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IMPERIALISMO E INTERNAZIONALISMO
PROLETARIO
“ Gli Stati Uniti
hanno scelto di essere il nemico mortale di tutti i governi
di popolo, di tutte le mobilitazioni della coscienza
socialista scientifica ovunque nel mondo, di tutti i
movimenti antimperialisti della terra. La loro storia negli
ultimi 50 e più anni, le caratteristiche intrinseche delle
loro strutture fondamentali, la loro dinamica politica,
economica e militare fanno degli Stati Uniti il prototipo
della controrivoluzione fascista internazionale ”.
George L. Jackson
Iniziamo questa
relazione con una citazione del grande combattente
afroamericano assassinato dai gorilla imperialisti nel
carcere di San Quentin perché essa nella sua essenzialità
coglie il cuore di una questione per noi fondamentale: la
questione dell’imperialismo.
I termini generali del problema li possiamo riassumere come
segue.
L’imperialismo è un sistema di dominio mondiale al cui
centro stanno gli Stati Uniti, al centro dei quali stanno le
grandi compagnie multinazionali ed i loro interessi. Questo
sistema si è negli anni articolato e stratificato per aree
funzionali di produzione e consumo che sono nello stesso
tempo aree politiche e militari.
I paesi del “ Vecchio Continente ” compongono un'importante
area economica, politica e militare dell’imperialismo.
Questa area, da un punto di vista capitalistico
sostanzialmente omogenea, in termini strategici viene
definita “sistema democratico occidentale ”.
Negli ultimi tempi, dopo la lotta di liberazione vittoriosa
del Vietnam e della Cambogia, dopo la crisi di Cipro e del
Medio Oriente questo “sistema”, insieme al Giappone è
diventato il banco di prova dell’intero sistema
imperialista.
Ciò vuol dire che è in Europa principalmente che sempre più
si giocherà la permanenza e lo stravolgimento degli
equilibri mondiali sanciti dalla seconda guerra mondiale.
L’unità economica, politica e militare sotto il segno
atlantico di quest’area in altri termini è decisiva per gli
Stati Uniti. E lo è a tal punto che non è affatto azzardato
sostenere che dal punto di vista “ amerikano ” (che non è
solo quello degli USA ma anche quello dei suoi alleati
atlantici), il “sistema democratico occidentale” costituisce
in questa congiuntura una totalità strategica (politica,
economica, militare) che non ammette mutilazioni e che non
tollera modifiche di sostanza.
L’Italia, in quanto componente organica di questo sistema e
dunque del sistema mondiale imperialista capeggiato dagli
USA, si trova in una posizione estremamente importante
perché:
— con la crisi di regime che la travaglia, costituisce un
fattore di crisi dell’intero schieramento imperialista;
— per la grande influenza che ha il PCI costituisce un punto
di forza dello schieramento sociale-imperialista e dopo i
recenti fatti portoghesi ciò non va affatto trascurato;
— per la forza non trascurabile del movimento rivoluzionario
può trasformarsi in un’area rivoluzionaria dirompente
dell’Europa.
Questa situazione è oltremodo eccellente per le forze
rivoluzionarie del nostro paese perché a livello mondiale
l’imperialismo è scosso da violente convulsioni e tutto fa
pensare che il peggio non è ancora venuto. La crisi che
attraversa, senza dubbio è la più grave dopo la seconda
guerra mondiale, è nello stesso tempo economica, politica e
militare.
Economica perché è crisi ciclica di sovrapproduzione in
presenza di un’inflazione galoppante e di un disordine
finanziario e monetario mai registrato. Politica poiché
scatena i fattori d'instabilità d'alcuni regimi subalterni e
attivizza la lotta operaia, proletaria e rivoluzionaria
delle classi oppresse tanto negli USA che in Europa.
Militare poiché determina uno scollamento crescente dalla
NATO e la defezione di alcuni importanti paesi.
Forza scatenante della crisi sono state le lotte dei popoli
e delle classi che con determinazione rivoluzionaria hanno
opposto una resistenza ideologica, politica e armata alle
sue pretese egemoniche planetarie.
Più precisamente le contraddizioni che hanno costretto
l’imperialismo alla “ crisi ”, alla difensiva e dunque ad
entrare nella fase storica della sua dissoluzione sono tre:
— i paesi che lottano per la loro liberazione e per il
comunismo;
— il social-imperialismo sovietico anch’esso interessato al
controllo di aree strategiche, al rastrellamento di materie
prime, a nuovi mercati e sbocchi per i suoi investimenti;
— le lotte operaie e il decollo di guerriglie proletarie nei
suoi centri industriali e metropolitani.
E' la complessa dialettica tra queste contraddizioni che
spinge irreversibilmente verso una ridefinizione dei
rapporti di forza tra imperialismo, social-imperialismo e
forze rivoluzionarie e che dunque alimenta, nel mondo
capitalista occidentale in generale, e in Italia in
particolare, condizioni oggettivamente favorevoli alla
crescita dell’iniziativa apertamente rivoluzionaria. Sta
alle classi rivoluzionarie e alle loro avanguardie politiche
e militari cogliere l’occasione.
Sul teatro europeo l’imperialismo reagisce alla sua crisi
rincorrendo tre obbiettivi fondamentali:
— favorisce un processo di controrivoluzione globale e
aperta contro ogni forza a lui antagonista;
— ridimensionare all’interno di ogni paese la forza della
classe operaia e ristabilire rapporti di forza favorevoli
alle classi dirigenti locali “sicuramente atlantiche ”;
— scoraggiare le velleità autonomistiche che si sono fatte
strada in alcuni paesi per ricondurli sotto l’“ala americana
”.
Manovre economiche e servizi segreti lavorano assiduamente
in questa prospettiva. L’uso della “crisi petrolifera” è
solo l’ultimo esempio, anche se alla prova dei fatti si è
dimostrata un’arma a doppio taglio.
Perché se da un lato l’inflazione selvaggia, la recessione
produttiva e il pericolo di una vera e propria depressione
hanno consentito il ricatto politico (“se volete colmare il
disavanzo del deficit petrolifero e rimettere in sesto,
almeno in parte, le bilance dei pagamenti coi nostri
prestiti dovete liquidare senza incertezze le spinte
“comuniste” che erodono alla base la stabilità dei regimi
politici”); dall’altro hanno acutizzato tensioni di classe e
così favorito le spinte rivoluzionarie.
