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CRISI E
RIVOLUZIONE
Alcuni compagni hanno realizzato quest'approfondimento
politico-economico sulla prima parte della “Risoluzione
della Direzione Strategica” di aprile.
Lo presentiamo a tutta l’organizzazione per la discussione e
lo studio.
Per affrontare l’analisi della crisi economica attuale sono
necessari alcuni accenni al problema dell’accumulazione.
Questo problema è stato fra i più dibattuti perché a seconda
della soluzione che se ne da, ne deriva una diversa
interpretazione della crisi e delle cause che la
determinano.
Per i riformisti le crisi del capitale sono puri accidenti,
eliminabili attraverso una “giusta programmazione” del
capitalismo.
Per essi il passaggio al Socialismo si pianifica mediante
uno sviluppo equilibrato del capitalismo.
Ma per i rivoluzionari:
“ La critica non è una passione del cervello, ma è il
cervello della passione. Essa non è un coltello da
anatomico, ma un’arma. Il suo oggetto è il suo nemico, ed
essa non vuole confutarlo, ma annientarlo, perché lo spirito
di quelle condizioni di vita è già confutato”
(K. Marx).
Allora per i rivoluzionari che usano l’analisi marxista le
crisi fanno parte della natura stessa del Capitale e sono
necessarie al suo sviluppo.
E’ nella crisi che si pone concretamente la possibilità
della conquista del potere.
Per i rivoluzionari, affinché i rapporti di produzione
capitalistici possano essere distrutti, è necessario
l’intervento di chirurgia ostetrica della Rivoluzione.
1. IL PROBLEMA
DELL’ACCUMULAZIONE
Se analizziamo il processo di
riproduzione, e quindi l’accumulazione del Capitale Sociale,
cioè del capitale complessivo della società, ci troviamo
immediatamente di fronte ad una contraddizione: come può il
plusvalore sociale, che è sotto forma di merci, trasformarsi
in denaro e poi riconvertirsi in nuovi mezzi di produzione
(mezzi di produzione addizionali) e nuova forza lavoro, dati
i rapporti di mercato capitalistici, e quindi come può,
aversi una riproduzione allargata, che è la base ed il fine
del sistema capitalistico?
Consideriamo il Capitale Sociale C = c + v + pv nel suo
processo di riproduzione; possiamo distinguerlo in due
sezioni, la sezione I, a cui appartengono tutti i capitali
che producono mezzi di produzione (macchine, etc. ..) e la
sezione II a cui appartengono i capitali che producono beni
di consumo, che entrano cioè nel consumo individuale
dell’operaio e del capitalista. Dal punto di vista del
mercato avremo una domanda di mezzi di produzione uguale a
(c) e di beni di consumo uguale a (v + pv/x), dove con (pv/x)
indichiamo la parte di plusvalore consumata sotto forma di
beni di consumo dai capitalisti.
Resta quindi sempre una parte del plusvalore (cioè pv — pv/x)
che a prima vista non può realizzarsi all’interno del
mercato, cioè attraverso la vendita convertirsi in denaro e
trasformarsi poi in mezzi di produzione addizionali.
In tal modo, ogni accumulazione, e così pure ogni processo
di riproduzione allargata, appaiono impossibili in un
ambiente esclusivamente capitalistico.
Gli economisti borghesi (da Ricardo, alla scuola riformista
tedesca di Otto Bauer, fino ai giorni nostri) danno a questo
problema una risposta apparentemente semplicissima: i
capitalisti si scambiano tra di loro i mezzi di produzione e
i beni di consumo eccedenti, in tal modo possono allargare
la produzione all’infinito, tranquillamente e senza scosse
(confondendo così la produzione capitalistica che è
produzione di merci-valori di scambio - in produzione di
valori d’uso).
Secondo costoro quindi le crisi di sovrapproduzione, che
periodicamente sconvolgono il sistema capitalistico, sono
crisi di sproporzionalità, dovute al fatto che una delle due
sezioni del capitale sociale ha prodotto troppo rispetto ai
bisogni dell’altra, quindi con una buona programmazione (se
è “democratica” tanto meglio) il sistema capitalistico
potrebbe soddisfare crescendo progressivamente senza crisi,
tutti i bisogni della “società”. Da qui i socialdemocratici
tedeschi del primo novecento (Bernstein & Company)
ricavarono la conclusione che la rivoluzione non è
necessaria, perché inserendosi gradualmente nelle strutture
statuali borghesi e introducendovi l’idea “geniale” della
programmazione si può giungere tranquillamente al
Socialismo.
(I vari Berlinguer nostrani ci appaiono più odiosi dei
riformisti di allora semplicemente perché vogliono
propinarci le stesse cazzate, senza avere la loro dignità
teorica).
Non occorre perdere troppo tempo per dimostrare i profondi
errori insiti in tale posizione. Già Marx Io ha fatto a più
riprese, dimostrando l’inconsistenza teorica di quegli
economisti borghesi (Ricardo, Say, etc.) da lui definiti
“apologeti del capitalismo” (come si vede sul fronte del
riformismo niente di nuovo da 150 anni almeno). Ci limitiamo
a riportare alcuni brani dl Marx.
“L’idea (propriamente
appartenente a J. Muli) di quell’insulso di Say, adottata da
Ricardo, che non sia possibile alcuna sovrapproduzione o
almeno nessuna saturazione generale del mercato, poggia
sulla tesi che i prodotti sono scambiati contro prodotti
(“Teorie del plusvalore” vol. 11, pag. 534, Ed. Riuniti).
“Non va mai dimenticato che
nella produzione capitalistica non si tratta direttamente
del valore d’uso, ma del valore di scambio e precisamente
dell’aumento del plusvalore. Questo è il motivo motore della
produzione capitalistica ed è una bella concezione quella,
che per abolire le contraddizioni della produzione
capitalistica, fa astrazione dalla sua base e la rende una
produzione indirizzata al consumo immediato dei produttori)”
(Ibidem pag. 536).
“In Ricardo in primo luogo una
merce in cui esiste l’antitesi fra valore di scambio e
valore d’uso, viene trasformata in semplice commercio di
scambio di prodotti, semplici valori d’uso. Si retrocede di
fronte non solo dietro la produzione capitalistica, ma sin
anche dietro la semplice produzione di merci, e il fenomeno
più complicato della produzione capitalistica — la crisi del
mercato mondiale — viene negato, negando la condizione prima
della produzione capitalistica, cioè che il prodotto è
merce, perciò deve rappresentarsi come denaro e passare
attraverso il processo di metamorfosi cioè il processo di
compravendita ... anche il denaro viene allora
conseguentemente concepito come semplice intermediario dello
scambio dei prodotti, non come una forma di esistenza
essenziale e necessaria della merce che deve rappresentarsi
come valore di scambio-lavoro generale sociale” (ibidem pag.
543).
“Anzitutto ‘il possesso di
altri beni’ non è lo scopo della produzione capitalistica,
ma ]‘appropriazione di valore, di denaro, di ricchezza
astratta” (ibidem, pag. 545).
