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"Crisi e Rivoluzione" - Approfondimento politico-economico sulla prima parte della Risoluzione della Direzione Strategica, aprile '75

 

 

CRISI E RIVOLUZIONE


Alcuni compagni hanno realizzato quest'approfondimento politico-economico sulla prima parte della “Risoluzione della Direzione Strategica” di aprile.
Lo presentiamo a tutta l’organizzazione per la discussione e lo studio.


Per affrontare l’analisi della crisi economica attuale sono necessari alcuni accenni al problema dell’accumulazione.
Questo problema è stato fra i più dibattuti perché a seconda della soluzione che se ne da, ne deriva una diversa interpretazione della crisi e delle cause che la determinano.
Per i riformisti le crisi del capitale sono puri accidenti, eliminabili attraverso una “giusta programmazione” del capitalismo.
Per essi il passaggio al Socialismo si pianifica mediante uno sviluppo equilibrato del capitalismo.
Ma per i rivoluzionari:


“ La critica non è una passione del cervello, ma è il cervello della passione. Essa non è un coltello da anatomico, ma un’arma. Il suo oggetto è il suo nemico, ed essa non vuole confutarlo, ma annientarlo, perché lo spirito di quelle condizioni di vita è già confutato”
(K. Marx).


Allora per i rivoluzionari che usano l’analisi marxista le crisi fanno parte della natura stessa del Capitale e sono necessarie al suo sviluppo.
E’ nella crisi che si pone concretamente la possibilità della conquista del potere.
Per i rivoluzionari, affinché i rapporti di produzione capitalistici possano essere distrutti, è necessario l’intervento di chirurgia ostetrica della Rivoluzione.


1. IL PROBLEMA DELL’ACCUMULAZIONE

Se analizziamo il processo di riproduzione, e quindi l’accumulazione del Capitale Sociale, cioè del capitale complessivo della società, ci troviamo immediatamente di fronte ad una contraddizione: come può il plusvalore sociale, che è sotto forma di merci, trasformarsi in denaro e poi riconvertirsi in nuovi mezzi di produzione (mezzi di produzione addizionali) e nuova forza lavoro, dati i rapporti di mercato capitalistici, e quindi come può, aversi una riproduzione allargata, che è la base ed il fine del sistema capitalistico?
Consideriamo il Capitale Sociale C = c + v + pv nel suo processo di riproduzione; possiamo distinguerlo in due sezioni, la sezione I, a cui appartengono tutti i capitali che producono mezzi di produzione (macchine, etc. ..) e la sezione II a cui appartengono i capitali che producono beni di consumo, che entrano cioè nel consumo individuale dell’operaio e del capitalista. Dal punto di vista del mercato avremo una domanda di mezzi di produzione uguale a (c) e di beni di consumo uguale a (v + pv/x), dove con (pv/x) indichiamo la parte di plusvalore consumata sotto forma di beni di consumo dai capitalisti.
Resta quindi sempre una parte del plusvalore (cioè pv — pv/x) che a prima vista non può realizzarsi all’interno del mercato, cioè attraverso la vendita convertirsi in denaro e trasformarsi poi in mezzi di produzione addizionali.
In tal modo, ogni accumulazione, e così pure ogni processo di riproduzione allargata, appaiono impossibili in un ambiente esclusivamente capitalistico.
Gli economisti borghesi (da Ricardo, alla scuola riformista tedesca di Otto Bauer, fino ai giorni nostri) danno a questo problema una risposta apparentemente semplicissima: i capitalisti si scambiano tra di loro i mezzi di produzione e i beni di consumo eccedenti, in tal modo possono allargare la produzione all’infinito, tranquillamente e senza scosse (confondendo così la produzione capitalistica che è produzione di merci-valori di scambio - in produzione di valori d’uso).
Secondo costoro quindi le crisi di sovrapproduzione, che periodicamente sconvolgono il sistema capitalistico, sono crisi di sproporzionalità, dovute al fatto che una delle due sezioni del capitale sociale ha prodotto troppo rispetto ai bisogni dell’altra, quindi con una buona programmazione (se è “democratica” tanto meglio) il sistema capitalistico potrebbe soddisfare crescendo progressivamente senza crisi, tutti i bisogni della “società”. Da qui i socialdemocratici tedeschi del primo novecento (Bernstein & Company) ricavarono la conclusione che la rivoluzione non è necessaria, perché inserendosi gradualmente nelle strutture statuali borghesi e introducendovi l’idea “geniale” della programmazione si può giungere tranquillamente al Socialismo.
(I vari Berlinguer nostrani ci appaiono più odiosi dei riformisti di allora semplicemente perché vogliono propinarci le stesse cazzate, senza avere la loro dignità teorica).
Non occorre perdere troppo tempo per dimostrare i profondi errori insiti in tale posizione. Già Marx Io ha fatto a più riprese, dimostrando l’inconsistenza teorica di quegli economisti borghesi (Ricardo, Say, etc.) da lui definiti “apologeti del capitalismo” (come si vede sul fronte del riformismo niente di nuovo da 150 anni almeno). Ci limitiamo a riportare alcuni brani dl Marx.

“L’idea (propriamente appartenente a J. Muli) di quell’insulso di Say, adottata da Ricardo, che non sia possibile alcuna sovrapproduzione o almeno nessuna saturazione generale del mercato, poggia sulla tesi che i prodotti sono scambiati contro prodotti (“Teorie del plusvalore” vol. 11, pag. 534, Ed. Riuniti).

“Non va mai dimenticato che nella produzione capitalistica non si tratta direttamente del valore d’uso, ma del valore di scambio e precisamente dell’aumento del plusvalore. Questo è il motivo motore della produzione capitalistica ed è una bella concezione quella, che per abolire le contraddizioni della produzione capitalistica, fa astrazione dalla sua base e la rende una produzione indirizzata al consumo immediato dei produttori)” (Ibidem pag. 536).

“In Ricardo in primo luogo una merce in cui esiste l’antitesi fra valore di scambio e valore d’uso, viene trasformata in semplice commercio di scambio di prodotti, semplici valori d’uso. Si retrocede di fronte non solo dietro la produzione capitalistica, ma sin anche dietro la semplice produzione di merci, e il fenomeno più complicato della produzione capitalistica — la crisi del mercato mondiale — viene negato, negando la condizione prima della produzione capitalistica, cioè che il prodotto è merce, perciò deve rappresentarsi come denaro e passare attraverso il processo di metamorfosi cioè il processo di compravendita ... anche il denaro viene allora conseguentemente concepito come semplice intermediario dello scambio dei prodotti, non come una forma di esistenza essenziale e necessaria della merce che deve rappresentarsi come valore di scambio-lavoro generale sociale” (ibidem pag. 543).

“Anzitutto ‘il possesso di altri beni’ non è lo scopo della produzione capitalistica, ma ]‘appropriazione di valore, di denaro, di ricchezza astratta” (ibidem, pag. 545).

