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Per gentile concessione dell’autore, ospitiamo sulle pagine del nostro sito il saggio di Giuseppe Nicolo "Le "bierre" nel Biellese. Gli anni di piombo nella testimonianza di un dirigente comunista", pubblicato su "l'impegno" n.1 Anno XI, Aprile 1991 e sul sito dell' Istituto per la storia della Resistenza e della società contemporanea nelle province di Biella e Vercelli (www.storia900bivc.it).

 

 

Il gruppo Br a Biella nasce nel 1974, dopo il sequestro Sossi. È Mario Fracasso (Pedro), un operaio di Torino militante delle Br, che conosce casualmente Edoardo Liburno e Loredana Casetti. È Fracasso che fa leggere i materiali Br al Liburno. Alle riunioni che seguono partecipano Giorgio Caralli, Mauro Curinga, Gian Paolo Babuder, Sergio Corli, Gianni Romanello e Alessandro Peverati. Partirà da quelle riunioni l'adesione più o meno convinta e continua di tutti alle Br. Fracasso porterà a Biella Rocco Micaletto e questi porterà Mara Cagol che diverrà, dopo la sua morte, un personaggio quasi mitico nel milieu Br biellese.

Patrizio Peci, la cui confessione determinerà l'arresto di tutti i br biellesi, nel suo libro di memorie li definisce ironicamente "quei bravi beduini di Biella". Poi azzarda un tentativo di spiegazione: "Tutti gli irregolari si sentono in condizioni di sudditanza psicologica nei confronti di un regolare, ma il loro era davvero un caso eccezionale".

In realtà la storia della militanza nelle Br del gruppo biellese, come risulterà sia dalle confessioni di Peci che da quelle fornite da molti dei protagonisti, appare, per un verso, di lunga data e capace di rinnovarsi ogni volta dopo i numerosi momenti difficili della vicenda terroristica e, per un altro, in qualche modo caratterizzata da "una adesione critica, mai incondizionata". Ad esempio Gian Paolo Babuder, indicato da Peci come "Babut, un vecchio Potop biellese", dichiara al giudice istruttore: "Peraltro si arriva ad un momento in cui si capisce che fra il dire e il fare c'è una notevole differenza: non mi sentivo assolutamente di partecipare ad azioni armate. In particolare non mi trovavo d'accordo sul problema degli espropri. In sostanza la mia risposta fu un sì, ma un sì condizionato con la riserva di valutare di volta in volta ogni singola proposta".

Nella sostanza un atteggiamento di questo tipo è riscontrabile anche in molti degli altri brigatisti biellesi. Tuttavia sembra più corretto riferire questa relativizzazione della adesione e della militanza alle Br alle attese e alle necessità che l'organizzazione aveva nei confronti dei biellesi più che al significato che l'esistenza di un gruppo brigatista ha assunto nella società locale.

Ancora Peci, nel libro citato, ricorda che quando Mattioli divenne "regolare" assunse la "gestione" della zona di Biella, che prima era competenza del Peci stesso. Passandogli le consegne gli disse: "Adesso che sei regolare devi gestirti un po' da solo e gestire la tua zona. Prendi casa a Biella e datti da fare, perché lo sai che quelli sono compagni con una disponibilità limitata: bisogna invogliarli a fare di più. Il fatto stesso che ti ospitino per loro è un salto di qualità, dal punto di vista politico, perché si assumono la responsabilità di ospitare un ricercato".

I rapporti tra i biellesi e Mattioli saranno sempre tesi e difficili anche per questo fatto: "Non hanno voglia di fare niente, sono dei cialtroni", sostiene il Mattioli in una relazione al capo colonna. Peci racconta anche delle lamentele di Liburno e soci per i maltrattamenti che erano costretti a subire dall'iroso Mattioli.

Invece l'impatto che la scoperta della rete Br ha sulla società biellese è fortissimo.

Quando, nella notte fra il 27 e il 28 marzo del 1980, i carabinieri irrompono nelle case di Sergio Corli a Occhieppo Superiore, Pietro Falcone e sua moglie Giuseppina Bianchi a Occhieppo Inferiore, Mauro Curinga e Maria Cristina Vergnasco a Candelo, Edoardo Liburno e Loredana Casetti a Biella (questi ultimi saranno rilasciati e poi arrestati, in una successiva retata, il 10 aprile), portano alla luce una impressionante quantità di armi, documenti e schedari delle Br e soprattutto rivelano l'esistenza di brigatisti locali.

Scrive Mario Pozzo sulla "Gazzetta del Popolo" del 30 marzo: "Biella è sconvolta anche perché l'operazione del generale Dalla Chiesa, oltre alle armi, all'esplosivo e agli schedari, ha portato alla luce una immagine, sconvolgente appunto, dei presunti brigatisti. Non più giovani dall'apparenza rispettabile, 'professionisti' in grado di nascondere la propria attività clandestina dietro una parvenza di normalità ma coppie, famiglie davvero normali, capaci di nascondere la loro attività clandestina".

I giornali pongono tutti l'accento sulla normalità delle coppie coinvolte, sul fatto che quasi tutte hanno dei figli giovanissimi, sulle condizioni economiche agiate.

Proprio nel giorno del blitz, alla Cisl è in corso una assemblea di quadri sindacali sulla vertenza fisco. Il segretario biellese Aldo Smolizza annuncia ai presenti che ci sono stati numerosi arresti "di persone a noi molto note. Occorre essere uniti e vigilare per stroncare e isolare i germi del terrorismo". Due degli arrestati, i coniugi Falcone, sono infatti militanti Cisl. Lui è un semplice iscritto; la Bianchi, invece, fa parte della struttura aziendale sindacale della Cassa di Risparmio di Biella.

Sergio Corli è iscritto al Pci, di cui ha conservato la tessera, anche se da tempo non è più impegnato nella sezione di Occhieppo Superiore, di cui è stato per numerosi anni il segretario. Anche Liburno ha militato in gioventù nella Fgci, e poi nel Pci, staccandosene alla fine degli anni sessanta, per aderire, dopo una brevissima parentesi nel gruppo Manifesto, a Potere operaio, nel quale ha militato anche Mauro Curinga. Nella casa dei Falcone viene tratto in arresto anche Domenico Jovine, loro ospite, uno dei sessantuno licenziati dalla Fiat, appena passato alla clandestinità.

Se la sorpresa e lo sgomento sono generali, tuttavia la Federazione del Pci in un suo comunicato del 1 aprile mette subito il dito sulla piaga: "I fatti smentiscono così clamorosamente la cieca sicurezza di quegli organi di stampa, di quelle forze politiche che, di fronte al moltiplicarsi di atti di violenza e al manifestarsi di inequivocabili segnali di presenza del partito armato, si sono per lungo tempo ostinati a considerare Biella e il Biellese tranquille isole incontaminate dai terroristi. L'operazione di questi giorni non è infatti un episodio isolato. Essa fa seguito a ripetuti atti di violenza che hanno origine con l'uccisione del vice questore di Biella Francesco Cusano ad opera delle Br e vanno alla catena di attentati a luoghi pubblici, banche, caserme dei carabinieri, tutti puntualmente rivendicati da organizzazioni eversive, al ritrovamento, alla Lancia di Verrone e da altre parti, di volantini e documenti di diversi gruppi armati e, recentemente, alla scoperta di un arsenale di armi ed esplosivo occultato presso il cimitero di Cossila. La storia di questi anni conferma dunque l'esistenza a Biella e nel Biellese di uno o più gruppi che praticano apertamente la violenza armata e che sono legati a filo diretto con il terrorismo".

La Cisl, dal canto suo, rilascia una dichiarazione nella quale ribadisce "la netta convinzione che gli interessi dei lavoratori italiani passano attraverso il rafforzamento e il consolidamento dei valori democratici nel nostro Paese" e ricorda che i due militanti sindacali "non avevano responsabilità dirigenziali e che il loro comportamento come aderenti Cisl non aveva mai dato luogo a sospetti di alcun genere".

Democrazia proletaria in un documento prende atto "con stupore e sgomento" che il blitz anti-terrorismo ha interessato anche il Biellese e, ricordata la militanza "alla luce del sole" del Falcone e della Bianchi, invita "le autorità competenti a far conoscere all'opinione pubblica, nei dettagli e nel più breve tempo possibile, i capi di imputazione e anche la loro versione dei fatti. Questo perché non si creino con troppa facilità altri 'mostri' da prima pagina con la scusa o la motivazione della caccia ai terroristi, come spesso succede in questi ultimi tempi in Italia e nel Biellese, come testimonia la vicenda Cornacchia".

