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D. Il progetto golpista è stato rimandato?
R. Il
governo Moro non può aspirare a risolvere lo scontro di
potere in atto nel paese, e la macabra tendenza
controrivoluzionaria che dal 1969 si snoda nel paese in
questi mesi non è stata liquidata, ma solo disturbata. Del
resto non poteva esserlo. Essa infatti è parte della crisi
profonda che attraversano i paesi capitalistici e risponde
all'esigenza che questi manifestano di non vedere modificati
i confini politici del sistema democratico occidentale. In
particolare in Italia il ciclo
crisi-recessione-ristrutturazione non può essere gestito con
strumenti politici di ordinaria amministrazione. La crisi
dello stato, del partito di maggioranza e del modello di
sviluppo sono ormai tali da esigere una "rottura storica"
più che un compromesso. La situazione evolve verso un punto
limite oltre il quale le regole del gioco non valgono piú
per nessuno. Oppure dovranno essere fatte valere per tutti.
Io credo che non siano giustificati né il pessimismo di
molti intellettuali né la proposta di compromesso dei
revisionisti. Esistono le condizioni e le forze per
trasformare questa crisi in una "svolta storica per il
socialismo." Ma occorre preparare in tutti i sensi le masse
proletarie ai nuovi compiti, ovvero all'inevitabile scontro
coi progetti e con le forze della controrivoluzione
nazionale e imperialista. Il socialismo non è inevitabile,
ma è inevitabile che l'intera sinistra sarà chiamata a
definirsi rispetto a questo scontro.
D. C'è chi sostiene che l'esperienza BR ha
subito un colpo forse decisivo con l'arresto di un certo
numero di compagni. Insomma, cosa resta delle BR?
R. È vero
che l'arresto di alcuni compagni ha fatto tirare un sospiro
di sollievo a certe sette della sinistra che, non sapendo
piú come giustificare la propria posizione parassitaria e
subalterna, non hanno esitato a farsi complici della
controrivoluzione nello sparare a zero sulla giovane
esperienza di guerriglia. È altrettanto vero che la
delusione per questa gente sarà grande quanto quel sospiro.
L'arresto di alcuni compagni non significa la sconfitta
della necessità della guerra di classe. E nemmeno della
necessità della sua organizzazione da parte proletaria. Ciò
è dimostrato dalla continuazione delle attività offensive.
Ad esempio le due recenti incursioni armate nelle centrali
spionistiche del SIDA di Mirafiori e Rivalta. La guerriglia
è ormai un dato oggettivo della situazione politica italiana
ed europea, un bisogno politico delle avanguardie
proletarie. Il suo sviluppo può essere ritardato ma non
impedito. In tutti i poli di classe esistono avanguardie
che, superata la fase della protesta, hanno fatto propria la
tesi - sostenuta dalle BR - che nell'Europa occidentale
l'improponibilità attuale dell'ipotesi insurrezionale
classica non significa rinuncia alla guerra di classe ma
sviluppo della medesima nella forma di guerriglia urbana. I
"gruppi," le varie forze della sinistra devono capire, pur
facendo salve le differenze di valutazione anche rilevanti,
che l'indebolimento dell'esperienza delle BR non è
nell'interesse del movimento di sinistra. L'attacco ai
livelli di organizzazione clandestina e armata, il tentativo
di relegare i nuclei combattenti nella sfera prepolitica
della marginalità criminale, segnano solo il bisogno della
borghesia di distruggere ogni ipotesi di organizzazione
della violenza proletaria, di annientare ogni insorgenza
antagonistica, di limitare progressivamente ogni forma di
lotta e infine di canalizzare e controllare l'urto tra le
classi. Mi sembra un prezzo troppo alto per la soddisfazione
di qualche capriccio polemico o di qualche esigenza tattica.
D. Scrive "l'Unità". "Vi sono alcuni che
hanno teorizzato 'l'azione armata' in odio e in lotta contro
i comunisti." Cosa ne pensi?
R. È una
frase forse di effetto, ma priva di senso. Intanto
stabilisce una identità impropria tra i comunisti e il PCI.
Poi contrappone "l'azione armata" ai comunisti. Infine
presuppone un odio nei confronti dei "comunisti-PCI."
