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"Intervista a Curcio nella sua versione originale e integrale"

Durante la sua permanenza nel carcere di Casale Monferrato, Renato Curcio produce due importanti documenti. Il primo, che viene parzialmente e non del tutto fedelmente pubblicato dall'"Espresso" sotto la forma di intervista, ci fornisce un aggiornamento delle sue posizioni politiche. Il secondo (una lettera pubblicata su "ABC" e su "Rosso") viene scritto da Curcio in occasione dell'uccisione in carcere di Holgher Meins, militante della RAF, e dà l'occasione per ribadire la dimensione europea e mondiale dello scontro in atto: l'Italia e la Germania sono rispettivamente "l'anello debole e l'anello forte della stessa catena: il sistema democratico occidentale".

 

 

D. Il progetto golpista è stato rimandato?

R. Il governo Moro non può aspirare a risolvere lo scontro di potere in atto nel paese, e la macabra tendenza controrivoluzionaria che dal 1969 si snoda nel paese in questi mesi non è stata liquidata, ma solo disturbata. Del resto non poteva esserlo. Essa infatti è parte della crisi profonda che attraversano i paesi capitalistici e risponde all'esigenza che questi manifestano di non vedere modificati i confini politici del sistema democratico occidentale. In particolare in Italia il ciclo crisi-recessione-ristrutturazione non può essere gestito con strumenti politici di ordinaria amministrazione. La crisi dello stato, del partito di maggioranza e del modello di sviluppo sono ormai tali da esigere una "rottura storica" più che un compromesso. La situazione evolve verso un punto limite oltre il quale le regole del gioco non valgono piú per nessuno. Oppure dovranno essere fatte valere per tutti. Io credo che non siano giustificati né il pessimismo di molti intellettuali né la proposta di compromesso dei revisionisti. Esistono le condizioni e le forze per trasformare questa crisi in una "svolta storica per il socialismo." Ma occorre preparare in tutti i sensi le masse proletarie ai nuovi compiti, ovvero all'inevitabile scontro coi progetti e con le forze della controrivoluzione nazionale e imperialista. Il socialismo non è inevitabile, ma è inevitabile che l'intera sinistra sarà chiamata a definirsi rispetto a questo scontro.

 

D. C'è chi sostiene che l'esperienza BR ha subito un colpo forse decisivo con l'arresto di un certo numero di compagni. Insomma, cosa resta delle BR?

R. È vero che l'arresto di alcuni compagni ha fatto tirare un sospiro di sollievo a certe sette della sinistra che, non sapendo piú come giustificare la propria posizione parassitaria e subalterna, non hanno esitato a farsi complici della controrivoluzione nello sparare a zero sulla giovane esperienza di guerriglia. È altrettanto vero che la delusione per questa gente sarà grande quanto quel sospiro.
L'arresto di alcuni compagni non significa la sconfitta della necessità della guerra di classe. E nemmeno della necessità della sua organizzazione da parte proletaria. Ciò è dimostrato dalla continuazione delle attività offensive. Ad esempio le due recenti incursioni armate nelle centrali spionistiche del SIDA di Mirafiori e Rivalta. La guerriglia è ormai un dato oggettivo della situazione politica italiana ed europea, un bisogno politico delle avanguardie proletarie. Il suo sviluppo può essere ritardato ma non impedito. In tutti i poli di classe esistono avanguardie che, superata la fase della protesta, hanno fatto propria la tesi - sostenuta dalle BR - che nell'Europa occidentale l'improponibilità attuale dell'ipotesi insurrezionale classica non significa rinuncia alla guerra di classe ma sviluppo della medesima nella forma di guerriglia urbana. I "gruppi," le varie forze della sinistra devono capire, pur facendo salve le differenze di valutazione anche rilevanti, che l'indebolimento dell'esperienza delle BR non è nell'interesse del movimento di sinistra. L'attacco ai livelli di organizzazione clandestina e armata, il tentativo di relegare i nuclei combattenti nella sfera prepolitica della marginalità criminale, segnano solo il bisogno della borghesia di distruggere ogni ipotesi di organizzazione della violenza proletaria, di annientare ogni insorgenza antagonistica, di limitare progressivamente ogni forma di lotta e infine di canalizzare e controllare l'urto tra le classi. Mi sembra un prezzo troppo alto per la soddisfazione di qualche capriccio polemico o di qualche esigenza tattica.

 

D. Scrive "l'Unità". "Vi sono alcuni che hanno teorizzato 'l'azione armata' in odio e in lotta contro i comunisti." Cosa ne pensi?