Appare chiaro tuttavia che “crisi dell’imperialismo”
nell’immediato non vuoi dire “crollo”, ma controrivoluzione
globale imperialista e cioè:
a) ristrutturazione dei modelli economici di base;
b) ristrutturazione delle funzioni economiche entro una
divisione internazionale del lavoro e dei mercati
rigidamente pianificata;
c) riadeguamento delle strutture istituzionali, statali e
militari dei regimi meno stabili e più minacciati entro la
cornice dell’ordine imperialista.
Affermare che l’Italia è l’anello debole del “sistema
democratico occidentale” vuol dunque anche dire che è il
paese in cui la controrivoluzione si scatenerà più forte e
l’intero sistema imperialista si assumerà la responsabilità
di questo processo. Ciò significa che il proletariato
italiano a misura in cui s'intensifica la guerra di classe
nel paese, non si troverà a “fare i conti” solo col suo
nemico interno, bensì con l’intera organizzazione economica,
politica e militare dell’imperialismo.
Si vuol dire, più in generale, che la guerra di classe
rivoluzionaria nelle metropoli europee è immediatamente
anche guerra di liberazione antimperialista, perché
l’emancipazione di un popolo in un contesto imperialista
deve fare i conti con la repressione imperialista.
Non esistono “vie nazionali” al comunismo, perché non esiste
nella nostra epoca la possibilità di sottrarsi singolarmente
al sistema di dominio imperialista. Di fronte alla richiesta
di potere che sta alla base dei movimenti di forze comuniste
che operano sul continente europeo, la contro rivoluzione
imperialista assume una specificità differente solo per
forma e per intensità: non per qualità.
Che differenza c’è tra la CDU e la DC? Strauss non è certo
diverso da Fanfani!
Per questo insieme di motivi l’internazionalismo proletario
è la nostra prima bandiera di lotta; l’area continentale è
lo scenario d’insieme entro il quale vanno studiate “le
leggi della condotta della guerra che influiscono sulla
situazione di insieme della guerra”; il territorio nazionale
è il teatro operativo della nostra guerriglia; i poli di
classe industriali e metropolitani i punti di forza e di
irradiamento della guerra civile rivoluzionaria.
ASPETTI ECONOMICI DELLA CRISI DI REGIME
Premesso che la crisi è
il risultato della contraddizione che ha opposto le forze
produttive ai rapporti di produzione capitalistici e cioè
dell’antagonismo espresso con continuità dalle lotte operaie
degli ultimi sei anni, vediamone la specificità economica.
La crisi economica attuale presenta tre caratteri
principali:
— è crisi di sovrapproduzione o meglio di sottoconsumo: dopo
la forte espansione degli anni 1950-1960 (miracolo
economico) siamo entrati in una fase caratterizzata da un
forte squilibrio tra quantità di merci prodotte o
producibili e assorbimento del mercato. Questo è l’aspetto
storico dell’attuale crisi;
— è crisi in presenza di un forte aumento dei costi delle
materie prime, tra cui il petrolio.
Questo ha come effetto che, nella misura in cui il prezzo
del macchinario aumenta, in conseguenza dell’aumento di
prezzo sia delle materie prime che lo compongono, sia delle
materie ausiliarie al suo funzionamento, proporzionalmente
diminuisce il saggio medio di profitto.
L’aumento del costo delle materie prime produce inoltre la
riduzione o l’arresto dell’intero processo di riproduzione
del capitale, sia perché il ricavato della vendita delle
merci è insufficiente a riprodurre tutti gli elementi
costitutivi della merce stessa, sia perché viene resa
impossibile la continuazione del processo riproduttivo su
una scala corrispondente all’allargamento tecnico di esso;
— è crisi in presenza di una forte caduta di saggio medio di
profitto. Questo è l’aspetto specifico della crisi economica
attuale.
E importante analizzare le conseguenze che questa forte
caduta di saggio medio di profitto ha prodotto e produrrà
sulla struttura economica e politica del sistema. Se la
caduta tendenziale del saggio medio di profitto è una
caratteristica fondamentale del processo capitalistico (in
quanto tende sempre più ad aumentare il capitale costante in
rapporto al capitale variabile) in Italia in quest'ultimo
decennio (1966-1974) questa caduta tendenziale ha subito un
notevole processo di accelerazione dovuto soprattutto al
sorgere prepotente dell’industria chimica, come industria
imperialista multinazionale (Montedison). L’industria
chimica è caratterizzata infatti da un saggio di plusvalore
elevato (cioè valori alti della produttività per ogni
singolo operaio), ma da un saggio medio di profitto
bassissimo.
Questo porta a far sì che è sempre più difficile per il
capitalista chimico reperire all’interno del processo di
produzione stesso i capitali necessari alle ristrutturazioni
tecnologiche e quindi deve ricorrere all’indebitamento.
Ma data la grande quantità di capitale finanziario, diventa
sempre più difficile rastrellare questi fondi all’interno
del mercato finanziario privato (finanziarie private e
azionariato) per cui deve ricorrere ai prestiti statali. In
tal modo nasce per il capitalista chimico la necessità di
stabilire buoni rapporti con l’apparato statale per ottenere
questi prestiti alle condizioni più vantaggiose.
Di qui a trasformare l’apparato statale in una struttura
strettamente funzionale alle sue esigenze di sviluppo, il
passo è breve ed anzi assolutamente necessario.
Lo stato assume quindi, in campo economico, le funzioni di
una grossa banca al servizio dei grandi gruppi
imperialistici multinazionali.
Dal modo in cui lo Stato-banca rastrella “a livello sociale”
questi capitali necessari (che non sono altro che plusvalore
complessivo “assegnato” alle multinazionali) nasce il forte
processo inflazionistico caratteristico dello sviluppo
capitalistico attuale nella fase dominata dai grandi gruppi
imperialisti multinazionali.
