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Il
gruppo Br a Biella nasce nel 1974, dopo il sequestro Sossi.
È Mario Fracasso (Pedro), un operaio di Torino militante
delle Br, che conosce casualmente Edoardo Liburno e Loredana
Casetti. È Fracasso che fa leggere i materiali Br al Liburno.
Alle riunioni che seguono partecipano Giorgio Caralli, Mauro
Curinga, Gian Paolo Babuder, Sergio Corli, Gianni Romanello
e Alessandro Peverati. Partirà da quelle riunioni l'adesione
più o meno convinta e continua di tutti alle Br. Fracasso
porterà a Biella Rocco Micaletto e questi porterà Mara Cagol
che diverrà, dopo la sua morte, un personaggio quasi mitico
nel milieu Br biellese.
Patrizio Peci, la cui confessione determinerà l'arresto di
tutti i br biellesi, nel suo libro di memorie li definisce
ironicamente "quei bravi beduini di Biella". Poi azzarda un
tentativo di spiegazione: "Tutti gli irregolari si sentono
in condizioni di sudditanza psicologica nei confronti di un
regolare, ma il loro era davvero un caso eccezionale".
In
realtà la storia della militanza nelle Br del gruppo
biellese, come risulterà sia dalle confessioni di Peci che
da quelle fornite da molti dei protagonisti, appare, per un
verso, di lunga data e capace di rinnovarsi ogni volta dopo
i numerosi momenti difficili della vicenda terroristica e,
per un altro, in qualche modo caratterizzata da "una
adesione critica, mai incondizionata". Ad esempio Gian Paolo
Babuder, indicato da Peci come "Babut, un vecchio Potop
biellese", dichiara al giudice istruttore: "Peraltro si
arriva ad un momento in cui si capisce che fra il dire e il
fare c'è una notevole differenza: non mi sentivo
assolutamente di partecipare ad azioni armate. In
particolare non mi trovavo d'accordo sul problema degli
espropri. In sostanza la mia risposta fu un sì, ma un sì
condizionato con la riserva di valutare di volta in volta
ogni singola proposta".
Nella
sostanza un atteggiamento di questo tipo è riscontrabile
anche in molti degli altri brigatisti biellesi. Tuttavia
sembra più corretto riferire questa relativizzazione della
adesione e della militanza alle Br alle attese e alle
necessità che l'organizzazione aveva nei confronti dei
biellesi più che al significato che l'esistenza di un gruppo
brigatista ha assunto nella società locale.
Ancora
Peci, nel libro citato, ricorda che quando Mattioli divenne
"regolare" assunse la "gestione" della zona di Biella, che
prima era competenza del Peci stesso. Passandogli le
consegne gli disse: "Adesso che sei regolare devi gestirti
un po' da solo e gestire la tua zona. Prendi casa a Biella e
datti da fare, perché lo sai che quelli sono compagni con
una disponibilità limitata: bisogna invogliarli a fare di
più. Il fatto stesso che ti ospitino per loro è un salto di
qualità, dal punto di vista politico, perché si assumono la
responsabilità di ospitare un ricercato".
I
rapporti tra i biellesi e Mattioli saranno sempre tesi e
difficili anche per questo fatto: "Non hanno voglia di fare
niente, sono dei cialtroni", sostiene il Mattioli in una
relazione al capo colonna. Peci racconta anche delle
lamentele di Liburno e soci per i maltrattamenti che erano
costretti a subire dall'iroso Mattioli.
Invece
l'impatto che la scoperta della rete Br ha sulla società
biellese è fortissimo.
Quando,
nella notte fra il 27 e il 28 marzo del 1980, i carabinieri
irrompono nelle case di Sergio Corli a Occhieppo Superiore,
Pietro Falcone e sua moglie Giuseppina Bianchi a Occhieppo
Inferiore, Mauro Curinga e Maria Cristina Vergnasco a
Candelo, Edoardo Liburno e Loredana Casetti a Biella (questi
ultimi saranno rilasciati e poi arrestati, in una successiva
retata, il 10 aprile), portano alla luce una impressionante
quantità di armi, documenti e schedari delle Br e
soprattutto rivelano l'esistenza di brigatisti locali.
Scrive
Mario Pozzo sulla "Gazzetta del Popolo" del 30 marzo:
"Biella è sconvolta anche perché l'operazione del generale
Dalla Chiesa, oltre alle armi, all'esplosivo e agli
schedari, ha portato alla luce una immagine, sconvolgente
appunto, dei presunti brigatisti. Non più giovani
dall'apparenza rispettabile, 'professionisti' in grado di
nascondere la propria attività clandestina dietro una
parvenza di normalità ma coppie, famiglie davvero normali,
capaci di nascondere la loro attività clandestina".
I
giornali pongono tutti l'accento sulla normalità delle
coppie coinvolte, sul fatto che quasi tutte hanno dei figli
giovanissimi, sulle condizioni economiche agiate.
Proprio
nel giorno del blitz, alla Cisl è in corso una assemblea di
quadri sindacali sulla vertenza fisco. Il segretario
biellese Aldo Smolizza annuncia ai presenti che ci sono
stati numerosi arresti "di persone a noi molto note. Occorre
essere uniti e vigilare per stroncare e isolare i germi del
terrorismo". Due degli arrestati, i coniugi Falcone, sono
infatti militanti Cisl. Lui è un semplice iscritto; la
Bianchi, invece, fa parte della struttura aziendale
sindacale della Cassa di Risparmio di Biella.
Sergio
Corli è iscritto al Pci, di cui ha conservato la tessera,
anche se da tempo non è più impegnato nella sezione di
Occhieppo Superiore, di cui è stato per numerosi anni il
segretario. Anche Liburno ha militato in gioventù nella Fgci,
e poi nel Pci, staccandosene alla fine degli anni sessanta,
per aderire, dopo una brevissima parentesi nel gruppo
Manifesto, a Potere operaio, nel quale ha militato anche
Mauro Curinga. Nella casa dei Falcone viene tratto in
arresto anche Domenico Jovine, loro ospite, uno dei
sessantuno licenziati dalla Fiat, appena passato alla
clandestinità.
Se la
sorpresa e lo sgomento sono generali, tuttavia la
Federazione del Pci in un suo comunicato del 1 aprile mette
subito il dito sulla piaga: "I fatti smentiscono così
clamorosamente la cieca sicurezza di quegli organi di
stampa, di quelle forze politiche che, di fronte al
moltiplicarsi di atti di violenza e al manifestarsi di
inequivocabili segnali di presenza del partito armato, si
sono per lungo tempo ostinati a considerare Biella e il
Biellese tranquille isole incontaminate dai terroristi.
L'operazione di questi giorni non è infatti un episodio
isolato. Essa fa seguito a ripetuti atti di violenza che
hanno origine con l'uccisione del vice questore di Biella
Francesco Cusano ad opera delle Br e vanno alla catena di
attentati a luoghi pubblici, banche, caserme dei
carabinieri, tutti puntualmente rivendicati da
organizzazioni eversive, al ritrovamento, alla Lancia di
Verrone e da altre parti, di volantini e documenti di
diversi gruppi armati e, recentemente, alla scoperta di un
arsenale di armi ed esplosivo occultato presso il cimitero
di Cossila. La storia di questi anni conferma dunque
l'esistenza a Biella e nel Biellese di uno o più gruppi che
praticano apertamente la violenza armata e che sono legati a
filo diretto con il terrorismo".
La Cisl,
dal canto suo, rilascia una dichiarazione nella quale
ribadisce "la netta convinzione che gli interessi dei
lavoratori italiani passano attraverso il rafforzamento e il
consolidamento dei valori democratici nel nostro Paese" e
ricorda che i due militanti sindacali "non avevano
responsabilità dirigenziali e che il loro comportamento come
aderenti Cisl non aveva mai dato luogo a sospetti di alcun
genere".
Democrazia proletaria in un documento prende atto "con
stupore e sgomento" che il blitz anti-terrorismo ha
interessato anche il Biellese e, ricordata la militanza
"alla luce del sole" del Falcone e della Bianchi, invita "le
autorità competenti a far conoscere all'opinione pubblica,
nei dettagli e nel più breve tempo possibile, i capi di
imputazione e anche la loro versione dei fatti. Questo
perché non si creino con troppa facilità altri 'mostri' da
prima pagina con la scusa o la motivazione della caccia ai
terroristi, come spesso succede in questi ultimi tempi in
Italia e nel Biellese, come testimonia la vicenda
Cornacchia".
