|
Alla
conclusione tragica del rapimento di Moro succede un periodo
assai convulso e confuso. La politica di unità nazionale
entra in crisi. Aumentano vertiginosamente gli attentati e
gli assassinii politici dell'una e dell'altra organizzazione
(BR e Prima Linea) e, all'interno del partito armato, si
apre una lotta di supremazia senza quartiere tra l'«ala
movimentista» e quella «militarista». Nel rispetto al rigido
militarismo delle BR venne delineandosi un disegno, portato
avanti da Autonomia organizzata, di integrazione delle BR in
un progetto di sovversione più ampio ed articolato, fondato
su un raccordo politico-militare con le istanze di lotta dei
cosiddetti «nuovi soggetti rivoluzionari».
Tutto cio’
in linea con la nota indicazione di Franco Piperno:
«coniugare la terribile bellezza del 12 marzo a Roma con la
geometrica potenza di Via Fani» che, con le successive
confessioni di Antonio Savasta , assumono una luce del tutto
particolare. Questo è un progetto che andava avanti da tempo
attraverso l'entrata in campo, nel 1976, di Prima Linea,
come sostanziale filiazione di Autonomia, e perfino
all'interno della colonna BR (dissidio Morucci – Faranda i
quali, nel gennaio 1979 lasciano le BR per dissensi sulle
modalità della gestione e dell’epilogo dell’affaire Moro e
vengono poi arrestati nel Maggio di quello stesso anno).
Anche se
proseguiva l'escalation degli agguati, delle violenze e
degli assassinii (dai giudici Tartaglione, Calvosa,
Alessandrini al docente Paolella, i carabinieri Esposito,
Lanza, Porceddu, Paglia, Guerrieri, Campagna, Crea, Ollanu,
Varisco, Granato, Battaglin, Tusa, Taverna, all'operaio
comunista Guido Rossa ad opera dei membri di punta della
colonna genovese delle BR, ai dirigenti Coggiola, Dutto,
Schettini, Ghiglieno) la crisi politica nel partito armato
si era aperta, ma sarà proprio con l'inchiesta del 7 aprile
'79 aperta dal giudice Calogero contro i capi di Autonomia
nel Veneto che il terrorismo, gia’ diviso politicamente al
suo interno, subisce il primo duro colpo, come sarà
confermato dagli sviluppi successivi.
Si tratta
di una vera svolta della lotta contro il terrorismo poiché
sembra scardinato l'elemento portante dell'impianto
strategico del partito armato, ossia il ruolo chiave degli
autonomi, la cui duplice articolazione, clandestina e
legale, è stata probabilmente il punto di saldatura tra la
pratica degli illegalismi di massa (la cosiddetta «area
della insubordinazione sociale o della nuova spontaneità») e
la lotta armata, quella delle BR e di PL e di una miriade di
altre sigle.
Grazie alle
iniziative coraggiose di decine di magistrati democratici ed
una lunga, fruttuosa serie di operazioni condotte dalle
forze dell'ordine, verso la fine del 1979 si apre una vera e
propria crisi del terrorismo. Si susseguono i pentimenti e
le confessioni (Peci - Sandolo - Viscardi - Barbone -
Savasta), mentre con l'episodio della liberazione del gen.
della Nato, James Lee Dozier si verifica una raggiunta,
finalmente, concreta efficienza delle forze dell'ordine.
Quel
tragico 1980
Il 1980
sarà l'anno più drammatico (135 vittime: Albanese - Bachelet
- Piacentini -Minervini - Galli - Mario Amato - Tobagi -
Pino Amato - Paoletti - Gori - D'Urso - Galvaligi). Se fino
al 1974 hanno operato, soprattutto, gli uomini della prima
generazione brigatista, dal '74 al '78 ad essi si affiancano
i «più duri» della seconda generazione, mentre proprio il
rapimento Dozier mostra che il reclutamento negli ultimi
anni ha fatto proseliti tra i giovani in età compresa tra i
20 e 21 anni e che, pertanto, non possono essere ricollegati
né ricollegabili ai moti studenteschi del '68, né a quelli
del '77.
E’ semmai
una dimostrazione di difficoltà da parte del terrorismo di
trovare una via d'uscita alla crisi che lo ha investito, sia
sotto il profilo del suo isolamento dalle masse, sia sotto
quello del declino di buona parte delle sue stesse capacità
operative. Un altro elemento inedito è il determinarsi
nell'80 di una incidenza fortissima del fenomeno dei
pentimenti e delle confessioni; di collaborazioni con la
giustizia, mentre per la prima volta nel computo delle
vittime connesse al terrorismo compare l'assassinio, o
meglio la vera e propria esecuzione a scopo di vendetta, di
ben nove terroristi accusati di «collaborazionismo».