Vediamo di sbrogliare la matassa. Primo: il comunismo è,
prima che un partito, una concezione del mondo. In questo
senso, anche in Italia vi sono molti comunisti che non sono
iscritti al PCI (e alcuni iscritti al PCI che è difficile
pensare comunisti). Secondo: parte dei rivoluzionari
comunisti italiani non condivide la linea strategica del
compromesso e ha scelto di battersi per una diversa
prospettiva di svolta storica per il socialismo. Terzo: ciò
non significa e non presuppone alcun "odio," bensì una lotta
politica tra due strategie divergenti. Non l'odio, ripeto,
non l'insulto, ma una lotta politica, perché anche le forze
che hanno teorizzato il passaggio alle guerriglia urbana
come forma specifica storica della guerra di classe sono
parte integrante del movimento di sinistra, che piaccia o
meno al signor Berlinguer.
D. A Firenze, a Bologna, per non citare che i
piú clamorosi, si sono verificati episodi di "criminalità"
che qualcuno definisce "comune," altri "politica." Illusi?
Disperati? Guerriglieri?
R. Non condivido l'opinione di chi liquida la questione come
"aberrante follia provocatoria." Non vi è nulla di
aberrante, di folle, di provocatorio in ciò che hanno fatto
quei compagni. Vi sono invece degli errori di impianto
politico e di tecnica militare. Per trasformare queste
sconfitte, questi errori, in una piccola vittoria, bisogna
individuare la lezione politica che da quei fatti emerge, di
modo che anche gli errori siano, come acquisizione di
esperienza, parte del patrimonio positivo del movimento di
sinistra. Una lezione - che è poi una conferma di una tesi
sempre sostenuta dalle BR - e cioè: guerra di classe non
vuol dire "imbracciare un fucile" ma interpretare, in
termini organizzativi e politicomilitari l'antagonismo
ribollente nei grandi poli industriali e metropolitani sotto
la crosta pacifista e legalitaria della sinistra ufficiale.
Perché credo abbia ragione Mahler quando sostiene che
rispetto alla realtà l'immagine che i comunisti europei
hanno del capitalismo è idilliaca e pertanto sono idilliaci
i metodi di lotta anticapitalistici che essi teorizzano:
mentre questa realtà idillica non è, e di qui nasce la
contraddizione, lo spazio politico e la base sociale della
tendenza rivoluzionaria.
D. Insomma, quali sono i confini tra
"delinquenza comune" e "rapina per fini politici"?
R. Bertolt Brecht mette in bocca a un suo personaggio un
interrogativo di questo genere: "chi è veramente criminale:
chi fonda le banche o chi le sfonda?" Per la gente perbene
la risposta è scontata: chi le sfonda è un delinquente
comune; chi le fonda è un signore rispettabile!
L'espropriazione è però esterna a questa dialettica della
miseria. In altre parole, non può essere definita "rapina
per fini politici." Per quanto ciò possa apparire
paradossale, l'espropriazione non è calibrata sulle esigenze
di sussistenza della organizzazione di guerriglia che la
pratica, bensì sull'effettiva capacità offensiva che essa ha
raggiunto. Tanto più solida è l'organizzazione, tanto più
incisiva è la sua attività di espropriazione. Per questo si
dice che l'espropriazione è una componente strategica (non
tattica) di ogni guerriglia. Anche in una fase iniziale,
essa è già praticata come tassazione che il movimento
rivoluzionario impone alla borghesia; mentre, alla fine del
processo, assumerà la forma di espropriazione generale di
ogni proprietà sulla quale possano essere costruiti rapporti
di sfruttamento, parassitismo od oppressione.
Nell'espropriazione dunque si oggettivano una legalità ed
una moralità rivoluzionaria che, in condizioni "normali,"
emergono con chiarezza anche nella forma della sua
realizzazione.
D. Rimane il fatto che, all'interno della
classe operaia, la maggioranza o molti non condividono la
scelta del passaggio alla lotta armata.
R. La
classe operaia non è un mito. Il giudizio del "proletario
condizionato" la cui coscienza è manipolata ed espropriata,
non può far testo. E' un proletario teleguidato, telediretto.
O, se preferisci, in termini piú teorici, "in sé, ma non per
sé." Oggi, il messaggio che lanciano le avanguardie armate
si rivolge e può essere compreso principalmente dalle fasce
proletarie di avanguardia che per la definizione dei loro
interessi reali non hanno bisogno di suggerimenti
premasticati. L'approfondimento della crisi e lo sviluppo
della guerra di classe porranno poi anche gli attuali
proletari condizionati di fronte alla realtà del loro
interesse di classe ed il loro giudizio sarà allora genuino.
Renato
Curcio, dicembre 1974 dal carcere di Casale Monferrato.
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