Il riferimento alla vicenda Cornacchia, di cui si parlerà più avanti, e il tono generale delle argomentazioni del comunicato esprimono una sensibilità assai diffusa nella sinistra estremistica, che coniuga forti motivazioni garantiste ad una sorta di equidistanza fra il partito armato, pur duramente criticato, e lo Stato, accusato di militarizzarsi e di sparare nel mucchio.

Nei giorni immediatamente seguenti sale la tensione. Il processo per direttissima per la detenzione delle armi è fissato per il 10 aprile. Il 4, a Torino, vengono arrestati altri due biellesi: Claudio Toffolo, ex Potere operaio poi passato al Psi, e la fidanzata Anna Pidello, poi risultata estranea a tutta la vicenda.

Intanto, mentre il Biellese balza agli "onori" della stampa nazionale, il dibattito fra le forze politiche e sociali biellesi si fa molto teso.

"E Biella, isola felice, scopre il terrorismo" titola il 1 aprile "La Repubblica" una corrispondenza di Guido Passalacqua, che si apre con la cronaca della riunione della sezione Pci di Occhieppo Superiore, durante la quale è stato espulso dal partito Sergio Corli, "uno che da qualche tempo preferiva la pesca all'attività di partito ed ora è ufficialmente un brigatista rosso".

I commenti dei giornali locali, oltre allo stupore, cominciano però a riconoscere che in effetti vi erano stati molteplici segnali di presenza del partito armato. È il caso de "ll Biellese" secondo il quale "dai tempi dell'assassinio del vice questore Cusano era illusorio pensare che Biella fosse rimasta fuori dalla bufera".

Il giornale confindustriale "Eco di Biella" interviene sull'argomento in due numeri successivi con un articolo del direttore Carlo Caselli e con una nota del socialista Giuliano Ramella.

Il primo riprende una vecchia polemica sulle responsabilità dei partiti costituzionali: "Ciò che non persuade affatto è il modo sbrigativo con cui certi partiti e sindacati si disfano del personaggio scomodo: radiandolo dalle loro file o, più accortamente, ricorrendo alla formula della sospensione cautelativa in attesa di chiarimenti giudiziari. È troppo poco in confronto a ciò che occorre. Ciò che occorre è una revisione onesta e radicale del passato, un riesame critico di tutto il contributo che questi movimenti diedero al Sessantotto ma soprattutto una ammissione doverosa delle strumentalizzazioni che poi ne fecero per propri fini e in cerca di comodi esiti".

Per l'esponente socialista invece "è dall'assassinio del vice questore Cusano, casuale forse, ma compiuto da personaggi non casualmente presenti a Biella, che la nostra zona può essere considerata un'area calda nella mappa del terrorismo italiano".

I comunisti invece riprendono la polemica contro le sottovalutazioni dei mesi precedenti. Il segretario della Federazione, Wilmer Ronzani, in un articolo di fondo su "Baita", insiste: "Non serve recriminare. Giova però ricordare che per molto tempo chi, come noi, poneva l'accento sulla gravità della situazione, sulla capacità di ramificazione delle organizzazioni terroristiche e sulla necessità di non sottovalutare tale fenomeno a livello locale, veniva accusato di volere creare un clima di caccia alle streghe e di allarmismo".

Nello stesso numero il settimanale pubblica, sotto il titolo "Biella è davvero una città tranquilla?", un primo significativo riepilogo di tutti i fatti di violenza politica e terroristica verificatisi nel Biellese a partire dall'omicidio Cusano.

Seppure colte di sorpresa e animate da intenti polemici inevitabili, le forze politiche e sociali e le istituzioni organizzano una reazione sul piano politico e della mobilitazione di massa.

Il presidente del Comitato comprensoriale, l'indipendente di sinistra Alberto Treves, convoca una riunione di tutte le forze politiche e sociali biellesi nella quale avanza la proposta della costituzione di un Comitato civile permanente per la difesa dell'ordine e delle istituzioni democratiche e la convocazione di tutti i consigli comunali, dei consigli di fabbrica e delle associazioni di ogni tipo. La riunione vede una larghissima partecipazione e una conclusione pressoché unitaria, pur con qualche riserva da parte della Dc e dei liberali. Infine si stabilisce che le manifestazioni del 25 aprile saranno un momento di mobilitazione di massa contro il terrorismo.

In una città in stato d'assedio si apre, il 10 aprile, il processo per direttissima ai brigatisti arrestati per il possesso di armi ed esplosivi. Spavaldo, vestito con una salopette e un golfino bianco, Domenico Jovine legge un lungo proclama che si apre con la rivendicazione dell'appartenenza alle Brigate rosse. Ma il processo non può praticamente svolgersi. Mauro Curinga, a sorpresa, dichiara che nel suo giardino, a Candelo, i carabinieri non hanno trovato un altro bidone pieno di armi ed esplosivo. Il collegio giudicante reputa di non essere in grado di emettere una sentenza in quanto è necessario "l'espletamento di ulteriori indagini incompatibili col rito direttissimo" e quindi trasmette gli atti al giudice istruttore.

Ma a quel punto l'attenzione della città è di nuovo sull'operazione dei carabinieri. Un nuovo maxi blitz porta in carcere a Torino, Milano, Biella, Ravenna ed Empoli oltre trenta persone. Fra questi a Torino viene preso Gian Franco Matacchini, un altro dei sessantuno licenziati dalla Fiat. A Biella tornano in carcere il Liburno e la Casetti e, assieme a loro, vengono catturati il messo comunale di Gaglianico, Livio Scanzio, ex militante del Pci e poi di Potere operaio, e una coppia di erboristi, Luigi Rolla, detto "Gigio", e Maria Grazia Testa. Anche la moglie del Curinga, Maria Cristina Vergnasco, viene nuovamente incarcerata.

Nei giorni seguenti tensione e anche qualche confusione. Finisce in carcere Piero Arlorio, un insegnante, assolutamente estraneo alla vicenda, ma confuso, per le indicazioni un po' imprecise di Peci, con Gian Paolo Babuder, che viene tratto in arresto il 13 aprile, assieme ad Alessandro Peverati, ferroviere, delegato della Cgil, anch'egli, un tempo, iscritto al Pci e poi militante di Potere operaio, prima di "simpatizzare" per il Psi. Infine, qualche giorno dopo ancora, viene arrestato un operaio tessile cinquantenne molto noto nella sinistra biellese. Si tratta di Giorgio Caralli, fratello di un partigiano caduto nei primi mesi della lotta di liberazione, espulso dal Pci con il gruppo del Manifesto e poi anch'egli militante di Potere operaio.

Con Giorgio Caralli, e considerando anche l'arresto di Giorgio Battagin, avvenuto a Torino nell'autunno del 1979, mentre stava rientrando nel suo appartamento dove erano stati ritrovati documenti, armi e una forte somma di denaro, sale a quindici il numero dei biellesi arrestati. Una cifra che desta impressione e che spinge la stampa locale a sottolineare con drammaticità la portata dei fatti. "Biella è la città più brigatista d'Italia?", titola con angoscia "Il Biellese" del 15 aprile, e qualche giorno dopo si chiede "Biella, perché?".

Ma gli interrogativi in questi giorni cominciano a farsi più di sostanza.

L'Anpi provinciale organizza nell'aula magna del Liceo scientifico un dibattito, dal titolo significativo: "Resistenza e terrorismo", cui partecipa Luciano Violante. La sala è stracolma, il dibattito teso, a volte drammatico. Si confrontano le due posizioni della sinistra. Molti militanti parlano dei loro rapporti personali con gli arrestati. Alcuni, che stanno nell'estrema sinistra, temono che gli arresti nascano dalla identificazione fra dissenso politico e terrorismo, vedono gli effetti della "germanizzazione" del Paese. Riecheggia la nota posizione "né con le Br né con lo Stato". I comunisti sono accusati di farsi interpreti della risposta più dura e intransigente da parte dello Stato.