Contrapponendosi alle tesi
riformiste del suo tempo (che dicevano che il capitalismo
grazie alla struttura monopolistica si sarebbe sviluppato
senza crisi e sarebbe arrivato “naturalmente” al socialismo,
rendendo quindi inutile la rivoluzione), la Luxemburg ne fa
una critica serratissima e dimostra che l’accumulazione
capitalistica non può procedere senza crisi. Ma il problema
dell’accumulazione da ugualmente una risposta sbagliata,
affermando che “l'accumulazione in un ambiente
esclusivamente capitalistico è impossibile”
(“Un'anticritica” in “L’accumulazione del capitale” p. 583)
e quindi che l’accumulazione è possibile solo fino a quando
esistono al di fuori del sistema capitalistico aree
economiche non-capitalistiche, con le quali poter scambiare
il plusvalore eccedente. In realtà la Luxemburg anche se
sottolinea sempre che il suo è da considerarsi un contributo
all'analisi marxista e non una revisione, mette in
discussione tutta la teoria di Marx, perché Marx parte
sempre dal presupposto che vi sia “il dominio generale ed
esclusivo del capitalismo” e che in tale sistema
l’accumulazione possa avvenire.
Dalla sua analisi la Luxemburg trae la conclusione che il
capitalismo, avendo ormai occupato quasi tutta l’area
mondiale, era vicinissimo al punto in cui l’accumulazione
non sarebbe più stata possibile e quindi sarebbe
automaticamente crollato (definisce infatti l’imperialismo
“espressione politica del processo di accumulazione del
capitale nella sua lotta di concorrenza intorno ai residui
di ambienti non-capitalistici non ancora posti sotto
sequestro” in “L’accumulazione del capitale” p. 447).
L’errore principale commesso dalla Luxemburg è quello di
considerare il capitale sociale come capitale unico e il
saggio generale del profitto come saggio unico di profitto.
Con queste premesse è chiaro come l’accumulazione in un
ambiente esclusivamente capitalistico non possa avvenire.
Marx afferma infatti nei Grundrisse:
“Un capitale universale che non
abbia di fronte a sé altri capitali con cui scambiare — e
dall’attuale punto di vista egli non ha di fronte a sé altro
che il lavoro salariato e se stesso — è perciò un assurdo.
La repulsione reciproca dei capitali è già implicita nel
capitale in quanto valore di scambio realizzato” (Gnindrisse
vol. 11, p. 28, Ed. La Nuova Italia).
L’accumulazione in un ambiente
capitalistico avviene proprio perché il capitale sociale è
una molteplicità di capitali e il saggio generale del
profitto è la media di vari saggi particolari di profitto.
In tal modo attraverso la lotta di concorrenza fra i vari
capitali (i capitali a composizione organica più elevata
realizzano, a danno dei capitali a più bassa composizione
organica, il valore contenuto nelle loro merci ed anche un
sovrapprofitto), si attua l’accumulazione del capitale
sociale nel suo complesso. Sempre dai Grundrisse:
“Concettualmente la concorrenza
non è altro che la natura interna del capitale, la sua
determinazione essenziale che si presenta e si realizza come
azione e reazione di una molteplicità di capitali l’uno
sull’altro, la tendenza interna non necessita esterna. Il
Capitale esiste e può esistere soltanto come molteplicità di
capitali e perciò la sua autodeterminazione si presenta come
azione e reazione reciproca” (Ibidem p. 17).
E ancor più chiaramente in seguito:
“ Riguardo al suo operaio il
capitalista sa bene che egli non gli sta di fronte come
produttore e consumatore e perciò desidera restringere il
più possibile il suo consumo, vale a dire la sua capacità di
scambio, il suo salario. Egli si augura naturalmente che gli
operai degli altri capitalisti siano il più possibile grandi
consumatori della sua merce. Ma il rapporto di ciascun
capitalista rispetto ai suoi operai è il rapporto generale
tra capitale e lavoro, che è il rapporto essenziale. Ma
l’illusione — vera per il singolo capitalista distinto da
tutti gli altri, per cui al di fuori dei suoi operai tutto
il resto della classe operaia gli sta di fronte in veste di
consumatore e di soggetto di scambio, cioè di spenditore di
denaro, non come operaio — questa illusione dicevamo nasce
proprio da questo. Cioè si dimentica che come ha detto
Malthus “proprio l’esistenza di un profitto su una merce
presuppone una domanda esterna a quella del lavoratore che
la ha prodotta”, e perciò la domanda di questo stesso
operaio non può mai essere adeguata. Poiché una produzione
mette in moto un’altra e perciò si procura dei consumatori
negli operai del capitale altrui, ecco che per ogni singolo
capitale la domanda della classe operaia, che è creata
attraverso la produzione stessa, figura come domanda
adeguata” (ibidem, p. 26).
Non solo l’accumulazione continua ad avvenire nella fase del
“dominio generale-assoluto del capitale” ma in questa fase
l’accumulazione avviene su una base produttiva più estesa e
tra contraddizioni crescenti.
Proprio dal concentrarsi di queste contraddizioni e dal
fatto che esse non possono più essere contenute all’interno
dei rapporti economici esistenti, non solo nascono le crisi,
ma ora esse sono sempre più grandi e distruttive.
Le crisi del mercato mondiale devono essere concepite come
il concentramento reale e la perequazione violenta di tutte
le contraddizioni dell’economia borghese” (teorie sul
plusvalore” p. 552).
Tra tutte le contraddizioni quella tra produzione e consumo
sulla base dei rapporti capitalistici è certamente molto
importante. E’ essa infatti che costituisce la condizione
della sovrapproduzione e quindi racchiude già la possibilità
della crisi (la possibilità, ma non la necessità che va
ricercata nella produzione del plusvalore e non nella sua
realizzazione).
“La sovrapproduzione in modo speciale ha per condizione la
legge generale di produzione del capitale, di produrre nella
misura delle forze produttive, cioè della possibilità di
sfruttare, come una data massa di capitale, una massa di
lavoro la più grande possibile senza riguardo per i limiti
di mercato esistenti o per i bisogni solvibili, e di
realizzare questo per mezzo di un continuo allargamento
della riproduzione e della accumulazione, mentre d’altro
canto la massa dei produttori rimane limitata alla misura
media dei bisogni e deve restare limitata secondo
l’organizzazione della produzione capitalistica” (Ibidem p.
577).
Comunque la Luxemburg ha
intuito (anche se ne ha poi dato una soluzione teorica
sbagliata) che dal momento in cui il capitalismo completa
l’occupazione dell’area mondiale e si ha quindi “il dominio
generale ed esclusivo del capitalismo” le sue contraddizioni
esplodono in tutta la sua violenza.
Questo non significa però che il capitalismo, giunto a
questo punto, debba automaticamente distruggersi; significa
solo che sviluppandosi oltre produce contraddizioni sempre
più favorevoli alla rivoluzione proletaria, che la
rivoluzione è sempre più necessaria.
2. TEORIA DELLA CRISI
Abbiamo visto precedentemente
come nel processo di riproduzione allargata, e quindi
nell’accumulazione, sono già insite tutta una serie di
contraddizioni che determinano la possibilità delle crisi,
cioè è possibile che ad un certo momento dello sviluppo
tutte queste contraddizioni sfocino violentemente in un
processo di crisi. Ora ciò che vogliamo dimostrare è che la
crisi non solo è possibile, ma all’interno dei rapporti
capitalistici è necessaria, che lo sviluppo capitalistico,
la sua accumulazione può avvenire solo attraverso successivi
momenti di crisi.