R. È una frase forse di effetto, ma priva di senso. Intanto stabilisce una identità impropria tra i comunisti e il PCI. Poi contrappone "l'azione armata" ai comunisti. Infine presuppone un odio nei confronti dei "comunisti-PCI." Vediamo di sbrogliare la matassa. Primo: il comunismo è, prima che un partito, una concezione del mondo. In questo senso, anche in Italia vi sono molti comunisti che non sono iscritti al PCI (e alcuni iscritti al PCI che è difficile pensare comunisti). Secondo: parte dei rivoluzionari comunisti italiani non condivide la linea strategica del compromesso e ha scelto di battersi per una diversa prospettiva di svolta storica per il socialismo. Terzo: ciò non significa e non presuppone alcun "odio," bensì una lotta politica tra due strategie divergenti. Non l'odio, ripeto, non l'insulto, ma una lotta politica, perché anche le forze che hanno teorizzato il passaggio alle guerriglia urbana come forma specifica storica della guerra di classe sono parte integrante del movimento di sinistra, che piaccia o meno al signor Berlinguer.

 

D. A Firenze, a Bologna, per non citare che i piú clamorosi, si sono verificati episodi di "criminalità" che qualcuno definisce "comune," altri "politica." Illusi? Disperati? Guerriglieri?
R. Non condivido l'opinione di chi liquida la questione come "aberrante follia provocatoria." Non vi è nulla di aberrante, di folle, di provocatorio in ciò che hanno fatto quei compagni. Vi sono invece degli errori di impianto politico e di tecnica militare. Per trasformare queste sconfitte, questi errori, in una piccola vittoria, bisogna individuare la lezione politica che da quei fatti emerge, di modo che anche gli errori siano, come acquisizione di esperienza, parte del patrimonio positivo del movimento di sinistra. Una lezione - che è poi una conferma di una tesi sempre sostenuta dalle BR - e cioè: guerra di classe non vuol dire "imbracciare un fucile" ma interpretare, in termini organizzativi e politicomilitari l'antagonismo ribollente nei grandi poli industriali e metropolitani sotto la crosta pacifista e legalitaria della sinistra ufficiale. Perché credo abbia ragione Mahler quando sostiene che rispetto alla realtà l'immagine che i comunisti europei hanno del capitalismo è idilliaca e pertanto sono idilliaci i metodi di lotta anticapitalistici che essi teorizzano: mentre questa realtà idillica non è, e di qui nasce la contraddizione, lo spazio politico e la base sociale della tendenza rivoluzionaria.

 

D. Insomma, quali sono i confini tra "delinquenza comune" e "rapina per fini politici"?
R. Bertolt Brecht mette in bocca a un suo personaggio un interrogativo di questo genere: "chi è veramente criminale: chi fonda le banche o chi le sfonda?" Per la gente perbene la risposta è scontata: chi le sfonda è un delinquente comune; chi le fonda è un signore rispettabile! L'espropriazione è però esterna a questa dialettica della miseria. In altre parole, non può essere definita "rapina per fini politici." Per quanto ciò possa apparire paradossale, l'espropriazione non è calibrata sulle esigenze di sussistenza della organizzazione di guerriglia che la pratica, bensì sull'effettiva capacità offensiva che essa ha raggiunto. Tanto più solida è l'organizzazione, tanto più incisiva è la sua attività di espropriazione. Per questo si dice che l'espropriazione è una componente strategica (non tattica) di ogni guerriglia. Anche in una fase iniziale, essa è già praticata come tassazione che il movimento rivoluzionario impone alla borghesia; mentre, alla fine del processo, assumerà la forma di espropriazione generale di ogni proprietà sulla quale possano essere costruiti rapporti di sfruttamento, parassitismo od oppressione. Nell'espropriazione dunque si oggettivano una legalità ed una moralità rivoluzionaria che, in condizioni "normali," emergono con chiarezza anche nella forma della sua realizzazione.

 

D. Rimane il fatto che, all'interno della classe operaia, la maggioranza o molti non condividono la scelta del passaggio alla lotta armata.

R. La classe operaia non è un mito. Il giudizio del "proletario condizionato" la cui coscienza è manipolata ed espropriata, non può far testo. E' un proletario teleguidato, telediretto. O, se preferisci, in termini piú teorici, "in sé, ma non per sé." Oggi, il messaggio che lanciano le avanguardie armate si rivolge e può essere compreso principalmente dalle fasce proletarie di avanguardia che per la definizione dei loro interessi reali non hanno bisogno di suggerimenti premasticati. L'approfondimento della crisi e lo sviluppo della guerra di classe porranno poi anche gli attuali proletari condizionati di fronte alla realtà del loro interesse di classe ed il loro giudizio sarà allora genuino.

 

Renato Curcio, dicembre 1974 dal carcere di Casale Monferrato.

 

 

 

Ultima modifica di questa pagina: mercoledì, 01 novembre 2006 15.00

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