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DOMANDA.
Perché tra i rappresentanti della controrivoluzione avete
scelto proprio Sossi?
RISPOSTA. Per tre motivi:
1. Perché è contro il gruppo 22
Ottobre che per la prima volta si sono messe a punto le
tattiche e le contromosse dell'antiguerriglia. Questi modi
di operare del potere ci interessavano particolarmente.
Sossi in quanto "uomo del potere" ne era al corrente. Dunque
poteva raccontarceli. E ce li ha raccontati.
2. Perché Sossi è un magistrato e la magistratura in questo
momento è l'anello più debole, anche se il più vivo, della
catena del potere.
3. Perché Sossi è un bersaglio
dell'odio proletario, avendo egli "fabbricato" le prove e le
accuse contro i compagni comunisti del gruppo 22 Ottobre, ed
essendo stato nella sua pur breve carriera un persecutore
fanatico della sinistra rivoluzionaria.
D. Quando avete
deciso il sequestro? L'operazione è stata preparata a lungo?
R. Abbiamo lavorato un anno a
questa azione. Abbiamo atteso però le conclusioni del
processo d'appello prima di metterla a segno perché nella
sinistra qualcuno credeva ancora possibile fare qualcosa
legalmente. Non è stato così. I giudici non hanno neppure
preso in considerazione la tesi dell'omicidio
preterintenzionale, non hanno voluto saperne di scavare
sulla questione Gadolla, e cioè hanno fatto la loro parte in
quello che a tutti gli effetti può essere definito il primo
importante processo di regime. Rossi e compagni sono stati
condannati per motivi politici. La sentenza volutamente
rispondeva al bisogno del potere di scoraggiare e
terrorizzare chiunque avesse per l'animo di intraprendere la
strada della lotta armata. Bisognava invertire la tendenza e
noi lo abbiamo fatto.
D. Perché avete
deciso di agire adesso? Solo per motivi tecnici oppure per
un riferimento preciso al referendum? Oppure come i
tupamaros pensate che il momento migliore per attaccare è
quello in cui la credibilità delle istituzioni è scesa più
in basso?
R. Evidentemente non può essere
un criterio esclusivamente tecnico a consigliare un'azione
come l'arresto di Sossi e tutto ciò che ne è conseguito.
Abbiamo deciso di intervenire in questo momento perché in
questo momento si preparano i giochi per la seconda
repubblica. E perché portare l'attacco allo stato è oggi
indispensabile per rompere l'accerchiamento della lotta
operaia. Noi valutiamo che sia in incubazione un progetto di
stravolgimento delle istituzioni repubblicane che va nel
senso, pur salvando le apparenze e gli scenari della
democrazia borghese, di realizzare nel periodo successivo al
referendum una situazione che potremmo definire di "fascismo
neogollista". In questa luce vanno interpretate anche le
perquisizioni alla sede dei centri Sturzo di Torino e del
CRD (Comitato di resistenza democratica) di Milano.
L'obiettivo fondamentale è stato quello di iniziare una
ricostruzione organica di quelle forze, persone e
organizzazioni che in questo momento stanno gettando
"clandestinamente" le basi della seconda repubblica. Ora
però, questo progetto per compiersi ha bisogno di una
condizione fondamentale: una forte concentrazione di tutti i
poteri a partire da quello politico. Il referendum doveva
perciò essere nelle intenzioni del "partito della seconda
repubblica" l'occasione per verificare le sue capacità di
controllo e di manovra sulle forze dell'opposizione e il
grado di accettazione e di subordinazione di queste ultime.
Così è stato. La nostra organizzazione, però, rifiutando la
scelta "tattica" del "compromesso", propria dei partiti
della sinistra costituzionale, con l'azione Sossi ha cercato
di impedire la ricomposizione completa delle contraddizioni
che si erano aperte nel regime in seguito alla repressione
delle lotte operaie in questi ultimi anni. Se, come
riteniamo, la crisi di regime è prima di tutto crisi di
egemonia della borghesia sul proletariato, il compito delle
forze rivoluzionarie deve essere quello di approfondire
questa crisi e condurla verso il punto più basso, costruendo
nello stesso tempo e nella lotta gli strumenti
politico-militari necessari a consentire uno sbocco
rivoluzionario.
D. Come si è
svolto il processo?
R. Abbiamo interrogato il
prigioniero Sossi sulle iniziative che ha preso e il
significato politico di ognuna di esse. Non si è trattato
tanto di un interrogatorio poliziesco ma di capire come
ragionano gli uomini più esposti del potere e di che uomini
si servano quelli meno esposti. Sossi è un buon "tecnico" ma
non ha una grande autonomia politica. Un ottimo strumento
per le sporche manovre. Attraverso gli interrogatori siamo
riusciti a ricostruire fatti, persone e metodi propri del
fascio di forze della controrivoluzione.