La possibilità generale della crisi è la metamorfosi formale
del capitale stesso (cioè il fatto che la merce deve essere
trasformata in denaro), la separazione temporale e spaziale
di compra e vendita.
Ma questa non è mai la causa della crisi. Perché non è altro
che la forma più generale della crisi, quindi la crisi
stessa nella sua espressione più generale. Si cerca la sua
causa, si vuole appunto sapere perché la sua forma più
astratta, la forma della sua possibilità, dalla possibilità
diventa realtà. (ibidem, p. 587).
Prima di affrontare direttamente questo problema alcune
precisazioni.
Quando si parla di sovrapproduzione di capitale non
s'intende semplicemente sovrapproduzione di merci
individuali (quantunque la sovrapproduzione di capitale
determini sempre sovrapproduzione di merci), ma
sovraccumulazione di capitale, cioè sovrapproduzione di
mezzi di produzione e di sussistenza, in quanto questi
possano operare come capitale.
“Vengono periodicamente
prodotti troppi mezzi di lavoro e di sussistenza, perché
possano essere impiegati come mezzi di sfruttamento degli
operai ad un determinato saggio di profitto. Vengono
prodotte troppe merci, perché il valore ed il plusvalore che
esse contengono possano essere realizzati e riconvertiti in
nuovo capitale, e nei rapporti di distribuzione e di consumo
inerenti la produzione capitalistica, ossia perché questo
processo possa compiersi senza continue esplosioni. Non
viene prodotta troppa ricchezza. Ma periodicamente viene
prodotta troppa ricchezza nelle sue forme capitalistiche,
che hanno un carattere antitetico” (Capitale III (I) p.
315).
Si ha sovrapproduzione relativa
quando la sovrapproduzione abbraccia un settore produttivo o
solo alcuni settori, sovrapproduzione assoluta quando
investe l’intera area capitalistica; inoltre la
sovrapproduzione relativa prepara sempre la sovrapproduzione
assoluta, per cui la nostra analisi si riferisce alla
sovrapproduzione assoluta.
“Si avrebbe una
sovrapproduzione assoluta di capitale qualora il capitale
addizionale delta C destinato alla produzione capitalistica
fosse uguale a zero. Ma lo scopo della produzione
capitalistica è l’autovalorizzazione del capitale, ossia
l’appropriazione del plusvalore, la produzione di
plusvalore, di profitto. Non appena dunque il capitale fosse
accresciuto in una proporzione tale rispetto alla
popolazione operaia, che né il tempo di lavoro assoluto
fornito da questa popolazione operaia potesse essere
prolungato, né il tempo di plusvalore relativo potesse
essere esteso (quest’ultima eventualità non sarebbe d’altro
lato possibile nel caso in cui la domanda di lavoro fosse
così forte da determinare una tendenza di rialzo dei
salari), quando dunque il capitale accresciuto producesse
una massa di plusvalore soltanto equivalente od anche
inferiore a quella prodotta prima del suo accrescimento,
allora si avrebbe una sovrapproduzione assoluta di capitale;
ossia il capitale accresciuto C più delta C non produrrebbe
un profitto maggiore o produrrebbe un profitto minore di
quello dato dal capitale C, prima del suo accrescimento di
delta C” (Capitale voi. III (I) p. 307-308).
Il processo d'accumulazione
capitalistica si attua con un aumento continuo della
composizione organica del capitale sociale, quindi con una
diminuzione tendenziale del saggio di profitto (Il
plusvalore cresce sempre meno del capitale anticipato (c +
v).
Si giunge perciò necessariamente un certo momento del
processo in cui, supponendo che il plusvalore assoluto e il
plusvalore relativo non possano più essere estesi, la massa
del plusvalore sociale è diventata troppo piccola rispetto
al capitale complessivo accumulato, e quindi questa massa di
plusvalore non è più in grado di valorizzare l’intera base
produttiva, per cui l’accumulazione, il processo di
riproduzione allargata, deve interrompersi.
E’ quindi la legge fondamentale dello sviluppo capitalistico
la caduta del saggio di profitto, che determina la necessità
della crisi.
“Lo sviluppo della forza
produttiva del lavoro, determinando la caduta del saggio di
profitto, genera una legge che, ad un datò momento, si
oppone inconciliabilmente al suo sviluppo e che quindi
essere superata per mezzo di crisi” (ibidem p. 315).
All’interno dell’area investita
dalla sovrapproduzione assoluta, si ha una crisi generale
della struttura produttiva e creditizia. Solo una parte del
capitale esistente e precisamente quella a composizione
organica più elevata, quindi più concorrenziale — potrà
continuare a valorizzarsi concentrandosi a spese degli altri
capitali, mentre un’altra parte è esportata al di fuori
dell’area, in zone ove il saggio di profitto è più alto e
può essere investito più produttivamente (base economica
della nascita dell’imperialismo).
“Quando il capitale C viene
inviato all’estero questo non avviene perché sia
assolutamente impossibile impiegarlo nel paese, ma perché
all’estero può venire impiegato ad un saggio di profitto più
elevato. Ma questo capitale è effettivamente superfluo
rispetto alla popolazione operaia occupata e a quel
determinato paese in generale, come tale esso sussiste
accanto ad un relativo eccesso di popolazione e, fornisce un
esempio di come questi due fenomeni coesistono e sono
dipendenti tra di loro” (ibidem, p.3 13).
In tal modo il capitale supera
la crisi aumentando il suo grado di concentrazione, cioè con
una maggior concentrazione organica, e ampliando la sua base
produttiva e di mercato mediante l’allargamento dell’area
stessa.
“E a partire da questo momento
il medesimo circolo vizioso verrebbe ripetuto con mezzi di
produzione più considerevoli, con un mercato più esteso e
con una forza produttiva più elevata” (Ibidem p. 312).
E’ quindi attraverso successivi
momenti di crisi che il capitalismo estende sempre più il
suo dominio e questa tendenza all’espansione è una necessità
che deriva dal suo nodo di produzione stesso. Il capitalismo
non può esistere senza espansione. E’ evidente allora che
dal momento in cui il sistema capitalistico distruggendo
tutti i modi di produzione precedenti (feudalesimo, ecc.) si
è esteso su tutta l’area mondiale (“Inizio del dominio
generale ed esclusivo del capitalismo”2 periodo
immediatamente precedente la prima guerra mondiale) tutte le
sue contraddizioni si inaspriscono ulteriormente. Infatti
ora ogni merce è prodotta all’interno di un rapporto di
produzione capitalistico, ogni mercato è un mercato
capitalistico, per cui ogni capitalista realizza il valore
della sua merce sempre più a spese di un altro capitalista:
allora i monopoli diventano necessari e indispensabili per
stabilire il controllo del mercato e la “libera concorrenza”
diviene una concorrenza sempre più feroce tra monopoli; la
composizione organica dei capitali si eleva sempre più
velocemente, per aumentare il plusvalore estorto e diminuire
i prezzi delle proprie merci; la caduta del saggio di
profitto è sempre più rapida e le crisi sono sempre più
distruttive e catastrofiche, l’allargamento della base
produttiva di un’area in crisi può avvenire soltanto
occupando un’altra area capitalistica e quindi le guerre
interimperialistiche per una nuova spartizione del mondo
diventano indispensabili per ogni ulteriore sviluppo. Mai
come ora l’essenza del modo di produzione capitalistico
“produrre per distruggere, distruggere per poter produrre”
appare in tutta la sua assurdità.