Invero la posizione dei comunisti appare in questi giorni molto netta e polemica verso chi ha lungamente sottovalutato il fenomeno. Su "Baita" del 17 aprile sintetizzo la posizione della Federazione: "Le Br che avevano creato nel Biellese un'area di supporto alla propria organizzazione clandestina, avevano tutto l'interesse a che questa restasse al di fuori di ogni sospetto e dell'attenzione delle forze dell'ordine. È quindi facile che si siano ben guardati dal compiere loro la nutrita serie di attentati e violenze realizzatasi negli ultimi tre anni nella nostra zona. È lecito supporre che un altro gruppo o altri gruppi locali, o magari importati, siano stati protagonisti dei ripetuti 'fuochi di guerriglia' biellesi. Se le cose stanno così non bisogna cadere nell'errore di considerare che sia venuto meno il pericolo di nuovi attacchi terroristici, solo perché è stato duramente colpito il gruppo nazionalmente più forte e pericoloso. Da altre parti bisognerà continuare a cercare".

Mentre gli sviluppi delle indagini, e soprattutto l'ampia e particolareggiata confessione che forniranno alcuni degli arrestati consentirà di attribuire ai brigatisti locali alcuni degli attentati alle auto di esponenti democristiani e altre iniziative, la cronaca dei mesi seguenti e la scoperta di una organizzazione legata a Prima linea si incaricheranno di confermare la fondatezza dell'analisi e delle previsioni del Pci biellese.

In effetti la cronaca degli anni che vanno dal '76 in avanti era stata assai ricca di fatti di terrorismo e di violenza politica.

La prima comparsa delle Br nel Biellese è della notte ha l'8 e il 9 febbraio del 1976. A Sala Biellese si è tenuta una manifestazione, indetta dall'Amministrazione comunale per rievocare la rivolta dei cittadini del paese che, nel 1896, insorsero contro le imposizioni di una tassa sulla produzione artigianale di tessuti e per ricordare l'altro grande momento della vita del piccolo paese della Serra: la battaglia del febbraio 1944, che segnò una delle pagine più brillanti della storia dei partigiani biellesi.

Nella notte appunto, qualcuno issa, vicino al monumento che ricorda un partigiano caduto in battaglia, una bandiera delle Br mentre scritte che inneggiano a Mara Cagol riempiono i muri vicini. Secondo gli atti istruttori a partecipare all'operazione erano stati il Liburno, la Casetti, Toffolo e Peverati. A fine marzo dello stesso anno fallisce il tentativo di incendiare l'auto di un dirigente della Lancia di Verrone, Giovanni Pagliara. All'azione e alla sua progettazione avevano partecipato il Liburno, la Casetti, Babuder, Caralli e Curinga. In questa vicenda è coinvolto anche un operaio della Lancia, Piero Reis, che partecipa alla individuazione dell'obiettivo da colpire ma poi non se la sente di passare alla fase operativa e non rinnova contatti con l'organizzazione.

Ma il fatto più grave, e che segna il coinvolgimento più diretto dei brigatisti biellesi, è stato l'omicidio del commissario di polizia Francesco Cusano, assassinato la sera del 1 settembre del '76 da Lauro Azolini e Calogero Diana.

La confessione di Edoardo Liburno consente di ricostruire nei dettagli il ruolo svolto dai biellesi. La sera dell'omicidio Giorgio Caralli si reca dal Liburno e gli racconta l'accaduto.

A seguito di un casuale controllo di polizia, due militanti Br, che risultano essere a Biella per preparare una rapina, hanno avuto uno scontro a fuoco e ucciso il vice questore della città. I due, che erano ospiti nella trattoria gestita da Gianni Romanello e dalla moglie, devono essere nascosti, anche perché il Romanello, dopo l'accaduto, chiede, scongiura che i due se ne vadano. Così, dopo molte insistenze e minacce da parte dei due "regolari", nella notte vengono trasferiti in casa della cognata del Romanello, assolutamente estranea alle Br. Per questo fatto Romanello, la moglie e la sorella saranno arrestati e processati per favoreggiamento.

Dopo qualche giorno i due ricercati lasciano la zona, aiutati dai biellesi e sotto la direzione di Walter Alasia, capo della colonna milanese. Di notte, uno per volta, i due assassini vengono accompagnati al casello autostradale di Carisio e trasferiti presumibilmente a Milano.

Partecipano a questa operazione: Silvia Germano, la donna nella cui abitazione erano stati ospitati, Caralli, Curinga, che metteva a disposizione la propria auto, Liburno, la Casetti, Peverati.

Nei mesi seguenti il clima politico si fa sempre più teso. Si crea anche nel Biellese un'area, di dimensioni non piccole, di simpatia verso le azioni di guerriglia armata, si diffonde, in una certa misura, una pratica di violenza politica tipica di quelle formazioni della "autonomia" che percorrono i grandi centri del Paese.

Incidenti e disordini di una certa gravità si verificano durante il corteo del 1 maggio del '77, alcune settimane dopo analoghi incidenti, con duri scontri, turbano una manifestazione del Pci a Biella.

E la situazione conosce una brusca accelerazione durante l'anno seguente. Ai primi di marzo alla Lancia di Verrone vengono ritrovati volantini a firma "Reparti operai combattenti per il comunismo" che rivendicano l'attentato all'ingegner Domenico Segala dell'Alfa Romeo. Qualche giorno dopo una sigla quasi analoga (Reparti proletari combattenti per il comunismo) rivendica un attentato al negozio del fotografo Sergio Fighera, accusato di lavorare per la Questura.

I giornali registrano poi, nei giorni seguenti, una serie di atti non rivendicati, quali una bomba che danneggia la sede di una cooperativa di consumo a Biella, nel quartiere Riva, colpi di pistola contro la vetrina del commerciante Roberto Ronco, un attentato alla stazione di servizio della Mobil Oil. Si giunge così alla metà del mese di maggio quando vengono prese di mira due filiali della Banca Sella di Biella. Sul fronte delle fabbriche è la Lancia di Verrone il punto più caldo. A metà giugno nuovi incidenti fra alcuni dirigenti del Consiglio di fabbrica e giovani, qualificatisi come appartenenti ai "Nuclei per l'autonomia proletaria", che si ripetono alcuni mesi più tardi, nel gennaio del '79.

Due rivendicazioni invece per una bomba che danneggia il 30 settembre la sede del Msi. Una a nome delle Br, l'altra per conto di un sedicente "Nucleo armato antifascista".

Il '79 si apre invece con una serie di attentati alle caserme dei carabinieri: forse la traduzione locale dell'attacco "al cuore dello Stato". "Lotta armata per il comunismo" rivendica quello che, nella notte fra il 15 e il 16 aprile, colpisce la caserma di Vigliano; "Guerriglia armata per il comunismo" reclama per sé quello del 30 aprile alla caserma di Valle Mosso. Il giorno dopo il corteo del 1 maggio è di nuovo turbato da gravi incidenti, durante i quali alcuni operai e sindacalisti vengono feriti a bastonate dagli "autonomi".

Tornano le Brigate rosse. La sera del 17 maggio è in corso a Candelo una manifestazione elettorale. Partecipano Lucio Libertini per il Pci, il segretario della locale Federazione socialista, Edoardo Berrone, il segretario della Federazione della Dc, Luigi Squillario, e altri. Verso le ventitré la manifestazione è interrotta da una esplosione che manda in fiamme l'auto del segretario della Dc posteggiata nella piazza di fronte alle storiche mura del Ricetto. A partecipare all'attentato sono il Liburno, Corli e Curinga, ma è niente meno che Patrizio Peci a scrivere il volantino che rivendica la paternità dell'azione.

Probabilmente galvanizzati dal successo della stessa, qualche settimana dopo, dai brigatisti biellesi parte, alla volta delle buche delle lettere di alcuni operai della Lancia di Verrone e di alcuni giornalisti, la copia della risoluzione strategica numero 6 delle Br (quella del processo Moro).

