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DOMANDA.
Parlando dell’esordio del difficile rapporto
tra mass media e terrorismo di sinistra, durante la stagione
degli “anni di piombo”, colpisce innanzitutto un dato: lo
“strabismo” prolungato, soprattutto da parte della stampa,
nel cogliere la reale matrice ideologica del fenomeno. A
cosa pensa fu dovuto tale errore da parte della categoria
giornalistica?
RISPOSTA.
Vi erano alcuni partiti, soprattutto com’è ovvio il Pci, che
non permettevano di cogliere il fenomeno per quello che
realmente era. Io fui tra i primi a scrivere che le Brigate
Rosse erano realmente “rosse”, ma ricordo che in quegli anni
- parliamo dei primi anni ’70 - spesso le mie cronache su
“L’Espresso” si trovavano affiancate a quelle di Giorgio
Bocca che invece parlava ancora di “sedicenti” Brigate Rosse
e di “favolette per bambini”. E come lui faceva la
maggioranza del giornalismo italiano. Tuttavia, e questo mi
sembra un dato storicamente rilevante, devo dire che la
maggiore resistenza, nella mia redazione, la incontrai nel
trattare il problema dell’appoggio su cui le Br potevano
contare nelle fabbriche. Ricordo che il mio direttore di
allora, l’illuminatissimo Livio Zanetti, su questo punto non
poté transigere. Per circa un anno fui costretto a tacere i
rapporti tra Br e mondo operaio. Non era possibile, il Pci
non lo permetteva. Solo più tardi, attorno al 1975, abbiamo
cominciato a inserire anche questo dato nelle nostre
inchieste.
D.
Vi fu chi, nel definire le Brigate Rosse,
parlò di “compagni che sbagliano”, chi si celò dietro
aggettivi quali “provocatore”, “sedicente”, “fantomatico”,
chi ne ricondusse le azioni ora alle “trame nere” ora ai
servizi segreti. Tale comportamento, a suo avviso, ha
giovato o ha nuociuto, nell’iniziale fase di “propaganda
armata”, agli obiettivi delle Br?
R. Le Br ci
tenevano a far sapere che erano rosse. Dunque per loro si
trattava di un danno. L’unico giovamento che potevano trarre
da questa situazione era di carattere puramente
investigativo. Perché le cronache sull’incerto colore
politico del gruppo eversivo, almeno in un primo momento,
sviavano anche coloro che i brigatisti avrebbero dovuto
acciuffarli.
D.
Tuttavia, in questo quadro, vi furono
alcuni che individuarono (o vollero individuare), sin da
subito, che di “tupamaros” si trattava. Penso al suo attuale
direttore Giampaolo Pansa, che fu tra i primi ad osare
questa lettura addirittura ai tempi del sequestro Gadolla da
parte della banda “XXII Ottobre”. Penso naturalmente a lei,
ma a pochi altri. Perché così pochi? Si trattò solo di
conformismo o c’era altro?
R. Io credo
che siano due le ragioni fondamentali di tale situazione.
Una è, senza dubbio, da individuare nel timore che la
pericolosità di questi temi faceva sorgere, l’altra sta
nella grande pigrizia che gran parte della categoria
dimostrava all’epoca. Il 95 per cento dei miei colleghi, in
quegli anni, si limitava a pubblicare, in materia di
terrorismo, le veline diramate dalla polizia e dai
carabinieri, oltre ai comunicati dei magistrati. Pochi erano
coloro che si schiodavano dalle poltrone delle redazioni per
seguire piste proprie e approfondire i problemi. Io, ad
esempio, avendo seguito le vicende del movimento del ’68, mi
servivo di alcune conoscenze maturate in quegli anni, specie
negli ambienti universitari, e che mi tornarono molto utili
in seguito per comprendere il fenomeno. I canali erano
semplici: conoscevo Franco Piperno e Oreste Scalzone,
militanti di Potere Operaio che, pur essendo tutt’altro che
brigatisti, mi fornivano utili elementi di analisi. Ricordo,
ad esempio, quando, durante il sequestro Moro, venne diffuso
il famoso “falso comunicato numero
7”,
quello del “lago della Duchessa”. Chiamai Piperno, gli
chiesi se per lui si trattava di un testo attendibile e lui
mi confermò che le Br non avrebbero mai usato quella
terminologia. Il giorno dopo eravamo tra i primi a scrivere
che di falso si trattava.
D.