3. LA CRISI ECONOMICA ATTUALE
L’attuale crisi economica che
coinvolge il sistema capitalistico nel suo complesso è crisi
di sovrapproduzione assoluta di capitale rispetto all’intera
area capitalistica occidentale. Per capirne a fondo la
specificità e quindi gli sbocchi inevitabili che dovrà
assumere, sono indispensabili alcune considerazioni.
Il capitale monopolistico multinazionale
L’esito del secondo conflitto
mondiale ha determinato la spartizione del mondo in due
grandi aree: quella occidentale, sotto il dominio
dell’imperialismo USA, e quella orientale, sotto il dominio
del socialimperialismo URSS. Se elemento costitutivo
fondamentale dell’imperialismo è stato sin dal suo sorgere
il capitale monopolistico, è solo però con la II guerra
mondiale che si ha il definitivo affermarsi su tutta l’area
occ. del capitale monopolistico multinazionale: i grandi
gruppi monopolistici superano definitivamente i loro confini
nazionali per spaziare liberamente su tutta l’area, anzi la
struttura multinazionale diventa ora fattore necessario ed
indispensabile per ogni ulteriore possibilità di
accumulazione3. E’ infatti grazie alla struttura
multinazionale che si possono sfruttare pienamente i diversi
saggi di profitto presenti nell’area, e realizzare così
quegli enormi sovrapprofitti che sono il dato caratteristico
dell’accumulazione nella fase imperialistica.
Le varie aree nazionali sopravvivono ora come retroterra
delle multinazionali. Cioè per ogni multinazionale l’area
nazionale, in cui essa è nata e si è sviluppata, diventa il
suo punto di forza, la zona in cui essa gode di una
posizione di monopolio quasi incontrastato. Quando parliamo
di multinazionali quindi sottintendiamo sempre
multinazionali con polo nazionale e per esemplificare usiamo
i termini multinazionali americani, tedesche, ecc.; così
pure quando parliamo di dominio dell’imperialismo USA
sull’area occ. intendiamo dominio delle multinazionali
americane (a conferma di questo dominio è sufficiente un
dato: nel 1974 tra le 100 multinazionali più forti 80 erano
americane)!
In questa fase quindi nell’area occ. la contraddizione
intercapitalistica principale non è più tra aree nazionali
(come è stato fino alla II guerra mondiale) ma tra grandi
gruppi multinazionali. Con questo non vogliamo negare
l’esistenza anche di contraddizioni tra le varie “nazioni”
capitalistiche, ma pensiamo che queste contraddizioni siano
sempre il riflesso di contraddizioni ben più profonde tra
gruppi multinazionali.
Il passaggio alla struttura multinazionale come fattore
stabile e necessario, ha determinato inoltre un notevole
sviluppo delle forze produttive su scala mondiale. Si è
elevata la composizione organica media e si è accelerata, di
conseguenza, la velocità di caduta del saggio generale del
profitto.
Tutto ciò ha aggravato ulteriormente le contraddizioni
capitalistiche ed avrebbe portato ancor più velocemente a
crisi ed esplosioni violente del tessuto economico, se non
fossero intervenute una serie di controtendenze a
rallentarne lo sviluppo.
Si badi bene: per controtendenze intendiamo un insieme di
fenomeni che, tentando di opporsi all’esplosione delle
contraddizioni, possono tutt’al più frenarne lo sviluppo, ma
non negarle. Possono, cioè ritardare la crisi, ma non
evitarla (tutto ciò è confermato dal fatto che nonostante
tutti gli sforzi dei vari “esperti” borghesi il sistema è
precipitato ugualmente in una crisi violentissima). Tra
queste controtendenze ne analizziamo due: la “società dei
consumi” e lo “Stato-banca”, perché da parte borghese se ne
fa un gran parlare come di “toccasana” che dovrebbero
risolvere tutte le contraddizioni del capitalismo e da parte
riformista si tenta addirittura di contrabbandarle come
grandi innovazioni che possono portare, “se ben guidate”, al
socialismo.
LA SOCIETA’ DEI CONSUMI
Già Marx individua come una
delle cause che si oppone alla caduta del saggio di
profitto, lo sviluppo della produzione di quelli che
definisce beni di lusso.
“D’altro lato però sorgono
nuove industrie, soprattutto per la produzione dei beni di
lusso, le quali si fondano proprio su quella
sovrappopolazione relativa che si trova sovente disoccupata
in seguito alla preponderanza del capitale costante in altri
rami di produzione, poggiano a loro volta sulla
preponderanza di quegli elementi di lavoro vivo che solo
gradualmente percorrono la stessa evoluzione degli altri
rami di produzione. In entrambi i casi il capitale variabile
assume una notevole importanza rispetto al capitale
complessivo ed il salario rimane al di sotto della media,
cosicché tanto il saggio quando la massa del plusvalore
risultano eccezionalmente elevati in questi rami di
produzione. E poiché il saggio generale del profitto è
formato dal livellamento dei saggi di profitto nei
particolari rami di produzione, anche in questo caso la
medesima causa che provoca la tendenza alla caduta del
saggio di profitto agisce da contrappeso a questa tendenza e
ne paralizza l’effetto in grado maggiore o minore (Capitale,
III (I) p. 290).
L’enorme sviluppo delle forze
produttive nell’attuale fase dei monopoli multinazionali ha
reso sempre più acuta la contraddizione tra aumento della
concentrazione capitalistica e dimensioni ristrette della
sua base produttiva che ha portato, in tal modo, a tassi di
sovrappopolazione molto elevati. Sviluppando al massimo nei
paesi capitalistici avanzati la produzione dei beni di lusso
(“società dei consumi”), utilizzando a tal fine gli enorme
sovrapprofitti realizzati mediante la struttura
multinazionale, si è cercato di aumentare il più possibile
la base produttiva, e si è ridotta (anche se solo
parzialmente) la sovrappopolazione eccedente.
Ma lo stesso sviluppo accelerato delle forze produttive ha
fatto scendere molto velocemente anche in questi rami il
saggio di profitto. Il suo effetto di controtendenza è
andato quindi sempre più perdendo di forza e nel momento di
crisi si è trasformato anzi in un fattore di aggravamento
della crisi stessa (infatti le produzioni di “beni di lusso”
sono state investite dalla crisi per prime: basti pensare
alla crisi dell’industria automobilistica).
Quindi la “società dei consumi” non è il prodotto di un
capitalismo riformato che tende al socialismo e per questo
“innalza il tenore di vita degli operai”, ma l’estremo
tentativo di un capitalismo sempre più agonizzante che cerca
disperatamente di sfuggire alla morsa delle sue
contraddizioni.