E chiaro che il processo qui esemplificato per il settore
chimico, vale per ogni altro settore in cui domina la
struttura capitalistica multinazionale (cioè vale per la
Montedison, come per la FIAT, come per la Pirelli) e vale
per ogni funzione dello Stato (economica, politica,
militare). Lo Stato diventa espressione diretta dei grandi
gruppi imperialistici multinazionali, con polo nazionale. Lo
Stato diventa cioè funzione specifica dello sviluppo
capitalistico nella fase dell’imperialismo delle
multinazionali; diventa: Stato Imperialista delle
Multinazionali.
Il capitalismo italiano quindi cerca di usare la crisi
attuale per costruire lo Stato imperialista delle
multinazionali. Cioè anche in Italia si tenta di percorrere
il modello americano-tedesco.
MODIFICAZIONI SUL TESSUTO DI CLASSE
Vediamo le conseguenze
che la caduta del saggio medio di profitto produce sulla
struttura di classe.
Nei settori dove il saggio di profitto ha valori
estremamente bassi, si nota una diminuzione assoluta di
forza-lavoro utilizzata. Ad esempio per la Montedison, nel
periodo 1966-71, nel settore chimico, si hanno investimenti
in impianti fissi per 600 miliardi, con un notevole aumento
rispetto agli anni precedenti ed una diminuzione di
forza-lavoro da 70.761 a 70.661 unità. Questa tendenza è più
che confermata anche negli ultimi quattro anni.
D’altra parte il sistema capitalistico in quanto anche
produttore di merce forza-lavoro, produce un forte aumento
della popolazione complessiva.
Basti pensare Che all’inizio del 1800 la popolazione della
terra era calcolata intorno ad un miliardo di unità; con
l’avvento del sistema capitalistico si ha in 150 anni una
quadruplicazione della popolazione mondiale (attualmente
siamo intorno ai 4 miliardi).
Da tutto ciò si può trarre una generalizzazione: la caduta
tendenziale del saggio medio di profitto produce una
diminuzione della forza-lavoro utilizzata in rapporto alla
popolazione complessiva: cioè di fronte ad un aumento
costante della popolazione complessiva non si ha
proporzionalmente un aumento della forza-lavoro utilizzata.
Abbiamo detto in precedenza che l’aspetto specifico della
crisi economica attuale è la forte caduta del saggio medio
di profitto. Quindi si può sostenere che l’attuale crisi
produrrà una notevole diminuzione della forza-lavoro
utilizzata in rapporto alla popolazione complessiva.
Questo fenomeno avverrà in modo sempre più accelerato e sarà
una caratteristica stabile del nostro sviluppo economico.
Tutto ciò produce e produrrà sul tessuto di classe
modificazioni stabili che si possono così schematizzare.
Rispetto alla popolazione complessiva si avrà:
a) una diminuzione continua di salariati con occupazione
stabile;
b) un aumento dell’“esercito di riserva” (serbatoio in cui
attingere nei momenti di espansione), cioè dei salariati con
occupazione instabile (vedi attualmente l’uso della cassa
integrazione);
c) un aumento di quella parte di popolazione che sarà
espulsa in modo definitivo dal processo capitalista (gli
emarginati).
Quest’ultimo fenomeno finora non si era manifestato in
termini acuti grazie all’emigrazione che ha significato per
tutto un certo periodo lo sbocco alla sovrapproduzione di
forza-lavoro. Attualmente, data la forte caduta a livello
internazionale del saggio medio di profitto, questa valvola
di sfogo non può più funzionare. Gli emigrati tornano a casa
per ripopolare le fila dei disoccupati e dei sottoccupati e
cioè, in definitiva, degli emarginati.
Rispetto ai comportamenti di classe si può così ipotizzare:
— salariati con occupazione stabile
Una parte di questi riflette il livello di coscienza
immediata che è di difesa della loro condizione di salariati
(equo salario). Costoro formano la base materiale del
riformismo.
Un’altra parte, ed è lo strato più produttivo, quello in cui
lo sfruttamento si accentua sempre più (l’operaio della
catena), sviluppa una coscienza rivoluzionaria, cioè
l’abolizione del lavoro salariato e la distruzione della
società capitalistica.
— emarginati
Gli emarginati sono un prodotto della società capitalistica
nella sua attuale fase di sviluppo ed il loro numero è in
continuo aumento. Sono utilizzati dalla società
capitalistica, in quanto società dei consumi, come
consumatori.
Sono però consumatori senza salario. Da questa
contraddizione nasce la “ criminalità ”.
L’utilizzo “economico” della criminalità da parte del
capitalismo sta nel fatto che essa contribuisce alla
distruzione della merci necessarie per continuare il ciclo.
Per intenderci si potrebbero benissimo costruire automobili
a prova di ladro, ma ciò va contro gli interessi della FIAT.
Una parte degli emarginati riflette a livello immediato la
coscienza borghese: estremo individualismo, aspirazione ad
un sempre maggior “consumo”.
Un’altra parte riflette la coscienza rivoluzionaria
d'abolizione della loro condizione d'emarginati, da cui
l’abolizione della società fondata sul lavoro salariato.
— esercito di riserva
Per quanto riguarda l’esercito di riserva, i livelli di
coscienza sono dati dall’intreccio dei livelli di coscienza
riscontrabili all’interno dei salariati con occupazione
stabile e degli emarginati.
IL
PROGETTO POLITICO DEMOCRISTIANO
Se gli anni 1970-1974
sono stati caratterizzati da forti contraddizioni
all’interno della borghesia (per esemplificare scontro
Montedison-FIAT), contraddizioni che hanno spaccato
verticalmente la struttura dello Stato, dei partiti, delle
forze sindacali, il periodo attuale sembra caratterizzato da
una raggiunta fase di “armistizio” fra i vari gruppi
capitalistici italiani: cioè di fronte all’acutizzarsi della
crisi, i vari gruppi capitalistici hanno serrato le fila.
Armistizio non significa però fine delle contraddizioni
all’interno del fronte borghese, significa semplicemente un
congelamento momentaneo di queste contraddizioni,
congelamento che si manifesta attraverso un raggiunto
accordo (anch’esso di carattere momentaneo) sulla
spartizione di potere fra i più forti gruppi borghesi. In
questa chiave sono da interpretarsi l’accordo raggiunto al
vertice della Confindustria nella primavera 1974 (Agnelli
presidente e Cefis vicepresidente), l’unità stabilitasi
intorno a Fanfani delle più forti correnti DC (Fanfaniani,
Dorotei, Andreottiani, ecc.), l’attuale composizione e
funzione del governo Moro.
