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Intervista a Mario Scialoja, (7 giugno 2004)

G. Mastromatteo, Quando i media staccano la spina, Prospettiva Editrice.

 

Si doveva cedere oppure no al ricatto brigatista di pubblicare i comunicati? Il mondo dell’informazione avrebbe dovuto autocensurarsi o, piuttosto, confrontarsi con i terroristi in quei casi? Interrogativi che hanno segnato un’intera generazione del giornalismo italiano. L’intervista che riportiamo integralmente di seguito è stata ottenuta grazie alla disponibilità del giornalista de “L’Espresso” Mario Scialoja ed è contenuta all’interno della tesi di laurea di Gilberto Mastromatteo, Quando i media staccano la spina. Storia del blackout informativo durante gli anni di piombo.

 

Assunto a “L’Espresso” negli anni ’60, sotto la direzione di Eugenio Scalfari, Scialoja ha curato per diversi anni, numerose inchieste sul terrorismo rosso, in particolare sulle Brigate Rosse, per il settimanale romano, del quale è tuttora una della firme di punta. Tra gli interventi più importanti ricordiamo l’“intervista con le Br” pubblicata sul settimanale il 16 maggio 1974 e quella analoga pubblicata invece l’11 gennaio del 1981, assieme ai verbali dell’interrogatorio al magistrato D’Urso. Tra le iniziative editoriali, da citare l’intervista a Renato Curcio curata dal giornalista nel 1993 e pubblicata da Mondadori sotto il titolo A viso aperto.

 

 

DOMANDA. Parlando dell’esordio del difficile rapporto tra mass media e terrorismo di sinistra, durante la stagione degli “anni di piombo”, colpisce innanzitutto un dato: lo “strabismo” prolungato, soprattutto da parte della stampa, nel cogliere la reale matrice ideologica del fenomeno. A cosa pensa fu dovuto tale errore da parte della categoria giornalistica?

 

RISPOSTA. Vi erano alcuni partiti, soprattutto com’è ovvio il Pci, che non permettevano di cogliere il fenomeno per quello che realmente era. Io fui tra i primi a scrivere che le Brigate Rosse erano realmente “rosse”, ma ricordo che in quegli anni - parliamo dei primi anni ’70 - spesso le mie cronache su “L’Espresso” si trovavano affiancate a quelle di Giorgio Bocca che invece parlava ancora di “sedicenti” Brigate Rosse e di “favolette per bambini”. E come lui faceva la maggioranza del giornalismo italiano. Tuttavia, e questo mi sembra un dato storicamente rilevante, devo dire che la maggiore resistenza, nella mia redazione, la incontrai nel trattare il problema dell’appoggio su cui le Br potevano contare nelle fabbriche. Ricordo che il mio direttore di allora, l’illuminatissimo Livio Zanetti, su questo punto non poté transigere. Per circa un anno fui costretto a tacere i rapporti tra Br e mondo operaio. Non era possibile, il Pci non lo permetteva. Solo più tardi, attorno al 1975, abbiamo cominciato a inserire anche questo dato nelle nostre inchieste.

 

D. Vi fu chi, nel definire le Brigate Rosse, parlò di “compagni che sbagliano”, chi si celò dietro aggettivi quali “provocatore”, “sedicente”, “fantomatico”, chi ne ricondusse le azioni ora alle “trame nere” ora ai servizi segreti. Tale comportamento, a suo avviso, ha giovato o ha nuociuto, nell’iniziale fase di “propaganda armata”, agli obiettivi delle Br?

 

R. Le Br ci tenevano a far sapere che erano rosse. Dunque per loro si trattava di un danno. L’unico giovamento che potevano trarre da questa situazione era di carattere puramente investigativo. Perché le cronache sull’incerto colore politico del gruppo eversivo, almeno in un primo momento, sviavano anche coloro che i brigatisti avrebbero dovuto acciuffarli.