L'autunno dello stesso anno è teatro di tre avvenimenti assai significativi. In primo luogo la cosiddetta vicenda Cornacchia, che aveva avuto origine dal ritrovamento di un ingente quantitativo di armi ed esplosivo occultato nella tomba di famiglia di un giovane militante della Federazione anarchica biellese: Renato Cornacchia, poi arrestato e condannato per direttissima a quattro anni di carcere, sulla base di un processo indiziario. La vicenda dà origine ad un vivacissimo e significativo dibattito fra le forze politiche e soprattutto segnala la prima emersione dell'area che avrebbe dato vita alle attività biellesi di Prima linea. Poi il primo arresto biellese, quello di Giorgio Battagin, e infine il trasporto da Mestre a Biella di una partita di armi fornite alle Br dalla Olp. Partecipano al trasporto, avvenuto in due successive spedizioni, il regolare Mattioli e gli irregolari biellesi Liburno, Casetti, Curinga e Corli. Questi ultimi due avevano accettano anche di nascondere nelle rispettive abitazioni le armi stesse.

Il 22 gennaio del 1980 è invece distrutta l'auto del sindaco di Biella, Franco Borri Brunetto. A rivendicare l'attentato sono, questa volta, i "Nuclei per il potere rosso". In realtà si trattava delle esercitazioni pratiche del professor Gian Paolo Babuder, che si era staccato dal gruppo ufficiale dei brigatisti per dissensi più che altro di carattere personale, mantenendo tuttavia un rapporto di collaborazione.

Nella sua confessione al giudice istruttore Babuder ammetterà di essere stato l'autore dell'incendio dell'auto del sindaco di Biella e di quello tentato e fallito, qualche giorno dopo, ai danni di quella di un altro esponente della Dc, il consigliere provinciale Remo Cantono. Sia nel compiere che nel rivendicare gli attentati a nome del "Nucleo biellese per il potere rosso" aveva agito totalmente da solo, anche se nel secondo caso l'idea gli era stata suggerita da Patrizio Peci e da Liburno. Babuder negherà l'esistenza di un nucleo vero e proprio raccolto attorno alla sigla da lui promossa. Per la verità questo aspetto della vicenda non troverà alcuno sviluppo in sede di indagine, nonostante che nelle sue confessioni Peci abbia parlato di una dozzina di persone collegate in qualche modo a Babuder.

Si arriva così al marzo dell'80, con l'arresto della colonna torinese e dei biellesi che saranno accusati e confesseranno solo una parte dei molti fatti violenti di quegli anni che, del resto, avrebbero conosciuto per molti mesi ancora ripetuti momenti di realizzazione e persino un nuovo omicidio: l'assassinio, nel corso di una rapina a Mongrando, di una guardia giurata da parte dei terroristi di Prima linea.

Per quel che riguarda i br biellesi verranno accusati di altri reati organizzativi: l'affitto di alloggi per conto della organizzazione, la tessitura di tela per falsificare patenti, la redazione di uno schedario di imprenditori, sindacalisti e uomini politici locali.

Dunque le preoccupazioni e la polemica della Federazione comunista, all'indomani degli arresti dei brigatisti biellesi, appaiono più che fondate, sia dal punto di vista dei fatti che delle conseguenze politiche.

A complicare le cose e a rendere più tesa la situazione giunge, alla fine di aprile, una perquisizione effettuata dalla polizia a Biella e nel Biellese. Vengono controllate le abitazioni di alcuni operai della Lancia di Verrone, di due preti operai e di un altro lavoratore. La spettacolarità dell'operazione, il clima teso e il fatto che la perquisizione non abbia dato il ben che minimo risultato, fanno sì che si sviluppino immediatamente vivaci polemiche. La sezione del Pci dello stabilimento Fiat prende immediatamente posizione in difesa di uno dei perquisiti, Ermanno Rocca, dirigente della stessa, oltre che del Consiglio di fabbrica, e ricorda il ruolo svolto da questi, in fabbrica, nella lotta contro il terrorismo.

I comunisti, di solito molto prudenti nel valutare le iniziative delle forze dell'ordine, tornano alcuni giorni dopo sulla vicenda con un mio articolo nel quale, dopo aver riaffermato la necessità di una lotta senza incertezze contro il partito armato, sottolineo però, con un esplicito riferimento alle perquisizioni, che "l'opinione pubblica e chi è direttamente colpito non debbono avere l'impressione di trovarsi di fronte ad operazioni affrettate, fatte tanto per fare, discutibili sia nella impostazione che nella realizzazione".

Ma le attestazioni di solidarietà ai perquisiti e di critica all'operato della polizia sono numerose e molto significative. Vengono intanto dal fronte sindacale. La Federazione unitaria Cgil-Cisl-Uil, che il 30 aprile aveva diffuso un volantino nel quale ricordava che "spartiacque fra noi e il terrorismo è l'analisi, la strategia, il metodo", qualche giorno dopo sottolinea con forza che, "nel ribadire la piena estraneità a ogni copertura del movimento dei lavoratori e delle loro organizzazioni ad ogni tipo di eversione, la segreteria della Federazione unitaria, preoccupata che ogni azione scarsamente valutata (ad esempio perquisizioni generiche e generalizzate) possa produrre effetti contrari a quelli auspicati e creare indiscriminati sospetti, mentre sollecita un approfondimento a tutti i livelli degli indizi che possono presentarsi, auspica che le forze dell'ordine e la magistratura operino, oltre che nell'ambito della legge, con la massima ponderatezza sia per ridurre i margini di errore, sia per non offuscare l'impegno democratico e di lotta in tanti militanti che forze interessate vorrebbero accreditare come appartenenti all'area dell'eversione".

Dello stesso tenore un comunicato della Flm biellese, mentre in difesa dei due preti operai interviene una lettera inviata ai giornali e firmata da novantuno lavoratori della Fate-Lanificio Piacenza, azienda nella quale uno dei due lavorava.

Solo "Il Biellese" tenta una timida difesa dell'operato della polizia sostenendo che "gli interventi della polizia talora servono anche a togliere dubbi".

Di rilievo soprattutto la decisione della Flm "di aprire un dibattito di base sul tema del terrorismo tra i lavoratori e i delegati" promuovendo assemblee di fabbrica e di reparto.

Nei giorni seguenti, dopo una nuova e infruttuosa perquisizione a Mongrando, vengono arrestati, per il ruolo svolto nella vicenda Cusano, Gianni Romanello, sua moglie e sua cognata.

Sul fronte del dibattito politico si segnalano in questi mesi due nuovi interventi; uno ancora del Pci che insiste, con un mio intervento su "Baita" del 15 maggio, sul permanere di un pericolo terroristico. Riferendomi ai fatti biellesi domando: "Sono tutti imputabili alle Br? Oppure è più realistico pensare a gruppi diversi, i cui obiettivi coincidono, che magari collaborano fra di loro, ma che tuttavia rendono ancora più vario e frastagliato l'universo terroristico biellese?". Il secondo lo si deve invece al segretario della Camera del lavoro biellese, Adriano Massazza, che, su "Battaglie sindacali" di aprile, apre un ragionamento sulla identità dei terroristi e sulle condizioni politiche della loro presenza. Dopo aver insistito sulle ingiustizie sociali come terreno culturale sul quale il terrorismo aveva prosperato, pone, con lucidità, il tema del terrorismo in fabbrica e delle forme della lotta sindacale: "Sapere che il terrorismo non nasce in fabbrica ma dalla politica, significa sapere che anche la fabbrica può germinare e ospitare fenomeni di violenza armata. La presenza di nuclei - seppur piccoli - minacciosi ed oscuri ci impegnano a costruire questo impegno di massa su obiettivi di cambiamento, gestendo anche forme di lotta in grado di non aprire spazi alla violenza e a quelle forme di illegalità che finiscono per creare spazio all'area terroristica".

A fine anno, dopo il conferimento della medaglia d'oro al valore civile alla memoria del commissario Cusano, che è l'occasione per una manifestazione di piazza delle istituzioni e delle forze politiche e sociali, a Torino il giudice istruttore emette la sentenza di rinvio a giudizio contro la colonna torinese delle Br.

Le posizioni dei biellesi si sono intanto definite, molti si sono "pentiti" e hanno deciso di collaborare con la giustizia. Qualcuno in modo totale, altri limitandosi ad ammettere le proprie responsabilità, senza tuttavia fare altri nomi. Alcuni infine sono scarcerati, come i due erboristi Testa e Rolla; per altri, il Romanello e la Vergnasco le accuse sono ridimensionate: mentre per quasi tutti il rinvio a giudizio è per insurrezione contro lo Stato, partecipazione a banda armata con funzioni organizzative, detenzione di armi, per questi ultimi si tratta di semplice partecipazione a banda armata o favoreggiamento.