Contrapponendosi alle tesi riformiste del suo tempo (che dicevano che il capitalismo grazie alla struttura monopolistica si sarebbe sviluppato senza crisi e sarebbe arrivato “naturalmente” al socialismo, rendendo quindi inutile la rivoluzione), la Luxemburg ne fa una critica serratissima e dimostra che l’accumulazione capitalistica non può procedere senza crisi. Ma il problema dell’accumulazione da ugualmente una risposta sbagliata, affermando che “l'accumulazione in un ambiente esclusivamente capitalistico è impossibile” (“Un'anticritica” in “L’accumulazione del capitale” p. 583) e quindi che l’accumulazione è possibile solo fino a quando esistono al di fuori del sistema capitalistico aree economiche non-capitalistiche, con le quali poter scambiare il plusvalore eccedente. In realtà la Luxemburg anche se sottolinea sempre che il suo è da considerarsi un contributo all'analisi marxista e non una revisione, mette in discussione tutta la teoria di Marx, perché Marx parte sempre dal presupposto che vi sia “il dominio generale ed esclusivo del capitalismo” e che in tale sistema l’accumulazione possa avvenire.
Dalla sua analisi la Luxemburg trae la conclusione che il capitalismo, avendo ormai occupato quasi tutta l’area mondiale, era vicinissimo al punto in cui l’accumulazione non sarebbe più stata possibile e quindi sarebbe automaticamente crollato (definisce infatti l’imperialismo “espressione politica del processo di accumulazione del capitale nella sua lotta di concorrenza intorno ai residui di ambienti non-capitalistici non ancora posti sotto sequestro” in “L’accumulazione del capitale” p. 447).
L’errore principale commesso dalla Luxemburg è quello di considerare il capitale sociale come capitale unico e il saggio generale del profitto come saggio unico di profitto. Con queste premesse è chiaro come l’accumulazione in un ambiente esclusivamente capitalistico non possa avvenire. Marx afferma infatti nei Grundrisse:

“Un capitale universale che non abbia di fronte a sé altri capitali con cui scambiare — e dall’attuale punto di vista egli non ha di fronte a sé altro che il lavoro salariato e se stesso — è perciò un assurdo. La repulsione reciproca dei capitali è già implicita nel capitale in quanto valore di scambio realizzato” (Gnindrisse vol. 11, p. 28, Ed. La Nuova Italia).

L’accumulazione in un ambiente capitalistico avviene proprio perché il capitale sociale è una molteplicità di capitali e il saggio generale del profitto è la media di vari saggi particolari di profitto. In tal modo attraverso la lotta di concorrenza fra i vari capitali (i capitali a composizione organica più elevata realizzano, a danno dei capitali a più bassa composizione organica, il valore contenuto nelle loro merci ed anche un sovrapprofitto), si attua l’accumulazione del capitale sociale nel suo complesso. Sempre dai Grundrisse:

“Concettualmente la concorrenza non è altro che la natura interna del capitale, la sua determinazione essenziale che si presenta e si realizza come azione e reazione di una molteplicità di capitali l’uno sull’altro, la tendenza interna non necessita esterna. Il Capitale esiste e può esistere soltanto come molteplicità di capitali e perciò la sua autodeterminazione si presenta come azione e reazione reciproca” (Ibidem p. 17).
E ancor più chiaramente in seguito:

“ Riguardo al suo operaio il capitalista sa bene che egli non gli sta di fronte come produttore e consumatore e perciò desidera restringere il più possibile il suo consumo, vale a dire la sua capacità di scambio, il suo salario. Egli si augura naturalmente che gli operai degli altri capitalisti siano il più possibile grandi consumatori della sua merce. Ma il rapporto di ciascun capitalista rispetto ai suoi operai è il rapporto generale tra capitale e lavoro, che è il rapporto essenziale. Ma l’illusione — vera per il singolo capitalista distinto da tutti gli altri, per cui al di fuori dei suoi operai tutto il resto della classe operaia gli sta di fronte in veste di consumatore e di soggetto di scambio, cioè di spenditore di denaro, non come operaio — questa illusione dicevamo nasce proprio da questo. Cioè si dimentica che come ha detto Malthus “proprio l’esistenza di un profitto su una merce presuppone una domanda esterna a quella del lavoratore che la ha prodotta”, e perciò la domanda di questo stesso operaio non può mai essere adeguata. Poiché una produzione mette in moto un’altra e perciò si procura dei consumatori negli operai del capitale altrui, ecco che per ogni singolo capitale la domanda della classe operaia, che è creata attraverso la produzione stessa, figura come domanda adeguata” (ibidem, p. 26).


Non solo l’accumulazione continua ad avvenire nella fase del “dominio generale-assoluto del capitale” ma in questa fase l’accumulazione avviene su una base produttiva più estesa e tra contraddizioni crescenti.
Proprio dal concentrarsi di queste contraddizioni e dal fatto che esse non possono più essere contenute all’interno dei rapporti economici esistenti, non solo nascono le crisi, ma ora esse sono sempre più grandi e distruttive.


Le crisi del mercato mondiale devono essere concepite come il concentramento reale e la perequazione violenta di tutte le contraddizioni dell’economia borghese” (teorie sul plusvalore” p. 552).


Tra tutte le contraddizioni quella tra produzione e consumo sulla base dei rapporti capitalistici è certamente molto importante. E’ essa infatti che costituisce la condizione della sovrapproduzione e quindi racchiude già la possibilità della crisi (la possibilità, ma non la necessità che va ricercata nella produzione del plusvalore e non nella sua realizzazione).


“La sovrapproduzione in modo speciale ha per condizione la legge generale di produzione del capitale, di produrre nella misura delle forze produttive, cioè della possibilità di sfruttare, come una data massa di capitale, una massa di lavoro la più grande possibile senza riguardo per i limiti di mercato esistenti o per i bisogni solvibili, e di realizzare questo per mezzo di un continuo allargamento della riproduzione e della accumulazione, mentre d’altro canto la massa dei produttori rimane limitata alla misura media dei bisogni e deve restare limitata secondo l’organizzazione della produzione capitalistica” (Ibidem p. 577).

Comunque la Luxemburg ha intuito (anche se ne ha poi dato una soluzione teorica sbagliata) che dal momento in cui il capitalismo completa l’occupazione dell’area mondiale e si ha quindi “il dominio generale ed esclusivo del capitalismo” le sue contraddizioni esplodono in tutta la sua violenza.
Questo non significa però che il capitalismo, giunto a questo punto, debba automaticamente distruggersi; significa solo che sviluppandosi oltre produce contraddizioni sempre più favorevoli alla rivoluzione proletaria, che la rivoluzione è sempre più necessaria.