 

D. Tuttavia, in questo quadro, vi furono alcuni che individuarono (o vollero individuare), sin da subito, che di “tupamaros” si trattava. Penso al suo attuale direttore Giampaolo Pansa, che fu tra i primi ad osare questa lettura addirittura ai tempi del sequestro Gadolla da parte della banda “XXII Ottobre”. Penso naturalmente a lei, ma a pochi altri. Perché così pochi? Si trattò solo di conformismo o c’era altro?

 

R. Io credo che siano due le ragioni fondamentali di tale situazione. Una è, senza dubbio, da individuare nel timore che la pericolosità di questi temi faceva sorgere, l’altra sta nella grande pigrizia che gran parte della categoria dimostrava all’epoca. Il 95 per cento dei miei colleghi, in quegli anni, si limitava a pubblicare, in materia di terrorismo, le veline diramate dalla polizia e dai carabinieri, oltre ai comunicati dei magistrati. Pochi erano coloro che si schiodavano dalle poltrone delle redazioni per seguire piste proprie e approfondire i problemi. Io, ad esempio, avendo seguito le vicende del movimento del ’68, mi servivo di alcune conoscenze maturate in quegli anni, specie negli ambienti universitari, e che mi tornarono molto utili in seguito per comprendere il fenomeno. I canali erano semplici: conoscevo Franco Piperno e Oreste Scalzone, militanti di Potere Operaio che, pur essendo tutt’altro che brigatisti, mi fornivano utili elementi di analisi. Ricordo, ad esempio, quando, durante il sequestro Moro, venne diffuso il famoso “falso comunicato numero 7”, quello del “lago della Duchessa”. Chiamai Piperno, gli chiesi se per lui si trattava di un testo attendibile e lui mi confermò che le Br non avrebbero mai usato quella terminologia. Il giorno dopo eravamo tra i primi a scrivere che di falso si trattava.

 

D. Alcuni autori, come Giovanni Bechelloni e Alessandro Silj in particolare, hanno rimarcato la carenza di inchieste adeguate e rilevanti approfondimenti durante la fase di nascita e crescita delle Brigate Rosse. A parte “L’Espresso”, quali giudica siano state le testate che più hanno contribuito alla comprensione delle cause e degli aspetti sociali del fenomeno?

 

R. Nei primi anni devo dire che “L’Espresso” fu una voce solitaria. Di terrorismo rosso ci occupavamo praticamente solo noi. Anzi me ne occupavo io, talvolta supportato dal più giovane collega Paolo Mieli. I quotidiani non proponevano affatto approfondimenti e anche i periodici concorrenti erano orientati altrove. “Panorama” continuò, per alcuni anni, a produrre inchieste sulle “stragi nere”. Poi, però, devo dire che anche loro si concentrarono sull’eversione rossa, seppure in maniera del tutto diversa dalla nostra. Loro intervistavano magistrati, inquirenti, membri delle istituzioni. Noi davamo più spazio al contesto sociale e pensavamo che a parlare dovessero essere gli stessi terroristi, anche perché eravamo convinti che la pochezza delle loro teorie avrebbe finito per condannarli.

 

D. Dovesse rintracciare una data o un evento che segnò la definitiva presa di coscienza, da parte dei media, della reale collocazione politica e pericolosità del fenomeno brigatista, quale indicherebbe?

 

R. A mio avviso, più che rintracciare una data specifica, bisognerebbe parlare di una presa di coscienza graduale che si è consumata negli anni e sotto diversi punti di vista, e che, probabilmente, non si è ancora oggi esaurita del tutto. Dapprima divenne evidente che non si trattava di fascisti, poi ci vollero altri anni per scorgere alcuni legami esistenti con il mondo operaio e, perciò, che l’idea che le Br fossero costituite da pochi intellettuali isolati era quanto meno limitativa. Se poi si pensa che, a tutt’oggi, c’è ancora chi, in relazione al caso Moro, parla di un “grande vecchio” alle spalle delle Br e scrive decine di libri su questo, si comprende chiaramente quanto ancora confusa sia, per alcuni, la disamina del fenomeno.