Il
riferimento alla vicenda Cornacchia, di cui si parlerà più
avanti, e il tono generale delle argomentazioni del
comunicato esprimono una sensibilità assai diffusa nella
sinistra estremistica, che coniuga forti motivazioni
garantiste ad una sorta di equidistanza fra il partito
armato, pur duramente criticato, e lo Stato, accusato di
militarizzarsi e di sparare nel mucchio.
Nei
giorni immediatamente seguenti sale la tensione. Il processo
per direttissima per la detenzione delle armi è fissato per
il 10 aprile. Il 4, a Torino, vengono arrestati altri due
biellesi: Claudio Toffolo, ex Potere operaio poi passato al
Psi, e la fidanzata Anna Pidello, poi risultata estranea a
tutta la vicenda.
Intanto, mentre il Biellese balza agli "onori" della stampa
nazionale, il dibattito fra le forze politiche e sociali
biellesi si fa molto teso.
"E
Biella, isola felice, scopre il terrorismo" titola il 1
aprile "La Repubblica" una corrispondenza di Guido
Passalacqua, che si apre con la cronaca della riunione della
sezione Pci di Occhieppo Superiore, durante la quale è stato
espulso dal partito Sergio Corli, "uno che da qualche tempo
preferiva la pesca all'attività di partito ed ora è
ufficialmente un brigatista rosso".
I
commenti dei giornali locali, oltre allo stupore, cominciano
però a riconoscere che in effetti vi erano stati molteplici
segnali di presenza del partito armato. È il caso de "ll
Biellese" secondo il quale "dai tempi dell'assassinio del
vice questore Cusano era illusorio pensare che Biella fosse
rimasta fuori dalla bufera".
Il
giornale confindustriale "Eco di Biella" interviene
sull'argomento in due numeri successivi con un articolo del
direttore Carlo Caselli e con una nota del socialista
Giuliano Ramella.
Il
primo riprende una vecchia polemica sulle responsabilità dei
partiti costituzionali: "Ciò che non persuade affatto è il
modo sbrigativo con cui certi partiti e sindacati si disfano
del personaggio scomodo: radiandolo dalle loro file o, più
accortamente, ricorrendo alla formula della sospensione
cautelativa in attesa di chiarimenti giudiziari. È troppo
poco in confronto a ciò che occorre. Ciò che occorre è una
revisione onesta e radicale del passato, un riesame critico
di tutto il contributo che questi movimenti diedero al
Sessantotto ma soprattutto una ammissione doverosa delle
strumentalizzazioni che poi ne fecero per propri fini e in
cerca di comodi esiti".
Per
l'esponente socialista invece "è dall'assassinio del vice
questore Cusano, casuale forse, ma compiuto da personaggi
non casualmente presenti a Biella, che la nostra zona può
essere considerata un'area calda nella mappa del terrorismo
italiano".
I
comunisti invece riprendono la polemica contro le
sottovalutazioni dei mesi precedenti. Il segretario della
Federazione, Wilmer Ronzani, in un articolo di fondo su
"Baita", insiste: "Non serve recriminare. Giova però
ricordare che per molto tempo chi, come noi, poneva
l'accento sulla gravità della situazione, sulla capacità di
ramificazione delle organizzazioni terroristiche e sulla
necessità di non sottovalutare tale fenomeno a livello
locale, veniva accusato di volere creare un clima di caccia
alle streghe e di allarmismo".
Nello
stesso numero il settimanale pubblica, sotto il titolo
"Biella è davvero una città tranquilla?", un primo
significativo riepilogo di tutti i fatti di violenza
politica e terroristica verificatisi nel Biellese a partire
dall'omicidio Cusano.
Seppure
colte di sorpresa e animate da intenti polemici inevitabili,
le forze politiche e sociali e le istituzioni organizzano
una reazione sul piano politico e della mobilitazione di
massa.
Il
presidente del Comitato comprensoriale, l'indipendente di
sinistra Alberto Treves, convoca una riunione di tutte le
forze politiche e sociali biellesi nella quale avanza la
proposta della costituzione di un Comitato civile permanente
per la difesa dell'ordine e delle istituzioni democratiche e
la convocazione di tutti i consigli comunali, dei consigli
di fabbrica e delle associazioni di ogni tipo. La riunione
vede una larghissima partecipazione e una conclusione
pressoché unitaria, pur con qualche riserva da parte della
Dc e dei liberali. Infine si stabilisce che le
manifestazioni del 25 aprile saranno un momento di
mobilitazione di massa contro il terrorismo.
In una
città in stato d'assedio si apre, il 10 aprile, il processo
per direttissima ai brigatisti arrestati per il possesso di
armi ed esplosivi. Spavaldo, vestito con una salopette e un
golfino bianco, Domenico Jovine legge un lungo proclama che
si apre con la rivendicazione dell'appartenenza alle Brigate
rosse. Ma il processo non può praticamente svolgersi. Mauro
Curinga, a sorpresa, dichiara che nel suo giardino, a
Candelo, i carabinieri non hanno trovato un altro bidone
pieno di armi ed esplosivo. Il collegio giudicante reputa di
non essere in grado di emettere una sentenza in quanto è
necessario "l'espletamento di ulteriori indagini
incompatibili col rito direttissimo" e quindi trasmette gli
atti al giudice istruttore.
Ma a
quel punto l'attenzione della città è di nuovo
sull'operazione dei carabinieri. Un nuovo maxi blitz porta
in carcere a Torino, Milano, Biella, Ravenna ed Empoli oltre
trenta persone. Fra questi a Torino viene preso Gian Franco
Matacchini, un altro dei sessantuno licenziati dalla Fiat. A
Biella tornano in carcere il Liburno e la Casetti e, assieme
a loro, vengono catturati il messo comunale di Gaglianico,
Livio Scanzio, ex militante del Pci e poi di Potere operaio,
e una coppia di erboristi, Luigi Rolla, detto "Gigio", e
Maria Grazia Testa. Anche la moglie del Curinga, Maria
Cristina Vergnasco, viene nuovamente incarcerata.
Nei
giorni seguenti tensione e anche qualche confusione. Finisce
in carcere Piero Arlorio, un insegnante, assolutamente
estraneo alla vicenda, ma confuso, per le indicazioni un po'
imprecise di Peci, con Gian Paolo Babuder, che viene tratto
in arresto il 13 aprile, assieme ad Alessandro Peverati,
ferroviere, delegato della Cgil, anch'egli, un tempo,
iscritto al Pci e poi militante di Potere operaio, prima di
"simpatizzare" per il Psi. Infine, qualche giorno dopo
ancora, viene arrestato un operaio tessile cinquantenne
molto noto nella sinistra biellese. Si tratta di Giorgio
Caralli, fratello di un partigiano caduto nei primi mesi
della lotta di liberazione, espulso dal Pci con il gruppo
del Manifesto e poi anch'egli militante di Potere operaio.
Con
Giorgio Caralli, e considerando anche l'arresto di Giorgio
Battagin, avvenuto a Torino nell'autunno del 1979, mentre
stava rientrando nel suo appartamento dove erano stati
ritrovati documenti, armi e una forte somma di denaro, sale
a quindici il numero dei biellesi arrestati. Una cifra che
desta impressione e che spinge la stampa locale a
sottolineare con drammaticità la portata dei fatti. "Biella
è la città più brigatista d'Italia?", titola con angoscia
"Il Biellese" del 15 aprile, e qualche giorno dopo si chiede
"Biella, perché?".
Ma gli
interrogativi in questi giorni cominciano a farsi più di
sostanza.
L'Anpi
provinciale organizza nell'aula magna del Liceo scientifico
un dibattito, dal titolo significativo: "Resistenza e
terrorismo", cui partecipa Luciano Violante. La sala è
stracolma, il dibattito teso, a volte drammatico. Si
confrontano le due posizioni della sinistra. Molti militanti
parlano dei loro rapporti personali con gli arrestati.
Alcuni, che stanno nell'estrema sinistra, temono che gli
arresti nascano dalla identificazione fra dissenso politico
e terrorismo, vedono gli effetti della "germanizzazione" del
Paese. Riecheggia la nota posizione "né con le Br né con lo
Stato". I comunisti sono accusati di farsi interpreti della
risposta più dura e intransigente da parte dello Stato.
Invero
la posizione dei comunisti appare in questi giorni molto
netta e polemica verso chi ha lungamente sottovalutato il
fenomeno. Su "Baita" del 17 aprile sintetizzo la posizione
della Federazione: "Le Br che avevano creato nel Biellese
un'area di supporto alla propria organizzazione clandestina,
avevano tutto l'interesse a che questa restasse al di fuori
di ogni sospetto e dell'attenzione delle forze dell'ordine.