LO STATO BANCA
La caduta accelerata del saggio
di profitto rende inoltre sempre più difficile per i grandi
gruppi imperialistici reperire all’interno del loro stesso
processo di produzione il capitale necessario alle
ristrutturazioni tecnologiche. Essi quindi sono costretti a
ricorrere in misura sempre maggiore all’indebitamento (nel
68 per le 700 maggiori imprese italiane i debiti ammontavano
al 46% del loro bilancio complessivo, nel 74 sono passati al
55%). Ma data la grande quantità di capitale finanziario
occorrente, diventa anche sempre più difficile rastrellare
questi fondi all’interno del mercato finanziario (la “ crisi
della borsa” è infatti un elemento endemico e strutturale
dei paesi capitalistici più sviluppati)! Si deve quindi
ricorrere a prestiti statali. Lo Stato assume così in campo
economico la funzione di una grande banca al servizio dei
gruppi imperialistici multinazionali. Dal modo con cui lo
Stato-banca rastrella a livello sociale questi capitali
necessari (che non sono altro che plusvalore sociale
“assegnato” alle multinazionali) nasce il processo
inflazionistico permanente, caratteristico dell’attuale
sviluppo capitalistico.
Gli stessi economisti borghesi sono disposti a riconoscere
che l’inflazione è oggi inseparabile dallo sviluppo
capitalistico. Quando però si tratta di definire le cause o
ricorrono a fumose teorie incomprensibili a loro stessi,
oppure si rifanno alla teoria classica di Ricardo.
Secondo essa l’aumento dei prezzi (cioè l’inflazione)
sarebbe determinata da un'eccedenza di banconote rispetto
alla quantità delle merci. Quindi causa dell’inflazione
sarebbero le lotte salariali degli operai che avrebbero
fatto aumentare “sconsideratamente” la quantità delle
banconote rispetto alla quantità delle merci.
La tesi politica che si nasconde dietro una simile teoria è
fin troppo evidente: o gli operai lavorano di più aumentando
la produzione e quindi la quantità delle merci prodotte
oppure si deve necessariamente aumentare il prezzo delle
merci stesse, per riequilibrare la loro quantità con la
quantità delle banconote.
Marx in “Per la critica dell’economia politica” e nel
“Capitale III (II)” dimostra ampiamente l’inconsistenza
scientifica ditali argomenti. Basti qui ricordare:
a) che la quantità di banconote in circolazione è sempre
inferiore alla quantità di merci (infatti una banconota, in
quanto mezzo di circolazione, fa sempre circolare una
quantità di prodotti il cui valore complessivo è sempre
superiore a quello della banconota stessa).
b) che il valore del denaro è determinato dal rapporto tra
quantità di banconote e riserva aurea e non tra quantità di
banconote e quantità di merci.
Quindi può esservi un processo inflazionistico dovuto ad una
diminuzione di valore del denaro (che determina
necessariamente un aumento del prezzo delle merci). Questa
diminuzione di valore del denaro è dovuta però ad una
diminuzione della riserva aurea (ad es. una certa quantità
di oro è stata inviata all’estero per pagare debiti
internazionali, e questo fatto compare costantemente nei
momenti di crisi) oppure ad un aumento della quantità di
banconote circolanti rispetto alla riserva aurea che è
rimasta invariata. Ora insieme a questo fenomeno
inflazionistico “classico” si ha anche un processo
inflazionistico “specifico” dovuto alla struttura
monopolistica dell’economia ed al relativo intervento dello
Stato. Il meccanismo è il seguente: i gruppi monopolistici
per contrastare la caduta del loro saggio di profitto,
alzano i prezzi delle loro merci (possono farlo proprio
grazie alla struttura monopolistica che gli permette di
stabilire un controllo sui mercati) e data la centralità dei
monopoli nel tessuto economico complessivo un aumento di
prezzo delle loro merci determina un processo
inflazionistico generale; lo Stato con la “politica dei
redditi” camuffata dietro paraventi che si chiamano di volta
in volta “compatibilità”, “salvaguardia dell’interesse
nazionale”, ecc., e attuata con il consenso più o meno
esplicito dei sindacati e dei partiti “operai”, tenta di
fissare un limite massimo ai salari operai.
Contemporaneamente, mediante l’aumento della tassazione
diretta e indiretta, che si traduce sempre in un aumento dei
prezzi al consumo, esso rastrella quel plusvalore sociale
che attraverso il “credito agevolato” convoglia verso i
gruppi monopolistici (lo Stato diventa cioè il regolatore
del saggio generale del profitto).
Si crea così “coscientemente” un processo inflazionistico
“controllato” che erode i redditi di strati piccoli e medio
borghesi (i cosiddetti ceti parassitari) e che soprattutto
determina una riduzione progressiva del salario reale
operaio (il che equivale ad estrazione di plusvalore da
parte questa volta del capitalista-Stato).
Che questo processo inflazionistico sia inevitabile lo
ammettono, anche se a denti stretti, gli stessi borghesi:
“E’ inevitabile che l’economia americana cresca più
lentamente che nel passato. Le città e gli stati, il mercato
ipotecario, i piccoli affari e i consumatori riceveranno
tutti di meno di quanto vorrebbero, perché la salute degli
USA dipende essenzialmente dalla salute delle grandi imprese
e banche: i grandi creditori e i grandi debitori. Eppure
sarà una pillola amara da ingoiare per molti americani
l’idea di disporre di meno perché le grandi imprese possano
disporre di più. E ciò soprattutto perché è del tutto
evidente che se le grandi banche e le grandi imprese sono le
vittime più appariscenti dei mali dell’inflazione, ne sono
anche in larga misura la causa” (da “Business Week” del
12/10/74).
L’intervento dello Stato nell'economia quindi, ben lungi dal
presentarsi come “il portatore delle istanze di progresso e
di rinnovamento di tutta la società”, ne fa emergere sempre
più chiaramente la sua funzione di garante dello sviluppo
capitalistico, la sua natura specifica di strumento di
classe.
Nella crisi attuale gli “strumenti inflazionistici” sono
utilizzati al massimo grado (infatti l’inflazione ha
raggiunto tassi di aumento del 20%); sempre più
frequentemente grandi gruppi monopolistici alzano, con la
preventiva autorizzazione dello Stato, il prezzo delle loro
merci (vedi gli ultimi “ritocchi di listino”
Fiat-Montedison-Pirelli), la tassazione diretta e indiretta
è ogni giorno più pesante (“riforma fiscale”, aumenti dei
telefoni, dei trasporti, ecc.!), il credito agevolato è
sempre più selettivo (nel 1974 in Italia 9 grandi imprese da
sole si sono aggiudicate il 55% dei prestiti a lungo e medio
termine ed il tasso medio sui debiti onerosi, cioè gli
interessi che si devono pagare sui prestiti a breve termine,
è stato per le migliaia di imprese di piccole dimensioni del
19%, mentre per le 700 imprese di grandi dimensioni
dell’11,4%; inoltre rispetto al 73 per le piccole imprese è
aumentato di ben l’8%, da 11% a 19%, mentre per le grandi
imprese solo del 3,7%, da 7,7% a 11,4%). (Dalla relazione
annuale di Mediobanca).
Gli economisti borghesi fanno infatti un gran affidamento
sull’intervento dello Stato per risolvere la crisi attuale.