Il 7
Febbraio 1980 a Milano viene assassinato William Waccher,
militante di Prima Linea, arrestato nel luglio del ’79 e
accusato dai suoi compagni di essere un delatore. Regista
dell’operazione, senza uno straccio di prova su quanto
addebitato al Waccher, Sergio Segio.
Il 1980 è
anche l’anno degli arresti di brigatisti eccellenti quali
Patrizio Peci e del capocolonna torinese Rocco Micaletto. E
sarà proprio l’ ”infame” Peci a determinare con le sue
confessioni uno dei più duri attacchi alle BR con l’arresto
di 70 brigatisti (strage di Via Fracchia a Genova, il 28
Marzo), lo scoprimento di numerosi covi e, soprattutto,
l’avvio di quel fenomeno del pentitismo, favorito dalla
legislazione emergenziale, che favorirà la progressiva
dissoluzione del partito armato.
Volendo
ricordare solo i morti piu’ noti per mano terroristica,
citeremo: il prof. Vittorio Bachelet (12 febbraio 1980 all’Universita’
di Roma) V.Presidente del Consiglio superiore della
Magistratura, con gli altri due magistrati Giacumbi ( 16
Marzo) e Minervini (18 Marzo) per mano delle BR.
Negli
stessi mesi viene approvata la cosiddetta “Legge Cossiga”
del 6 Febbraio 1980, pochi settimane prima dell’azione dei
carabinieri in Via Fracchia. A quella azione le BR
risposero con l’attacco ad una sede milanese della DC e la
gambizzazione di quattro esponenti di quel partito.
Ed ancora,
le confessioni di Peci, il quale chiamò in causa Marco Donat
Cattin, provocheranno la triste vicenda collegata al leader
di Forze Nuove, dopo la sua drammatica ed incauta richiesta
a Roberto Sandalo di ricercare suo figlio per comunicargli
quanto Peci aveva dichiarato nel verbale del suo pentimento.
E Roberto Sandalo, arrestato il 29 aprile 1980 (alcuni
giorni dopo del colloquio tra il sen Carlo Donat Cattin,
V.Segretario nazionale della DC, e l’allora Presidente del
consiglio, Francesco Cossiga) due giorni dopo l’arresto si
“pente”, rivelando il presunto e del tutto infondato
favoreggiamento di Cossiga nei confronti di Donat Cattin, Si
aprì,
così, una
crisi tremenda all’interno della DC (ministro degli Interni,
Virginio Rognoni) ed una ferita al cuore del povero Carlo
che non sarà più rimarginata sino alla sua morte ( 1991).
Noi che di quella tragedia umana e politica fummo spettatori
e partecipanti dolorosi, quali militanti attivi nella
corrente di Forze Nuove, abbiamo vissuto insieme a Carlo
Donat Cattin tutta quella triste stagione che, dopo la morte
tragica di Marco ( la notte del 19 giugno 1988 sulla
strada, presso Verona, mentre soccorreva un ferito a terra
per un incidente, veniva travolto da un’auto che lui tentava
di fermare in cerca d’aiuto ) di lì a qualche anno porterà
anche il nostro leader ad una morte post operatoria dopo
una lunga malattia cardiaca, sopportata con la grinta e la
forza indomita della sua fede. Una vicenda umana e politica
che ho avuto occasione di approfondire con il mio saggio “
Il caso Forze Nuove-dal preambolo alla quarta fase”- Ed
Cinque Lune-1993.
E, intanto,
le confessioni di Sandalo portano allo smantellamento di
Prima Linea. Dopo Peci, a Maggio del 1980, viene arrestata
Anna Laura Braghetti, mentre a Napoli, con l’uccisione di
Pino Amato, assessore regionale della DC, nasce la colonna
napoletana delle BR.