È quindi facile che si siano ben guardati dal compiere loro
la nutrita serie di attentati e violenze realizzatasi negli
ultimi tre anni nella nostra zona. È lecito supporre che un
altro gruppo o altri gruppi locali, o magari importati,
siano stati protagonisti dei ripetuti 'fuochi di guerriglia'
biellesi. Se le cose stanno così non bisogna cadere
nell'errore di considerare che sia venuto meno il pericolo
di nuovi attacchi terroristici, solo perché è stato
duramente colpito il gruppo nazionalmente più forte e
pericoloso. Da altre parti bisognerà continuare a cercare".
Mentre
gli sviluppi delle indagini, e soprattutto l'ampia e
particolareggiata confessione che forniranno alcuni degli
arrestati consentirà di attribuire ai brigatisti locali
alcuni degli attentati alle auto di esponenti democristiani
e altre iniziative, la cronaca dei mesi seguenti e la
scoperta di una organizzazione legata a Prima linea si
incaricheranno di confermare la fondatezza dell'analisi e
delle previsioni del Pci biellese.
In
effetti la cronaca degli anni che vanno dal '76 in avanti
era stata assai ricca di fatti di terrorismo e di violenza
politica.
La
prima comparsa delle Br nel Biellese è della notte ha l'8 e
il 9 febbraio del 1976. A Sala Biellese si è tenuta una
manifestazione, indetta dall'Amministrazione comunale per
rievocare la rivolta dei cittadini del paese che, nel 1896,
insorsero contro le imposizioni di una tassa sulla
produzione artigianale di tessuti e per ricordare l'altro
grande momento della vita del piccolo paese della Serra: la
battaglia del febbraio 1944, che segnò una delle pagine più
brillanti della storia dei partigiani biellesi.
Nella
notte appunto, qualcuno issa, vicino al monumento che
ricorda un partigiano caduto in battaglia, una bandiera
delle Br mentre scritte che inneggiano a Mara Cagol
riempiono i muri vicini. Secondo gli atti istruttori a
partecipare all'operazione erano stati il Liburno, la
Casetti, Toffolo e Peverati. A fine marzo dello stesso anno
fallisce il tentativo di incendiare l'auto di un dirigente
della Lancia di Verrone, Giovanni Pagliara. All'azione e
alla sua progettazione avevano partecipato il Liburno, la
Casetti, Babuder, Caralli e Curinga. In questa vicenda è
coinvolto anche un operaio della Lancia, Piero Reis, che
partecipa alla individuazione dell'obiettivo da colpire ma
poi non se la sente di passare alla fase operativa e non
rinnova contatti con l'organizzazione.
Ma il
fatto più grave, e che segna il coinvolgimento più diretto
dei brigatisti biellesi, è stato l'omicidio del commissario
di polizia Francesco Cusano, assassinato la sera del 1
settembre del '76 da Lauro Azolini e Calogero Diana.
La
confessione di Edoardo Liburno consente di ricostruire nei
dettagli il ruolo svolto dai biellesi. La sera dell'omicidio
Giorgio Caralli si reca dal Liburno e gli racconta
l'accaduto.
A
seguito di un casuale controllo di polizia, due militanti Br,
che risultano essere a Biella per preparare una rapina,
hanno avuto uno scontro a fuoco e ucciso il vice questore
della città. I due, che erano ospiti nella trattoria gestita
da Gianni Romanello e dalla moglie, devono essere nascosti,
anche perché il Romanello, dopo l'accaduto, chiede,
scongiura che i due se ne vadano. Così, dopo molte
insistenze e minacce da parte dei due "regolari", nella
notte vengono trasferiti in casa della cognata del
Romanello, assolutamente estranea alle Br. Per questo fatto
Romanello, la moglie e la sorella saranno arrestati e
processati per favoreggiamento.
Dopo
qualche giorno i due ricercati lasciano la zona, aiutati dai
biellesi e sotto la direzione di Walter Alasia, capo della
colonna milanese. Di notte, uno per volta, i due assassini
vengono accompagnati al casello autostradale di Carisio e
trasferiti presumibilmente a Milano.
Partecipano a questa operazione: Silvia Germano, la donna
nella cui abitazione erano stati ospitati, Caralli, Curinga,
che metteva a disposizione la propria auto, Liburno, la
Casetti, Peverati.
Nei
mesi seguenti il clima politico si fa sempre più teso. Si
crea anche nel Biellese un'area, di dimensioni non piccole,
di simpatia verso le azioni di guerriglia armata, si
diffonde, in una certa misura, una pratica di violenza
politica tipica di quelle formazioni della "autonomia" che
percorrono i grandi centri del Paese.
Incidenti e disordini di una certa gravità si verificano
durante il corteo del 1 maggio del '77, alcune settimane
dopo analoghi incidenti, con duri scontri, turbano una
manifestazione del Pci a Biella.
E la
situazione conosce una brusca accelerazione durante l'anno
seguente. Ai primi di marzo alla Lancia di Verrone vengono
ritrovati volantini a firma "Reparti operai combattenti per
il comunismo" che rivendicano l'attentato all'ingegner
Domenico Segala dell'Alfa Romeo. Qualche giorno dopo una
sigla quasi analoga (Reparti proletari combattenti per il
comunismo) rivendica un attentato al negozio del fotografo
Sergio Fighera, accusato di lavorare per la Questura.
I
giornali registrano poi, nei giorni seguenti, una serie di
atti non rivendicati, quali una bomba che danneggia la sede
di una cooperativa di consumo a Biella, nel quartiere Riva,
colpi di pistola contro la vetrina del commerciante Roberto
Ronco, un attentato alla stazione di servizio della Mobil
Oil. Si giunge così alla metà del mese di maggio quando
vengono prese di mira due filiali della Banca Sella di
Biella. Sul fronte delle fabbriche è la Lancia di Verrone il
punto più caldo. A metà giugno nuovi incidenti fra alcuni
dirigenti del Consiglio di fabbrica e giovani, qualificatisi
come appartenenti ai "Nuclei per l'autonomia proletaria",
che si ripetono alcuni mesi più tardi, nel gennaio del '79.
Due
rivendicazioni invece per una bomba che danneggia il 30
settembre la sede del Msi. Una a nome delle Br, l'altra per
conto di un sedicente "Nucleo armato antifascista".
Il '79
si apre invece con una serie di attentati alle caserme dei
carabinieri: forse la traduzione locale dell'attacco "al
cuore dello Stato". "Lotta armata per il comunismo"
rivendica quello che, nella notte fra il 15 e il 16 aprile,
colpisce la caserma di Vigliano; "Guerriglia armata per il
comunismo" reclama per sé quello del 30 aprile alla caserma
di Valle Mosso. Il giorno dopo il corteo del 1 maggio è di
nuovo turbato da gravi incidenti, durante i quali alcuni
operai e sindacalisti vengono feriti a bastonate dagli
"autonomi".
Tornano
le Brigate rosse. La sera del 17 maggio è in corso a Candelo
una manifestazione elettorale. Partecipano Lucio Libertini
per il Pci, il segretario della locale Federazione
socialista, Edoardo Berrone, il segretario della Federazione
della Dc, Luigi Squillario, e altri. Verso le ventitré la
manifestazione è interrotta da una esplosione che manda in
fiamme l'auto del segretario della Dc posteggiata nella
piazza di fronte alle storiche mura del Ricetto. A
partecipare all'attentato sono il Liburno, Corli e Curinga,
ma è niente meno che Patrizio Peci a scrivere il volantino
che rivendica la paternità dell'azione.
Probabilmente galvanizzati dal successo della stessa,
qualche settimana dopo, dai brigatisti biellesi parte, alla
volta delle buche delle lettere di alcuni operai della
Lancia di Verrone e di alcuni giornalisti, la copia della
risoluzione strategica numero 6 delle Br (quella del
processo Moro).
L'autunno dello stesso anno è teatro di tre avvenimenti
assai significativi. In primo luogo la cosiddetta vicenda
Cornacchia, che aveva avuto origine dal ritrovamento di un
ingente quantitativo di armi ed esplosivo occultato nella
tomba di famiglia di un giovane militante della Federazione
anarchica biellese: Renato Cornacchia, poi arrestato e
condannato per direttissima a quattro anni di carcere, sulla
base di un processo indiziario. La vicenda dà origine ad un
vivacissimo e significativo dibattito fra le forze politiche
e soprattutto segnala la prima emersione dell'area che
avrebbe dato vita alle attività biellesi di Prima linea. Poi
il primo arresto biellese, quello di Giorgio Battagin, e
infine il trasporto da Mestre a Biella di una partita di
armi fornite alle Br dalla Olp. Partecipano al trasporto,
avvenuto in due successive spedizioni, il regolare Mattioli
e gli irregolari biellesi Liburno, Casetti, Curinga e Corli.