Felix G. Rohatyn, dello staff dirigente di molte grandi
multinazionali tra cui L’ITT, scrive sul “New York Times”
dell’1.12.74: “La RFC (è come il nostro IRI) deve diventare
parte integrante della nostra struttura economica, non solo
fornitore di crediti in ultima istanza ma uno strumento di
salvataggio e di stimolazione. Essa non dovrebbe investire
permanentemente in una determinata singola impresa. Dovrebbe
rimanere un ente d'investimenti o sul piano della
compartecipazione o come creditore, fino a quando possa, nel
pubblico interesse, disimpegnarsi dall’impresa in cui
investe e immettere i mezzi finanziari nei normali canali di
mercato o fino a quando i meccanismi di mercato siano in
grado di funzionare efficacemente.
La RFC dovrebbe quindi di fatto divenire un fondo circolante
che interviene dove non esistono altre alternative e che si
ritira quando il pubblico interesse è stato servito e
possono di nuovo operare le normali forze di mercato”.
Come sempre i borghesi vedono la crisi come “crisi
finanziaria” determinata dalla “sproporzionalità” degli
investimenti e s'illudono quindi che con investimenti
addizionali attuati dallo Stato (il capitalista sociale) si
possa “riproporzionare” il sistema. Ma l’aspetto finanziario
è solo la forma immediata in cui si presenta la crisi, è un
suo effetto, per cui intervenendo a questo livello
s'influisce su un aspetto secondario non sulla causa della
crisi (che è la sovrapproduzione di capitale rispetto al
basso saggio di profitto).
L’intervento dello Stato ha evitato infatti il grande crollo
finanziario tipo '29, ma ha prodotto in compenso il
risultato:
a) che la crisi finanziaria, invece di presentarsi
immediatamente concentrata in tutta la sua esplosività,
percorre strettamente sviluppata lo svolgersi della crisi;
b) che la concentrazione capitalistica avviene in modo
“pianificato” ma non per questo meno violento e caotico che
se fosse lasciata ai normali meccanismi di mercato (sono
sotto gli occhi di tutti i milioni di disoccupati, i
fallimenti sempre più frequenti di aziende piccole e grandi,
ecc.);
Per questo siamo fermamente convinti che questi
provvedimenti sortiranno l’effetto contrario a quello
sperato: cercando di diluire le contraddizioni senza poterle
risolvere, in realtà le concentrano in misura sempre
maggiore facendole diventare sempre più esplosive.
Le prime avvisaglie della crisi si ebbero alla fine degli
anni ‘60 con i forti contrasti tra le potenze capitalistiche
occidentali nel campo finanziario (la convertibilità del
dollaro, la rivalutazione dell’oro, la ridefinizione dei
trattati di Bretton-Woods, ecc.).
La situazione andò poi aggravandosi progressivamente fino a
precipitare nel ‘73, anno in cui inizia il crollo
contemporaneo della produzione industriale in tutti i paesi
capitalistici occidentali; dal 73 a metà del ‘75 si è avuto
il seguente calo della produzione:
Stati Uniti - 16%
Germania occ. - 15%
Francia - 12%
Giappone - 31%
Gran Bretagna - 8%
Italia - 17%
(questi fatti da soli
dimostrano nel modo più evidente come la crisi attuale sia
crisi di sovrapproduzione assoluta di capitale rispetto alla
intera area occidentale e cancellano di un sol colpo tutte
le “idiozie finanziarie” degli esperti borghesi).
All’imperialismo occidentale si pone quindi di nuovo il
dramma ricorrente della produzione capitalistica: ampliare
la sua area per poter ampliare la sua base produttiva.
Infatti rimanere ancora rinchiuso nell’area occidentale,
significa per il capitalismo accumulare contraddizioni
sempre più laceranti: la concentrazione crescerebbe in modo
acceleratissimo, il saggio di profitto raggiungerebbe valori
bassissimi, la base produttiva sarebbe sempre più ristretta,
la disoccupazione aumenterebbe notevolmente. A brevissimi e
apparenti momenti di ripresa seguirebbero perciò fasi
recessive sempre più gravi. Si avrebbe un processo di crisi
permanente e sempre più distruttivo. Gli economisti borghesi
che sperano in un rilancio della produzione in USA,
Giappone, Germania Occ., che determini “per simpatia” una
ripresa produttiva di tutta l’area occidentale, non
capiscono che la ripresa dei paesi capitalistici più forti
può avvenire solo a spese di quelli più deboli.
Questo “rilancio” aggraverebbe quindi ulteriormente le
contraddizioni. Si pone perciò all’imperialismo occidentale
la necessità improrogabile di allargare la sua area. Questo
allargamento può avvenire solo a spese dell’area
socialimperialista e porterà perciò inevitabilmente allo
scontro diretto USA-URSS (Polo centrale di questo scontro
sarà l’Europa). Gli scontri parziali a cui stiamo assistendo
(Medio Oriente, Portogallo, ecc.) non sono che i prodromi
dell’imminente scontro generale.
Questa è la prospettiva storica che il capitale
monopolistico pone a breve termine a se stesso e al
movimento rivoluzionario. All’interno di questa prospettiva
la posizione del proletariato non può che presentarsi come
urto generale e decisivo con il dominio capitalistico e la
sua direttiva tattica non può che essere fissata da questa
prospettiva storica: O GUERRA DI CLASSE NELLA METROPOLI
IMPERIALISTA O TERZA GUERRA IMPERIALISTA MONDIALE.
4. STRUTTURA DI CLASSE NELLA FASE DEI
MONOPOLI MULTINAZIONALI
“L’accumulazione del capitale
si realizza in un costante mutamento qualitativo della sua
composizione, in un costante aumento della sua parte
costitutiva costante … questa diminuzione relativa della
parte costitutiva variabile, accelerata con l’aumento del
capitale totale e più rapida della sua propria crescita, si
presenta invece dall’altro lato come una crescita assoluta
della popolazione operaia sempre più rapida di quella del
capitale variabile, dei mezzi cioè che le danno lavoro.
L’accumulazione capitalistica piuttosto produce in
continuazione, ed esattamente in rapporto alla propria
energia e alla propria entità, ( ... una popolazione operaia
relativa), o piuttosto (una sovrappopolazione operaia
relativa), cioè eccedente le esigenze medie di
valorizzazione del capitale, quindi superflua ossia
supplementare” (Capitale I, p. 456-6 Ed. Newton-Compton).
Questa è la legge della
popolazione specifica del modo di produzione capitalistico.
L’alto livello di composizione organica dell'attuale fase
dei monopoli multinazionali determina tassi di
sovrappopolazione relativa estremamente elevati e nei paesi
capitalistici più sviluppati ci troviamo addirittura in
presenza di una tendenza alla diminuzione assoluta della
popolazione attiva e, all’interno di essa, alla diminuzione
degli operai. Alcuni dati.
ITALIA
1901-1921: la popolazione
attiva pur aumentando in valore assoluto scende dal 48% al
46,5% della popolazione totale con una diminuzione
percentuale di 1,5%
1921-1938: dal 46,5% al 42,8%, con una diminuzione
percentuale di 3,7% (continua però ad aumentare in valore
assoluto)
1951-1971: dal 41,7% al 35,5% con una diminuzione
percentuale del 6,2%
Come si vede il tasso di
popolazione attiva è andato diminuendo con velocità sempre
crescente (quindi il tasso di sovrappopolazione relativa è
aumentato sempre più velocemente), arrivando a toccare la
punta più alta di 6,2% negli ultimi venti anni.