D. Renderete
noto l'interrogatorio?
R. Renderemo noto volta a volta
ciò che serve nella lotta che stiamo conducendo. Renderemo
noti inoltre i nomi degli infiltrati e dei confidenti nei
gruppi della sinistra extraparlamentare genovese. Sempre che
a questi gruppi interessi saperlo!
D. Vi sarà una
sentenza? Sulla base di quali elementi deciderete cosa fare
di Sossi e cosa chiederete in cambio?
R. Una sentenza contro Sossi ne
presuppone un'altra contro il potere che lo ha pilotato, e
questa ancora un'altra contro lo stato. E’ allo stato perciò
che abbiamo chiesto uno scambio tra il prigioniero politico
Sossi e i compagni del 22 Ottobre. Non accetteremo
controproposte. Rifiuteremo ogni offerta di un riscatto in
denaro. La vita di un uomo non può essere comprata.
D. Vi aspettavate da
parte dei maggiori gruppi della sinistra extraparlamentare
(Manifesto, Lotta Continua, ecc.) una così violenta
condanna? Come la spiegate?
R. Nel ‘71 rispondendo ad
un'altra intervista dicevamo: "Non ci interessa sviluppare
una sterile polemica ideologica. Il nostro atteggiamento nei
confronti dei gruppi extraparlamentari è innanzitutto
determinato dalla loro posizione sulla lotta armata. In
realtà nonostante le definizioni che essi si attribuiscono;
al loro interno prospera una forte corrente neopacifista con
la quale non abbiamo niente a che spartire ed anzi riteniamo
che si costituirà al momento opportuno in una forte
opposizione all'organizzazione armata del proletariato.
Mentre invece un'altra parte di militanti accetterà questa
prospettiva; con essi il discorso è aperto". Oggi possiamo
aggiungere che a misura in cui il loro ruolo di forze
subalterne ai partiti del Compromesso si è fatto più marcato
ed evidente, la contraddizioni al loro interno si sono fatte
più violente. Il caso Sossi ha messo in piazza la profondità
di queste contraddizioni.
D. Non vi ponete
il problema, come si ponevano i tupamaros, di mantenere
buoni i rapporti con le altre organizzazioni rivoluzionarie?
R. I buoni rapporti con le
altre organizzazioni rivoluzionarie presuppongono "altre
organizzazioni rivoluzionarie". Evidentemente non è il caso
dei maggiori gruppi della sinistra extraparlamentare. Esiste
però un'area di forze realmente rivoluzionarie, tutta
interna al proletariato industriale delle grandi fabbriche,
rispetto alla quale abbiamo stabilito un confronto politico
ricco di sviluppi.
D. Pensate che la
lotta armata in un paese a capitalismo avanzato come
l'Italia e con il partito comunista più forte d'Europa,
abbia veramente delle possibilità di sviluppo e di successo?
Perché?
R. La lotta armata è oggi un'esigenza che nasce dalle grandi
fabbriche urbane. E un bisogno politico di quelle
avanguardie della classe operaia che hanno rifiutato il
riformismo come progetto di stabilizzazione del sistema.
Sono queste avanguardie che, con le loro lotte hanno
incrinato la struttura di comando dei padroni nelle
officine, fatto saltare i meccanismi del terrore e
dell'egemonia borghese e cioè hanno aperto e resa acuta la
crisi di regime. Inoltre andiamo incontro ad una
radicalizzazione dello scontro politico e sociale e noi
crediamo che la sinistra subirà inevitabilmente, con il
progredire di questo scontro, un processo di polarizzazione
in cui la discriminante sarà la posizione sulla lotta
armata. In questo processo verrà coinvolto anche il PCI o
per lo meno la sua anima comunista.
D. Credete
comunque che l'azione armata di un gruppetto di avanguardia
sganciato dalle masse abbia un'utilità?
R. L'azione armata di un
gruppetto sganciato dalle masse certo non ha possibilità di
sorta. Altro è l'azione di un'avanguardia armata anche se
molto piccola. Le BR non sono un gruppo. La nostra
iniziativa armata è il frutto di un costante lavoro
all'interno dello strato più avanzato dell'autonomia operaia
in tutte le più grandi fabbriche del Nord. Un lavoro
cominciato 4 anni fa alla Pirelli. Un lavoro poco clamoroso
ma certamente decisivo nel processo di formazione di una
reale avanguardia rivoluzionaria.
D. Pensate di
poter costruire un'alternativa alla gestione sindacale?