2. TEORIA DELLA CRISI

Abbiamo visto precedentemente come nel processo di riproduzione allargata, e quindi nell’accumulazione, sono già insite tutta una serie di contraddizioni che determinano la possibilità delle crisi, cioè è possibile che ad un certo momento dello sviluppo tutte queste contraddizioni sfocino violentemente in un processo di crisi. Ora ciò che vogliamo dimostrare è che la crisi non solo è possibile, ma all’interno dei rapporti capitalistici è necessaria, che lo sviluppo capitalistico, la sua accumulazione può avvenire solo attraverso successivi momenti di crisi.
La possibilità generale della crisi è la metamorfosi formale del capitale stesso (cioè il fatto che la merce deve essere trasformata in denaro), la separazione temporale e spaziale di compra e vendita.
Ma questa non è mai la causa della crisi. Perché non è altro che la forma più generale della crisi, quindi la crisi stessa nella sua espressione più generale. Si cerca la sua causa, si vuole appunto sapere perché la sua forma più astratta, la forma della sua possibilità, dalla possibilità diventa realtà. (ibidem, p. 587).
Prima di affrontare direttamente questo problema alcune precisazioni.
Quando si parla di sovrapproduzione di capitale non s'intende semplicemente sovrapproduzione di merci individuali (quantunque la sovrapproduzione di capitale determini sempre sovrapproduzione di merci), ma sovraccumulazione di capitale, cioè sovrapproduzione di mezzi di produzione e di sussistenza, in quanto questi possano operare come capitale.

“Vengono periodicamente prodotti troppi mezzi di lavoro e di sussistenza, perché possano essere impiegati come mezzi di sfruttamento degli operai ad un determinato saggio di profitto. Vengono prodotte troppe merci, perché il valore ed il plusvalore che esse contengono possano essere realizzati e riconvertiti in nuovo capitale, e nei rapporti di distribuzione e di consumo inerenti la produzione capitalistica, ossia perché questo processo possa compiersi senza continue esplosioni. Non viene prodotta troppa ricchezza. Ma periodicamente viene prodotta troppa ricchezza nelle sue forme capitalistiche, che hanno un carattere antitetico” (Capitale III (I) p. 315).

Si ha sovrapproduzione relativa quando la sovrapproduzione abbraccia un settore produttivo o solo alcuni settori, sovrapproduzione assoluta quando investe l’intera area capitalistica; inoltre la sovrapproduzione relativa prepara sempre la sovrapproduzione assoluta, per cui la nostra analisi si riferisce alla sovrapproduzione assoluta.

“Si avrebbe una sovrapproduzione assoluta di capitale qualora il capitale addizionale delta C destinato alla produzione capitalistica fosse uguale a zero. Ma lo scopo della produzione capitalistica è l’autovalorizzazione del capitale, ossia l’appropriazione del plusvalore, la produzione di plusvalore, di profitto. Non appena dunque il capitale fosse accresciuto in una proporzione tale rispetto alla popolazione operaia, che né il tempo di lavoro assoluto fornito da questa popolazione operaia potesse essere prolungato, né il tempo di plusvalore relativo potesse essere esteso (quest’ultima eventualità non sarebbe d’altro lato possibile nel caso in cui la domanda di lavoro fosse così forte da determinare una tendenza di rialzo dei salari), quando dunque il capitale accresciuto producesse una massa di plusvalore soltanto equivalente od anche inferiore a quella prodotta prima del suo accrescimento, allora si avrebbe una sovrapproduzione assoluta di capitale; ossia il capitale accresciuto C più delta C non produrrebbe un profitto maggiore o produrrebbe un profitto minore di quello dato dal capitale C, prima del suo accrescimento di delta C” (Capitale voi. III (I) p. 307-308).

Il processo d'accumulazione capitalistica si attua con un aumento continuo della composizione organica del capitale sociale, quindi con una diminuzione tendenziale del saggio di profitto (Il plusvalore cresce sempre meno del capitale anticipato (c + v).
Si giunge perciò necessariamente un certo momento del processo in cui, supponendo che il plusvalore assoluto e il plusvalore relativo non possano più essere estesi, la massa del plusvalore sociale è diventata troppo piccola rispetto al capitale complessivo accumulato, e quindi questa massa di plusvalore non è più in grado di valorizzare l’intera base produttiva, per cui l’accumulazione, il processo di riproduzione allargata, deve interrompersi.
E’ quindi la legge fondamentale dello sviluppo capitalistico la caduta del saggio di profitto, che determina la necessità della crisi.

“Lo sviluppo della forza produttiva del lavoro, determinando la caduta del saggio di profitto, genera una legge che, ad un datò momento, si oppone inconciliabilmente al suo sviluppo e che quindi essere superata per mezzo di crisi” (ibidem p. 315).

All’interno dell’area investita dalla sovrapproduzione assoluta, si ha una crisi generale della struttura produttiva e creditizia. Solo una parte del capitale esistente e precisamente quella a composizione organica più elevata, quindi più concorrenziale — potrà continuare a valorizzarsi concentrandosi a spese degli altri capitali, mentre un’altra parte è esportata al di fuori dell’area, in zone ove il saggio di profitto è più alto e può essere investito più produttivamente (base economica della nascita dell’imperialismo).

“Quando il capitale C viene inviato all’estero questo non avviene perché sia assolutamente impossibile impiegarlo nel paese, ma perché all’estero può venire impiegato ad un saggio di profitto più elevato. Ma questo capitale è effettivamente superfluo rispetto alla popolazione operaia occupata e a quel determinato paese in generale, come tale esso sussiste accanto ad un relativo eccesso di popolazione e, fornisce un esempio di come questi due fenomeni coesistono e sono dipendenti tra di loro” (ibidem, p.3 13).

In tal modo il capitale supera la crisi aumentando il suo grado di concentrazione, cioè con una maggior concentrazione organica, e ampliando la sua base produttiva e di mercato mediante l’allargamento dell’area stessa.

“E a partire da questo momento il medesimo circolo vizioso verrebbe ripetuto con mezzi di produzione più considerevoli, con un mercato più esteso e con una forza produttiva più elevata” (Ibidem p. 312).

E’ quindi attraverso successivi momenti di crisi che il capitalismo estende sempre più il suo dominio e questa tendenza all’espansione è una necessità che deriva dal suo nodo di produzione stesso. Il capitalismo non può esistere senza espansione. E’ evidente allora che dal momento in cui il sistema capitalistico distruggendo tutti i modi di produzione precedenti (feudalesimo, ecc.) si è esteso su tutta l’area mondiale (“Inizio del dominio generale ed esclusivo del capitalismo”2 periodo immediatamente precedente la prima guerra mondiale) tutte le sue contraddizioni si inaspriscono ulteriormente. Infatti ora ogni merce è prodotta all’interno di un rapporto di produzione capitalistico, ogni mercato è un mercato capitalistico, per cui ogni capitalista realizza il valore della sua merce sempre più a spese di un altro capitalista: allora i monopoli diventano necessari e indispensabili per stabilire il controllo del mercato e la “libera concorrenza” diviene una concorrenza sempre più feroce tra monopoli; la composizione organica dei capitali si eleva sempre più velocemente, per aumentare il plusvalore estorto e diminuire i prezzi delle proprie merci; la caduta del saggio di profitto è sempre più rapida e le crisi sono sempre più distruttive e catastrofiche, l’allargamento della base produttiva di un’area in crisi può avvenire soltanto occupando un’altra area capitalistica e quindi le guerre interimperialistiche per una nuova spartizione del mondo diventano indispensabili per ogni ulteriore sviluppo. Mai come ora l’essenza del modo di produzione capitalistico “produrre per distruggere, distruggere per poter produrre” appare in tutta la sua assurdità.