Alcuni autori, come Giovanni Bechelloni e Alessandro Silj in
particolare, hanno rimarcato la carenza di inchieste
adeguate e rilevanti approfondimenti durante la fase di
nascita e crescita delle Brigate Rosse. A parte
“L’Espresso”, quali giudica siano state le testate che più
hanno contribuito alla comprensione delle cause e degli
aspetti sociali del fenomeno?
R. Nei
primi anni devo dire che “L’Espresso” fu una voce solitaria.
Di terrorismo rosso ci occupavamo praticamente solo noi.
Anzi me ne occupavo io, talvolta supportato dal più giovane
collega Paolo Mieli. I quotidiani non proponevano affatto
approfondimenti e anche i periodici concorrenti erano
orientati altrove. “Panorama” continuò, per alcuni anni, a
produrre inchieste sulle “stragi nere”. Poi, però, devo dire
che anche loro si concentrarono sull’eversione rossa,
seppure in maniera del tutto diversa dalla nostra. Loro
intervistavano magistrati, inquirenti, membri delle
istituzioni. Noi davamo più spazio al contesto sociale e
pensavamo che a parlare dovessero essere gli stessi
terroristi, anche perché eravamo convinti che la pochezza
delle loro teorie avrebbe finito per condannarli.
D.
Dovesse rintracciare una data o un evento
che segnò la definitiva presa di coscienza, da parte dei
media, della reale collocazione politica e pericolosità del
fenomeno brigatista, quale indicherebbe?
R. A mio
avviso, più che rintracciare una data specifica,
bisognerebbe parlare di una presa di coscienza graduale che
si è consumata negli anni e sotto diversi punti di vista, e
che, probabilmente, non si è ancora oggi esaurita del tutto.
Dapprima divenne evidente che non si trattava di fascisti,
poi ci vollero altri anni per scorgere alcuni legami
esistenti con il mondo operaio e, perciò, che l’idea che le
Br fossero costituite da pochi intellettuali isolati era
quanto meno limitativa. Se poi si pensa che, a tutt’oggi,
c’è ancora chi, in relazione al caso Moro, parla di un
“grande vecchio” alle spalle delle Br e scrive decine di
libri su questo, si comprende chiaramente quanto ancora
confusa sia, per alcuni, la disamina del fenomeno.
D.
Come mai, a suo avviso, tale tendenza editoriale continua a
sfornare epigoni?
R. Credo
che siano interventi mossi quasi sempre da interessi. In
fondo, dire che dietro le Br vi fosse un burattinaio, un
“grande vecchio”, magari nascosto nel “Palazzo”, attira
certo di più l’attenzione, intriga maggiormente il pubblico.
E alcuni autori hanno costruito di sana pianta la propria
carriera su questo, producendo decine di libri spesso
identici e con un lauto riscontro economico. Va poi detto
che, se in passato, in clima di guerra fredda, si cercavano
collusioni con i servizi segreti dei paesi comunisti, per
dimostrare che questi producevano terrorismo, oggi è pur
vero che resta, da parte di alcuni, l’imbarazzo nel voler
riconoscere che lo Stato è rimasto, per lunghi anni, in
scacco ad un gruppo di persone scarsamente preparate sia da
un punto di vista intellettuale che militare.
D.
Che peso ebbe sul mondo dell’informazione
il primo omicidio politico compiuto dalle Br, ai danni del
magistrato Francesco Coco?
R.
Sicuramente si trattò di un giro di boa nella strategia
brigatista. Anche se in precedenza avevano già compiuto un
duplice omicidio a Padova, in una sede dell’Msi (quello che
chiamarono un “incidente sul lavoro”), l’omicidio di Coco fu
l’evento che fece loro definitivamente smettere i panni dei
“Robin Hood” per indossare quelli degli assassini. Forse è
proprio in tale circostanza che si delineò la
sopravvalutazione militare che avrebbe portato poi a parlare
di “geometrica potenza” nel 1978 in via Fani. Laddove, per
espressa ammissione di Valerio Morucci, che prese parte al
commando uccidendo uno degli uomini della scorta, le Br
riuscirono a concludere l’azione solo per un “miracolo”.
D.
Lei riuscì ad ottenere
un’intervista dalle Br nel maggio del 1974, durante il sequestro Sossi.
L’analoga intervista che ottenne sei anni e mezzo dopo,
durante il sequestro D’Urso, assieme ai verbali del
“processo” cui il magistrato era sottoposto, provocò,
invece, il suo arresto, suscitando ben più clamore. Mi
sembra questo un parallelo che pochi hanno fatto. Come mai,
a distanza di pochi anni, lo stesso giornalista, per lo
stesso periodico, porta a termine un’intervista con lo
stesso gruppo eversivo e le reazioni di media e istituzioni
sono così diverse?
