computer - schedario europeo che: centralizzi tutte
le informazioni sui gruppi guerriglieri; sui loro militanti,
sulle loro tecniche; centralizzi tutti i dati relativi a
sequestri di persona, numeri di serie delle banconote, ecc.;
concessione
a questa polizia di estendere la caccia ai guerriglieri su
tutto il territorio continentale senza limiti di frontiera;
accordi di
scambio di uomini e tecnici antiguerriglia;
controllo
del traffico delle armi mediante l'unificazione dei
provvedimenti tecnici, polizieschi e giuridici su scala
continentale. Gli accordi operativi per la realizzazione di
queste misure sono affidati a riunioni perio diche dei capi
delle polizie che hanno anche il compito di preparare il
prossimo vertice dei 9 ministri. La scelta dell'Inghilterra
come cuore dell'azione comune antiguerriglia si spiega con
l'esperienza che il personale militare di questo paese ha
acquistato nella lotta contro l'IRA, lotta che sintetizza
tutti gli aspetti della guerriglia nelle metropoli.
giugno '77
Il ministro degli Interni Cossiga, subito dopo il vertice di
Londra si reca a Madrid per un incontro con il ministro
degli Interni spagnolo Martiri Villa. In questo incontro, a
nome dei 9, riferisce i contenuti del vertice di Londra con
l'esplicito proposito di integrare la Spagna nella politica
di repressione controrivoluzionaria continentale.
L'integrazione del-la Spagna come "anello forte" della
catena imperialista continentale è infatti uno degli
obbiettivi dei capifila. Questo obbiettivo è però molto
ambizioso e non privo di rischi, perché se da un lato la
trasformazione 'della "Spagna fascista" in "Stato
imperialista" è un passaggio importante del processo di
integrazione imperialista continentale, dall'altro la forza
della guerriglia spagnola può inserirsi a sua volta in un
processo continentale e diventare così un punto di forza del
pro-cesso rivoluzionario.
settembre
'77 Cossiga si reca a Londra dove concorda col ministro
degli Interni Merlyn Rees l'acquisto di tecnologia
repressiva e perfeziona gli accordi già presi nel vertice di
Giugno. Successivamente quest'ultimo renderà la visita
recandosi a Roma.
ottobre '77
Durante l'operazione Schleyer e il dirottamento effettuato
dal "Commando Martire Hlimeh" e poi anche dopo il massacro
del 18 ottobre, il personale politico-militare degli sta-ti
imperialisti europei si è stretto intorno ai suoi superiori"
tedeschi fornendoci una immagine cruda e disincantata delle
linee su cui marcia il processo di integrazione e dei
livelli operativi che esso ormai ha raggiunto. Nella misura
in cui la guerriglia viene da tutti riconosciuta come
comune e principale nemico, anche la "lotta al terrorismo
per la di-fesa della società occidentale" diventa di più in
più, il terreno strategico su cui viene fatta marciare la
ristrutturazione imperialista degli stati che sta alla base
della cosiddetta "unità europea".
Ha
dichiarato Schmidt: « la liberazione degli ostaggi è un
successo della solidarietà inter-nazionale contro il
terrorismo ». E in effetti dagli USA alla Gran Bretagna
tutta la potenza delle pressioni politiche è stata messa in
campo a sostegno delle decisioni di intervento prese dal
governo tedesco. Questa "solidarietà politica" si è
accompagnata a non me-no sostanziali "aiuti attivi" sul
terreno militare, poliziesco e della manipolazione
controllo dell'opinione pubblica.
gennaio '78
Cossiga si reca a Bonn dove incontra il ministro degli
interni tedesco Maihofer. Al termine dell'incontro viene
emesso un comunicato in cui è detto: «i due ministri hanno
espresso comune apprezzamento per la stretta e fiduciosa
collaborazione che è stata finora realizzata tra i servizi
di sicurezza e di polizia dei due paesi, in special modo
nel settore della lotta al terrorismo internazionale e
hanno preso accordi per la cooperazione operativa in casi
concreti ».
(2) Le
caratteristiche del campo:
1
Isolamento. Vale a dire isolamento dall'esterno e controllo
militarizzato di ogni contatto o comunicazione (colloqui,
posta, avvocati); chiunque intrattenga rapporti con i
prigionieri è automaticamente inquisito familiari pedinati
o arrestati avvocati inquisiti o arrestati. Isolamento
assoluto dal proletariato prigioniero. Isolamento nel campo
per piccoli gruppi. Unica socialità consentita è quella
"nucleo di cella", che viene composto dall'autorità del
campo.
2 -
Obbiettivi del campo. Gli obbiettivi che vengono perseguiti
attraverso l'isolamento e i rapporti di forza esistenti in
questa situazione sono: destabilizzazione politico-militare
dei prigionieri e in tendenza il loro annientamento.
3 -
Struttura militare del campo. È caratterizzata da:
Rigidità:
nella conduzione irreversibile e non controllabile. Infatti
la conduzione è funzionalizzata al prigioniero di guerra la
cui destabilizzazione è l'unica variabile possibile. In
pratica questa ','i possibilità è unicamente legata ad una
scelta collaborazionista.
--
Integrazione delle strutture militari interne-esterne
(personale carcerario, corpi antiguerriglia del Gen. Dalla
Chiesa). Va sottolineato che la tendenza di questa
integrazione è tutta a favore delle forze antiguerriglia.
Rapporti di
forza militari tra prigionieri da un lato, il personale e le
strutture dello Stato dall'altro, completamente a favore
dei secondi in proporzione schiacciante.
4 -
Dimensione politica del campo. Sarebbe un errore cercare un
temine di confronto tra il campo e le strutture carcerarie
sul territorio nazionale. Siamo di fronte ad un salto
qualitativo nel trattamento dei prigionieri. Il campo
materializza la tendenza principale e il cuore del "nuovo
ordine" carcerario e della "riforma". Si realizza infatti
all'interno di una pianificazione internazionale che vede
come punto di riferimento (per l'Italia) e di forza (per
l'area continentale) i campi di concentramento per i
militanti dell'IRA in Inghilterra e le strutture di
Stammheim per i militanti della RAF in Germania.
5 - Le
contraddizioni. Il nodo fondamentale che caratterizza il
"nuovo" ordine carcerario imperialista consiste nella
sottrazione, mediante decreti legge, della conduzione delle
carceri e del loro' controllo al potere legislativo e al
potere giudiziario laddove contrastino, anche solo
minimamente con le decisioni dell'esecutivo.
|