3. LA CRISI ECONOMICA ATTUALE

L’attuale crisi economica che coinvolge il sistema capitalistico nel suo complesso è crisi di sovrapproduzione assoluta di capitale rispetto all’intera area capitalistica occidentale. Per capirne a fondo la specificità e quindi gli sbocchi inevitabili che dovrà assumere, sono indispensabili alcune considerazioni.


Il capitale monopolistico multinazionale

L’esito del secondo conflitto mondiale ha determinato la spartizione del mondo in due grandi aree: quella occidentale, sotto il dominio dell’imperialismo USA, e quella orientale, sotto il dominio del socialimperialismo URSS. Se elemento costitutivo fondamentale dell’imperialismo è stato sin dal suo sorgere il capitale monopolistico, è solo però con la II guerra mondiale che si ha il definitivo affermarsi su tutta l’area occ. del capitale monopolistico multinazionale: i grandi gruppi monopolistici superano definitivamente i loro confini nazionali per spaziare liberamente su tutta l’area, anzi la struttura multinazionale diventa ora fattore necessario ed indispensabile per ogni ulteriore possibilità di accumulazione3. E’ infatti grazie alla struttura multinazionale che si possono sfruttare pienamente i diversi saggi di profitto presenti nell’area, e realizzare così quegli enormi sovrapprofitti che sono il dato caratteristico dell’accumulazione nella fase imperialistica.
Le varie aree nazionali sopravvivono ora come retroterra delle multinazionali. Cioè per ogni multinazionale l’area nazionale, in cui essa è nata e si è sviluppata, diventa il suo punto di forza, la zona in cui essa gode di una posizione di monopolio quasi incontrastato. Quando parliamo di multinazionali quindi sottintendiamo sempre multinazionali con polo nazionale e per esemplificare usiamo i termini multinazionali americani, tedesche, ecc.; così pure quando parliamo di dominio dell’imperialismo USA sull’area occ. intendiamo dominio delle multinazionali americane (a conferma di questo dominio è sufficiente un dato: nel 1974 tra le 100 multinazionali più forti 80 erano americane)!
In questa fase quindi nell’area occ. la contraddizione intercapitalistica principale non è più tra aree nazionali (come è stato fino alla II guerra mondiale) ma tra grandi gruppi multinazionali. Con questo non vogliamo negare l’esistenza anche di contraddizioni tra le varie “nazioni” capitalistiche, ma pensiamo che queste contraddizioni siano sempre il riflesso di contraddizioni ben più profonde tra gruppi multinazionali.
Il passaggio alla struttura multinazionale come fattore stabile e necessario, ha determinato inoltre un notevole sviluppo delle forze produttive su scala mondiale. Si è elevata la composizione organica media e si è accelerata, di conseguenza, la velocità di caduta del saggio generale del profitto.
Tutto ciò ha aggravato ulteriormente le contraddizioni capitalistiche ed avrebbe portato ancor più velocemente a crisi ed esplosioni violente del tessuto economico, se non fossero intervenute una serie di controtendenze a rallentarne lo sviluppo.
Si badi bene: per controtendenze intendiamo un insieme di fenomeni che, tentando di opporsi all’esplosione delle contraddizioni, possono tutt’al più frenarne lo sviluppo, ma non negarle. Possono, cioè ritardare la crisi, ma non evitarla (tutto ciò è confermato dal fatto che nonostante tutti gli sforzi dei vari “esperti” borghesi il sistema è precipitato ugualmente in una crisi violentissima). Tra queste controtendenze ne analizziamo due: la “società dei consumi” e lo “Stato-banca”, perché da parte borghese se ne fa un gran parlare come di “toccasana” che dovrebbero risolvere tutte le contraddizioni del capitalismo e da parte riformista si tenta addirittura di contrabbandarle come grandi innovazioni che possono portare, “se ben guidate”, al socialismo.


LA SOCIETA’ DEI CONSUMI

Già Marx individua come una delle cause che si oppone alla caduta del saggio di profitto, lo sviluppo della produzione di quelli che definisce beni di lusso.

“D’altro lato però sorgono nuove industrie, soprattutto per la produzione dei beni di lusso, le quali si fondano proprio su quella sovrappopolazione relativa che si trova sovente disoccupata in seguito alla preponderanza del capitale costante in altri rami di produzione, poggiano a loro volta sulla preponderanza di quegli elementi di lavoro vivo che solo gradualmente percorrono la stessa evoluzione degli altri rami di produzione. In entrambi i casi il capitale variabile assume una notevole importanza rispetto al capitale complessivo ed il salario rimane al di sotto della media, cosicché tanto il saggio quando la massa del plusvalore risultano eccezionalmente elevati in questi rami di produzione. E poiché il saggio generale del profitto è formato dal livellamento dei saggi di profitto nei particolari rami di produzione, anche in questo caso la medesima causa che provoca la tendenza alla caduta del saggio di profitto agisce da contrappeso a questa tendenza e ne paralizza l’effetto in grado maggiore o minore (Capitale, III (I) p. 290).

L’enorme sviluppo delle forze produttive nell’attuale fase dei monopoli multinazionali ha reso sempre più acuta la contraddizione tra aumento della concentrazione capitalistica e dimensioni ristrette della sua base produttiva che ha portato, in tal modo, a tassi di sovrappopolazione molto elevati. Sviluppando al massimo nei paesi capitalistici avanzati la produzione dei beni di lusso (“società dei consumi”), utilizzando a tal fine gli enorme sovrapprofitti realizzati mediante la struttura multinazionale, si è cercato di aumentare il più possibile la base produttiva, e si è ridotta (anche se solo parzialmente) la sovrappopolazione eccedente.
Ma lo stesso sviluppo accelerato delle forze produttive ha fatto scendere molto velocemente anche in questi rami il saggio di profitto. Il suo effetto di controtendenza è andato quindi sempre più perdendo di forza e nel momento di crisi si è trasformato anzi in un fattore di aggravamento della crisi stessa (infatti le produzioni di “beni di lusso” sono state investite dalla crisi per prime: basti pensare alla crisi dell’industria automobilistica).
Quindi la “società dei consumi” non è il prodotto di un capitalismo riformato che tende al socialismo e per questo “innalza il tenore di vita degli operai”, ma l’estremo tentativo di un capitalismo sempre più agonizzante che cerca disperatamente di sfuggire alla morsa delle sue contraddizioni.