Maggio 1980
e’ anche il mese dell’uccisione del povero Walter Tobagi,
giornalista socialista de “Il corriere della sera” ad opera
della colonna BR “28 Marzo” (cosi’ intitolata nel ricordo
della data della strage di Via Fracchia a Genova). E sara’
proprio a Maggio che, per la prima volta nella storia della
Repubblica, il PCI di Berlinguer chiede che il presidente
del Consiglio Cossiga, venga interrogato dalla commissione
inquirente sul caso Donat Cattin, con l’accusa di attentato
alla Costituzione.La Commissione decide l’archiviazione con
11 voti favorevoli e 9 contrari. Il caso, tuttavia, per
assenza del quorum dei 4/5 richiesti, passa all’esame del
Parlamento in seduta comune. E, intanto, Carlo Donat Cattin
si dimette dall’incarico di V.Segretario della DC. Solo a
Luglio, il parlamento, in seduta comune e con voto a
maggioranza assoluta, decide l’archiviazione del caso
Cossiga-Donat Cattin e il non rinvio del Presidente del
Consiglio al giudizio dell’Alta Corte Costituzionale per i
reati di favoreggiamento e violazione del segreto d’ufficio.
Con le
confessioni di Sandalo viene smantellato ilgruppo torinese
di Prima Linea di via Staffarla e quello milanese del
Lorenteggio. Sono passati quattro anni (1976-1980) e cosi’
finisce uno dei gruppi piu’ violenti e feroci del terrorismo
italiano, tra l’altro, responsabile dell’assassinio del
giudice Emilio Alessandrini.
Con la fine
di Prima Linea anche nelle Brigate Rosse, nell’agosto del
1980 avviene la prima scissione ufficiale, nel momento in
cui la brigata milanese “Walter Alasia” si rende autonoma
dall’esecutivo.L’esecutivo delle BR, nel dicembre di quello
stesso anno, decreta l’espulsione dal movimento della
brigata “Walter Alasia” ( che nel frattempo ha portato a
compimento numerosi attentati contro dirigenti dell’Alfa
Romeo e della Marelli ) e il 12 dicembre a Roma, Mario
Moretti e Giovanni Senzani, realizzano il sequestro D’Urso.
Marco Donat Cattin, intanto, viene arrestato a Parigi e
consegnato alle autorita’ italiane il 27 Febbraio del 1981.
Seconda e
terza generazione BR e la lunga transizione (1981-2002)
Nel
settembre del 1980, la Fiat annuncia i licenziamenti di
15.000 operai e la cassa integrazione per 23 mila
dipendenti. Berlinguer, il 26 settembre, in un appassionato
comizio davanti ai cancelli di Mirafiori, porta il sostegno
del PCI per lo sciopero ad oltranza dei lavoratori. Ma non è
più stagione di lotta. Ai blocchi organizzati degli operai,
il 14 ottobre risponde la marcia dei 40.000 colletti bianchi
Fiat che segna la fine della lunga stagione delle lotte
operaie avviata nel 1968 (autunno caldo), la fine di
un’epoca e l’inizio degli anni ’80. Seguiranno anni
(1981-1987) caratterizzati ancora da episodi di feroci
esecuzioni e dagli ultimi fuochi delle colonne napoletane
dei nuclei comunisti fino all’uscita dei primi documenti BR
che parlavano di “ritirata strategica”, mentre, dopo il
“decreto di San Valentino” sulla scala mobile (14 febbraio
1984) (punto massimo dello scontro tra il riformismo
craxiano e il PCI e all’interno del sindacato tra le
componenti cattolica della CISL e socialista dell’UIL e
CGIL e quella comunista della CGIL.
Il 27 Marzo
del 1985 a Roma, viene ucciso proprio l’economista d’area
CISL, Ezio Tarantelli, tra i teorici sostenitori della
riduzione e del successivo blocco della scala mobile,
avviando un percorso che vedrà le due ultime vittime
illustri in Sergio D’Antona e Marco Biagi alla fine degli
anni’90. Seppure nell’aprile del 1987 i capi storici delle
prime BR (Curcio,Moretti, Iannelli e Bertolazzi) dal carcere
fecero recapitare alcune lettere a Rossana Rossanda ,
illustre giornalista de “Il Manifesto”, con le quali
dichiaravano conclusa l’esperienza della lotta armata, la
stessa come un fiume carsico non si era estinta del tutto e
vecchi e nuovi adepti, a fasi alterne, continuarono ed
ancora continuano a colpire, Sarà proprio la colonna romana,
un tempo guidata da Alessio Casimirri ( l’ultimo dei
brigatisti di Via Fani ancora latitante e di cui dal 2004 si
sta chiedendo invano l’estradizione dal suo rifugio dorato
in Nicaragua) e da sua moglie Rita Algranati ( l’antica
militante “Marzia”, anch’essa in Via Fani, prima latitante
in Angola e poi arrestata nel 2004 in Algeria) a mantenere
in vita ciò che rimaneva e resta delle vecchie e nuove BR,
oggi, come ieri, soprattutto orientate a colpire
intellettuali di quell’area riformista da sempre
contrastata ed oggetto dell’odio del partito armato.