Sarebbe comunque un errore pensare che le contraddizioni che
dividono il fronte della borghesia siano contraddizioni di
carattere antagonista.
Esse sono semplicemente varianti tattiche dello stesso
progetto: la costruzione dello Stato Imperialista delle
Multinazionali. L’essenza del conflitto intercapitalistico
sta semplicemente in questo: quale sarà il gruppo
imperialista multinazionale che, guidando il progetto di
costruzione dello Stato Imperialista, si assicurerà la fetta
più grossa di potere.
Il progetto politico della DC, che trova in questo momento
il suo più autorevole interprete in Fanfani, mira a fare
della DC stessa l’asse portante di questo progetto dello
Stato Imperialista.
Ponendosi in ogni momento come gestore dell’“armistizio”
raggiunto, la DC cerca di essere l’elemento di continua
mediazione dialettica fra gli interessi dei vari gruppi
capitalisti.
Nelle intenzioni della DC si dovrà realizzare così,
all’interno di un processo caratterizzato da contraddizioni
nello schieramento borghese e da un forte scontro tra
borghesia e proletariato, la costruzione “pezzo su pezzo”
dello Stato Imperialista e alla fine di questo processo una
completa integrazione tra DC e Stato Imperialista.
E' chiaro che questo processo però non avverrà in modo
certamente pacifico, ma andrà assumendo sempre più i
caratteri della “guerra civile”.
Questo anche, e soprattutto, per la profonda crisi
d'egemonia che costringe la borghesia, le sue rappresentanze
politiche e le istituzioni dello Stato a risolvere sempre
più le contraddizioni di classe per mezzo della forza,
utilizzando cioè l’intero apparato di coercizione e solo
quello.
Più in particolare il progetto politico democristiano,
apertamente sostenuto anche da Tanassi, da Sogno e da
Almirante, si propone di costruire intorno al blocco
integralista della DC un più vasto e articolato “blocco
storico” apertamente reazionario e controrivoluzionario,
funzionale alla costruzione dello Stato Imperialista.
Le elezioni amministrative di giugno e ancor più le prossime
elezioni politiche sono giocate in questa prospettiva di
lungo periodo. E così pure i “temi” dominanti della
propaganda politica in queste sinistre campagne elettorali
non hanno un carattere contingente come dimostrano di
credere i revisionisti, ma sono anch’essi una tappa della
costruzione “pezzo su pezzo” dello Stato Imperialista.
Emblematica, al riguardo, è la questione dell’“ordine
pubblico” e della guerra alla “criminalità politica” che più
che a guadagnare voti, punta alla militarizzazione
preventiva del territorio e della lotta di classe ovvero è
direttamente strumentale alla necessità di ricostruire un
quadro di valori di massa che consentano la ristrutturazione
e la concentrazione di tutti i poteri dello Stato nella
prospettiva della guerra civile controrivoluzionaria. Perché
questa è la strada, l’unica strada, che la Democrazia
Cristiana indica e percorre per far fronte alla crisi di
Regime. Al di là delle apparenze “conciliari”, ciò che la DC
vuole è uno scontro aperto fra le forze rivoluzionarie e
progressive ed il blocco storico controrivoluzionario. Essa
cerca una spaccatura verticale che emargini ed annienti le
forze ostili alla ristrutturazione imperialista dello Stato
di Regime. Essa si propone di garantire ai padroni delle
multinazionali imperialiste:
1) — il rafforzamento delle strutture e dell’organico
militari nei due sensi di una funzionalizzazione ai progetti
NATO e della specializzazione antiguerriglia contro la
sovversione interna
2) — la creazione di una “magistratura di regime” e
l’irrigidimento dei provvedimenti penali su quei capitoli
particolarmente inerenti alla guerra di classe, dalle norme
sulla detenzione delle armi, a quelle sulla carcerazione
preventiva, al fermo di polizia, al confine, alle pene
esemplari per i militanti rivoluzionari;
3) — l’adozione di misure “preventive” come la
militarizzazione delle grandi città, delle istituzioni degli
uomini più esposti del regime.
E più in generale, proprio per realizzare questi obbiettivi
col minor numero di contraddizioni essa punta ad una precisa
riforma costituzionale, all’elezione diretta del presidente
della repubblica e ad un decisivo aumento di potere
dell’Esecutivo: in breve alla cosiddetta “repubblica
Presidenziale”.
Ristrutturare lo Stato per battere il movimento operaio sul
terreno della guerra civile: questa è l’essenza del progetto
politico democristiano.
IL PATTO CORPORATIVO
Il tentativo di
costruire legami corporativi tra la classe imprenditoriale
del regime e le organizzazioni sindacali dei lavoratori è
funzionale più di quanto si creda alla formazione dello
Stato Imperialista.
Agnelli, in quanto portavoce dell’interno padronato, lo
aveva anticipato nel suo primo discorso da Presidente della
Confindustria, quando sostenne la necessità di “addivenire
ad un patto sociale che, a 30 anni dall’aprile ‘45,
ridefinisca gli obiettivi nazionali del popolo italiano in
vista degli anni ‘80 e ‘90. Non si tratta però di un patto
tra sindacati - imprenditori - governo”.
Lo ha ribadito anche quest’anno: “La durezza della crisi
economica, le sue complicazioni di ordine sociale e
l’esigenza di un sollecito ritorno allo sviluppo,
prospettano all’organizzazione industriale obbiettivi di
carattere generale che sono in larga parte comuni alle
organizzazioni dei lavoratori. Ritengo che sindacati e
rappresentanza imprenditoriale si trovino davanti al
medesimo problema: quello della costruzione di un quadro
generale fatto di scelte e indirizzi che non favoriscano il
consumo passivo, la rendita e l’accumulazione parassitaria,
bensì l’iniziativa e la capacità”.
Secondo Agnelli dunque le maggiori forze industriali -
multinazionali del Paese si dovrebbero assumere una
responsabilità più diretta nella gestione del potere
fissando una serie di principi politici e soluzioni tecniche
per realizzare una gestione “concordata” della crisi oggi, e
della ripresa domani con le Confederazioni sindacali e con
il Governo.