 

D. Come mai, a suo avviso, tale tendenza editoriale continua a sfornare epigoni?

 

R. Credo che siano interventi mossi quasi sempre da interessi. In fondo, dire che dietro le Br vi fosse un burattinaio, un “grande vecchio”, magari nascosto nel “Palazzo”, attira certo di più l’attenzione, intriga maggiormente il pubblico. E alcuni autori hanno costruito di sana pianta la propria carriera su questo, producendo decine di libri spesso identici e con un lauto riscontro economico. Va poi detto che, se in passato, in clima di guerra fredda, si cercavano collusioni con i servizi segreti dei paesi comunisti, per dimostrare che questi producevano terrorismo, oggi è pur vero che resta, da parte di alcuni, l’imbarazzo nel voler riconoscere che lo Stato è rimasto, per lunghi anni, in scacco ad un gruppo di persone scarsamente preparate sia da un punto di vista intellettuale che militare.

 

D. Che peso ebbe sul mondo dell’informazione il primo omicidio politico compiuto dalle Br, ai danni del magistrato Francesco Coco?

 

R. Sicuramente si trattò di un giro di boa nella strategia brigatista. Anche se in precedenza avevano già compiuto un duplice omicidio a Padova, in una sede dell’Msi (quello che chiamarono un “incidente sul lavoro”), l’omicidio di Coco fu l’evento che fece loro definitivamente smettere i panni dei “Robin Hood” per indossare quelli degli assassini. Forse è proprio in tale circostanza che si delineò la sopravvalutazione militare che avrebbe portato poi a parlare di “geometrica potenza” nel 1978 in via Fani. Laddove, per espressa ammissione di Valerio Morucci, che prese parte al commando uccidendo uno degli uomini della scorta, le Br riuscirono a concludere l’azione solo per un “miracolo”.

 

D. Lei riuscì ad ottenere un’intervista dalle Br nel maggio del 1974, durante il sequestro Sossi. L’analoga intervista che ottenne sei anni e mezzo dopo, durante il sequestro D’Urso, assieme ai verbali del “processo” cui il magistrato era sottoposto, provocò, invece, il suo arresto, suscitando ben più clamore. Mi sembra questo un parallelo che pochi hanno fatto. Come mai, a distanza di pochi anni, lo stesso giornalista, per lo stesso periodico, porta a termine un’intervista con lo stesso gruppo eversivo e le reazioni di media e istituzioni sono così diverse?

 

R. Va innanzitutto chiarito che gli arresti, mio e di Giampaolo Bultrini, furono operati, sapemmo poi, su preciso invito del Comando dei Carabinieri, che, a seguito dell’omicidio del generale Enrico Galvaligi, ritenne di dover dare un segnale forte, facendo pressione sul magistrato Domenico Sica che, a sua volta fece pressione sul giudice Amato. Del resto, lo stesso Amato era stato da me immediatamente informato della vicenda e aveva acconsentito alla pubblicazione dei materiali in nostro possesso già negli ultimi giorni del 1980. Furono gli arresti, dunque, a dar vita al dibattito deontologico, oltre che alle polemiche che vi seguirono. E questa credo sia stata la più rilevante differenza tra quanto accaduto durante il caso Sossi e, poi, durante il caso D’Urso. Se il generale Galvaligi non fosse stato ucciso, insomma, credo che, anche nell’‘81, la pubblicazione di quei documenti non avrebbe suscitato lo scalpore che invece suscitò.

 

D. Dopo qualche settimana dal suo rilascio, lei scrisse che quei due arresti avevano sancito la fine di un modo di informare in campo terroristico, quello che pone alla sua base la ricerca dei fatti, la conoscenza e l’analisi dei fenomeni. Possiamo parlare, nei tardi anni ’70, di una spallata più generale alla tradizione benedettiana d’inchiesta de “L’Espresso”?