La partita è però tutt'altro che chiusa. Sta infatti per aprirsi il capitolo che riguarda Prima linea, un gruppo che per la verità aveva già dato, direttamente o tramite filiazioni, ripetuti segnali di presenza e di attività.

Il fatto più eclatante era stato appunto la vicenda di Renato Cornacchia: "Renatino" per gli amici e, per un certo periodo, anche per giornali e forze politiche, là dove quel diminutivo stava a significare simpatia e a testimoniare una vicenda ricca di errori e contrassegnata da un abbaglio collettivo che aveva colto quasi tutti, ma significativa per ciò che riguarda gli orientamenti di fondo della società biellese.

Si emblematizzano qui, infatti, la difficoltà del momento, le incertezze e qualche approssimazione con le quali veniva condotta la lotta al terrorismo, e nello stesso tempo il moto di perplessità e simpatia verso il giovane processato segnala, in realtà, la determinazione delle forze politiche e sociali biellesi a combattere il terrorismo usando solo ed esclusivamente le armi della democrazia e dello stato di diritto.

A conclusione di una indagine avviata mesi prima e che aveva preso le mosse dai numerosi attentati che, fra la primavera del '78 e quei giorni, varie sigle ("Guerriglia proletaria", "Reparti proletari combattenti per il comunismo", "Reparti operai combattenti") avevano rivendicato di aver compiuto ai danni di banche, caserme dei carabinieri e altri obiettivi nel Biellese, i carabinieri del nucleo speciale del generale Dalla Chiesa rinvengono presso una tomba del cimitero di Cossila un impressionante quantitativo di armi ed esplosivo. I sospetti cadono su Renato Cornacchia, attivista della Federazione anarchica biellese, la cui famiglia è proprietaria della tomba. Il giovane viene raggiunto il 18 ottobre da un mandato di comparizione. Immediatamente scatta una campagna di solidarietà. Cornacchia si dichiara innocente. Gli anarchici non hanno dubbi: "Fai politica? Sei terrorista!" si lamentano in un volantino subito diffuso davanti alle scuole. Qualche giomo dopo precisano meglio il loro pensiero: è tutta una montatura: "Imputare Renato Cornacchia di questo reato non è che una vera azione terroristica che da sempre lo Stato pratica contro quelli che si ribellano".

Come si vede qui siamo molto oltre il "né con lo Stato, né con le Br": terrorista è lo Stato repressore punto e basta. Dello stesso tenore un comunicato del Partito radicale, che "prende posizione ancora una volta contro le azioni repressive [delle] forze dell'ordine". Il Pci, dal canto suo, chiede che sia fatta rapidamente piena luce e che si intensifichi la lotta al terrorismo.

Dopo alcuni giorni di forte tensione Cornacchia viene arrestato e processato per direttissima. A far scattare l'arresto era stata l'intercettazione di una telefonata fra il Cornacchia e una sua amica in Sardegna. Il processo si svolge in un clima di forte tensione e partecipazione emotiva. Si regge essenzialmente su elementi indiziari e si conclude con la condanna del giovane anarchico a quattro anni di carcere. Nella serata un gruppo di anarchici e di movimenti della sinistra estrema occupano la sede di Tele Biella ed improvvisano una trasmissione di solidarietà, poi si recano nella tipografia che stampa "Il Biellese" e cercano di imporre la pubblicazione di un comunicato. Interviene la polizia che mette in stato d'assedio l'intero centro cittadino. I manifestanti danno vita ad un corteo per le vie del centro in un clima di fortissima tensione.

È un fatto tuttavia che la sentenza non convince quasi nessuno. In effetti è evidente che le indagini erano state assai frettolose e che il dibattimento processuale, pur evidenziando molti elementi contro l'anarchico, non avesse però dimostrato, in maniera inoppugnabile, la veridicità delle accuse.

Anche il Pci si fa interprete di queste perplessità e parla "di un processo indiziario in cui non sono state fornite prove concrete". Il Psi insiste su questo punto e precisa: "Renato Cornacchia potrebbe anche essere colpevole: tuttavia pare che, così come in altri processi di tipo indiziario, il verdetto non risolva i dubbi emersi nella opinione pubblica che meglio avrebbe compreso una sentenza per insufficienza di prove".

La questione arriva ai banchi del Consiglio comunale. Alla presenza di oltre cento giovani, in gran parte della Federazione anarchica, il capogruppo socialista Gustavo Buratti attacca frontalmente la magistratura affermando di respingere l'equazione dissenso-terrorismo. Diverso l'atteggiamento di tutti gli altri, ma generalmente è il riconoscimento che la sentenza lascia aperti molti dubbi. Il sindaco Squillario, Magliola repubblicano, Giachino liberale, Ronzani comunista, Strukel socialdemocratico e Chiorino indipendente di sinistra, concordano nel chiedere tempi rapidi per il processo di appello.

Sull'atteggiamento dei partiti in Consiglio comunale, ha da ridire giustamente il direttore dell' "Eco di Biella" che, in un articolo di fondo, pone, tra le altre, una questione giusta. Ricordando che il giorno prima della riunione del Consiglio comunale si erano verificate invasioni di sedi di giornali, intimidazioni e violenze, sostiene che "si poteva supporre che le scorrerie della notte precedente diventassero oggetto di dibattito e di riprovazione se non unanime quanto meno diffusa. Invece no. Nessuno ha parlato, tutti hanno fatto finta di niente". E conclude: "L'esempio offerto dai partiti politici di Biella nei giorni successivi alla notte del 29 ottobre è un modello classico di sottomissione alla soverchieria". Più correttamente si trattava in realtà del risultato del clima di quei giorni e delle forti pressioni di opinione pubblica cui i partiti erano sottoposti. Sicuramente pesava ancora quell'atteggiamento di diffusa sottovalutazione della possibilità di un fenomeno terroristico indigeno che aveva a lungo contraddistinto le forze politiche e la stampa biellese, esclusi i comunisti, compreso invece proprio l' "Eco di Biella".

Sabato 5 novembre sfilano per le vie della città circa cinquecento manifestanti in corteo, promosso dalla Federazione anarchica, a cui aderiscono, in varie forme, molti militanti e dirigenti della sinistra. Alla fine fra coloro che prendono la parola, oltre a uno dei sessantuno licenziati dalla Fiat, vi è persino Primo Corbelletti, comunista, presidente provinciale dell'Anpi. Al termine della manifestazione viene promossa una petizione per ottenere il trasferimento di Cornacchia dal supercarcere di Cuneo alla casa circondariale di Biella.

Tra le forze di sinistra, tuttavia, il Pci non ci sta: non ha aderito alla manifestazione e non firma la petizione. Le motivazioni dell'atteggiamento comunista sono chiare. Scrive il settimanale "Baita": "La Federazione del Pci non ha aderito alle iniziative [...]. Ciò che mancava nella manifestazione e ciò che manca nel preambolo che invita a firmare la petizione, preambolo da cui emerge una impostazione ambigua e contraddittoria, è una condanna netta, ferma e inequivocabile della violenza terroristica".

 

Anche la Camera del lavoro pone in un comunicato la stessa questione e "chiede che l'intero movimento democratico biellese, compreso il 'Comitato per la scarcerazione di Renato', si pronunci preliminarmente e chiaramente si impegni, con il movimento operaio, nella lotta al terrorismo".

Il processo d'appello a carico di Renato Cornacchia si celebrerà qualche mese più tardi, ai primi di marzo del 1980: la Corte d'appello di Torino riduce la pena a due anni e tre mesi di carcere, concede il beneficio della condizionale e dispone la scarcerazione del giovane anarchico. Anche questa volta però rimane un interrogativo di fondo: le armi di chi erano? A cosa servivano?

In realtà la vicenda Cornacchia fa emergere per la prima volta l'esistenza di un altro gruppo armato, collegato a Prima linea, la cui scoperta porterà in carcere oltre al Cornacchia stesso, alcuni militanti della Federazione anarchica biellese, tra i quali il leader carismatico, Battista Saiu, che aveva guidato tutta la solidarietà a "Renatino".