Questi ultimi due avevano accettano anche di nascondere
nelle rispettive abitazioni le armi stesse.
Il 22
gennaio del 1980 è invece distrutta l'auto del sindaco di
Biella, Franco Borri Brunetto. A rivendicare l'attentato
sono, questa volta, i "Nuclei per il potere rosso". In
realtà si trattava delle esercitazioni pratiche del
professor Gian Paolo Babuder, che si era staccato dal gruppo
ufficiale dei brigatisti per dissensi più che altro di
carattere personale, mantenendo tuttavia un rapporto di
collaborazione.
Nella
sua confessione al giudice istruttore Babuder ammetterà di
essere stato l'autore dell'incendio dell'auto del sindaco di
Biella e di quello tentato e fallito, qualche giorno dopo,
ai danni di quella di un altro esponente della Dc, il
consigliere provinciale Remo Cantono. Sia nel compiere che
nel rivendicare gli attentati a nome del "Nucleo biellese
per il potere rosso" aveva agito totalmente da solo, anche
se nel secondo caso l'idea gli era stata suggerita da
Patrizio Peci e da Liburno. Babuder negherà l'esistenza di
un nucleo vero e proprio raccolto attorno alla sigla da lui
promossa. Per la verità questo aspetto della vicenda non
troverà alcuno sviluppo in sede di indagine, nonostante che
nelle sue confessioni Peci abbia parlato di una dozzina di
persone collegate in qualche modo a Babuder.
Si
arriva così al marzo dell'80, con l'arresto della colonna
torinese e dei biellesi che saranno accusati e confesseranno
solo una parte dei molti fatti violenti di quegli anni che,
del resto, avrebbero conosciuto per molti mesi ancora
ripetuti momenti di realizzazione e persino un nuovo
omicidio: l'assassinio, nel corso di una rapina a Mongrando,
di una guardia giurata da parte dei terroristi di Prima
linea.
Per
quel che riguarda i br biellesi verranno accusati di altri
reati organizzativi: l'affitto di alloggi per conto della
organizzazione, la tessitura di tela per falsificare
patenti, la redazione di uno schedario di imprenditori,
sindacalisti e uomini politici locali.
Dunque
le preoccupazioni e la polemica della Federazione comunista,
all'indomani degli arresti dei brigatisti biellesi, appaiono
più che fondate, sia dal punto di vista dei fatti che delle
conseguenze politiche.
A
complicare le cose e a rendere più tesa la situazione
giunge, alla fine di aprile, una perquisizione effettuata
dalla polizia a Biella e nel Biellese. Vengono controllate
le abitazioni di alcuni operai della Lancia di Verrone, di
due preti operai e di un altro lavoratore. La spettacolarità
dell'operazione, il clima teso e il fatto che la
perquisizione non abbia dato il ben che minimo risultato,
fanno sì che si sviluppino immediatamente vivaci polemiche.
La sezione del Pci dello stabilimento Fiat prende
immediatamente posizione in difesa di uno dei perquisiti,
Ermanno Rocca, dirigente della stessa, oltre che del
Consiglio di fabbrica, e ricorda il ruolo svolto da questi,
in fabbrica, nella lotta contro il terrorismo.
I
comunisti, di solito molto prudenti nel valutare le
iniziative delle forze dell'ordine, tornano alcuni giorni
dopo sulla vicenda con un mio articolo nel quale, dopo aver
riaffermato la necessità di una lotta senza incertezze
contro il partito armato, sottolineo però, con un esplicito
riferimento alle perquisizioni, che "l'opinione pubblica e
chi è direttamente colpito non debbono avere l'impressione
di trovarsi di fronte ad operazioni affrettate, fatte tanto
per fare, discutibili sia nella impostazione che nella
realizzazione".
Ma le
attestazioni di solidarietà ai perquisiti e di critica
all'operato della polizia sono numerose e molto
significative. Vengono intanto dal fronte sindacale. La
Federazione unitaria Cgil-Cisl-Uil, che il 30 aprile aveva
diffuso un volantino nel quale ricordava che "spartiacque
fra noi e il terrorismo è l'analisi, la strategia, il
metodo", qualche giorno dopo sottolinea con forza che, "nel
ribadire la piena estraneità a ogni copertura del movimento
dei lavoratori e delle loro organizzazioni ad ogni tipo di
eversione, la segreteria della Federazione unitaria,
preoccupata che ogni azione scarsamente valutata (ad esempio
perquisizioni generiche e generalizzate) possa produrre
effetti contrari a quelli auspicati e creare indiscriminati
sospetti, mentre sollecita un approfondimento a tutti i
livelli degli indizi che possono presentarsi, auspica che le
forze dell'ordine e la magistratura operino, oltre che
nell'ambito della legge, con la massima ponderatezza sia per
ridurre i margini di errore, sia per non offuscare l'impegno
democratico e di lotta in tanti militanti che forze
interessate vorrebbero accreditare come appartenenti
all'area dell'eversione".
Dello
stesso tenore un comunicato della Flm biellese, mentre in
difesa dei due preti operai interviene una lettera inviata
ai giornali e firmata da novantuno lavoratori della
Fate-Lanificio Piacenza, azienda nella quale uno dei due
lavorava.
Solo
"Il Biellese" tenta una timida difesa dell'operato della
polizia sostenendo che "gli interventi della polizia talora
servono anche a togliere dubbi".
Di
rilievo soprattutto la decisione della Flm "di aprire un
dibattito di base sul tema del terrorismo tra i lavoratori e
i delegati" promuovendo assemblee di fabbrica e di reparto.
Nei
giorni seguenti, dopo una nuova e infruttuosa perquisizione
a Mongrando, vengono arrestati, per il ruolo svolto nella
vicenda Cusano, Gianni Romanello, sua moglie e sua cognata.
Sul
fronte del dibattito politico si segnalano in questi mesi
due nuovi interventi; uno ancora del Pci che insiste, con un
mio intervento su "Baita" del 15 maggio, sul permanere di un
pericolo terroristico. Riferendomi ai fatti biellesi
domando: "Sono tutti imputabili alle Br? Oppure è più
realistico pensare a gruppi diversi, i cui obiettivi
coincidono, che magari collaborano fra di loro, ma che
tuttavia rendono ancora più vario e frastagliato l'universo
terroristico biellese?". Il secondo lo si deve invece al
segretario della Camera del lavoro biellese, Adriano
Massazza, che, su "Battaglie sindacali" di aprile, apre un
ragionamento sulla identità dei terroristi e sulle
condizioni politiche della loro presenza. Dopo aver
insistito sulle ingiustizie sociali come terreno culturale
sul quale il terrorismo aveva prosperato, pone, con
lucidità, il tema del terrorismo in fabbrica e delle forme
della lotta sindacale: "Sapere che il terrorismo non nasce
in fabbrica ma dalla politica, significa sapere che anche la
fabbrica può germinare e ospitare fenomeni di violenza
armata. La presenza di nuclei - seppur piccoli - minacciosi
ed oscuri ci impegnano a costruire questo impegno di massa
su obiettivi di cambiamento, gestendo anche forme di lotta
in grado di non aprire spazi alla violenza e a quelle forme
di illegalità che finiscono per creare spazio all'area
terroristica".
A fine
anno, dopo il conferimento della medaglia d'oro al valore
civile alla memoria del commissario Cusano, che è
l'occasione per una manifestazione di piazza delle
istituzioni e delle forze politiche e sociali, a Torino il
giudice istruttore emette la sentenza di rinvio a giudizio
contro la colonna torinese delle Br.
Le
posizioni dei biellesi si sono intanto definite, molti si
sono "pentiti" e hanno deciso di collaborare con la
giustizia. Qualcuno in modo totale, altri limitandosi ad
ammettere le proprie responsabilità, senza tuttavia fare
altri nomi. Alcuni infine sono scarcerati, come i due
erboristi Testa e Rolla; per altri, il Romanello e la
Vergnasco le accuse sono ridimensionate: mentre per quasi
tutti il rinvio a giudizio è per insurrezione contro lo
Stato, partecipazione a banda armata con funzioni
organizzative, detenzione di armi, per questi ultimi si
tratta di semplice partecipazione a banda armata o
favoreggiamento.
La
partita è però tutt'altro che chiusa. Sta infatti per
aprirsi il capitolo che riguarda Prima linea, un gruppo che
per la verità aveva già dato, direttamente o tramite
filiazioni, ripetuti segnali di presenza e di attività.