Dopo
l’omicidio del povero Roberto Ruffilli ( 16 aprile 1988)
viene alla ribalta la cosiddetta terza generazione delle
Brigate Rosse quelle che si resero responsabili proprio
degli omicidi Tarantelli, Conti e Ruffilli cui seguirono
numerosi arresti mentre cominciava la battaglia politico
legale per l’amnistia o l’indulto con la volontà di porre
fine alle tragedie causate dal partito armato e per voltare
pagina nel libro della storia italiana degli ultimi
trentacinque anni.
Non a caso
il 23 ottobre del 1988 gli “irriducibili” Abatangelo,
Cassetta,Prospero Gallinari, Lo Bianco, Seghetti ed altri,
in un documento dal carcere scrivevano:” Oggi le Brigate
Rosse coincidono di fatto con i prigionieri politici delle
Brigate Rosse….Occorre portare la propria esperienza storica
sul terreno della lotta politica…La prima battaglia da fare
è quella per un’amnistia politica generale….La lotta armata
contro lo Stato è finita”.
Ottima
dichiarazione cui, purtroppo, non si adeguarono quanti, dopo
quella data, continuarono, seppur con minore capacità e
continuità di azione, ma non con meno ferocia, la lotta
armata contro “ i servitori dello Stato capitalista”.
E proprio
gli omicidi eccellenti di D’Antona e di Marco Biagi ci
riportano alla dura realtà dei nostri giorni.
Dal
“preambolo” alla seconda repubblica
Con
l’assassinio di Aldo Moro, il fallimento della politica di
unita’ nazionale, l’avvento del “preambolo” e della
cosiddetta “terza fase” ( per usare un’espressione coniata
sull’omonima rivista dal leader della sinistra DC, Carlo
Donat Cattin) si entra nell’ultima stagione della Prima
Repubblica. Una stagione che vedra’ da un lato,
l’affermazione politica del pentapartito, caratterizzato
dalla lunga ed estenuante guerra di logoramento tra la
dirigenza demitiana della DC e quella vincente craxiana
alla guida del PSI. Una stagione in cui si assiste
all’implosione dell’URSS dopo l’esperienza gorbacioviana
della glastnost e della perestroika; al crollo del muro di
Berlino (1989); alla mutazione genetica dell’ex PCI, dopo la
svolta occhettiana della Bolognina e alla fine
mediatico-giudiziaria, sotto i colpi di “mani pulite”, dei
cinque partiti che avevano caratterizzato la piu’ che
quarantennale vicenda della Prima Repubblica.
Il
mattarellum (nuovo ibrido sistema elettorale maggioritario
con residue quote proporzionali) da un lato, la persecuzione
giudiziaria pressoche’ a senso unico dall’altra, l’oggettivo
superamento della funzione storica della DC anche per
l’impotenza pugnandi della sua ultima dirigenza politica,
sono stati, con il raggiungimento, potremmo dire, degli
scopi sociali del partito dei democratici cristiani, i
fattori determinanti dell’avvento della cosiddetta seconda
Repubblica.
Il
fallimento della gioiosa macchina da guerra occhettiana, da
un lato, e la “scesa in campo” del cavaliere di Arcore
dall’altro, con la dispersione in mille meteoriti della
galassia bianca democristiana, hanno cosi’ caratterizzato lo
scenario politico degli anni’90.
In questi
27 anni che ci separano dalla vicenda drammatica del
rapimento e assassinio di Aldo Moro, il fenomeno delle BR e
dei gruppi di lotta terroristica interni, seppur si e’
andato progressivamente riducendo, ha, comunque, determinato
una ancora lunga catena di attentati e di morti.
Abbiamo
ricordato quelli piu’ eclatanti: i casi drammatici delle
uccisioni dei professori Ezio Tarantelli (27 marzo 1985),
Roberto Ruffilli ( 16 aprile 1988), Massimo D’Antona (20
maggio 1999), consulente del Ministero del Lavoro all’epoca
del governo guidato da Massimo D’Alema, e Marco Biagi (19
Marzo 2002, davanti alla sua casa a Bologna), consulente
del ministero del lavoro del governo Berlusconi. Sono
uccisioni che segnano in maniera drammatica la svolta
strategica e politico-culturale di un movimento che,
ancorche’ ridotto profondamente nella sua consistenza
numerica, continua a fasi ricorrenti e alterne a colpire non
piu’ e non tanto i simboli diretti del potere politico
partitico, quanto piuttosto coloro che di quel potere sono
in qualche misura il substrato teorico e la tecnostruttura
di riferimento sul piano dell’elaborazione
economico-finanziaria (Tarantelli), politico-istituzionale (Ruffilli),
del giuslavorismo (D’Antona e Biagi). Insomma dai
rappresentanti formali del potere (Moro, Bachelet, Amato,
Cirillo e tanti altri piu’ o meno illustri politici,
soprattutto democristiani) servi del SIM, oggetto dell’odio
nelle elaborazioni teoriche delle prime BR, alle
tecnocrazie universitarie che ne costituiscono il substrato
essenziale.