La cronaca dei mesi seguenti si arricchirà di nuovi episodi. Nel gennaio del 1981 va a fuoco il magazzino della Filatura di Tollegno. Rivendicazione telefonica dei "Gruppi biellesi per il potere rosso". Clamore suscita l'attentato contro l'auto del senatore Pennacchini, che a quei tempi, è l'aprile dello stesso anno, era presidente della Commissione parlamentare di vigilanza sui servizi di sicurezza. L'auto era addirittura posteggiata nel parcheggio interno al Commissariato di Biella.

Qualche settimana dopo una nuova vittima. Un commando di cinque terroristi di Prima linea compie una rapina in una banca a Mongrando. I cinque arrivano su di una Alfasud, fra di loro vi è una donna, affrontano la guardia giurata che staziona davanti alla banca. Si tratta di Rinaldo Antonino, di trentadue anni, padre di una bambina di tre anni. Gli sparano tre colpi di pistola a bruciapelo e lo finiscono con un colpo alla nuca. Dopo aver rapinato la banca fuggono, con un bottino di venti milioni, verso la Serra, in direzione di Ivrea. Dell'omicidio saranno accusati, alcuni mesi più tardi, Giulia Borelli, Franco Fiorina, un biellese da molti anni latitante, Pasquale Avilio, Gian Luca Frassinetti e Piero Mutti. Quest'ultimo si pentirà e le sue confessioni consentiranno di arrestare l'intero gruppo biellese di Prima linea.

I primi arresti avverranno tuttavia circa un mese dopo. Due pezzi grossi di Prima linea, Cesare Maina e Marina Premoli, vengono arrestati mentre viaggiano su un pullman di linea che da Ivrea, attraverso la Serra, raggiunge Biella. Alla fermata di Zubiena sono stati visti consegnare delle borse a due giovani che si erano allontanati a bordo di una Renault 4 rossa. Alcune ore dopo i due vengono tratti in arresto. Si tratta di Renato Cornacchia e di Daniele Tarasco, ventisette anni, operaio della Lancia, originario di Santhià, protagonista dei ripetuti scontri con i lavoratori del Consiglio di fabbrica. Su indicazione di quest'ultimo vengono ritrovate le borse contenenti le armi: erano state interrate in un bosco della Serra. Nei giorni seguenti altri pacchi di armi salteranno fuori da altrettanti buchi scavati in vari boschi sparsi per il Biellese.

Bisognerà tuttavia attendere ancora quasi un anno prima che sia sgominata l'organizzazione. Saranno appunto le confessioni di un pentito a portare in carcere, nel maggio del 1982, Roberto Simino, Monica Opezzo, Costantino Cavaglia, Carla Bagnalone, Paolo Bianchi e la fidanzata del Cornacchia, Nicoletta Gerardo. Si tratta questa volta di persone molto più giovani del gruppo che aveva aderito alle Br. Quasi tutti hanno frequentato i gruppi autonomi e in particolare la Federazione anarchica biellese. Il leader di quest'ultima, Battista Saiu, sarà successivamente arrestato e accusato di aver fornito a Prima linea carte di identità in bianco e di aver collaborato a funzioni di tipo logistico.

Franco Fiorina, che si rivelerà essere stato un po' l'elemento di collegamento fra i biellesi e Prima linea, sarà arrestato nel settembre del 1983 a Milano. L'arresto avviene in modo drammatico. Alla vista degli agenti il Fiorina reagisce. Nello scontro a fuoco che segue muore l'uomo che è con lui. È un biellese. Si tratta di un delinquente comune, Gaetano Sava. La sua presenza testimonia i rapporti che si erano stabiliti fra i Colp, gli ultimi nati dalla fine dell'esperienza di Prima linea, e la delinquenza comune.

La reazione della società biellese non è nella sostanza molto diversa da quella più generale del Paese. Vi è intanto una difficoltà a capire e analizzare correttamente il fenomeno terrorismo. Un fenomeno cioè che, dopo gli anni "neri" della strategia della tensione, cambia decisamente fisionomia, obiettivi, riferimenti ideologici.

Quando viene ucciso il dottor Cusano l'ipotesi Br incontra diffuse perplessità e non solo a sinistra. Si parla persino di traffico della droga. Solo dopo l'arresto dei brigatisti rossi biellesi si arriva alla definitiva individuazione del carattere effettivamente "rosso" del terrorismo.

Eppure le cose sono chiare da tempo. Il linguaggio, la cultura che esprimono i comunicati dei terroristi, pur con le caratteristiche di astrusità e contorsione che li contraddistinguono, sono abbastanza chiaramente individuabili. Ad esempio il volantino che rivendica l'incendio dell'auto del sindaco Borri Brunetto è un classico del linguaggio vetero comunista: "La Dc ha mostrato di accettare la proposta di Amendola sintetizzabile nello slogan 'salvare l'Italia' rifiutando gli elementi di socialismo insiti nella linea berlingueriana. Ambedue le proposte sono subordinate agli interessi capitalistici: da un lato la linea di Berlinguer perché immobilista cioè senza possibilità di sbocco, dall'altro la linea di Amendola perché propone la cogestione con il capitalismo".

Anche per quel che riguarda l'altro spezzone la somiglianza fra i volantini diffusi illegalmente e firmati con varie sigle clandestine e quelli di alcuni gruppuscoli estremistici sono impressionanti, sia nel linguaggio che nella grafica di redazione. Emblematica è la fattura del giornalino "Rosso Lancia", diffuso per alcuni numeri nello stabilimento di Verrone.

In effetti soprattutto a sinistra fu difficile - e anche nel Biellese fu merito dei comunisti se fu possibile - ammettere che il terrorismo era nato a sinistra e aveva avuto origini complesse nella storia, vicina e lontana, della sinistra stessa.

A lungo poi, sempre a sinistra, si era affermata la linea della equidistanza fra terroristi e Stato e la infausta teorizzazione dei "compagni che sbagliano".

"Partito armato e Stato in fase di involuzione autoritaria ci sembrano i poli di una gigantesca operazione a tenaglia, volta a semplificare a mano armata i termini reali e complessi del conflitto sociale e politico, stravolgendone radici e ragioni, togliendogli spazio e legittimità storica", scrivevano alcuni noti militanti della sinistra extraparlamentare in un lungo documento con il quale annunciavano l'adesione ad un convegno, tenuto a Milano nel 1978, sul tema "La sinistra tra terrorismo e trasformazione autoritaria dello Stato".

Generale, con la sola eccezione, come abbiamo visto, del Pci, è la sottovalutazione del pericolo. Si insiste sull'idea di Biella isola felice. Quasi che la prosperità economica e un tasso di disoccupazione frazionale di per sé garantiscano una sorta di immunità politica. Pesa in questo atteggiamento anche un rifiuto inconscio a misurarsi con una realtà che appare sgradevole e difficile da decifrare.

Gli interrogativi che il segretario della Federazione comunista Wilmer Ronzani avanza su "Baita" l'11 ottobre del 1978: "Cosa facevano i due brigatisti a Biella la sera che uccisero Cusano? Le Br avevano ed hanno dei collegamenti a Biella? Chi aiutò i terroristi a lasciare Biella?", vengono generalmente snobbati dal dibattito politico. Anzi i comunisti sono più volte accusati di prendere lucciole per lanterne. Anche il movimento sindacale tace a lungo, troppo a lungo sull'argomento. Pesa in questo atteggiamento certamente la caratteristica che già in quegli anni è venuta assumendo la gran parte delle forze politiche sempre più schiacciate sul livello istituzionale della loro inziativa, sempre meno organizzazioni ramificate nel sociale. Il caso del Psi è emblematico. Il nuovo corso socialista ritiene, ad esempio, le sezioni territoriali inutili se non un vero e proprio impaccio per l'iniziativa del partito. La Dc è attraversata da una crisi elettorale e di rapporti con il mondo e le organizzazioni cattoliche molto sensibile. La politica guarda cioè altrove. Alle istituzioni essenzialmente, ai rapporti fra i partiti. Tutto ciò nel momento in cui nel Paese e anche nel Biellese le sedi istituzionali di governo e di direzione politica subiscono un logoramento a vantaggio di centri "informali" e in qualche caso persino sotterranei di decisione. Si tratta cioè del palesarsi, anche in sede locale, di una crisi del sistema politico e istituzionale: crisi della Regione, ridimensionamento del ruolo delle autonomie locali, fine virtuale dell'esperienza di decentramento partecipativo nelle città. Un mutamento nelle "regole materiali" che apre, questo sì, spazi alla iniziativa e alla presenza del partito armato.