R. Va
innanzitutto chiarito che gli arresti, mio e di Giampaolo
Bultrini, furono operati, sapemmo poi, su preciso invito del
Comando dei Carabinieri, che, a seguito dell’omicidio del
generale Enrico Galvaligi, ritenne di dover dare un segnale
forte, facendo pressione sul magistrato Domenico Sica che, a
sua volta fece pressione sul giudice Amato. Del resto, lo
stesso Amato era stato da me immediatamente informato della
vicenda e aveva acconsentito alla pubblicazione dei
materiali in nostro possesso già negli ultimi giorni del
1980. Furono gli arresti, dunque, a dar vita al dibattito
deontologico, oltre che alle polemiche che vi seguirono. E
questa credo sia stata la più rilevante differenza tra
quanto accaduto durante il caso Sossi e, poi, durante il
caso D’Urso. Se il generale Galvaligi non fosse stato
ucciso, insomma, credo che, anche nell’‘81, la pubblicazione
di quei documenti non avrebbe suscitato lo scalpore che
invece suscitò.
D.
Dopo qualche settimana dal suo rilascio,
lei scrisse che quei due arresti avevano sancito la fine di
un modo di informare in campo terroristico, quello che pone
alla sua base la ricerca dei fatti, la conoscenza e
l’analisi dei fenomeni. Possiamo parlare, nei tardi anni
’70, di una spallata più generale alla tradizione
benedettiana d’inchiesta de “L’Espresso”?
R. E’ un
conto molto difficile da fare. Nel caso del mio arresto
credo che la spallata volesse essere data ad un tipo di
giornalismo d’inchiesta che aveva preso posizioni fastidiose
sia per la Dc che per il Pci, ma con esclusivo riferimento
al trattamento del terrorismo brigatista. Certo, che
“L’Espresso” fosse un giornale per certi versi “scomodo” lo
sapevamo bene e per diversi fattori. Innanzitutto perché
aveva un notevole successo editoriale. In quegli anni era
certamente il settimanale politico più autorevole a livello
nazionale. Inoltre era tra i pochi a condurre inchieste sul
terrorismo e anche questo provocava certamente invidie.
D.
L’affare “Espresso-Br”, insomma, mise in
luce che quello che non erano riuscite a fare le Br stesse
(con gli omicidi di Casalegno e Tobagi), lo avevano fatto le
istituzioni con gli arresti. “Il giornalista è come un vaso
di coccio tra due vasi di ferro” disse lei con potenza
evocativa. Quanto pesò questa situazione sulla corretta
informazione durante gli “anni di piombo”?
R.
Parecchio, si era tra due fuochi. E il rischio, come capitò
poi a me, era di scottarsi con entrambi.
D.
Anche lei fu inserito nella lista dei
“pennivendoli” da punire in un documento redatto nel 1979 da
Renato Curcio, peraltro in seguito da lei stesso
intervistato. In quale atmosfera si lavorava in quegli anni?
R. Si, è
vero. Indicarono me e altri due giornalisti come “consulenti
della controrivoluzione” da punire, ricordo le parole
testuali, “con una buona razione di piombo”. Gli altri due
erano Enrico Deaglio, allora direttore di “Lotta Continua” e
un giornalista de “La Repubblica”, anch’egli tra i pochi ad
investigare più da vicino il fenomeno delle Br. Beh, era
senza dubbio uno stato d’animo fastidioso, in fondo ci si
trovava già in un periodo in cui si era ben consci che i
brigatisti non scherzavano. C’erano già stati alcuni
gambizzati, Carlo Casalegno era stato ucciso. Mi chiesero
anche, senza molta insistenza per la verità, se volevo una
scorta. Rifiutai, ma comunque ricordo che per un periodo
tendevo a guardarmi dietro le spalle e a variare i percorsi
per recarmi a casa.
D.
Maturava la tentazione di abbandonare le
cronache terroristiche? E se si, quale dei due “vasi di
ferro” aveva più impatto in questo?
R. Io
ricordo che in risposta a quel documento delle Br pubblicai
un articolo nel quale scrivevo che avrei continuato a fare
il mio lavoro come lo avevo fatto fino ad allora. E così
feci. Fu allora che scrissi dei due “vasi di ferro”, un
concetto che ripresi poi, in seguito al mio arresto. In
alcune occasioni, come ho detto, specie se si era presi di
mira, non si provava certo una sensazione che si può dire
gradevole. Altre volte, tuttavia, prevaleva l’ostruzionismo
della magistratura che non permetteva di lavorare come si
sarebbe voluto. Era un lavoro pericoloso e faticoso insieme.