 

R. E’ un conto molto difficile da fare. Nel caso del mio arresto credo che la spallata volesse essere data ad un tipo di giornalismo d’inchiesta che aveva preso posizioni fastidiose sia per la Dc che per il Pci, ma con esclusivo riferimento al trattamento del terrorismo brigatista. Certo, che “L’Espresso” fosse un giornale per certi versi “scomodo” lo sapevamo bene e per diversi fattori. Innanzitutto perché aveva un notevole successo editoriale. In quegli anni era certamente il settimanale politico più autorevole a livello nazionale. Inoltre era tra i pochi a condurre inchieste sul terrorismo e anche questo provocava certamente invidie.

 

D. L’affare “Espresso-Br”, insomma, mise in luce che quello che non erano riuscite a fare le Br stesse (con gli omicidi di Casalegno e Tobagi), lo avevano fatto le istituzioni con gli arresti. “Il giornalista è come un vaso di coccio tra due vasi di ferro” disse lei con potenza evocativa. Quanto pesò questa situazione sulla corretta informazione durante gli “anni di piombo”?

 

R. Parecchio, si era tra due fuochi. E il rischio, come capitò poi a me, era di scottarsi con entrambi.

 

D. Anche lei fu inserito nella lista dei “pennivendoli” da punire in un documento redatto nel 1979 da Renato Curcio, peraltro in seguito da lei stesso intervistato. In quale atmosfera si lavorava in quegli anni?

 

R. Si, è vero. Indicarono me e altri due giornalisti come “consulenti della controrivoluzione” da punire, ricordo le parole testuali, “con una buona razione di piombo”. Gli altri due erano Enrico Deaglio, allora direttore di “Lotta Continua” e un giornalista de “La Repubblica”, anch’egli tra i pochi ad investigare più da vicino il fenomeno delle Br. Beh, era senza dubbio uno stato d’animo fastidioso, in fondo ci si trovava già in un periodo in cui si era ben consci che i brigatisti non scherzavano. C’erano già stati alcuni gambizzati, Carlo Casalegno era stato ucciso. Mi chiesero anche, senza molta insistenza per la verità, se volevo una scorta. Rifiutai, ma comunque ricordo che per un periodo tendevo a guardarmi dietro le spalle e a variare i percorsi per recarmi a casa.

 

D. Maturava la tentazione di abbandonare le cronache terroristiche? E se si, quale dei due “vasi di ferro” aveva più impatto in questo?

 

R. Io ricordo che in risposta a quel documento delle Br pubblicai un articolo nel quale scrivevo che avrei continuato a fare il mio lavoro come lo avevo fatto fino ad allora. E così feci. Fu allora che scrissi dei due “vasi di ferro”, un concetto che ripresi poi, in seguito al mio arresto. In alcune occasioni, come ho detto, specie se si era presi di mira, non si provava certo una sensazione che si può dire gradevole. Altre volte, tuttavia, prevaleva l’ostruzionismo della magistratura che non permetteva di lavorare come si sarebbe voluto. Era un lavoro pericoloso e faticoso insieme.

 

D. Tornando a quei giorni dell’‘81, oltre ai provvedimenti giudiziari, colpisce, in modo particolare, il trattamento, talvolta al limite della calunnia, che le riservò gran parte della categoria alla quale lei stesso apparteneva e appartiene. Confrontando le reazioni dei giornali italiani e di quelli francesi al suo arresto, appare lampante come la stampa nostrana fosse caratterizzata da una conflittualità che rendeva difficile qualunque considerazione di tipo deontologico. A cosa era dovuta tale situazione nel giornalismo del  nostro paese?