Ciò che ci interessa è che il “patto sociale” viene
giustificato non in funzione “anticongiunturale”, dunque
come accordo tattico, ma come esigenza avanzata e perciò
come progetto di stabilizzazione per gli anni ‘80!
L’operazione d'ingabbiamento che esso presuppone può essere
definito: incorporazione organica della classe operaia
dentro il capitale e dentro lo Stato. Essa segue la logica
che la classe operaia per salvare se stessa, deve salvare il
padrone; per salvare il padrone deve salvare lo Stato; per
salvare lo Stato, deve assumersi i costi economici della
riconversione produttiva ed i sacrifici della
ristrutturazione imperialista. E' una logica miserabile e
val la pena di tenerne conto solo perché essa è fatta
propria dai vertici sindacali e da quelli del Partito
Comunista.
La falsità delle argomentazioni portate a giustificazione
del “patto corporativo” sta in questo:
— si identifica l’interesse operaio con l’interesse di
sviluppo del grande capitale multinazionale e l’interesse
delle multinazionali con l’interesse nazionale;
— si contrabbanda per disposizione riformistica l’esigenza
di riconversione produttiva del grande capitale;
Il “patto corporativo” riferito alla fabbrica vuole
nascondere una realtà che da anni le avanguardie operaie
chiamano “fascismo di fabbrica” e cioè una ristrutturazione
del ciclo e dell’organizzazione del lavoro con i suoi
risvolti di:
a) rottura della rigidità della forza-lavoro (mobilità:
distruzione sistematica dei nuclei di avanguardia; maggior
utilizzo degli impianti; intensificazione dello
sfruttamento);
b) militarizzazione dell’apparato di dominio (corporativizzazione
dei dirigenti, dei quadri dei capi; sindacalismo giallo;
utilizzo dei fascisti per i “lavori sporchi”; spionaggio ).
Rispetto alla lotta operaia una conseguenza decisiva del
“patto” è dunque una più moderna concezione della
repressione: sindacalista e poliziotto, spionaggio padronale
e controllo sindacale si fondono in un unico disegno di
annientamento della autonomia e dell’antagonismo.
Un esempio è la tendenza, già dimostratasi in molte
fabbriche dove la lotta autonoma è particolarmente incisiva,
che vede gli esecutivi sindacali e le direzioni del
personale impegnati a collaborare per l’identificazione dei
“provocatori” con l’obiettivo specifico della loro
eliminazione mediante licenziamento o denuncia alla
magistratura.
In sostanza, questa proposta corporativa è decisamente
reazionaria. Essa prefigura una dittatura feroce nei
confronti delle forze di classe rivoluzionarie; e a misura
in cui essa si afferma in fabbrica, tende a proiettarsi sul
terreno politico generale chiudendo ogni spazio alla guerra
di classe rivoluzionaria.
IL “ COMPROMESSO STORICO ”
Nella sinistra ufficiale
non vi è comprensione delle profonde trasformazioni
strutturali e politiche che stanno compiendo per opera della
DC e della Confindustria all’interno della controrivoluzione
globale imperialista.
Soprattutto il PCI dimostra la sua incapacità ad indicare
una strategia di classe alternativa. La linea ribadita al
XIV° Congresso ne è una dimostrazione definitiva. La
“strategia” del Compromesso Storico affonda i suoi
presupposti in due incomprensioni decisive: il carattere
guerrafondaio dell’imperialismo, e il carattere reazionario
e imperialista della DC.
Berlinguer, questo Kautskj in sedicesimo, indica come
tendenza a livello mondiale e scorge perfino conferme dal
comportamento degli USA, la politica della “coesistenza” e
della “cooperazione” giungendo a profetizzare “un sistema di
cooperazione e integrazione così vasto da superare
progressivamente la logica dell’imperialismo e del
capitalismo e da comprendere i più vari aspetti dello
sviluppo economico e civile dell’intera umanità”. Non c’è
antagonismo per Berlinguer tra imperialismo,
social-imperialismo e rivoluzione, ma contraddizioni in via
di soluzione “pacifica” e “civile”.
La realtà lo smentisce.
La tendenza generale oggi nel mondo è quella che indicano i
compagni cinesi: è la rivoluzione.
Imperialismo e social-imperialismo si trovano sempre più
spesso in aperta contraddizione e le guerre di liberazione
dei popoli conoscono nuove vittorie. Così è in Vietnam, in
Cambogia o per altro verso in Portogallo.
Anche per quel che riguarda l’Italia l’idillio
filocapitalistico di Berlinguer non ha limiti di pudore. Con
un'operazione teorica assai lontana dal materialismo storico
e dialettico, egli propone il “compromesso con le masse
popolari cattoliche” ovvero, fuor di perifrasi, con la
Democrazia Cristiana di cui trascura o addirittura nega il
carattere imperialista, antinazionale e antipopolare che da
trent’anni fa di questo partito l’anima e il cervello di
tutte le spinte più reazionarie e fasciste che si registrano
con intensità sempre crescente nel Paese.
A tal punto si diserta dal marxismo e dal leninismo, si
sconfina dall’analisi di classe che la contraddizione
principale viene ormai presentata come contraddizione tra
“democratici” e “antidemocratici”, dove i primi sono tutti
coloro che agiscono nell’area costituzionale, e i secondi
tutti gli altri, non importa se i fascisti, rivoluzionari od
operai che perseguono obiettivi di lotta “particolaristici”
o “corporativi”.
La funzione che il PCI si assegna dunque, è quella di
recuperare all’interno del “sistema democratico” tutte le
spinte antagoniste del proletariato stravolgendole in
termini riformisti.
Il “compromesso storico” infatti non presuppone un
antagonismo strategico rispetto al programma di
realizzazione dello Stato imperialista (nello Stato
imperialista “democristiano” ci saranno un po' più
poliziotti; in quello del PCI un po' meno, ma solo perché
ognuno dovrà essere poliziotto di se stesso), ma si presenta
semplicemente come diversa formula per la gestione del
potere: di quel potere.
Il “compromesso storico” non corrisponde ad un bisogno
politico di classe, ma più riduttivamente ad un tornaconto
opportunista di uno strato di classe che dal rafforzamento
del sistema imperialista, realizza alcuni miserabili
vantaggi.