R. Non si tratta di costruire
un'alternativa alla gestione sindacale ma di costruire un
quadro politico strategico diverso entro il quale orientare
la lotta sindacale.
D. A quale tipo
di organizzazione clandestina di fabbrica mirate?
R. I nostri militanti nelle
fabbriche operano per favorire la crescita a tutti i livelli
dell'autonomia operaia. Siamo convinti, che questa crescita
vada nel senso della costruzione di organismi di potere
operaio.
D. Come rispondete a
chi, e sono quasi tutti, sulla base del ragionamento del "a
chi giova?" sostiene che siete dei provocatori perché
oggettivamente fate il gioco delle destre?
R. Ci hanno mosso questa critica contemporaneamente il
governo e l'opposizione, la destra e la sinistra, quasi
tutti appunto! In generale chi ci muove queste accuse da
sinistra parte da questo ragionamento: "Voi intervenite
sempre in prossimità di importanti scadenze politiche,
dunque..." Ma può essere la tempestività del nostro
intervento oggetto di una critica seria? Certamente no. Un
intervento intempestivo sarebbe solo un intervento
sbagliato. In realtà ci viene rimproverato il fatto che
l'iniziativa armata introduce nel gioco politico
istituzionale una variabile non prevista. Che questo faccia
il gioco della destra è un'affermazione niente affatto
dialettica. Chi fa il gioco della destra, e lo fa fino in
fondo, è chi si rifiuta di vedere che è in atto un processo
controrivoluzionario; è chi si pone di fronte ad esso
compiti solo difensivi; è chi ha rinunciato a costruire e ad
opporre un efficace movimento di resistenza.
D. Come
rispondete a chi accettando la vostra collocazione politica
sostiene comunque che non vi è nessuna possibilità di
sviluppo del vostro disegno rivoluzionario?
R. Abbiamo fatto una scommessa
con la storia e non l'abbiamo ancora vinta; questo è vero.
Ma la nostra esperienza di questi ultimi due anni taglia
corto con il pessimismo. È soprattutto esperienza delle
lotte operaie: basti ricordare Mirafiori, il blocco di
marzo-aprile '73, i "fazzoletti rossi" nell'ultimo contratto
aziendale. Sono queste lotte, lo strato di avanguardie che
esse hanno espresso, che stanno alla base dell'attuale
possibilità rivoluzionaria nel nostro paese.
D. Quali misure
adottate per garantirvi dall'infiltrazione di elementi
provocatori nel vostro gruppo?
R. Il criterio fondamentale è il livello di coscienza
politica e di militanza pratica che i compagni che si
avvicinano a noi hanno dimostrato nelle lotte di massa.
Tutti i nostri militanti hanno lavorato a lungo nel
movimento di massa. La composizione sociale della nostra
organizzazione è precisa: la quasi totalità dei nostri
quadri sono operai. Nessun criterio è però infallibile,
dunque neppure questo. Provocatori e confidenti però devono
sapere che alla nostra giustizia non si sfugge facilmente...
D. Spesso è stato
detto che la vostra matrice ideologica è marxista-leninista,
cattolica e operaista: vi riconoscete in questo impasto?
R. La nostra matrice ideologica
è comunista. I nostri punti di riferimento sono il
marxismo-leninismo, la rivoluzione culturale cinese e le
esperienze in atto dei movimenti guerriglieri metropolitani.
D. E' vero che il
vostro modello politico-organizzativo è il movimento dei
tupamaros?
R. No, non è esatto. Nessuna
esperienza è ripetibile e l'Italia non è l'Uruguay; della
esperienza dei tupamaros abbiamo però tenuto presenti
importanti principi di organizzazione come la costruzione
per colonne e la compartimentazione.
D. Potete delineare
un vostro modello di organizzazione?
R. Il nostro punto di vista è
che la lotta armata in Italia debba essere condotta da
un'organizzazione che sia diretta espressione del movimento
di classe. Il popolo è all'origine di tutto dunque bisogna
unirlo, mobilitarlo e armarlo. Lo sviluppo di una prima fase
di guerra di guerriglia, in situazioni urbane e nelle grandi
metropoli industriali europee ci sembra possibile guardando
l'esperienza e i limiti dei primi gruppi armati tedeschi,
francesi e italiani a due condizioni: la crescita di momenti
reali di potere operaio armato nelle più grandi fabbriche,
nei poli di classe più significativi e nei rioni popolari
dove maggiormente si concentrano rivolte e sfruttamenti; la
costruzione di una “forza regolare strategica” addestrata ad
affrontare dal punto di vista della lotta armata tutti i
compiti che si presentano ai diversi livelli di scontro.
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