LO STATO BANCA

La caduta accelerata del saggio di profitto rende inoltre sempre più difficile per i grandi gruppi imperialistici reperire all’interno del loro stesso processo di produzione il capitale necessario alle ristrutturazioni tecnologiche. Essi quindi sono costretti a ricorrere in misura sempre maggiore all’indebitamento (nel 68 per le 700 maggiori imprese italiane i debiti ammontavano al 46% del loro bilancio complessivo, nel 74 sono passati al 55%). Ma data la grande quantità di capitale finanziario occorrente, diventa anche sempre più difficile rastrellare questi fondi all’interno del mercato finanziario (la “ crisi della borsa” è infatti un elemento endemico e strutturale dei paesi capitalistici più sviluppati)! Si deve quindi ricorrere a prestiti statali. Lo Stato assume così in campo economico la funzione di una grande banca al servizio dei gruppi imperialistici multinazionali. Dal modo con cui lo Stato-banca rastrella a livello sociale questi capitali necessari (che non sono altro che plusvalore sociale “assegnato” alle multinazionali) nasce il processo inflazionistico permanente, caratteristico dell’attuale sviluppo capitalistico.
Gli stessi economisti borghesi sono disposti a riconoscere che l’inflazione è oggi inseparabile dallo sviluppo capitalistico. Quando però si tratta di definire le cause o ricorrono a fumose teorie incomprensibili a loro stessi, oppure si rifanno alla teoria classica di Ricardo.
Secondo essa l’aumento dei prezzi (cioè l’inflazione) sarebbe determinata da un'eccedenza di banconote rispetto alla quantità delle merci. Quindi causa dell’inflazione sarebbero le lotte salariali degli operai che avrebbero fatto aumentare “sconsideratamente” la quantità delle banconote rispetto alla quantità delle merci.
La tesi politica che si nasconde dietro una simile teoria è fin troppo evidente: o gli operai lavorano di più aumentando la produzione e quindi la quantità delle merci prodotte oppure si deve necessariamente aumentare il prezzo delle merci stesse, per riequilibrare la loro quantità con la quantità delle banconote.
Marx in “Per la critica dell’economia politica” e nel “Capitale III (II)” dimostra ampiamente l’inconsistenza scientifica ditali argomenti. Basti qui ricordare:
a) che la quantità di banconote in circolazione è sempre inferiore alla quantità di merci (infatti una banconota, in quanto mezzo di circolazione, fa sempre circolare una quantità di prodotti il cui valore complessivo è sempre superiore a quello della banconota stessa).
b) che il valore del denaro è determinato dal rapporto tra quantità di banconote e riserva aurea e non tra quantità di banconote e quantità di merci.
Quindi può esservi un processo inflazionistico dovuto ad una diminuzione di valore del denaro (che determina necessariamente un aumento del prezzo delle merci). Questa diminuzione di valore del denaro è dovuta però ad una diminuzione della riserva aurea (ad es. una certa quantità di oro è stata inviata all’estero per pagare debiti internazionali, e questo fatto compare costantemente nei momenti di crisi) oppure ad un aumento della quantità di banconote circolanti rispetto alla riserva aurea che è rimasta invariata. Ora insieme a questo fenomeno inflazionistico “classico” si ha anche un processo inflazionistico “specifico” dovuto alla struttura monopolistica dell’economia ed al relativo intervento dello Stato. Il meccanismo è il seguente: i gruppi monopolistici per contrastare la caduta del loro saggio di profitto, alzano i prezzi delle loro merci (possono farlo proprio grazie alla struttura monopolistica che gli permette di stabilire un controllo sui mercati) e data la centralità dei monopoli nel tessuto economico complessivo un aumento di prezzo delle loro merci determina un processo inflazionistico generale; lo Stato con la “politica dei redditi” camuffata dietro paraventi che si chiamano di volta in volta “compatibilità”, “salvaguardia dell’interesse nazionale”, ecc., e attuata con il consenso più o meno esplicito dei sindacati e dei partiti “operai”, tenta di fissare un limite massimo ai salari operai. Contemporaneamente, mediante l’aumento della tassazione diretta e indiretta, che si traduce sempre in un aumento dei prezzi al consumo, esso rastrella quel plusvalore sociale che attraverso il “credito agevolato” convoglia verso i gruppi monopolistici (lo Stato diventa cioè il regolatore del saggio generale del profitto).
Si crea così “coscientemente” un processo inflazionistico “controllato” che erode i redditi di strati piccoli e medio borghesi (i cosiddetti ceti parassitari) e che soprattutto determina una riduzione progressiva del salario reale operaio (il che equivale ad estrazione di plusvalore da parte questa volta del capitalista-Stato).
Che questo processo inflazionistico sia inevitabile lo ammettono, anche se a denti stretti, gli stessi borghesi:
“E’ inevitabile che l’economia americana cresca più lentamente che nel passato. Le città e gli stati, il mercato ipotecario, i piccoli affari e i consumatori riceveranno tutti di meno di quanto vorrebbero, perché la salute degli USA dipende essenzialmente dalla salute delle grandi imprese e banche: i grandi creditori e i grandi debitori. Eppure sarà una pillola amara da ingoiare per molti americani l’idea di disporre di meno perché le grandi imprese possano disporre di più. E ciò soprattutto perché è del tutto evidente che se le grandi banche e le grandi imprese sono le vittime più appariscenti dei mali dell’inflazione, ne sono anche in larga misura la causa” (da “Business Week” del 12/10/74).
L’intervento dello Stato nell'economia quindi, ben lungi dal presentarsi come “il portatore delle istanze di progresso e di rinnovamento di tutta la società”, ne fa emergere sempre più chiaramente la sua funzione di garante dello sviluppo capitalistico, la sua natura specifica di strumento di classe.
Nella crisi attuale gli “strumenti inflazionistici” sono utilizzati al massimo grado (infatti l’inflazione ha raggiunto tassi di aumento del 20%); sempre più frequentemente grandi gruppi monopolistici alzano, con la preventiva autorizzazione dello Stato, il prezzo delle loro merci (vedi gli ultimi “ritocchi di listino” Fiat-Montedison-Pirelli), la tassazione diretta e indiretta è ogni giorno più pesante (“riforma fiscale”, aumenti dei telefoni, dei trasporti, ecc.!), il credito agevolato è sempre più selettivo (nel 1974 in Italia 9 grandi imprese da sole si sono aggiudicate il 55% dei prestiti a lungo e medio termine ed il tasso medio sui debiti onerosi, cioè gli interessi che si devono pagare sui prestiti a breve termine, è stato per le migliaia di imprese di piccole dimensioni del 19%, mentre per le 700 imprese di grandi dimensioni dell’11,4%; inoltre rispetto al 73 per le piccole imprese è aumentato di ben l’8%, da 11% a 19%, mentre per le grandi imprese solo del 3,7%, da 7,7% a 11,4%). (Dalla relazione annuale di Mediobanca).
Gli economisti borghesi fanno infatti un gran affidamento sull’intervento dello Stato per risolvere la crisi attuale. Felix G. Rohatyn, dello staff dirigente di molte grandi multinazionali tra cui L’ITT, scrive sul “New York Times” dell’1.12.74: “La RFC (è come il nostro IRI) deve diventare parte integrante della nostra struttura economica, non solo fornitore di crediti in ultima istanza ma uno strumento di salvataggio e di stimolazione. Essa non dovrebbe investire permanentemente in una determinata singola impresa. Dovrebbe rimanere un ente d'investimenti o sul piano della compartecipazione o come creditore, fino a quando possa, nel pubblico interesse, disimpegnarsi dall’impresa in cui investe e immettere i mezzi finanziari nei normali canali di mercato o fino a quando i meccanismi di mercato siano in grado di funzionare efficacemente.
La RFC dovrebbe quindi di fatto divenire un fondo circolante che interviene dove non esistono altre alternative e che si ritira quando il pubblico interesse è stato servito e possono di nuovo operare le normali forze di mercato”.
Come sempre i borghesi vedono la crisi come “crisi finanziaria” determinata dalla “sproporzionalità” degli investimenti e s'illudono quindi che con investimenti addizionali attuati dallo Stato (il capitalista sociale) si possa “riproporzionare” il sistema. Ma l’aspetto finanziario è solo la forma immediata in cui si presenta la crisi, è un suo effetto, per cui intervenendo a questo livello s'influisce su un aspetto secondario non sulla causa della crisi (che è la sovrapproduzione di capitale rispetto al basso saggio di profitto).
L’intervento dello Stato ha evitato infatti il grande crollo finanziario tipo '29, ma ha prodotto in compenso il risultato:
a) che la crisi finanziaria, invece di presentarsi immediatamente concentrata in tutta la sua esplosività, percorre strettamente sviluppata lo svolgersi della crisi;
b) che la concentrazione capitalistica avviene in modo “pianificato” ma non per questo meno violento e caotico che se fosse lasciata ai normali meccanismi di mercato (sono sotto gli occhi di tutti i milioni di disoccupati, i fallimenti sempre più frequenti di aziende piccole e grandi, ecc.);
Per questo siamo fermamente convinti che questi provvedimenti sortiranno l’effetto contrario a quello sperato: cercando di diluire le contraddizioni senza poterle risolvere, in realtà le concentrano in misura sempre maggiore facendole diventare sempre più esplosive.
Le prime avvisaglie della crisi si ebbero alla fine degli anni ‘60 con i forti contrasti tra le potenze capitalistiche occidentali nel campo finanziario (la convertibilità del dollaro, la rivalutazione dell’oro, la ridefinizione dei trattati di Bretton-Woods, ecc.).
La situazione andò poi aggravandosi progressivamente fino a precipitare nel ‘73, anno in cui inizia il crollo contemporaneo della produzione industriale in tutti i paesi capitalistici occidentali; dal 73 a metà del ‘75 si è avuto il seguente calo della produzione:
Stati Uniti - 16%
Germania occ. - 15%
Francia - 12%
Giappone - 31%
Gran Bretagna - 8%
Italia - 17%