Per questo il PCI si oppone ormai violentemente al movimento
rivoluzionario e alle forze di classe da cui quest’ultimo
trae forza ed alimento.
Per questo i disegni revisionisti verranno certamente
sconfitti. Non bisogna tuttavia sottovalutare la funzione
ambivalente che nei tempi brevi la linea del “compromesso
storico” svolge entro la crisi di regime:
— da un lato costituisce un potente fattore di crisi
politica del regime; incute terrore ed accelera
contraddizioni nei settori più conservatori e più
reazionari:
— dall’altro evita che il Paese diventi ingovernabile, e
cioè ostacola lo sviluppo della guerra di classe.
Perché ciò significa che, mentre i settori conservatori o
reazionari preoccupati dalla piega degli avvenimenti
progettano e alimentano disegni di sopravvivenza apertamente
controrivoluzionari, larghi settori del movimento operaio e
popolare rimangono catturati nella trappola paralizzante
della linea del “compromesso”. E questa linea, congelando le
forze di classe ritarda ed ostacola la presa di coscienza a
livello di massa della necessità della guerra, e questo
proprio nel momento in cui la situazione è assai favorevole
per le forze rivoluzionarie.
Quando si dimentica che sono gli sfruttati che devono volere
la guerra, si è scelto per la pace dei padrone!!
PORTARE L’ATTACCO AL CUORE DELLO STATO
La nostra linea, entro
questo quadro generale di progetti e di contraddizioni resta
quella di unificare e rovesciare ogni manifestazione
parziale dell’antagonismo proletario in un attacco
convergente al “cuore dello Stato”.
Essa prende l’avvio della considerazione del tutto evidente
che è lo Stato imperialista nel suo farsi, a garantire ed
imporre il progetto complessivo di ristrutturazione e dunque
anche i progetti particolari, e che perciò al dì fuori del
rapporto classe operaia-Stato, non si dà, come del resto non
è mai data, lotta rivoluzionaria.
Obiettivo intermedio è il collasso e la crisi definitiva del
regime democristiano, premessa necessaria per una “svolta
storica” per il comunismo.
Compito principale dell’azione rivoluzionaria in questa fase
è dunque la massima disarticolazione politica possibile
tanto del regime, che dello Stato. E cioè il massimo
sviluppo possibile di contraddizioni tra le istituzioni e,
all’interno di ognuna di esse, tra i diversi progetti
tattici di soluzione della crisi e all’interno di ciascuno
di essi.
Il passaggio ad una fase più avanzata di disarticolazione
militare dello Stato e del Regime è prematuro e dunque
sbagliato per due ordini di motivi:
1) la crisi politica del regime è molto avanzata, ma ancora
non siamo vicini al “punto di tracollo”;
2) l’accumulazione di forze rivoluzionarie sul terreno della
lotta armata seppure ha visto negli ultimi due anni una
grande accelerazione, ancora non è tale per espansione sul
territorio e per maturità politica e militare da consentire
il passaggio ad una nuova fase della guerra.
La distruzione del nemico e la mobilitazione politica e
militare delle forze popolari non possono che andare di pari
passo. Il rafforzamento del potere proletario è in altri
termini condizione e premessa del passaggio alla fase più
avanzata della disarticolazione militare del regime e dello
stato nemico.
LA GUERRIGLIA URBANA
La guerriglia urbana
gioca un ruolo decisivo nell’azione di disarticolazione
politica del Regime e dello Stato. Essa colpisce
direttamente il nemico e spiana la strada al movimento di
resistenza.
E' intorno alla guerriglia che si costruisce ed articola il
movimento di resistenza e l’area dell’autonomia e non
viceversa.
Allargare quest’area vuol dire in primo luogo sviluppare
l’organizzazione della guerriglia, la sua capacità politica
e di fuoco.
Sono sbagliate tutte quelle posizioni che vedono la crescita
della guerriglia come conseguenza dello sviluppo dell’area
legale o semi legale della cosiddetta “autonomia”.
È bene far chiarezza su questo punto. Entro quella che viene
definita “area dell’autonomia” si ammucchiano e stratificano
posizioni diversissime. Alcuni, che definiscono la loro
collocazione all’interno dello scontro di classe per via
“soggettiva”, si riconoscono parte di questa area più per
imporre al suo interno bisogni e problemi ad essa, e cioè
per “recuperarla su1 terreno della politica”, che a
favorirne la progressiva definizione rivoluzionaria,
strategica, tattica ed organizzativa.
A nostro giudizio, l’intera questione va affrontata a
partire dallo strato di classe che più d'ogni altro subisce
l’intensificazione dello sfruttamento, conseguente ai
progetti di ristrutturazione capitalistica ed
imperialistica.
Teoria rivoluzionaria è teoria dei bisogni politico—militari
di “liberazione” di questo strato di classe. Solo esso
infatti esprime in potenza, se non ancora in coscienza, (che
vuol dire organizzazione) l’universalità degli interessi di
classe.
Solo intorno ai suoi bisogni possono essere organizzati e
assunti i bisogni degli strati sociali emarginati dal
processo di ristrutturazione e possono essere battuti i
propositi revisionisti, riformisti o corporativi di quella
parte di classe operaia che trova tornaconto, anche se
miserabile, nel rafforzamento dei sistema di dominio
imperialista.
Le “assemblee autonome” non sono l’avanguardia di questo
strato di classe poiché esprimono, oggi, un'interpretazione
molto parziale e soprattutto settoriale dei suoi bisogni.
Al loro sorgere esse hanno costituito un fattore decisivo
nel processo di superamento del “gruppismo”, ma oggi
rischiano di finire esse stesse nel culo di sacco di quell'impostazione.
Ciò che predispone a questo pericolo è il “feticcio della
legalità” e cioè l’incapacità di uscire dalla falsa
contrapposizione tra “legalità” e “illegalità”. In altre
parole le assemblee autonome non riescono a porre la
questione dell'organizzazione a partire dai bisogni politici
reali e così finiscono per delimitare questi ultimi entro il
tipo d'organizzazione legale che si sono date.
Tagliando il piede per farlo entrare nella scarpa!
Alcuni, maggiormente consapevoli della contraddizione in cui
si dibattono, giungono ad ammettere un dualismo
d’organizzazione e così a riproporre l’improponibile teoria
del “braccio armato” nell’antica logica fallimentare
terzinternazionalista.