 

R. Ricordo che scrissero di me che ero un intimo confidente di Senzani, addirittura che ero io il “grande vecchio” alle spalle delle Br. Eugenio Scalfari, il direttore che mi aveva assunto a “L’Espresso”, lo stesso che, venuto a conoscenza dello “scoop”, mi era venuto ad intervistare per “La Repubblica”, portando con sé una bottiglia di champagne per festeggiare l’evento, subito dopo l’arresto scrisse che gli dispiaceva che fossi incappato in un tale errore. Io lessi quelle dure critiche sotto un duplice punto di vista: da un lato era innegabile che la mia attività e la mia stessa appartenenza a “L’Espresso” mi portassero ad essere antipatico a molti e che, dunque, parecchi fossero stati ben contenti delle mie vicissitudini giudiziarie; anche a coloro cui non ero antipatico (è il caso di Scalfari e di pochi altri, per la verità) l’episodio non poteva, tuttavia, che comunicare una doverosa cautela istituzionale. Bisognava mettere le mani avanti, prendere le distanze dai “giornalisti che avevano sbagliato”, per dovere istituzionale. Devo comunque dire che non mancarono, seppur sporadiche, alcune voci che si staccarono dal coro di generale denuncia, per prendere disinteressatamente le nostre difese, da un puro punto di vista deontologico.

 

D. Veniamo ora al “blackout”. Innanzitutto quale fu il suo parere sulla provocazione di “staccare la spina” lanciata da Marshall McLuhan nel 1978?

 

R. Negativo. Non so se McLuhan volesse lanciare una provocazione, io lessi quell’invito come un sostanziale errore di analisi. Il mio parere era e rimase anche in seguito quello che bisognasse pubblicare i comunicati, perché per combattere un nemico è necessario conoscerlo il più possibile e il meglio possibile. E poi la mia posizione nasceva anche dalla considerazione che il cittadino italiano dovesse sapere e, soprattutto, dovesse essere trattato come un individuo in grado di comprendere i problemi. Ho sempre pensato che bisognasse far parlare i terroristi, che fossero delle Br, della tedesca Rote Armee Fraktion o della francese Action Directe. E questo per due motivi di fondo: innanzitutto perché ritenevo che la pubblicazione di un’intervista, non certo reiterata all’inverosimile, ma in determinati momenti, potesse essere utile a meglio comprendere il fenomeno eversivo; e poi perché rimanevo convinto che la pochezza intellettuale e ideologica dei terroristi non avrebbe potuto che provocarne il rifiuto da parte dell’opinione pubblica.

 

D. Durante il sequestro Moro il “blackout” non ebbe rilevante attuazione. La ebbe, in parte, nel 1981 e seguendo una via molto particolare. Dapprima un tentativo, piuttosto fallimentare, propugnato da “Il Tempo” e dal gruppo Rizzoli. Quindi una più lauta adesione, a seguito del ricatto esplicito nei confronti dei giornali messo in atto dalle Br con il comunicato numero 9. Che giudizio dà del comportamento della stampa in quei giorni?

 

R. Scelse di tacere, cosa che, come ho detto, io non ritenevo opportuna. Tuttavia, a mio modo di vedere, il giornalismo italiano aveva già avuto, prima di allora, gravi colpe nel trattamento delle notizie sulle Br: innanzitutto aveva negato per anni che fossero un gruppo eversivo di estrema sinistra, non permettendo ai lettori di conoscere la realtà dei fatti; quindi, come ho detto, aveva sottaciuto per ancor più tempo i legami su cui il gruppo poteva contare all’interno delle fabbriche; l’ultima considerazione è valida tuttora e attiene all’impossibilità, da parte di molti, di accettare il fatto che i brigatisti rossi erano solo quelli che poi vennero arrestati negli anni ’80 e che non ci fossero fantasmi dietro di loro.

 

D. Il dibattito deontologico seguito al suo arresto, così come la concomitante morte dello stesso McLuhan, crede possano aver influito sulla predisposizione del mondo dell’informazione ad autocensurarsi solo pochi giorni dopo?