Il
fatto più eclatante era stato appunto la vicenda di Renato
Cornacchia: "Renatino" per gli amici e, per un certo
periodo, anche per giornali e forze politiche, là dove quel
diminutivo stava a significare simpatia e a testimoniare una
vicenda ricca di errori e contrassegnata da un abbaglio
collettivo che aveva colto quasi tutti, ma significativa per
ciò che riguarda gli orientamenti di fondo della società
biellese.
Si
emblematizzano qui, infatti, la difficoltà del momento, le
incertezze e qualche approssimazione con le quali veniva
condotta la lotta al terrorismo, e nello stesso tempo il
moto di perplessità e simpatia verso il giovane processato
segnala, in realtà, la determinazione delle forze politiche
e sociali biellesi a combattere il terrorismo usando solo ed
esclusivamente le armi della democrazia e dello stato di
diritto.
A
conclusione di una indagine avviata mesi prima e che aveva
preso le mosse dai numerosi attentati che, fra la primavera
del '78 e quei giorni, varie sigle ("Guerriglia proletaria",
"Reparti proletari combattenti per il comunismo", "Reparti
operai combattenti") avevano rivendicato di aver compiuto ai
danni di banche, caserme dei carabinieri e altri obiettivi
nel Biellese, i carabinieri del nucleo speciale del generale
Dalla Chiesa rinvengono presso una tomba del cimitero di
Cossila un impressionante quantitativo di armi ed esplosivo.
I sospetti cadono su Renato Cornacchia, attivista della
Federazione anarchica biellese, la cui famiglia è
proprietaria della tomba. Il giovane viene raggiunto il 18
ottobre da un mandato di comparizione. Immediatamente scatta
una campagna di solidarietà. Cornacchia si dichiara
innocente. Gli anarchici non hanno dubbi: "Fai politica? Sei
terrorista!" si lamentano in un volantino subito diffuso
davanti alle scuole. Qualche giomo dopo precisano meglio il
loro pensiero: è tutta una montatura: "Imputare Renato
Cornacchia di questo reato non è che una vera azione
terroristica che da sempre lo Stato pratica contro quelli
che si ribellano".
Come si
vede qui siamo molto oltre il "né con lo Stato, né con le Br":
terrorista è lo Stato repressore punto e basta. Dello stesso
tenore un comunicato del Partito radicale, che "prende
posizione ancora una volta contro le azioni repressive
[delle] forze dell'ordine". Il Pci, dal canto suo, chiede
che sia fatta rapidamente piena luce e che si intensifichi
la lotta al terrorismo.
Dopo
alcuni giorni di forte tensione Cornacchia viene arrestato e
processato per direttissima. A far scattare l'arresto era
stata l'intercettazione di una telefonata fra il Cornacchia
e una sua amica in Sardegna. Il processo si svolge in un
clima di forte tensione e partecipazione emotiva. Si regge
essenzialmente su elementi indiziari e si conclude con la
condanna del giovane anarchico a quattro anni di carcere.
Nella serata un gruppo di anarchici e di movimenti della
sinistra estrema occupano la sede di Tele Biella ed
improvvisano una trasmissione di solidarietà, poi si recano
nella tipografia che stampa "Il Biellese" e cercano di
imporre la pubblicazione di un comunicato. Interviene la
polizia che mette in stato d'assedio l'intero centro
cittadino. I manifestanti danno vita ad un corteo per le vie
del centro in un clima di fortissima tensione.
È un
fatto tuttavia che la sentenza non convince quasi nessuno.
In effetti è evidente che le indagini erano state assai
frettolose e che il dibattimento processuale, pur
evidenziando molti elementi contro l'anarchico, non avesse
però dimostrato, in maniera inoppugnabile, la veridicità
delle accuse.
Anche
il Pci si fa interprete di queste perplessità e parla "di un
processo indiziario in cui non sono state fornite prove
concrete". Il Psi insiste su questo punto e precisa: "Renato
Cornacchia potrebbe anche essere colpevole: tuttavia pare
che, così come in altri processi di tipo indiziario, il
verdetto non risolva i dubbi emersi nella opinione pubblica
che meglio avrebbe compreso una sentenza per insufficienza
di prove".
La
questione arriva ai banchi del Consiglio comunale. Alla
presenza di oltre cento giovani, in gran parte della
Federazione anarchica, il capogruppo socialista Gustavo
Buratti attacca frontalmente la magistratura affermando di
respingere l'equazione dissenso-terrorismo. Diverso
l'atteggiamento di tutti gli altri, ma generalmente è il
riconoscimento che la sentenza lascia aperti molti dubbi. Il
sindaco Squillario, Magliola repubblicano, Giachino
liberale, Ronzani comunista, Strukel socialdemocratico e
Chiorino indipendente di sinistra, concordano nel chiedere
tempi rapidi per il processo di appello.
Sull'atteggiamento dei partiti in Consiglio comunale, ha da
ridire giustamente il direttore dell' "Eco di Biella" che,
in un articolo di fondo, pone, tra le altre, una questione
giusta. Ricordando che il giorno prima della riunione del
Consiglio comunale si erano verificate invasioni di sedi di
giornali, intimidazioni e violenze, sostiene che "si poteva
supporre che le scorrerie della notte precedente
diventassero oggetto di dibattito e di riprovazione se non
unanime quanto meno diffusa. Invece no. Nessuno ha parlato,
tutti hanno fatto finta di niente". E conclude: "L'esempio
offerto dai partiti politici di Biella nei giorni successivi
alla notte del 29 ottobre è un modello classico di
sottomissione alla soverchieria". Più correttamente si
trattava in realtà del risultato del clima di quei giorni e
delle forti pressioni di opinione pubblica cui i partiti
erano sottoposti. Sicuramente pesava ancora quell'atteggiamento
di diffusa sottovalutazione della possibilità di un fenomeno
terroristico indigeno che aveva a lungo contraddistinto le
forze politiche e la stampa biellese, esclusi i comunisti,
compreso invece proprio l' "Eco di Biella".
Sabato
5 novembre sfilano per le vie della città circa cinquecento
manifestanti in corteo, promosso dalla Federazione
anarchica, a cui aderiscono, in varie forme, molti militanti
e dirigenti della sinistra. Alla fine fra coloro che
prendono la parola, oltre a uno dei sessantuno licenziati
dalla Fiat, vi è persino Primo Corbelletti, comunista,
presidente provinciale dell'Anpi. Al termine della
manifestazione viene promossa una petizione per ottenere il
trasferimento di Cornacchia dal supercarcere di Cuneo alla
casa circondariale di Biella.
Tra le
forze di sinistra, tuttavia, il Pci non ci sta: non ha
aderito alla manifestazione e non firma la petizione. Le
motivazioni dell'atteggiamento comunista sono chiare. Scrive
il settimanale "Baita": "La Federazione del Pci non ha
aderito alle iniziative [...]. Ciò che mancava nella
manifestazione e ciò che manca nel preambolo che invita a
firmare la petizione, preambolo da cui emerge una
impostazione ambigua e contraddittoria, è una condanna
netta, ferma e inequivocabile della violenza terroristica".
Anche
la Camera del lavoro pone in un comunicato la stessa
questione e "chiede che l'intero movimento democratico
biellese, compreso il 'Comitato per la scarcerazione di
Renato', si pronunci preliminarmente e chiaramente si
impegni, con il movimento operaio, nella lotta al
terrorismo".
Il
processo d'appello a carico di Renato Cornacchia si
celebrerà qualche mese più tardi, ai primi di marzo del
1980: la Corte d'appello di Torino riduce la pena a due anni
e tre mesi di carcere, concede il beneficio della
condizionale e dispone la scarcerazione del giovane
anarchico. Anche questa volta però rimane un interrogativo
di fondo: le armi di chi erano? A cosa servivano?
In
realtà la vicenda Cornacchia fa emergere per la prima volta
l'esistenza di un altro gruppo armato, collegato a Prima
linea, la cui scoperta porterà in carcere oltre al
Cornacchia stesso, alcuni militanti della Federazione
anarchica biellese, tra i quali il leader carismatico,
Battista Saiu, che aveva guidato tutta la solidarietà a "Renatino".
La
cronaca dei mesi seguenti si arricchirà di nuovi episodi.
Nel gennaio del 1981 va a fuoco il magazzino della Filatura
di Tollegno. Rivendicazione telefonica dei "Gruppi biellesi
per il potere rosso". Clamore suscita l'attentato contro
l'auto del senatore Pennacchini, che a quei tempi, è
l'aprile dello stesso anno, era presidente della Commissione
parlamentare di vigilanza sui servizi di sicurezza. L'auto
era addirittura posteggiata nel parcheggio interno al
Commissariato di Biella.