Ma, pena l’estinzione della loro funzione rivoluzionaria,
esse in questa nuova situazione devono fare un salto
dialettico se vogliono rimanere aderenti all’assunto
fondamentale di organizzare, sul terreno della guerra di
classe, l’antagonismo proprio dello strato “oggettivamente”
rivoluzionario.
Fuori di questa prospettiva non c’è che minoritarismo o
subalternità al revisionismo.
La guerriglia urbana organizza il “nucleo strategico” del
movimento di classe, non il braccio armato.
Nella guerriglia urbana non ci sono contraddizioni tra
pensare ed agire militarmente e dare il primo posto alla
politica. Essa svolge la sua iniziativa rivoluzionaria
secondo una linea di massa politico-militare.
Linea di massa per la guerriglia non vuol dire, come
qualcuno fraintende, “organizzare il movimento di massa sul
terreno della lotta armata”, o perlomeno non vuol dire
questo momento.
Nell’immediato, l’aspetto fondamentale della questione
rimane la costruzione del Partito Combattente come reale
interprete dei bisogni politici e militari dello strato di
classe “oggettivamente” rivoluzionario e l’articolazione
d'organismi di combattimento a livello di classe sui vari
fronti della guerra rivoluzionaria.
La differenza non è da poco e vale la pena di esplicitarla
poiché essa nasconde una divergenza sulla questione
dell’organizzazione che non è secondaria.
La sostanza della divergenza sta nel fatto che la prima tesi
appiattisce fino a dissolverla, l'organizzazione nel
“movimento”, che nello stesso tempo viene gonfiato fino a
raggiungere dimensioni mitiche; la seconda concepisce
organizzazione e movimento come realtà nettamente distinte e
in perenne dialettica tra loro.
Il Partito Combattente è partito di quadri combattenti. E
dunque reparto avanzato e armato della classe operaia e
perciò nello stesso tempo distinto e parte organica di essa.
Il movimento è una realtà complessa e disomogenea in cui
coesistono e si combattono molteplici livelli di coscienza.
E' impensabile, e soprattutto impossibile, “organizzare”
questa molteplicità di livelli di coscienza “sul terreno
della lotta armata”. Vuoi perché questo terreno, pur essendo
strategico, non è ancora quello principale; vuoi perché il
nucleo che costruisce il Partito combattente, e cioè le BR,
non ha certamente maturato le capacità politiche, militari e
organizzative necessarie allo scopo.
Non si tratta di “organizzare il movimento di massa sul
terreno della lotta armata”, ma di radicare l’organizzazione
della lotta armata e la coscienza politica della sua
necessità storica nel movimento di classe.
Questo rimane il principale obbiettivo del Partito
combattente in costruzione in questa fase.
Per l’insieme di motivi che abbiamo discusso il livello di
scontro adeguato a questa fase resta quello della propaganda
armata.
Gli obiettivi principali dell’azione di propaganda armata
sono tre:
— creare il maggior numero possibile di contraddizioni
politiche all’interno dello schieramento nemico e cioè
disarticolarlo, disfunzionalizzarlo;
— battere la pista al movimento di resistenza praticando
terreni di scontro spesso sconosciuti ma non per questo meno
essenziali;
— organizzare lo strato di classe avanzato nel Partito e in
organismi di combattimento a livello di classe sui vari
fronti della guerra.
La propaganda armata realizzata attraverso l’azione di
guerriglia indica una fase della guerra di classe e non come
qualcuno ritiene una “forma di lotta”. A questa fase segue
quella della “guerra civile guerreggiata”, in cui compito
principale dell’avanguardia armata, sarà quello di
disarticolare, anche militarmente, la macchina burocratica e
militare dello Stato e spezzarla.
L’assalto al carcere di Casale per la liberazione di un
compagno chiarisce il concetto nel senso che quest'azione di
propaganda armata:
— ha prodotto una disarticolazione profonda dello Stato:
ribaltamento della campagna di propaganda con cui tentava di
darci per “spacciati”; vanificazione dei progetti
democristiani di un “processo esemplare” sotto le elezioni;
accentuazioni delle contraddizioni tra magistratura e CC,
tra magistratura di Milano e di Torino, tra alti gradi e
bassi gradi della magistratura; tra DC e altre forze
politiche e via elencando;
— ha battuto la pista al movimento di resistenza nei due
sensi di aver realizzato una parola di ordine del programma
rivoluzionario (liberazione dei prigionieri politici) e
perciò aver creato un clima di fiducia nella massa dei
prigionieri politici oltre che tra le avanguardie
rivoluzionarie; aver esplorato un nuovo terreno di scontro
ed aver tratto indicazioni ed esperienza che nei prossimi
tempi risulteranno decisivi;
— ha creato le premesse reali per organizzare l’avanguardia
rivoluzionaria rinchiusa nelle carceri del regime su un
programma rivoluzionario d'attacco allo Stato.
Ora evidentemente tocca al Partito combattente dentro e
fuori delle carceri trasformare le premesse in strutture, le
potenzialità rivoluzionarie liberate in potere proletario
armato.
Su quale terreno deve svilupparsi la nostra iniziativa
tattica?
Essi sono definiti in tre parole d’ordine fondamentali:
1) SPEZZARE I LEGAMI CORPORATIVI TRA LA CLASSE DIRIGENTE
INDUSTRIALE E LE ORGANIZ-ZAZIONI DEI LAVORATORI
2) BATTERE LA DC CENTRO POLITICO E ORGANIZZATIVO DELLA
REAZIONE E DEL TERRORISMO
3) COLPIRE LO STATO NEI SUOI ANELLI PIU' DEBOLI
SPEZZARE I LEGAMI CORPORATIVI TRA LA CLASSE DIRIGENTE
INDUSTRIALE E LE ORGANIZZAZIONI DEI LAVORATORI
Sul terreno della lotta
operaia il nodo da sciogliere, e dunque anche il punto
centrale del programma di lotta, è il “patto corporativo”:
il rapporto Confindustria-Confederazioni-Governo come asse
portante della ristrutturazione capitalistica e come
elemento fondamentale dello Stato corporativo imperialista
delle multinazionali.