(questi fatti da soli dimostrano nel modo più evidente come la crisi attuale sia crisi di sovrapproduzione assoluta di capitale rispetto alla intera area occidentale e cancellano di un sol colpo tutte le “idiozie finanziarie” degli esperti borghesi).
All’imperialismo occidentale si pone quindi di nuovo il dramma ricorrente della produzione capitalistica: ampliare la sua area per poter ampliare la sua base produttiva.
Infatti rimanere ancora rinchiuso nell’area occidentale, significa per il capitalismo accumulare contraddizioni sempre più laceranti: la concentrazione crescerebbe in modo acceleratissimo, il saggio di profitto raggiungerebbe valori bassissimi, la base produttiva sarebbe sempre più ristretta, la disoccupazione aumenterebbe notevolmente. A brevissimi e apparenti momenti di ripresa seguirebbero perciò fasi recessive sempre più gravi. Si avrebbe un processo di crisi permanente e sempre più distruttivo. Gli economisti borghesi che sperano in un rilancio della produzione in USA, Giappone, Germania Occ., che determini “per simpatia” una ripresa produttiva di tutta l’area occidentale, non capiscono che la ripresa dei paesi capitalistici più forti può avvenire solo a spese di quelli più deboli.
Questo “rilancio” aggraverebbe quindi ulteriormente le contraddizioni. Si pone perciò all’imperialismo occidentale la necessità improrogabile di allargare la sua area. Questo allargamento può avvenire solo a spese dell’area socialimperialista e porterà perciò inevitabilmente allo scontro diretto USA-URSS (Polo centrale di questo scontro sarà l’Europa). Gli scontri parziali a cui stiamo assistendo (Medio Oriente, Portogallo, ecc.) non sono che i prodromi dell’imminente scontro generale.
Questa è la prospettiva storica che il capitale monopolistico pone a breve termine a se stesso e al movimento rivoluzionario. All’interno di questa prospettiva la posizione del proletariato non può che presentarsi come urto generale e decisivo con il dominio capitalistico e la sua direttiva tattica non può che essere fissata da questa prospettiva storica: O GUERRA DI CLASSE NELLA METROPOLI IMPERIALISTA O TERZA GUERRA IMPERIALISTA MONDIALE.

 

4. STRUTTURA DI CLASSE NELLA FASE DEI MONOPOLI MULTINAZIONALI

“L’accumulazione del capitale si realizza in un costante mutamento qualitativo della sua composizione, in un costante aumento della sua parte costitutiva costante … questa diminuzione relativa della parte costitutiva variabile, accelerata con l’aumento del capitale totale e più rapida della sua propria crescita, si presenta invece dall’altro lato come una crescita assoluta della popolazione operaia sempre più rapida di quella del capitale variabile, dei mezzi cioè che le danno lavoro.
L’accumulazione capitalistica piuttosto produce in continuazione, ed esattamente in rapporto alla propria energia e alla propria entità, ( ... una popolazione operaia relativa), o piuttosto (una sovrappopolazione operaia relativa), cioè eccedente le esigenze medie di valorizzazione del capitale, quindi superflua ossia supplementare” (Capitale I, p. 456-6 Ed. Newton-Compton).

Questa è la legge della popolazione specifica del modo di produzione capitalistico.
L’alto livello di composizione organica dell'attuale fase dei monopoli multinazionali determina tassi di sovrappopolazione relativa estremamente elevati e nei paesi capitalistici più sviluppati ci troviamo addirittura in presenza di una tendenza alla diminuzione assoluta della popolazione attiva e, all’interno di essa, alla diminuzione degli operai. Alcuni dati.


ITALIA

1901-1921: la popolazione attiva pur aumentando in valore assoluto scende dal 48% al 46,5% della popolazione totale con una diminuzione percentuale di 1,5%
1921-1938: dal 46,5% al 42,8%, con una diminuzione percentuale di 3,7% (continua però ad aumentare in valore assoluto)
1951-1971: dal 41,7% al 35,5% con una diminuzione percentuale del 6,2%

Come si vede il tasso di popolazione attiva è andato diminuendo con velocità sempre crescente (quindi il tasso di sovrappopolazione relativa è aumentato sempre più velocemente), arrivando a toccare la punta più alta di 6,2% negli ultimi venti anni.
Nel periodo 1951-71 abbiamo per la prima volta una diminuzione assoluta della popolazione attiva che passa da 19.800.000 nel 51, a 19.600.000 nel 61, a 19.500.000 nel 71.