Nel periodo 1951-71 abbiamo per la prima volta una
diminuzione assoluta della popolazione attiva che passa da
19.800.000 nel 51, a 19.600.000 nel 61, a 19.500.000 nel 71.
Il numero degli operai (industria, edilizia, agricoltura)
nel periodo 1961-71 (e proprio in questa fase si formano e
si sviluppano in Italia i primi grossi monopoli
multinazionali, es. Montedison ecc.) diminuisce per la prima
volta in valore assoluto, passando da 8.400.000 a 7.200.000.
Inoltre per la prima volta il numero degli operai
dell’industria resta costante in un decennio di espansione
economica (1961: 4.300.000 — 1971: 4.300.000) e questo
significa già di per sé una tendenza alla diminuzione.
Infatti se analizziamo più specificatamente i dati, vediamo
che in Lombardia regione pilota della economia nazionale,
nel periodo 63-68 (fase di notevole espansione economica)
abbiamo una diminuzione assoluta degli operai dell’industria
(-80.000 unità) (da uno studio di Sylos Labini pubblicato su
Quaderni di sociologia n. 4,1972).
USA
Fase d'espansione economica. La
classe operaia della industria tessile diminuisce del 33%;
nei settori metallurgico, legno, distillerie, calzature si
ha una caduta dell'occupazione oscillante dal 10 al 25%.
(da “ Lavoro e occupazione in Usa” di Harry Bravermann,
Monthley Rewiew, Luglio 1975).
Per tentare di mantenere
elevata la popolazione attiva assistiamo nei paesi
capitalistici più sviluppati ad un’espansione dei lavori
“improduttivi” (servizi, commercio, ecc.) e ciò può essere
fatto grazie a sovrapprofitti ma nonostante tali espedienti
essa tende costantemente a diminuire in valore assoluto.
Rispetto alla popolazione quindi, lo sviluppo capitalistico
nella fase dei monopoli multinazionali è caratterizzato
dalla tendenza alla diminuzione assoluta della popolazione
attiva, ed in particolare del numero degli operai e dal
progressivo, aumento di quella parte della popolazione
definitivamente esclusa dal processo produttivo (gli
emarginati).
Ciò comporta modificazioni tendenzialmente stabili del
tessuto di classe.
Classe operaia
Se per la classe operaia si
manifesta la tendenza alla diminuzione assoluta, si deve
però tenere ben presente che questa diminuzione è
accompagnata da una concentrazione e un livellamento sempre
crescenti della classe operaia stessa quindi da una crescita
di forza e combattività.
Esercito di riserva
“Alla produzione capitalistica
non è assolutamente sufficiente la quantità di forza
lavorativa che mette a disposizione il naturale aumento
della popolazione. Per godere di un libero gioco le è
indispensabile tendenza alla diminuzione assoluta, si deve
però tenere ben presente che questa diminuzione è un
esercito industriale di riserva indipendente da questo
limite naturale” (Capitale I, p. 469, ed. N.C.).
L’esercito di riserva assolve
cioè la funzione di serbatoio regolatore della forza-lavoro
rispetto alle esigenze di sviluppo del capitale (nei momenti
di crisi si espande, nei momenti di boom viene riassorbito
dallo sviluppo della produzione).
Nella sua forma “classica” si presenta come
sovrappopolazione fluttuante, latente, stagnante.
La sovrappopolazione stagnante è formata dagli operai con
occupazione “irregolare”, occupati in piccole industrie, nel
lavoro a domicilio, ecc. La sovrappopolazione latente è
formata da quegli operai agricoli che, essendo espulsi dallo
sviluppo capitalistico dell'agricoltura (caratteristica
dell'agricoltura capitalistica è infatti la diminuzione
assoluta degli operai impiegati nel procedere
dell'accumulazione), attendono di passare nel proletariato
industriale.
La sovrappopolazione fluttuante è formata da quegli operai
che, licenziati da grandi industrie per l’elevata
composizione organica ivi raggiunta attendono di essere
riassunti da altre industrie in espansione.
Nella sua forma “classica” l’esercito di riserva si presenta
quindi come collocazione temporanea dell’operaio espulso
dalla produzione, in attesa di esservi reinserito alla
prossima fase espansiva.
Ora invece l’espulsione dell’operaio dalla produzione assume
carattere di stabilità, la “disoccupazione tecnologica” è
diventata cioè un elemento stabile dello sviluppo
monopolistico multinazionale (in USA il tasso di
disoccupazione del 6% che caratterizzò gli anni di
recessione 1949-50 è divenuto il tasso di disoccupazione
stabile nel periodo di prosperità della fine anni ‘60).
Tutto ciò ha modificato la forma dell’esercito di riserva.
Anche la “scuola di massa” assolve oggi la funzione di
serbatoio regolatore della forza-lavoro rispetto alle
esigenze di sviluppo del capitale.
Essa, grazie alla sua struttura “frazionata” (media
inferiore — superiore, università), può nei momenti di
espansione economica gettare sul mercato del lavoro la
quantità richiesta di forza-lavoro qualificata e nelle fasi
di recessione, assorbirla al proprio interno. (Nei momenti
di crisi economica abbiamo infatti aumenti notevoli del
tasso di scolarità).
Secondo quest'ipotesi anche gli studenti fanno parte del
nucleo centrale dell’esercito di riserva nella fase dei
monopoli multinazionali.
Quest'ipotesi inoltre fornisce una base strutturale per
spiegare le lotte studentesche di questi anni.
GLI EMARGINATI
Sono un prodotto della società
capitalistica nella sua attuale fase di sviluppo e il loro
numero è in continuo aumento. Sono utilizzati dalla società
capitalistica, in quanto società dei consumi, come
consumatori. Sono però consumatori senza salario. Da questa
contraddizione nasce il forte incremento della
“criminalità”, che caratterizza attualmente i paesi
capitalistici avanzati.
Una parte degli emarginati riflette a livello immediato la
coscienza borghese (consumistica): estremo individualismo,
aspirazione ad un sempre maggior “consumo”.
Un’altra parte riflette la coscienza rivoluzionaria, cioè
l’abolizione della loro condizione d'emarginati, da cui
l’abolizione della società fondata sul lavoro salariato. In
questo quadro va vista la funzione del “carcere”. Il carcere
ha innanzitutto la funzione generale di strumento
terroristico nei confronti dei proletari per tenerli legati
alla produzione, oltre che con la fame, anche con la paura.
Rispetto agli emarginati ha la funzione di serbatoio di
raccolta.
In carcere poi si è avuta storicamente la presa di coscienza
rivoluzionaria di una parte degli emarginati. Questo per i
seguenti motivi:
1. costretti a vivere in comunità, si può superare la
mentalità individualista;
2. scontrandosi con la repressione più brutale (botte, celle
d’isolamento, trasferimenti in carceri più punitivi,
manicomi) si comincia a prendere coscienza della propria
condizione e quindi della necessità di organizzarsi per
lottare.
Di qui può sorgere la presa di coscienza nei confronti di
tutta la società. Già Marx ha individuato nella diminuzione
assoluta degli operai una delle contraddizioni più laceranti
del capitalismo, giunto ad un elevato grado di sviluppo.