Il ritardo del sindacato segnala i primi consistenti sintomi della crisi che lo attanaglierà per tutti gli anni ottanta e che sarà elemento costitutivo della crisi istituzionale. Una crisi, quella del sindacato, di rappresentanza e di democrazia. Sono in discussione e stanno per saltare i collegamenti con la fabbrica, gli iscritti e i lavoratori.

A sinistra, anche nel Pci, nonostante questo partito si sia mostrato quello più sensibile, pesa il permanere di un'area politico-culturale che ha a lungo pensato, e continua a pensare alla Resistenza come occasione mancata, che non ha mai scartato definifivamente la prospettiva della lotta armata. È indubbio che questa cultura ha potuto essere l'elemento catalizzatore del diffondersi di quel giudizio distorto e reticente sul terrorismo e anche della permeabilità di questa zona alla organizzazione del partito e del crearsi di un'area aperta di fiancheggiamento e solidarietà presente sia nella sinistra tradizionale, sia tra l'estremismo giovanile.

È significativo ciò che succede all'indomani del rapimento di Aldo Moro. Come in tutta Italia la reazione della società biellese è tanto forte quanto generale è lo sbigottimento per la portata dell'attacco terroristico.

I biellesi scendono subito in piazza. Allo sciopero generale l'adesione è spontanea e di massa. In piazza Duomo si raccolgono migliaia di lavoratori e di cittadini che si erano radunati formando cortei spontanei che giungevano dalle principali fabbriche. Si riunisce il Consiglio comunale.

Il sindaco di Biella, il democristiano Borri Brunetto, ricorda che la mobilitazione "ha il significato dell'adesione profonda all'impegno in difesa dell'ordine democratico e delle istituzioni. La Costituzione è nata da un momento di sofferenza comune e di lotta: oggi tocca a noi riproporre quei valori, in cui sempre crediamo". Il segretario della Camera del lavoro, Adriano Massazza, parla in piazza di "dedizioni nel difendere la democrazia". Anche nella risposta immediata, quella sotto l'onda dell'emozione, la reazione biellese ha un carattere fortemente democratico. Non si chiede il ricorso a leggi eccezionali o alla pena di morte, come nelle stesse ore fa autorevolmente in parlamento una delle figure più prestigiose della democrazia italiana, Ugo La Malfa.

Le manifestazioni per la celebrazione del 25 aprile vengono trasformate in manifestazioni contro il terrorismo con grande partecipazione popolare come in quella successiva del 1 maggio.

Immediatamente però si apre il dibattito sulla matrice del terrorismo. "Il Biellese", in sintonia con una campagna che la Dc apre a livello nazionale, indica nel Pci il padre delle Br. Detto che il comunismo stalinista è la matrice delle Br, aggiunge che "alla luce del sole c'è da noi una forte corrente filostalinista che fa capo a Longo". Nel frattempo Moro viene assassinato. Il Pci risponde polemicamente alla tesi de "Il Biellese", ma contemporaneamente apre su "Baita" una riflessione sulle origini ideologiche del terrorismo. Simonetta Vella, che apre la discussione, non ha difficoltà ad ammettere che dai primi anni settanta al terrorismo "nero" era subentrato un "terrore di sinistra", ma sottolinea "l'estraneità teorica e politica, l'abisso esistente tra la tradizione del movimento operaio e comunista e l'ideologia del terrorismo". Si tratta di una evidente rimozione che nasce dalla considerazione che movimento operaio e terroristi sono schierati su opposte barricate. Il segretario della Federazione della Dc, l'avvocato Squillario, torna, in una intervista, sul rapporto fra le origini dei brigatisti e il Pci. Squillario vede in questa tesi "una puntualizzazione, se vogliamo polemica, nei confronti di chi vuole qualificare quanto sta succedendo coi termini di reazionario e fascista, confondendo così la gente ed impedendo di vedere il fondo e la gravità del problema". Aggiunge poi: "Io non credo che i marxisti e in particolare il Pci, il quale ha imboccato un'ardua strada di revisione ideologica, debbano avere il timore, per motivi contingenti, di denunciare come aberrazioni ideologiche le posizioni dei brigatisti; anzi di dire che si tratta di vero e proprio stalinismo. Solo così si eviterà da una parte la diffidenza e dall'altra il risentimento".

Intanto, con questa impostazione di fondo, si va alle elezioni parziali amministrative del 14 maggio.

Mentre il Pci svolge i suoi comizi all'insegna della solidarietà alla Dc, quest'ultima indica nel Pci il padre spirituale del terrorismo.

I risultati danno un rafforzamento della Dc mentre il Pci perde ben il 9 per cento dei voti rispetto al 1976.

Le pagine di "Baita" sono in quei mesi ricche di una riflessione difficile e travagliata, che coinvolge dirigenti e militanti comunisti e della sinistra, sindacalisti e lavoratori, in particolare della Lancia di Verrone.

È la presenza più e meno scoperta di un'area di simpatia verso il terrorismo alla Lancia di Verrone che induce il Pci a interrogarsi e a riflettere sul logoramento dell'unità sindacale, sulle forme di lotta e sulla incipiente crisi del sindacato.

La scoperta della rete biellese consentirà di dimostrare una conclusione alla quale però soprattutto i comunisti giungono in modo assolutamente libero da elementi di polemica strumentale come quelli che da un lato indicano la paternità del Pci e dall'altro negano la consistenza locale del fenomeno terroristico.

È intanto interessante definire quale sia stata esattamente la collocazione funzionale dei brigatisti locali in seno all'organizzazione. Come è noto l'organizazione delle Br si articolava in: direzione strategica, comitato esecutivo, fronte logistico, fronte di massa, colonne, brigate. I militanti Br si dividevano in regolari e irregolari. I regolari erano i militanti clandestini a tempo pieno, che il più delle volte avevano tagliato ogni genere di legame con la legalità. Gli irregolari erano invece persone la cui clandestinità era limitata all'appartenenza alla organizzazione e che continuavano a vivere apparentemente nella legalità. Compito principale degli irregolari era quello di conquistare all'organizzazione il più ampio sostegno costruendo "il centro e le articolazioni del potere rivoluzionario".

Nelle sue confessioni Peci ci ha spiegato poi il funzionamento dell'organizzazione: "La colonna è formata soltanto da regolari, cioè militanti che lavorano a tempo pieno per la organizzazione e possono essere legali (cioè vivere ancora con le loro generalità) oppure clandestini cioè che vivono con false generalità perché ricercati o comunque individuati. Ciascuna colonna opera in un polo cioè in una certa area geografica [...]. La colonna ha il compito di dirigere tutte quante le attività dell'organizzazione relativa al 'polo' di competenza. Ogni colonna ha un capo unico.

Dalla colonna dipendono le varie brigate, tutte formate in prevalenza da militanti irregolari, ma con possibile presenza di regolari; sia per mantenere i necessari collegamenti con la colonna sia perché talvolta ci sono casi particolari [...]. Tornando alle brigate va detto che vi è innanzitutto una brigata logistica che come tale si occupa di falsificazione dei documenti, armamento, codici, assistenza sanitaria, predisposizione di targhe false, indicazioni circa le cose da fare in materia di reperimenti degli alloggi e modalità di affitto o acquisto dei medesimi, eccetera.

Vi sono poi le brigate di massa che comprendono tre categorie: le brigate di fabbrica, le brigate della cosiddetta triplice e le brigate che si occupano della Dc e meglio delle forze politiche in generale".

La logica conclusione di questi passi è la seguente: i biellesi erano dunque militanti - "irregolari". Come tali apparivano e si muovevano nelle forme legali del movimento, cioè appartenevano al sindacato e alle organizzazioni di sinistra e avevano attività clandestine. Formavano una o più brigate logistiche. Infine il solo Toffolo apparteneva ad una brigata di massa e aveva partecipato a diverse azioni.

Se si considera che le Br avevano operato nel Biellese prima dell'arresto di Curcio (settembre del 1974) ed erano talmente sicure da svolgervi una riunione della direzione strategica, che a dare vita al primo nucleo è stata Margherita Cagol e che da allora alcuni di essi hanno continuato a militare nelle Br fino all'arresto, si comprende bene come sia corretto parlare di "adesione critica" ma solo relativamente alle esigenze comprensibilmente crescenti dell'organizzazione e non per ciò che riguarda gli effetti e le responsabilità, anche morali, che questa adesione ha comportato nel corso degli anni.