Il numero degli operai (industria, edilizia, agricoltura) nel periodo 1961-71 (e proprio in questa fase si formano e si sviluppano in Italia i primi grossi monopoli multinazionali, es. Montedison ecc.) diminuisce per la prima volta in valore assoluto, passando da 8.400.000 a 7.200.000. Inoltre per la prima volta il numero degli operai dell’industria resta costante in un decennio di espansione economica (1961: 4.300.000 — 1971: 4.300.000) e questo significa già di per sé una tendenza alla diminuzione. Infatti se analizziamo più specificatamente i dati, vediamo che in Lombardia regione pilota della economia nazionale, nel periodo 63-68 (fase di notevole espansione economica) abbiamo una diminuzione assoluta degli operai dell’industria (-80.000 unità) (da uno studio di Sylos Labini pubblicato su Quaderni di sociologia n. 4,1972).


USA

Fase d'espansione economica. La classe operaia della industria tessile diminuisce del 33%; nei settori metallurgico, legno, distillerie, calzature si ha una caduta dell'occupazione oscillante dal 10 al 25%.
(da “ Lavoro e occupazione in Usa” di Harry Bravermann, Monthley Rewiew, Luglio 1975).

Per tentare di mantenere elevata la popolazione attiva assistiamo nei paesi capitalistici più sviluppati ad un’espansione dei lavori “improduttivi” (servizi, commercio, ecc.) e ciò può essere fatto grazie a sovrapprofitti ma nonostante tali espedienti essa tende costantemente a diminuire in valore assoluto.
Rispetto alla popolazione quindi, lo sviluppo capitalistico nella fase dei monopoli multinazionali è caratterizzato dalla tendenza alla diminuzione assoluta della popolazione attiva, ed in particolare del numero degli operai e dal progressivo, aumento di quella parte della popolazione definitivamente esclusa dal processo produttivo (gli emarginati).
Ciò comporta modificazioni tendenzialmente stabili del tessuto di classe.


Classe operaia

Se per la classe operaia si manifesta la tendenza alla diminuzione assoluta, si deve però tenere ben presente che questa diminuzione è accompagnata da una concentrazione e un livellamento sempre crescenti della classe operaia stessa quindi da una crescita di forza e combattività.


Esercito di riserva

“Alla produzione capitalistica non è assolutamente sufficiente la quantità di forza lavorativa che mette a disposizione il naturale aumento della popolazione. Per godere di un libero gioco le è indispensabile tendenza alla diminuzione assoluta, si deve però tenere ben presente che questa diminuzione è un esercito industriale di riserva indipendente da questo limite naturale” (Capitale I, p. 469, ed. N.C.).

L’esercito di riserva assolve cioè la funzione di serbatoio regolatore della forza-lavoro rispetto alle esigenze di sviluppo del capitale (nei momenti di crisi si espande, nei momenti di boom viene riassorbito dallo sviluppo della produzione).
Nella sua forma “classica” si presenta come sovrappopolazione fluttuante, latente, stagnante.
La sovrappopolazione stagnante è formata dagli operai con occupazione “irregolare”, occupati in piccole industrie, nel lavoro a domicilio, ecc. La sovrappopolazione latente è formata da quegli operai agricoli che, essendo espulsi dallo sviluppo capitalistico dell'agricoltura (caratteristica dell'agricoltura capitalistica è infatti la diminuzione assoluta degli operai impiegati nel procedere dell'accumulazione), attendono di passare nel proletariato industriale.
La sovrappopolazione fluttuante è formata da quegli operai che, licenziati da grandi industrie per l’elevata composizione organica ivi raggiunta attendono di essere riassunti da altre industrie in espansione.
Nella sua forma “classica” l’esercito di riserva si presenta quindi come collocazione temporanea dell’operaio espulso dalla produzione, in attesa di esservi reinserito alla prossima fase espansiva.
Ora invece l’espulsione dell’operaio dalla produzione assume carattere di stabilità, la “disoccupazione tecnologica” è diventata cioè un elemento stabile dello sviluppo monopolistico multinazionale (in USA il tasso di disoccupazione del 6% che caratterizzò gli anni di recessione 1949-50 è divenuto il tasso di disoccupazione stabile nel periodo di prosperità della fine anni ‘60).
Tutto ciò ha modificato la forma dell’esercito di riserva.
Anche la “scuola di massa” assolve oggi la funzione di serbatoio regolatore della forza-lavoro rispetto alle esigenze di sviluppo del capitale.
Essa, grazie alla sua struttura “frazionata” (media inferiore — superiore, università), può nei momenti di espansione economica gettare sul mercato del lavoro la quantità richiesta di forza-lavoro qualificata e nelle fasi di recessione, assorbirla al proprio interno. (Nei momenti di crisi economica abbiamo infatti aumenti notevoli del tasso di scolarità).
Secondo quest'ipotesi anche gli studenti fanno parte del nucleo centrale dell’esercito di riserva nella fase dei monopoli multinazionali.
Quest'ipotesi inoltre fornisce una base strutturale per spiegare le lotte studentesche di questi anni.


GLI EMARGINATI

Sono un prodotto della società capitalistica nella sua attuale fase di sviluppo e il loro numero è in continuo aumento. Sono utilizzati dalla società capitalistica, in quanto società dei consumi, come consumatori. Sono però consumatori senza salario. Da questa contraddizione nasce il forte incremento della “criminalità”, che caratterizza attualmente i paesi capitalistici avanzati.
Una parte degli emarginati riflette a livello immediato la coscienza borghese (consumistica): estremo individualismo, aspirazione ad un sempre maggior “consumo”.
Un’altra parte riflette la coscienza rivoluzionaria, cioè l’abolizione della loro condizione d'emarginati, da cui l’abolizione della società fondata sul lavoro salariato. In questo quadro va vista la funzione del “carcere”. Il carcere ha innanzitutto la funzione generale di strumento terroristico nei confronti dei proletari per tenerli legati alla produzione, oltre che con la fame, anche con la paura.
Rispetto agli emarginati ha la funzione di serbatoio di raccolta.
In carcere poi si è avuta storicamente la presa di coscienza rivoluzionaria di una parte degli emarginati. Questo per i seguenti motivi:
1. costretti a vivere in comunità, si può superare la mentalità individualista;
2. scontrandosi con la repressione più brutale (botte, celle d’isolamento, trasferimenti in carceri più punitivi, manicomi) si comincia a prendere coscienza della propria condizione e quindi della necessità di organizzarsi per lottare.
Di qui può sorgere la presa di coscienza nei confronti di tutta la società. Già Marx ha individuato nella diminuzione assoluta degli operai una delle contraddizioni più laceranti del capitalismo, giunto ad un elevato grado di sviluppo.

“Uno sviluppo delle forze produttive che avesse come risultato di diminuire il numero assoluto degli operai, che permettesse in sostanza a tutta la nazione di compiere la produzione complessiva in un periodo minore di tempo, provocherebbe una rivoluzione perché ridurrebbe alla miseria la maggior parte della popolazione ” (Capitale III (I) p. 321 Ed. Riuniti).