Qualche
settimana dopo una nuova vittima. Un commando di cinque
terroristi di Prima linea compie una rapina in una banca a
Mongrando. I cinque arrivano su di una Alfasud, fra di loro
vi è una donna, affrontano la guardia giurata che staziona
davanti alla banca. Si tratta di Rinaldo Antonino, di
trentadue anni, padre di una bambina di tre anni. Gli
sparano tre colpi di pistola a bruciapelo e lo finiscono con
un colpo alla nuca. Dopo aver rapinato la banca fuggono, con
un bottino di venti milioni, verso la Serra, in direzione di
Ivrea. Dell'omicidio saranno accusati, alcuni mesi più
tardi, Giulia Borelli, Franco Fiorina, un biellese da molti
anni latitante, Pasquale Avilio, Gian Luca Frassinetti e
Piero Mutti. Quest'ultimo si pentirà e le sue confessioni
consentiranno di arrestare l'intero gruppo biellese di Prima
linea.
I primi
arresti avverranno tuttavia circa un mese dopo. Due pezzi
grossi di Prima linea, Cesare Maina e Marina Premoli,
vengono arrestati mentre viaggiano su un pullman di linea
che da Ivrea, attraverso la Serra, raggiunge Biella. Alla
fermata di Zubiena sono stati visti consegnare delle borse a
due giovani che si erano allontanati a bordo di una Renault
4 rossa. Alcune ore dopo i due vengono tratti in arresto. Si
tratta di Renato Cornacchia e di Daniele Tarasco, ventisette
anni, operaio della Lancia, originario di Santhià,
protagonista dei ripetuti scontri con i lavoratori del
Consiglio di fabbrica. Su indicazione di quest'ultimo
vengono ritrovate le borse contenenti le armi: erano state
interrate in un bosco della Serra. Nei giorni seguenti altri
pacchi di armi salteranno fuori da altrettanti buchi scavati
in vari boschi sparsi per il Biellese.
Bisognerà tuttavia attendere ancora quasi un anno prima che
sia sgominata l'organizzazione. Saranno appunto le
confessioni di un pentito a portare in carcere, nel maggio
del 1982, Roberto Simino, Monica Opezzo, Costantino Cavaglia,
Carla Bagnalone, Paolo Bianchi e la fidanzata del
Cornacchia, Nicoletta Gerardo. Si tratta questa volta di
persone molto più giovani del gruppo che aveva aderito alle
Br. Quasi tutti hanno frequentato i gruppi autonomi e in
particolare la Federazione anarchica biellese. Il leader di
quest'ultima, Battista Saiu, sarà successivamente arrestato
e accusato di aver fornito a Prima linea carte di identità
in bianco e di aver collaborato a funzioni di tipo
logistico.
Franco
Fiorina, che si rivelerà essere stato un po' l'elemento di
collegamento fra i biellesi e Prima linea, sarà arrestato
nel settembre del 1983 a Milano. L'arresto avviene in modo
drammatico. Alla vista degli agenti il Fiorina reagisce.
Nello scontro a fuoco che segue muore l'uomo che è con lui.
È un biellese. Si tratta di un delinquente comune, Gaetano
Sava. La sua presenza testimonia i rapporti che si erano
stabiliti fra i Colp, gli ultimi nati dalla fine
dell'esperienza di Prima linea, e la delinquenza comune.
La
reazione della società biellese non è nella sostanza molto
diversa da quella più generale del Paese. Vi è intanto una
difficoltà a capire e analizzare correttamente il fenomeno
terrorismo. Un fenomeno cioè che, dopo gli anni "neri" della
strategia della tensione, cambia decisamente fisionomia,
obiettivi, riferimenti ideologici.
Quando
viene ucciso il dottor Cusano l'ipotesi Br incontra diffuse
perplessità e non solo a sinistra. Si parla persino di
traffico della droga. Solo dopo l'arresto dei brigatisti
rossi biellesi si arriva alla definitiva individuazione del
carattere effettivamente "rosso" del terrorismo.
Eppure
le cose sono chiare da tempo. Il linguaggio, la cultura che
esprimono i comunicati dei terroristi, pur con le
caratteristiche di astrusità e contorsione che li
contraddistinguono, sono abbastanza chiaramente
individuabili. Ad esempio il volantino che rivendica
l'incendio dell'auto del sindaco Borri Brunetto è un
classico del linguaggio vetero comunista: "La Dc ha mostrato
di accettare la proposta di Amendola sintetizzabile nello
slogan 'salvare l'Italia' rifiutando gli elementi di
socialismo insiti nella linea berlingueriana. Ambedue le
proposte sono subordinate agli interessi capitalistici: da
un lato la linea di Berlinguer perché immobilista cioè senza
possibilità di sbocco, dall'altro la linea di Amendola
perché propone la cogestione con il capitalismo".
Anche
per quel che riguarda l'altro spezzone la somiglianza fra i
volantini diffusi illegalmente e firmati con varie sigle
clandestine e quelli di alcuni gruppuscoli estremistici sono
impressionanti, sia nel linguaggio che nella grafica di
redazione. Emblematica è la fattura del giornalino "Rosso
Lancia", diffuso per alcuni numeri nello stabilimento di
Verrone.
In
effetti soprattutto a sinistra fu difficile - e anche nel
Biellese fu merito dei comunisti se fu possibile - ammettere
che il terrorismo era nato a sinistra e aveva avuto origini
complesse nella storia, vicina e lontana, della sinistra
stessa.
A lungo
poi, sempre a sinistra, si era affermata la linea della
equidistanza fra terroristi e Stato e la infausta
teorizzazione dei "compagni che sbagliano".
"Partito armato e Stato in fase di involuzione autoritaria
ci sembrano i poli di una gigantesca operazione a tenaglia,
volta a semplificare a mano armata i termini reali e
complessi del conflitto sociale e politico, stravolgendone
radici e ragioni, togliendogli spazio e legittimità
storica", scrivevano alcuni noti militanti della sinistra
extraparlamentare in un lungo documento con il quale
annunciavano l'adesione ad un convegno, tenuto a Milano nel
1978, sul tema "La sinistra tra terrorismo e trasformazione
autoritaria dello Stato".
Generale, con la sola eccezione, come abbiamo visto, del Pci,
è la sottovalutazione del pericolo. Si insiste sull'idea di
Biella isola felice. Quasi che la prosperità economica e un
tasso di disoccupazione frazionale di per sé garantiscano
una sorta di immunità politica. Pesa in questo atteggiamento
anche un rifiuto inconscio a misurarsi con una realtà che
appare sgradevole e difficile da decifrare.
Gli
interrogativi che il segretario della Federazione comunista
Wilmer Ronzani avanza su "Baita" l'11 ottobre del 1978:
"Cosa facevano i due brigatisti a Biella la sera che
uccisero Cusano? Le Br avevano ed hanno dei collegamenti a
Biella? Chi aiutò i terroristi a lasciare Biella?", vengono
generalmente snobbati dal dibattito politico. Anzi i
comunisti sono più volte accusati di prendere lucciole per
lanterne. Anche il movimento sindacale tace a lungo, troppo
a lungo sull'argomento. Pesa in questo atteggiamento
certamente la caratteristica che già in quegli anni è venuta
assumendo la gran parte delle forze politiche sempre più
schiacciate sul livello istituzionale della loro inziativa,
sempre meno organizzazioni ramificate nel sociale. Il caso
del Psi è emblematico. Il nuovo corso socialista ritiene, ad
esempio, le sezioni territoriali inutili se non un vero e
proprio impaccio per l'iniziativa del partito. La Dc è
attraversata da una crisi elettorale e di rapporti con il
mondo e le organizzazioni cattoliche molto sensibile. La
politica guarda cioè altrove. Alle istituzioni
essenzialmente, ai rapporti fra i partiti. Tutto ciò nel
momento in cui nel Paese e anche nel Biellese le sedi
istituzionali di governo e di direzione politica subiscono
un logoramento a vantaggio di centri "informali" e in
qualche caso persino sotterranei di decisione. Si tratta
cioè del palesarsi, anche in sede locale, di una crisi del
sistema politico e istituzionale: crisi della Regione,
ridimensionamento del ruolo delle autonomie locali, fine
virtuale dell'esperienza di decentramento partecipativo
nelle città. Un mutamento nelle "regole materiali" che apre,
questo sì, spazi alla iniziativa e alla presenza del partito
armato.