 

R. Credo che il dibattito sul “blackout” e quello seguito al mio arresto siano stati due eventi piuttosto distinti. Entrambi chiamavano in causa la deontologia professionale, ma prendendo in considerazione due risvolti diversi della professione. Da un lato il problema del giornalista di fronte alle sue fonti, in materia di terrorismo, dall’altro l’annosa disputa sull’eventualità, da parte dei media, di farsi “cassa di risonanza” per i terroristi. Tuttavia, credo che questi due problemi in una certa misura si mischiarono durante il sequestro D’Urso. Come già accennavo, quegli arresti funzionarono da deterrente. Furono come un monito: “Vedete in che guaio si è ficcato chi si è spinto troppo oltre?” Molti, di conseguenza, pensarono che fosse giunto il momento buono per staccare la spina.

 

D. Quanto crede abbia avuto importanza l’“infiltrazione P2” nel gruppo “Rcs” nella prima scelta di operare il silenzio sulle richieste dei rapitori di D’Urso?

 

R. Non saprei. Credo, comunque, che quello sul “blackout” sia stato un dibattito di pura marca giornalistica, non vedo l’influsso di poteri occulti.

 

D. Per concludere veniamo ai giorni nostri. Nel 1999 la sigla Br, che sembrava ormai consegnata alle cronache del passato, è tornata alla luce. Che giudizio dà su questo nuovo fenomeno?

 

R. Innanzitutto non è, a mio avviso, proponibile nessun paragone tra questi nuovi episodi e il gruppo eversivo che agiva durante gli “anni di piombo”. Allora si trattava di un fenomeno socio-politico rilevante. I militanti, tra regolari e irregolari, erano circa seicento e, come abbiamo detto, risultavano possedere un certo radicamento in alcuni strati della società, specie all’interno delle fabbriche. Oggi ci sono non più di una quindicina di visionari, completamente fuori dal tempo e assolutamente slegati da qualsiasi addentellato sociale.

 

D. E’ forse mancato, nel contesto presente, il Mario Scialoja, il giornalista che non si accontenta delle fonti istituzionali e delle agenzie, e va a prendersi le notizie, quando possibile, direttamente alla fonte? Quel giornalismo è davvero morto nell’‘81?

 

R. Può darsi. Ma nel caso specifico, relativo alle nuove Br, non credo che si possa imputare tale situazione alla mancanza di epigoni di Scialoja, quanto alla mancanza stessa di un argomento da narrare. Questi episodi, peraltro sporadici, non sono, a mio avviso, ascrivibili alla cronaca del terrorismo. Sono cronache di polizia, storie di ordine pubblico e come tali dovrebbero essere trattate dalla stampa.

 

D. Un’ultima domanda. Crede che il dibattito sul “blackout” abbia avuto effetti positivi per la categoria giornalistica italiana? E quali postumi, secondo lei, risultano ancora presenti nel giornalismo di 25 anni dopo?

 

R. Quello sul “blackout” è un dibattito che è sempre esistito e riemerge periodicamente, ogni qual volta ci si ritrova di fronte a fatti che mettono in discussione la legittimità dei giornali, delle radio o delle tv nel pubblicare qualcosa. In fondo, da parte delle istituzioni, è sempre stato preferibile avere a disposizione una stampa che stesse il più possibile zitta, che non facesse troppo rumore. Tuttavia mi sembra che il giornalismo attuale risulti molto più allineato di quello di allora. Ha dato per scontato l’utilizzo delle agenzie e delle fonti istituzionali. Ne è emblematica la questione degli ostaggi italiani in Iraq. Per mesi non si sa nulla di come si evolva la vicenda, di come vadano le trattative, eppure la stampa tace. E’ un silenzio auspicato dal governo e che i media accettano di buon grado. Non penso che possa essere considerato un dato positivo.

 

 

Ultima modifica di questa pagina: domenica, 25 febbraio 2007 12.48

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