D.
Tornando a quei giorni dell’‘81, oltre ai
provvedimenti giudiziari, colpisce, in modo particolare, il
trattamento, talvolta al limite della calunnia, che le
riservò gran parte della categoria alla quale lei stesso
apparteneva e appartiene. Confrontando le reazioni dei
giornali italiani e di quelli francesi al suo arresto,
appare lampante come la stampa nostrana fosse caratterizzata
da una conflittualità che rendeva difficile qualunque
considerazione di tipo deontologico. A cosa era dovuta tale
situazione nel giornalismo del nostro paese?
R. Ricordo
che scrissero di me che ero un intimo confidente di Senzani,
addirittura che ero io il “grande vecchio” alle spalle delle
Br. Eugenio Scalfari, il direttore che mi aveva assunto a
“L’Espresso”, lo stesso che, venuto a conoscenza dello
“scoop”, mi era venuto ad intervistare per “La Repubblica”,
portando con sé una bottiglia di champagne per festeggiare
l’evento, subito dopo l’arresto scrisse che gli dispiaceva
che fossi incappato in un tale errore. Io lessi quelle dure
critiche sotto un duplice punto di vista: da un lato era
innegabile che la mia attività e la mia stessa appartenenza
a “L’Espresso” mi portassero ad essere antipatico a molti e
che, dunque, parecchi fossero stati ben contenti delle mie
vicissitudini giudiziarie; anche a coloro cui non ero
antipatico (è il caso di Scalfari e di pochi altri, per la
verità) l’episodio non poteva, tuttavia, che comunicare una
doverosa cautela istituzionale. Bisognava mettere le mani
avanti, prendere le distanze dai “giornalisti che avevano
sbagliato”, per dovere istituzionale. Devo comunque dire che
non mancarono, seppur sporadiche, alcune voci che si
staccarono dal coro di generale denuncia, per prendere
disinteressatamente le nostre difese, da un puro punto di
vista deontologico.
D.
Veniamo ora al “blackout”. Innanzitutto
quale fu il suo parere sulla provocazione di “staccare la
spina” lanciata da Marshall McLuhan nel 1978?
R.
Negativo. Non so se McLuhan volesse lanciare una
provocazione, io lessi quell’invito come un sostanziale
errore di analisi. Il mio parere era e rimase anche in
seguito quello che bisognasse pubblicare i comunicati,
perché per combattere un nemico è necessario conoscerlo il
più possibile e il meglio possibile. E poi la mia posizione
nasceva anche dalla considerazione che il cittadino italiano
dovesse sapere e, soprattutto, dovesse essere trattato come
un individuo in grado di comprendere i problemi. Ho sempre
pensato che bisognasse far parlare i terroristi, che fossero
delle Br, della tedesca Rote Armee Fraktion o della francese
Action Directe. E questo per due motivi di fondo:
innanzitutto perché ritenevo che la pubblicazione di
un’intervista, non certo reiterata all’inverosimile, ma in
determinati momenti, potesse essere utile a meglio
comprendere il fenomeno eversivo; e poi perché rimanevo
convinto che la pochezza intellettuale e ideologica dei
terroristi non avrebbe potuto che provocarne il rifiuto da
parte dell’opinione pubblica.
D.
Durante il sequestro Moro il “blackout” non ebbe rilevante
attuazione. La ebbe, in parte, nel 1981 e seguendo una via
molto particolare. Dapprima un tentativo, piuttosto
fallimentare, propugnato da “Il Tempo” e dal gruppo Rizzoli.
Quindi una più lauta adesione, a seguito del ricatto
esplicito nei confronti dei giornali messo in atto dalle Br
con il comunicato numero 9. Che giudizio dà del
comportamento della stampa in quei giorni?
R. Scelse
di tacere, cosa che, come ho detto, io non ritenevo
opportuna. Tuttavia, a mio modo di vedere, il giornalismo
italiano aveva già avuto, prima di allora, gravi colpe nel
trattamento delle notizie sulle Br: innanzitutto aveva
negato per anni che fossero un gruppo eversivo di estrema
sinistra, non permettendo ai lettori di conoscere la realtà
dei fatti; quindi, come ho detto, aveva sottaciuto per ancor
più tempo i legami su cui il gruppo poteva contare
all’interno delle fabbriche; l’ultima considerazione è
valida tuttora e attiene all’impossibilità, da parte di
molti, di accettare il fatto che i brigatisti rossi erano
solo quelli che poi vennero arrestati negli anni ’80 e che
non ci fossero fantasmi dietro di loro.