“Uno sviluppo delle forze
produttive che avesse come risultato di diminuire il numero
assoluto degli operai, che permettesse in sostanza a tutta
la nazione di compiere la produzione complessiva in un
periodo minore di tempo, provocherebbe una rivoluzione
perché ridurrebbe alla miseria la maggior parte della
popolazione ” (Capitale III (I) p. 321 Ed. Riuniti).
E’ dunque l’alto sviluppo delle
forze produttive nella fase dei monopoli multinazionali che
pone gli studenti e gli emarginati al fianco della classe
operaia nella lotta per il comunismo.
Ciò significa che la classe operaia resta comunque il nucleo
centrale e dirigente nella rivoluzione comunista e sarebbe
un gravissimo errore pensare che gli studenti e gli
emarginati possano sostituirsi ad essa con una loro teoria
al di fuori del programma comunista (per questo ogni teoria
della “rivoluzione degli studenti” o della “rivoluzione
degli emarginati” si presenta come farsa
controrivoluzionaria).
Ai compagni che affrontano per la prima volta la teoria
economico-politica marxista consigliamo come lettura
preliminare il seguente testo: “GUIDA ALLA LETTURA DEL
CAPITALE”, Collettivo di storici C. Marx, Berlino Ovest,
MUSOLINI Editore. Collana: Teoria e storia di classe. Lire
1.500.
* * * *
Note
1. L'ipotesi fatta che il
plusvalore assoluto e relativo ad un certo punto del
processo non possano più estendersi è validissima. Per il
prolungamento del plusvalore assoluto esistono certamente
limiti fisici (il fatto che la giornata lavorativa non può
superare un certo numero di ore senza distruggere la forza
lavoro) e d’altra parte l’introduzione di tre turni di otto
ore rende praticamente impossibile un ulteriore
prolungamento del tempo di plusvalore assoluto (3 x 8 = 24
ore). Per il prolungamento del plusvalore relativo sappiamo
che esso dipende dal crescere della composizione organica
del capitale, ma abbiamo visto che nel momento di crisi la
composizione organica non può aumentare, per cui anche il
plusvalore relativo non può essere esteso.
Inoltre i momenti di crisi sono sempre preceduti da fasi
di forte espansione economica, che determinano una tendenza
al rialzo dei salari (vedi gli aumenti salariali ottenuti
dalla classe operaia italiana negli anni 1960-68) per cui
anche questo fatto impedisce ulteriormente la possibilità di
aumentare il plusvalore relativo.
2. La fase del dominio generale ed esclusivo è quella in
cui il capitalismo ha esteso il suo modo di produzione su
tutta l’area mondiale. Ora cioè non esistono praticamente
più aree economiche autonome rispetto al sistema
capitalistico.
Ciò non significa che non sopravvivano più forme e
strati sociali precapitalistici, ma ora queste forme e
questi strati sono tutti interni allo sviluppo capitalistico
stesso e quindi regolati dalle sue leggi economiche (il
“sottosviluppo” è funzionale allo “sviluppo”).
3. Per comprendere la base economica e la funzione
dell’imperialismo è utile una periodizzazione storica dello
sviluppo capitalistico.
1860-1873: Apogeo della
libera concorrenza.
In questo periodo si ha il
dominio del capitale inglese sull’area mondiale. E’ l’età
d’oro del capitalismo in cui il sistema funziona
“spontaneamente”, grazie alle normali forze di mercato.
L'esportazione di capitale è essenzialmente esportazione
di capitale merce. Iniziano le prime conquiste coloniali Il
capitalismo si va diffondendo in Europa e in America del
Nord.
1873-1900: Fase del
colonialismo.
Massimo sviluppo delle
guerre coloniali: i paesi capitalistici più forti si vanno
spartendo il mondo.
Possedimenti coloniali delle potenze capitalistiche
europee.
Anno 1876 1900
in Africa 10,8% 90,4%
in Polinesia 56,8% 98,9%
in Asia 51,5% 56,6%
In Europa si ha un ricorso generale al protezionismo,
che permette ai vari paesi capitalistici di consolidare e
sviluppare i rispettivi capitali nazionali.
Nei paesi capitalistici più avanzati si costituiscono i
primi cartelli (accordi tra varie industrie per la
spartizione del mercato interno e la fissazione dei prezzi,
le industrie mantengono però la loro reciproca autonomia),
che rappresentano però ancora l’eccezione.
“Sul mercato interno la concorrenza retrocede di fronte
ai cartelli mentre sui mercati esteri essa trova una
barriera nei dazi protezionistici di cui si circondano tutti
i grandi paesi industriali, eccettuata l’Inghilterra. Ma
questi dazi rappresentano in realtà soltanto degli armamenti
per la definitiva campagna industriale universale che dovrà
decidere della supremazia sul mercato mondiale”. (da una
nota di Engels al Capitale III (Il) pag. 112).
1900-1914: Inizia la fase imperialista.
I cartelli sono ora la base
di tutta la vita economica. Cominciano a formarsi i monopoli
(non più semplici accordi tra industrie se parate, ma grandi
industrie unificate che controllano il mercato interno e
stabiliscono i prezzi). Compaiono anche i primi Trust
multinazionali.
“La famosa AEG domina da 175 a 200 società (col sistema
delle partecipazioni)”. Soltanto all’estero essa ha 34
rappresentanze fra cui 12 società per azioni in oltre 10
Stati.
S'intende che l’AEG rappresenta una grande impresa
combinata, comprende non meno di 16 società di produzione
dei più moderni prodotti finiti, a cominciare dai cavi e
dagli isolatori fino alle automobili e agli aeroplani”. (da
“L'Imperialismo” di Lenin).
“Caratteristica dell’Imperialismo in questa fase è
l’esportazione di capitale sotto forma di capitale
finanziario, cioè capitale monetario che i paesi
capitalistici più forti prestano ad alti tassi d‘interesse
ai paesi capitalistici più deboli, per essere trasformato in
capitale industriale.
I paesi capitalistici più forti incamerano giganteschi
sovrapprofitti col “taglio delle cedole” e il capitale
bancario assume un peso preponderante. Si completa la
spartizione dell’intera superficie terrestre tra i paesi
capitalistici e inizia la ripartizione del mondo tra i Trust
multinazionali.
Alle guerre coloniali subentra necessariamente la guerra
interimperialista per una nuova spartizione del mondo (prima
guerra mondiale 1915-18).
1918-1940: L’esito della prima guerra mondiale non ha
risolto il problema del dominio sull’area mondiale. La
Germania esce dalla guerra indebolita ma non distrutta. La
rivoluzione proletaria vittoriosa in Russia e sempre più
incalzante negli altri paesi capitalistici pone nuovi e più
gravi problemi alle varie borghesie per alcune nazioni si ha
un ritorno a forze protezionistiche variamente mascherate
(es. le “Teorie autarchiche” in Italia), per permettere una
rapida ricostruzione dopo le distruzioni della guerra. Il
Monopolio è ora la base delle varie economie “ricostruite”.
1945-19 75: La seconda guerra mondiale stabilisce il
dominio dell’imperialismo USA sull’area capitalistica
occidentale, Il monopolio multiproduttivo multinazionale
(cioè grandi trust, con aziende in vari paesi, investimenti
in diversi settori produttivi, che si spartiscono il mercato
mondiale) è ora l’elemento dominante. La ripartizione
dell’area capitalistica occidentale non è più fra nazioni ma
fra multinazionali.
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