Il
ritardo del sindacato segnala i primi consistenti sintomi
della crisi che lo attanaglierà per tutti gli anni ottanta e
che sarà elemento costitutivo della crisi istituzionale. Una
crisi, quella del sindacato, di rappresentanza e di
democrazia. Sono in discussione e stanno per saltare i
collegamenti con la fabbrica, gli iscritti e i lavoratori.
A
sinistra, anche nel Pci, nonostante questo partito si sia
mostrato quello più sensibile, pesa il permanere di un'area
politico-culturale che ha a lungo pensato, e continua a
pensare alla Resistenza come occasione mancata, che non ha
mai scartato definifivamente la prospettiva della lotta
armata. È indubbio che questa cultura ha potuto essere
l'elemento catalizzatore del diffondersi di quel giudizio
distorto e reticente sul terrorismo e anche della
permeabilità di questa zona alla organizzazione del partito
e del crearsi di un'area aperta di fiancheggiamento e
solidarietà presente sia nella sinistra tradizionale, sia
tra l'estremismo giovanile.
È
significativo ciò che succede all'indomani del rapimento di
Aldo Moro. Come in tutta Italia la reazione della società
biellese è tanto forte quanto generale è lo sbigottimento
per la portata dell'attacco terroristico.
I
biellesi scendono subito in piazza. Allo sciopero generale
l'adesione è spontanea e di massa. In piazza Duomo si
raccolgono migliaia di lavoratori e di cittadini che si
erano radunati formando cortei spontanei che giungevano
dalle principali fabbriche. Si riunisce il Consiglio
comunale.
Il
sindaco di Biella, il democristiano Borri Brunetto, ricorda
che la mobilitazione "ha il significato dell'adesione
profonda all'impegno in difesa dell'ordine democratico e
delle istituzioni. La Costituzione è nata da un momento di
sofferenza comune e di lotta: oggi tocca a noi riproporre
quei valori, in cui sempre crediamo". Il segretario della
Camera del lavoro, Adriano Massazza, parla in piazza di
"dedizioni nel difendere la democrazia". Anche nella
risposta immediata, quella sotto l'onda dell'emozione, la
reazione biellese ha un carattere fortemente democratico.
Non si chiede il ricorso a leggi eccezionali o alla pena di
morte, come nelle stesse ore fa autorevolmente in parlamento
una delle figure più prestigiose della democrazia italiana,
Ugo La Malfa.
Le
manifestazioni per la celebrazione del 25 aprile vengono
trasformate in manifestazioni contro il terrorismo con
grande partecipazione popolare come in quella successiva del
1 maggio.
Immediatamente però si apre il dibattito sulla matrice del
terrorismo. "Il Biellese", in sintonia con una campagna che
la Dc apre a livello nazionale, indica nel Pci il padre
delle Br. Detto che il comunismo stalinista è la matrice
delle Br, aggiunge che "alla luce del sole c'è da noi una
forte corrente filostalinista che fa capo a Longo". Nel
frattempo Moro viene assassinato. Il Pci risponde
polemicamente alla tesi de "Il Biellese", ma
contemporaneamente apre su "Baita" una riflessione sulle
origini ideologiche del terrorismo. Simonetta Vella, che
apre la discussione, non ha difficoltà ad ammettere che dai
primi anni settanta al terrorismo "nero" era subentrato un
"terrore di sinistra", ma sottolinea "l'estraneità teorica e
politica, l'abisso esistente tra la tradizione del movimento
operaio e comunista e l'ideologia del terrorismo". Si tratta
di una evidente rimozione che nasce dalla considerazione che
movimento operaio e terroristi sono schierati su opposte
barricate. Il segretario della Federazione della Dc,
l'avvocato Squillario, torna, in una intervista, sul
rapporto fra le origini dei brigatisti e il Pci. Squillario
vede in questa tesi "una puntualizzazione, se vogliamo
polemica, nei confronti di chi vuole qualificare quanto sta
succedendo coi termini di reazionario e fascista,
confondendo così la gente ed impedendo di vedere il fondo e
la gravità del problema". Aggiunge poi: "Io non credo che i
marxisti e in particolare il Pci, il quale ha imboccato
un'ardua strada di revisione ideologica, debbano avere il
timore, per motivi contingenti, di denunciare come
aberrazioni ideologiche le posizioni dei brigatisti; anzi di
dire che si tratta di vero e proprio stalinismo. Solo così
si eviterà da una parte la diffidenza e dall'altra il
risentimento".
Intanto, con questa impostazione di fondo, si va alle
elezioni parziali amministrative del 14 maggio.
Mentre
il Pci svolge i suoi comizi all'insegna della solidarietà
alla Dc, quest'ultima indica nel Pci il padre spirituale del
terrorismo.
I
risultati danno un rafforzamento della Dc mentre il Pci
perde ben il 9 per cento dei voti rispetto al 1976.
Le
pagine di "Baita" sono in quei mesi ricche di una
riflessione difficile e travagliata, che coinvolge dirigenti
e militanti comunisti e della sinistra, sindacalisti e
lavoratori, in particolare della Lancia di Verrone.
È la
presenza più e meno scoperta di un'area di simpatia verso il
terrorismo alla Lancia di Verrone che induce il Pci a
interrogarsi e a riflettere sul logoramento dell'unità
sindacale, sulle forme di lotta e sulla incipiente crisi del
sindacato.
La
scoperta della rete biellese consentirà di dimostrare una
conclusione alla quale però soprattutto i comunisti giungono
in modo assolutamente libero da elementi di polemica
strumentale come quelli che da un lato indicano la paternità
del Pci e dall'altro negano la consistenza locale del
fenomeno terroristico.
È
intanto interessante definire quale sia stata esattamente la
collocazione funzionale dei brigatisti locali in seno
all'organizzazione. Come è noto l'organizazione delle Br si
articolava in: direzione strategica, comitato esecutivo,
fronte logistico, fronte di massa, colonne, brigate. I
militanti Br si dividevano in regolari e irregolari. I
regolari erano i militanti clandestini a tempo pieno, che il
più delle volte avevano tagliato ogni genere di legame con
la legalità. Gli irregolari erano invece persone la cui
clandestinità era limitata all'appartenenza alla
organizzazione e che continuavano a vivere apparentemente
nella legalità. Compito principale degli irregolari era
quello di conquistare all'organizzazione il più ampio
sostegno costruendo "il centro e le articolazioni del potere
rivoluzionario".
Nelle
sue confessioni Peci ci ha spiegato poi il funzionamento
dell'organizzazione: "La colonna è formata soltanto da
regolari, cioè militanti che lavorano a tempo pieno per la
organizzazione e possono essere legali (cioè vivere ancora
con le loro generalità) oppure clandestini cioè che vivono
con false generalità perché ricercati o comunque
individuati. Ciascuna colonna opera in un polo cioè in una
certa area geografica [...]. La colonna ha il compito di
dirigere tutte quante le attività dell'organizzazione
relativa al 'polo' di competenza. Ogni colonna ha un capo
unico.
Dalla
colonna dipendono le varie brigate, tutte formate in
prevalenza da militanti irregolari, ma con possibile
presenza di regolari; sia per mantenere i necessari
collegamenti con la colonna sia perché talvolta ci sono casi
particolari [...]. Tornando alle brigate va detto che vi è
innanzitutto una brigata logistica che come tale si occupa
di falsificazione dei documenti, armamento, codici,
assistenza sanitaria, predisposizione di targhe false,
indicazioni circa le cose da fare in materia di reperimenti
degli alloggi e modalità di affitto o acquisto dei medesimi,
eccetera.
Vi sono
poi le brigate di massa che comprendono tre categorie: le
brigate di fabbrica, le brigate della cosiddetta triplice e
le brigate che si occupano della Dc e meglio delle forze
politiche in generale".
La
logica conclusione di questi passi è la seguente: i biellesi
erano dunque militanti - "irregolari". Come tali apparivano
e si muovevano nelle forme legali del movimento, cioè
appartenevano al sindacato e alle organizzazioni di sinistra
e avevano attività clandestine. Formavano una o più brigate
logistiche. Infine il solo Toffolo apparteneva ad una
brigata di massa e aveva partecipato a diverse azioni.
Se si
considera che le Br avevano operato nel Biellese prima
dell'arresto di Curcio (settembre del 1974) ed erano
talmente sicure da svolgervi una riunione della direzione
strategica, che a dare vita al primo nucleo è stata
Margherita Cagol e che da allora alcuni di essi hanno
continuato a militare nelle Br fino all'arresto, si
comprende bene come sia corretto parlare di "adesione
critica" ma solo relativamente alle esigenze
comprensibilmente crescenti dell'organizzazione e non per
ciò che riguarda gli effetti e le responsabilità, anche
morali, che questa adesione ha comportato nel corso degli
anni.