È molto importante, ma non è sufficiente in questa
prospettiva, intensificare i movimenti autonomi di lotta
contro ogni aspetto della ristrutturazione così come ci
appare “immediatamente” con la Cassa integrazione, la
mobilità del lavoro, i licenziamenti e l’intensificazione
forsennata dello sfruttamento.
Questi livelli di scontro vanno nella direzione giusta e
assumono un carattere offensivo nella misura in cui riescono
a rompere la “gabbia” sindacale e a mettere in scacco, cioè
a minare, la capacità di controllo delle Confederazioni.
Ma l’attacco deve essere esteso soprattutto alla struttura
politico-militare del comando; perché la Confindustria
riformata è il maggior centro dell’iniziativa padronale;
perché essa si serve delle organizzazioni “sindacali” dei
dirigenti, dei quadri, dei capetti e degli operai con la
testa da padrone come cinghie di trasmissione della nuova
ideologia e come centri di organizzazione corporativa.
Disarticolare a fondo questa “cinghia” esplicitandone
struttura, modo, funzionamenti e legami con i centri di
potere politico e col disegno generale, è un'esigenza
immediata della lotta rivoluzionaria. Finora abbiamo
condotto l’epurazione a livello della produzione. Da oggi in
avanti si rende necessario investire anche livelli
amministrativi, dirigenziali o direttamente padronali più
ampi.
Disarticolare questa trama vuol dire farne saltare la
funzione politica e militare. Infatti, la tendenza
corporativa nel suo farsi, porta con sé l’esigenza e
l’organizzazione della repressione violenta dell’antagonismo
di classe e cioè di chi non accetta il suicidio
revisionista.
Di conseguenza la funzione del comando va sempre più
specializzandosi anche in questa direzione.
La raccolta di informazioni sui nuclei di avanguardia
operaia, lo spionaggio politico, l’infiltrazione, la
provocazione e ogni altro genere di lavoro
controrivoluzionario vengono portati a nuovi livelli di
efficienza.
Si tratta di non lasciarli funzionare, di anticiparli,
neutralizzarli e punire con la durezza opportuna chiunque si
assuma la responsabilità del loro funzionamento.
BATTERE
LA DC CENTRO POLITICO E ORGANIZZATIVO DELLA REAZIONE E DEL
TERRORISMO
Sul terreno politico è
la DC che va combattuta e battuta perché essa è il vettore
principale del progetto di ristrutturazione imperialista
dello Stato e il punto d'unificazione del fascio di forze
reazionarie e controrivoluzionarie che unisce Fanfani a
Tanassi, a Sogno, a Pacciardi, ad Almirante, ai gruppi
terroristici.
La DC è il nemico principale.
Essa è il partito organico della borghesia, della classe
dominante e dell’imperialismo. E' il centro politico e
organizzativo della reazione e del terrorismo. E' il motore
della controrivoluzione globale e la forma portante del
fascismo moderno: il fascismo imperialista.
Non ci si deve lasciar ingannare dalle professioni di fede
“democratica e antifascista” che talvolta vengono da taluni
dirigenti di questo partito, perché esse rispondono al
bisogno tattico di mantenere aperta la finta dialettica tra
“fascismo” e “antifascismo” che consente alla DC di
rastrellare voti facendo credere che contro il pericolo
“fascista” sia meglio la “democrazia riformata”, e cioè lo
Stato imperialista.
Il problema delle avanguardie rivoluzionarie è quello di
fare chiarezza sull’intero gioco colpendo collegamenti,
connivenze e progetti.
La DC non è solo un partito ma l’anima nera di un regime che
da 30 anni opprime le masse operaie popolari del Paese. Non
ha senso comune dichiarare la necessità di battere il regime
e proporre nei fatti un “compromesso storico” con la DC.
Ne ha ancora meno chiacchierare su come “riformarla”. La
Democrazia Cristiana va liquidata, battuta e dispersa. La
disfatta del regime deve trascinare con sé anche quest'immondo
partito e l’insieme dei suoi dirigenti.
Com'è avvenuto nel ‘45 per il regime fascista e per il
partito di Mussolini. Liquidare la DC e il suo regime è la
premessa indispensabile per giungere ad un'effettiva “svolta
storica” nel nostro paese.
Questo è il compito principale del momento!
COLPIRE LO STATO NEI SUOI ANELLI PIU'
DEBOLI
La questione dello Stato
è quella che più ci differenzia dalle forze revisioniste e
pararevisioniste che lavorano instancabilmente a
perfezionare questa macchina antiproletaria.
Con Marx, Engels, Lenin, Stalin e Mao anche noi diciamo che:
“spezzare la macchina burocratica e militare dello Stato è
la condizione preliminare d'ogni reale rivoluzione
proletaria”.
La lotta contro il corporativismo, il fascismo e il regime
non può essere disgiunta dall’azione diretta contro le
istituzioni dello Stato e rivolta, in questa fase, alla loro
massima disarticolazione politica.
“Disarticolazione politica” e non “erosione propagandistica
della credibilità democratica” perché questo Stato in via di
ristrutturazione è già lo Stato della guerra civile.
Per questo è necessario conseguire risultati sul terreno
della liberazione dei compagni detenuti politici; della
rappresaglia contro la struttura militare delle carceri;
contro l’antiguerriglia in tutte le sue articolazioni;
contro la magistratura di regime; contro quei settori del
giornalismo che si distinguono nella “guerra psicologica”.
L’attualità di questa prospettiva è più che dimostrata dai
livelli raggiunti dall’azione controrivoluzionaria nei
nostri confronti e nei confronti di tutte quelle forze che
si sono mobilitate sul terreno della guerra di classe; e
dagli eccellenti risultati politici che sono seguiti
all’operazione Sossi (peraltro non conclusa) e all’assalto
al carcere di Casale Monferrato.
A queste linee si
uniformerà la nostra presenza nel movimento rivoluzionario e
la nostra iniziativa di guerriglia e di costruzione del
potere proletario. Ma un’ultima cosa è importante
aggiungere: è necessario superare ogni tensione
particolaristica e ogni spirito di setta.
Noi crediamo nella necessità di “unirsi al popolo per unire
il popolo” nella guerra di classe per il comunismo.
E in questa prospettiva combattiamo e lottiamo per l’unità
del movimento rivoluzionario.
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