E’ dunque l’alto sviluppo delle forze produttive nella fase dei monopoli multinazionali che pone gli studenti e gli emarginati al fianco della classe operaia nella lotta per il comunismo.
Ciò significa che la classe operaia resta comunque il nucleo centrale e dirigente nella rivoluzione comunista e sarebbe un gravissimo errore pensare che gli studenti e gli emarginati possano sostituirsi ad essa con una loro teoria al di fuori del programma comunista (per questo ogni teoria della “rivoluzione degli studenti” o della “rivoluzione degli emarginati” si presenta come farsa controrivoluzionaria).


Ai compagni che affrontano per la prima volta la teoria economico-politica marxista consigliamo come lettura preliminare il seguente testo: “GUIDA ALLA LETTURA DEL CAPITALE”, Collettivo di storici C. Marx, Berlino Ovest, MUSOLINI Editore. Collana: Teoria e storia di classe. Lire 1.500.

 

* * * *

Note

1. L'ipotesi fatta che il plusvalore assoluto e relativo ad un certo punto del processo non possano più estendersi è validissima. Per il prolungamento del plusvalore assoluto esistono certamente limiti fisici (il fatto che la giornata lavorativa non può superare un certo numero di ore senza distruggere la forza lavoro) e d’altra parte l’introduzione di tre turni di otto ore rende praticamente impossibile un ulteriore prolungamento del tempo di plusvalore assoluto (3 x 8 = 24 ore). Per il prolungamento del plusvalore relativo sappiamo che esso dipende dal crescere della composizione organica del capitale, ma abbiamo visto che nel momento di crisi la composizione organica non può aumentare, per cui anche il plusvalore relativo non può essere esteso.
Inoltre i momenti di crisi sono sempre preceduti da fasi di forte espansione economica, che determinano una tendenza al rialzo dei salari (vedi gli aumenti salariali ottenuti dalla classe operaia italiana negli anni 1960-68) per cui anche questo fatto impedisce ulteriormente la possibilità di aumentare il plusvalore relativo.
2. La fase del dominio generale ed esclusivo è quella in cui il capitalismo ha esteso il suo modo di produzione su tutta l’area mondiale. Ora cioè non esistono praticamente più aree economiche autonome rispetto al sistema capitalistico.
Ciò non significa che non sopravvivano più forme e strati sociali precapitalistici, ma ora queste forme e questi strati sono tutti interni allo sviluppo capitalistico stesso e quindi regolati dalle sue leggi economiche (il “sottosviluppo” è funzionale allo “sviluppo”).
3. Per comprendere la base economica e la funzione dell’imperialismo è utile una periodizzazione storica dello sviluppo capitalistico.

1860-1873: Apogeo della libera concorrenza.

In questo periodo si ha il dominio del capitale inglese sull’area mondiale. E’ l’età d’oro del capitalismo in cui il sistema funziona “spontaneamente”, grazie alle normali forze di mercato.
L'esportazione di capitale è essenzialmente esportazione di capitale merce. Iniziano le prime conquiste coloniali Il capitalismo si va diffondendo in Europa e in America del Nord.

1873-1900: Fase del colonialismo.

Massimo sviluppo delle guerre coloniali: i paesi capitalistici più forti si vanno spartendo il mondo.
Possedimenti coloniali delle potenze capitalistiche europee.


Anno 1876 1900
in Africa 10,8% 90,4%
in Polinesia 56,8% 98,9%
in Asia 51,5% 56,6%
In Europa si ha un ricorso generale al protezionismo, che permette ai vari paesi capitalistici di consolidare e sviluppare i rispettivi capitali nazionali.
Nei paesi capitalistici più avanzati si costituiscono i primi cartelli (accordi tra varie industrie per la spartizione del mercato interno e la fissazione dei prezzi, le industrie mantengono però la loro reciproca autonomia), che rappresentano però ancora l’eccezione.
“Sul mercato interno la concorrenza retrocede di fronte ai cartelli mentre sui mercati esteri essa trova una barriera nei dazi protezionistici di cui si circondano tutti i grandi paesi industriali, eccettuata l’Inghilterra. Ma questi dazi rappresentano in realtà soltanto degli armamenti per la definitiva campagna industriale universale che dovrà decidere della supremazia sul mercato mondiale”. (da una nota di Engels al Capitale III (Il) pag. 112).


1900-1914: Inizia la fase imperialista.

I cartelli sono ora la base di tutta la vita economica. Cominciano a formarsi i monopoli (non più semplici accordi tra industrie se parate, ma grandi industrie unificate che controllano il mercato interno e stabiliscono i prezzi). Compaiono anche i primi Trust multinazionali.
“La famosa AEG domina da 175 a 200 società (col sistema delle partecipazioni)”. Soltanto all’estero essa ha 34 rappresentanze fra cui 12 società per azioni in oltre 10 Stati.
S'intende che l’AEG rappresenta una grande impresa combinata, comprende non meno di 16 società di produzione dei più moderni prodotti finiti, a cominciare dai cavi e dagli isolatori fino alle automobili e agli aeroplani”. (da “L'Imperialismo” di Lenin).
“Caratteristica dell’Imperialismo in questa fase è l’esportazione di capitale sotto forma di capitale finanziario, cioè capitale monetario che i paesi capitalistici più forti prestano ad alti tassi d‘interesse ai paesi capitalistici più deboli, per essere trasformato in capitale industriale.
I paesi capitalistici più forti incamerano giganteschi sovrapprofitti col “taglio delle cedole” e il capitale bancario assume un peso preponderante. Si completa la spartizione dell’intera superficie terrestre tra i paesi capitalistici e inizia la ripartizione del mondo tra i Trust multinazionali.
Alle guerre coloniali subentra necessariamente la guerra interimperialista per una nuova spartizione del mondo (prima guerra mondiale 1915-18).
1918-1940: L’esito della prima guerra mondiale non ha risolto il problema del dominio sull’area mondiale. La Germania esce dalla guerra indebolita ma non distrutta. La rivoluzione proletaria vittoriosa in Russia e sempre più incalzante negli altri paesi capitalistici pone nuovi e più gravi problemi alle varie borghesie per alcune nazioni si ha un ritorno a forze protezionistiche variamente mascherate (es. le “Teorie autarchiche” in Italia), per permettere una rapida ricostruzione dopo le distruzioni della guerra. Il Monopolio è ora la base delle varie economie “ricostruite”.
1945-19 75: La seconda guerra mondiale stabilisce il dominio dell’imperialismo USA sull’area capitalistica occidentale, Il monopolio multiproduttivo multinazionale (cioè grandi trust, con aziende in vari paesi, investimenti in diversi settori produttivi, che si spartiscono il mercato mondiale) è ora l’elemento dominante. La ripartizione dell’area capitalistica occidentale non è più fra nazioni ma fra multinazionali.

   

 

Ultima modifica di questa pagina: sabato, 04 novembre 2006 17.04

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