Sulle
origini sociali e politiche dei brigatisti già si è detto.
Risulta del tutto senza fondamento l'analisi sociologica del
fenomeno. Le vicende biellesi confermano come il terrorismo
di sinistra sia stato un fenomeno trasversale che ha
riguardato tutte le classi sociali. Sono stati arrestati
infatti operai, insegnanti, commercianti, intellettuali ecc.
Più
corretta la ricerca nella "politica". Vale a dire la ricerca
delle origini politiche. Qui si individuano due radici. Una
prima che si rifaceva ad una eredità di tipo leninista o
perlomeno ai fondamenti giacobini e totalitari del pensiero
di Lenin. Erano quelli che provenivano dal Pci e dalle
organizzazioni di sinistra. La loro esperienza politica si
era saldata ed era stata largamente determinata dalle
vicende di Potere operaio. Anzi, proprio una certa
accentuazione dogmatica e giacobina nella formazione
politica dei brigatisti biellesi aveva in qualche modo
consentito di semplificare le distanze teoriche grandi che
vi erano tra i riferimenti teorici di Potere operaio e il
leninismo ortodosso di partenza degli stessi.
Peralto
una doppia anima di origine teorica si era affermata nella
organizzazione sul piano nazionale contrapponendo gli
ortodossi del nucleo storico ai movimentisti di Valerio
Morucci e di Adriana Faranda e su questo filo correva la
differenza fra le Br e Autonomia operaia organizzata.
Vi è
poi una seconda origine, quella nata dalla cultura
cattolica. Anche qui il cattolicesimo era vissuto attraverso
una forzatura dogmatica, l'esaltazione di una teoria
manichea in cui il bene era rappresentato da loro: i profeti
della rivoluzione e il male da tutto il resto: il cosiddetto
regime senza alcuna distinzione.
Per
quello che riguarda la partita Prima linea, che non è da
escludere che nel Biellese sia nata dalle ceneri di Azione
rivoluzionaria, un gruppo di origine anarchica, sembra più
corretto guardare all'area che l'ha originata, non per una
insensata generalizzazione e per una estensione delle
responsabilità ma perché quest'area ha a lungo oscillato sul
filo del fiancheggiamento e della connivenza e gli stessi
arrestati, diversamente dai brigatisti, che ufficialmente
non facevano quasi più politica attiva, erano partecipi di
questa attività politica.
Anche
qui non vi sono riferimenti sociologici possibili in quanto
sono presenti tutte le forze sociali.
Il
nucleo duro di quest'area era composto da venticinque -
trenta giovani che partecipavano attivamente alle iniziative
politiche in una zona assai vasta che andava fino a Torino e
a Milano. In taluni momenti l'influenza politica di questo
gruppo, come aveva dimostrato la vicenda Cornacchia, poteva
investire in modo diverso la parte più rilevante di tutta la
cosiddetta "nuova sinistra".
L'unificazione di un'area assai complessa e articolata non è
in realtà un tentativo di semplificazione della realtà. Si
tratta invece di unificare gli elementi comuni alle diverse
manifestazioni, di individuare le linee di tendenza che
avevano dato vita a comportamenti collettivi nel quadro di
una complicità sociale diffusa.
L'elemento unificante paiono essere le tesi proprie di
Autonomia operaia, che nell'area spesso erano vissute
inconsciamente ma che avevano determinato la formazione di
senso comune.
La
teoria schematicamente riassunta è questa, il padre è Toni
Negri: "Il processo capitalistico, l'accumulazione, si
estende dalla fabbrica alla società in quanto comando
capitalistico, concentrazione di forza, di autorità,
apparato burocratico repressivo. Si crea una gerarchia
ordinata secondo la forza o le regole della programmazione
dello 'Stato crisi', cioè di un capitalismo che per dominare
la società si fa autoritario". Ricordiamoci le grida
isteriche sulla germanizzazione del Paese.
In
questa situazione, secondo una operazione puramente
ideologica, si formerebbero i nuovi soggetti sociali, la
famosa "nuova composizione di classe", riconoscibili in base
al carattere antagonistico del loro comportamento sociale e
non per la loro collocazione materiale nel processo
produttivo. La collocazione politica di classe dei soggetti
sociali viene individuata cioè in base ai comportamenti
illegali. Così facendo l'assenteista, chi danneggia le
macchine, chi ruba, chi spara chi caccia Lama
dall'Università, chi assalta un supermercato diventa
rivoluzionario.
Secondo
i teorici dell'autonomia bisogna mettere in sintonia la
illegalità di massa con le azioni delle bande armate.
"Coniugare la geometrica potenza di via Fani con la
terribile bellezza di quel 12 marzo" (cacciata di Lama
dall'Università di Roma), scriveva Franco Piperno.
Vi è
dunque una contiguità stringente fra le bande armate e
quest'area di fiancheggiatori e di conniventi che diventano
tali quasi per conseguenza logica. Nella sostanza si è
trattato di un'area magmatica di società e di mondo
giovanile che affondava le radici in questa cultura.
Al di
fuori di questa parte, sia pure non trascurabile, nella
società biellese l'isolamento dei terroristi era molto forte
e la condanna per le loro azioni netta. Lo testimonia con
chiarezza una iniziativa del Pci: la diffusione di un
questionario di massa sul terrorismo. Venticinque domande
che in tutto il Paese il partito rivolge ai cittadini
nell'autunno-inverno del 1981. Sono cinquantatré le
federazioni provinciali interessate all'iniziativa. In
Piemonte Torino e Biella, vale a dire le due realtà più
colpite. L'indagine si estende a campione ma in modo
significativo. Nel Biellese le schede distribuite sono circa
tremilacinquecento e quelle ritirate quasi duemila. Quasi il
60 per cento dei cittadini risponde alle venticinque domande
e riconsegna il questionario. Questo dato di per se stesso
segnala l'attenzione e la sensibilità che si era creata fra
la popolazione attorno al problema.
L'interesse dei mezzi di informazione biellesi è marcato. La
distribuzione dei questionari è stata preceduta da assemblee
pubbliche di presentazione e spiegazione. La partecipazione
della gente è stata ovunque massiccia, si apre una effettiva
discussione di massa sul terrorismo, che si svolge sotto la
pressione di due avvenimenti di grande rilievo: il sequestro
del generale Dozier e il caso Cirillo.
Significativo in particolare il risultato alla Lancia di
Verrone. Le schede distribuite ad inizio turno sono
seicentottanta, all'uscita cinquecentotrentatré lavoratori
consegnano le loro risposte, quasi l'80 per cento. È il
frutto del lavoro della sezione comunista ma anche la
conseguenza che anni di polemiche, di aspri scontri e di
tensione politica hanno avuto sui lavoratori. Le risposte
dei biellesi sono inequivocabili. La repulsa del terrorismo
è espressa in varie forme dal 95 per cento degli
interpellati. Quasi il 65 per cento ha partecipato o avrebbe
voluto partecipare alle manifestazioni indette contro i
terroristi. Tuttavia questa percentuale è di quasi venti
punti inferiore alla media nazionale. Si sconta qui
l'effetto del disimpegno e della sottovalutazione di molte
forze politiche e per qualche periodo persino delle
organizzazioni sindacali e anche il subentrare di una sorta
di stanchezza popolare per la ripetitività sulle forme di
risposta organizzate. Vi è in qualche modo la sensazione di
stanchezza e di poca efficacia.
Ad
esempio il 53 per cento, contro una media nazionale del 72
per cento, giudica gli scioperi necessari, ma il 47 per
cento pensa che dovrebbero accompagnarsi ad altre
iniziative. Analogamente si afferma un giudizio critico
sull'operato del governo e la convinzione che, in un Paese
che ha retto prove durissime, la democrazia non può essere a
lungo difesa senza riforma dello Stato.
Nei
mesi e negli anni seguenti il Biellese e il Paese reggeranno
prove durissime e sconfiggeranno il terrorismo,
salvaguardando sempre, nonostante taluni arretramenti lo
stato di diritto. Ma il prezzo pagato anche da questo lembo
periferico ma industrioso e vitale del Paese è
significativo. Tre vittime, tre famiglie colpite in modo
irrimediabile, molti anni di carcere, la vita di molti e
delle rispettive famiglie segnata dalla indelebile
esperienza della prigione, anni di paura, di tensioni e di
lacerazioni.
Ferite
ancora aperte. Un prezzo troppo alto.
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