D.
Il dibattito deontologico seguito al suo
arresto, così come la concomitante morte dello stesso
McLuhan, crede possano aver influito sulla predisposizione
del mondo dell’informazione ad autocensurarsi solo pochi
giorni dopo?
R. Credo
che il dibattito sul “blackout” e quello seguito al mio
arresto siano stati due eventi piuttosto distinti. Entrambi
chiamavano in causa la deontologia professionale, ma
prendendo in considerazione due risvolti diversi della
professione. Da un lato il problema del giornalista di
fronte alle sue fonti, in materia di terrorismo, dall’altro
l’annosa disputa sull’eventualità, da parte dei media, di
farsi “cassa di risonanza” per i terroristi. Tuttavia, credo
che questi due problemi in una certa misura si mischiarono
durante il sequestro D’Urso. Come già accennavo, quegli
arresti funzionarono da deterrente. Furono come un monito:
“Vedete in che guaio si è ficcato chi si è spinto troppo
oltre?” Molti, di conseguenza, pensarono che fosse giunto il
momento buono per staccare la spina.
D.
Quanto crede abbia avuto importanza l’“infiltrazione P2” nel
gruppo “Rcs” nella prima scelta di operare il silenzio sulle
richieste dei rapitori di D’Urso?
R. Non
saprei. Credo, comunque, che quello sul “blackout” sia stato
un dibattito di pura marca giornalistica, non vedo
l’influsso di poteri occulti.
D.
Per concludere veniamo ai giorni nostri. Nel 1999 la sigla
Br, che sembrava ormai consegnata alle cronache del passato,
è tornata alla luce. Che giudizio dà su questo nuovo
fenomeno?
R.
Innanzitutto non è, a mio avviso, proponibile nessun
paragone tra questi nuovi episodi e il gruppo eversivo che
agiva durante gli “anni di piombo”. Allora si trattava di un
fenomeno socio-politico rilevante. I militanti, tra regolari
e irregolari, erano circa seicento e, come abbiamo detto,
risultavano possedere un certo radicamento in alcuni strati
della società, specie all’interno delle fabbriche. Oggi ci
sono non più di una quindicina di visionari, completamente
fuori dal tempo e assolutamente slegati da qualsiasi
addentellato sociale.
D.
E’ forse mancato, nel contesto presente, il Mario Scialoja,
il giornalista che non si accontenta delle fonti
istituzionali e delle agenzie, e va a prendersi le notizie,
quando possibile, direttamente alla fonte? Quel giornalismo
è davvero morto nell’‘81?
R. Può
darsi. Ma nel caso specifico, relativo alle nuove Br, non
credo che si possa imputare tale situazione alla mancanza di
epigoni di Scialoja, quanto alla mancanza stessa di un
argomento da narrare. Questi episodi, peraltro sporadici,
non sono, a mio avviso, ascrivibili alla cronaca del
terrorismo. Sono cronache di polizia, storie di ordine
pubblico e come tali dovrebbero essere trattate dalla
stampa.
D.
Un’ultima domanda. Crede che il dibattito sul “blackout”
abbia avuto effetti positivi per la categoria giornalistica
italiana? E quali postumi, secondo lei, risultano ancora
presenti nel giornalismo di 25 anni dopo?
R. Quello
sul “blackout” è un dibattito che è sempre esistito e
riemerge periodicamente, ogni qual volta ci si ritrova di
fronte a fatti che mettono in discussione la legittimità dei
giornali, delle radio o delle tv nel pubblicare qualcosa. In
fondo, da parte delle istituzioni, è sempre stato
preferibile avere a disposizione una stampa che stesse il
più possibile zitta, che non facesse troppo rumore. Tuttavia
mi sembra che il giornalismo attuale risulti molto più
allineato di quello di allora. Ha dato per scontato
l’utilizzo delle agenzie e delle fonti istituzionali. Ne è
emblematica la questione degli ostaggi italiani in Iraq. Per
mesi non si sa nulla di come si evolva la vicenda, di come
vadano le trattative, eppure la stampa tace. E’ un silenzio
auspicato dal governo e che i media accettano di buon grado.
Non penso che possa essere considerato un dato positivo.
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