Sulle origini sociali e politiche dei brigatisti già si è detto. Risulta del tutto senza fondamento l'analisi sociologica del fenomeno. Le vicende biellesi confermano come il terrorismo di sinistra sia stato un fenomeno trasversale che ha riguardato tutte le classi sociali. Sono stati arrestati infatti operai, insegnanti, commercianti, intellettuali ecc.

Più corretta la ricerca nella "politica". Vale a dire la ricerca delle origini politiche. Qui si individuano due radici. Una prima che si rifaceva ad una eredità di tipo leninista o perlomeno ai fondamenti giacobini e totalitari del pensiero di Lenin. Erano quelli che provenivano dal Pci e dalle organizzazioni di sinistra. La loro esperienza politica si era saldata ed era stata largamente determinata dalle vicende di Potere operaio. Anzi, proprio una certa accentuazione dogmatica e giacobina nella formazione politica dei brigatisti biellesi aveva in qualche modo consentito di semplificare le distanze teoriche grandi che vi erano tra i riferimenti teorici di Potere operaio e il leninismo ortodosso di partenza degli stessi.

Peralto una doppia anima di origine teorica si era affermata nella organizzazione sul piano nazionale contrapponendo gli ortodossi del nucleo storico ai movimentisti di Valerio Morucci e di Adriana Faranda e su questo filo correva la differenza fra le Br e Autonomia operaia organizzata.

Vi è poi una seconda origine, quella nata dalla cultura cattolica. Anche qui il cattolicesimo era vissuto attraverso una forzatura dogmatica, l'esaltazione di una teoria manichea in cui il bene era rappresentato da loro: i profeti della rivoluzione e il male da tutto il resto: il cosiddetto regime senza alcuna distinzione.

Per quello che riguarda la partita Prima linea, che non è da escludere che nel Biellese sia nata dalle ceneri di Azione rivoluzionaria, un gruppo di origine anarchica, sembra più corretto guardare all'area che l'ha originata, non per una insensata generalizzazione e per una estensione delle responsabilità ma perché quest'area ha a lungo oscillato sul filo del fiancheggiamento e della connivenza e gli stessi arrestati, diversamente dai brigatisti, che ufficialmente non facevano quasi più politica attiva, erano partecipi di questa attività politica.

Anche qui non vi sono riferimenti sociologici possibili in quanto sono presenti tutte le forze sociali.

Il nucleo duro di quest'area era composto da venticinque - trenta giovani che partecipavano attivamente alle iniziative politiche in una zona assai vasta che andava fino a Torino e a Milano. In taluni momenti l'influenza politica di questo gruppo, come aveva dimostrato la vicenda Cornacchia, poteva investire in modo diverso la parte più rilevante di tutta la cosiddetta "nuova sinistra".

L'unificazione di un'area assai complessa e articolata non è in realtà un tentativo di semplificazione della realtà. Si tratta invece di unificare gli elementi comuni alle diverse manifestazioni, di individuare le linee di tendenza che avevano dato vita a comportamenti collettivi nel quadro di una complicità sociale diffusa.

L'elemento unificante paiono essere le tesi proprie di Autonomia operaia, che nell'area spesso erano vissute inconsciamente ma che avevano determinato la formazione di senso comune.

La teoria schematicamente riassunta è questa, il padre è Toni Negri: "Il processo capitalistico, l'accumulazione, si estende dalla fabbrica alla società in quanto comando capitalistico, concentrazione di forza, di autorità, apparato burocratico repressivo. Si crea una gerarchia ordinata secondo la forza o le regole della programmazione dello 'Stato crisi', cioè di un capitalismo che per dominare la società si fa autoritario". Ricordiamoci le grida isteriche sulla germanizzazione del Paese.

In questa situazione, secondo una operazione puramente ideologica, si formerebbero i nuovi soggetti sociali, la famosa "nuova composizione di classe", riconoscibili in base al carattere antagonistico del loro comportamento sociale e non per la loro collocazione materiale nel processo produttivo. La collocazione politica di classe dei soggetti sociali viene individuata cioè in base ai comportamenti illegali. Così facendo l'assenteista, chi danneggia le macchine, chi ruba, chi spara chi caccia Lama dall'Università, chi assalta un supermercato diventa rivoluzionario.

Secondo i teorici dell'autonomia bisogna mettere in sintonia la illegalità di massa con le azioni delle bande armate. "Coniugare la geometrica potenza di via Fani con la terribile bellezza di quel 12 marzo" (cacciata di Lama dall'Università di Roma), scriveva Franco Piperno.

Vi è dunque una contiguità stringente fra le bande armate e quest'area di fiancheggiatori e di conniventi che diventano tali quasi per conseguenza logica. Nella sostanza si è trattato di un'area magmatica di società e di mondo giovanile che affondava le radici in questa cultura.

Al di fuori di questa parte, sia pure non trascurabile, nella società biellese l'isolamento dei terroristi era molto forte e la condanna per le loro azioni netta. Lo testimonia con chiarezza una iniziativa del Pci: la diffusione di un questionario di massa sul terrorismo. Venticinque domande che in tutto il Paese il partito rivolge ai cittadini nell'autunno-inverno del 1981. Sono cinquantatré le federazioni provinciali interessate all'iniziativa. In Piemonte Torino e Biella, vale a dire le due realtà più colpite. L'indagine si estende a campione ma in modo significativo. Nel Biellese le schede distribuite sono circa tremilacinquecento e quelle ritirate quasi duemila. Quasi il 60 per cento dei cittadini risponde alle venticinque domande e riconsegna il questionario. Questo dato di per se stesso segnala l'attenzione e la sensibilità che si era creata fra la popolazione attorno al problema.

L'interesse dei mezzi di informazione biellesi è marcato. La distribuzione dei questionari è stata preceduta da assemblee pubbliche di presentazione e spiegazione. La partecipazione della gente è stata ovunque massiccia, si apre una effettiva discussione di massa sul terrorismo, che si svolge sotto la pressione di due avvenimenti di grande rilievo: il sequestro del generale Dozier e il caso Cirillo.

Significativo in particolare il risultato alla Lancia di Verrone. Le schede distribuite ad inizio turno sono seicentottanta, all'uscita cinquecentotrentatré lavoratori consegnano le loro risposte, quasi l'80 per cento. È il frutto del lavoro della sezione comunista ma anche la conseguenza che anni di polemiche, di aspri scontri e di tensione politica hanno avuto sui lavoratori. Le risposte dei biellesi sono inequivocabili. La repulsa del terrorismo è espressa in varie forme dal 95 per cento degli interpellati. Quasi il 65 per cento ha partecipato o avrebbe voluto partecipare alle manifestazioni indette contro i terroristi. Tuttavia questa percentuale è di quasi venti punti inferiore alla media nazionale. Si sconta qui l'effetto del disimpegno e della sottovalutazione di molte forze politiche e per qualche periodo persino delle organizzazioni sindacali e anche il subentrare di una sorta di stanchezza popolare per la ripetitività sulle forme di risposta organizzate. Vi è in qualche modo la sensazione di stanchezza e di poca efficacia.

Ad esempio il 53 per cento, contro una media nazionale del 72 per cento, giudica gli scioperi necessari, ma il 47 per cento pensa che dovrebbero accompagnarsi ad altre iniziative. Analogamente si afferma un giudizio critico sull'operato del governo e la convinzione che, in un Paese che ha retto prove durissime, la democrazia non può essere a lungo difesa senza riforma dello Stato.

Nei mesi e negli anni seguenti il Biellese e il Paese reggeranno prove durissime e sconfiggeranno il terrorismo, salvaguardando sempre, nonostante taluni arretramenti lo stato di diritto. Ma il prezzo pagato anche da questo lembo periferico ma industrioso e vitale del Paese è significativo. Tre vittime, tre famiglie colpite in modo irrimediabile, molti anni di carcere, la vita di molti e delle rispettive famiglie segnata dalla indelebile esperienza della prigione, anni di paura, di tensioni e di lacerazioni.

Ferite ancora aperte. Un prezzo troppo alto.

 

 

Ultima modifica di questa pagina: domenica, 29 ottobre 2006 10.47

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