Quali
conclusioni?
Ho tentato
di ricostruire, seppur schematicamente, un fenomeno dalle
variabili multiformi e complesse quale il terrorismo, la cui
analisi ed interpretazione deve essere, oltreché di tipo
interdisciplinare, condotta sui tre livelli essenziali in
cui si e’ manifestato ed ancora, in qualche seppur rara
occasione, si manifesta:
·
reclutamento;
·
la presenza organizzata sul territorio;
·
l'insieme delle azioni concretamente
realizzate.
Una prima
ricomposizione sintetica del fenomeno può essere così
formulata: a 30 anni dalla fine della seconda guerra
mondiale, agli inizi dei ’70, il fenomeno della violenza
politica e del terrorismo ha diffusione mondiale,dagli USA
alla Spagna, dalla Francia alla Germania e all’Italia. Ciò
che e’apparso tipico di tale fenomeno universale è questo
insieme di caratteristiche:
·
il rifiuto della negoziazione;
·
il carattere segreto dell'organizzazione
(clandestinità);
·
il reclutamento selettivo, ma sempre fra
gruppi in età giovanile;
·
una giustificazione ideologica e un
retroterra teorico.
·
Per quanto riguarda il terrorismo italiano
notiamo:
·
il suo carattere fondamentalmente urbano
(la città come realtà producente diffusa criminalità) e
spazio privilegiato delle tensioni radicali che hanno scosso
per diversi anni un sistema sociale in transizione;
·
una certa indeterminatezza degli obiettivi
(attacco al cuore dello Stato, guerriglia urbana
generalizzata contro lo Stato imperialista delle
multinazionali) tanto che il terrorismo non sembra avere uno
scopo al di fuori di se’, ponendosi dunque
contemporaneamente come strumento e come fine;
·
un'alleanza operativa tra criminalità
politica e criminalità comune (il carcere come università
del crimine e terreno ideale per il reclutamento dei
terroristi);
·
il suo carattere giovanile (giovani, per
lo più acculturati, non laureati);
·
la presenza della figura del «terrorista
pentito», quasi esclusiva del terrorismo italiano;
·
il coesistere permanente dei due
terrorismi di opposta matrice.
Va
evidenziato che un fenomeno che si e’ trascinato con
ondeggiamenti diversi e contradditori per qualche decennio
non si e’ potuto muovere nel "vuoto sociale", ma (teoria dei
«cerchi concentrici» di cui parlo’ l’allora ministro degli
interni Rognoni) pote’ contare su complicità più o meno
dirette che, tra l'altro, emersero a vari livelli ed in un
clima che in alcuni casi è stato di relativa accettazione,
se non di aperto favore.
Una
contestazione strisciante contro le istituzioni
burocratico-amministrative porto’ a saldarsi un atavico
qualunquismo antistatalistico con le conseguenze, ai vari
livelli (strutturale e culturale), della grande
trasformazione socio-economica del paese (una rivoluzione
industriale che, ad esempio, in Inghilterra ha richiesto due
secoli, pesando su più generazioni, qui è intervenuta in un
breve arco di 20 anni, pesando su una o due sole generazioni
e, quindi, con costi sociali elevatissimi e con una qualità
media della vita, italiana, profondamente alterata).
Tale
sviluppo impetuoso, non mediato in senso universalistico
dalle istituzioni politiche, ha pesato soprattutto sui
gruppi sociali periferici e giovanili mentre va evidenziato
come partiti e sindacati abbiano totalmente mancato il
fenomeno formativo del nostro paese.
Le ragioni
del mancato isolamento sociale del terrorismo vanno
ricercate oltre che in fattori soggettivi, nel modo stesso,
concreto ed effettivo, in cui hanno mal funzionato molte
nostre istituzioni. Quando manca il canale di partecipazione
tra le persone e le istituzioni, chi è privato di tale
contatto spesso non vede altra via dell'azione terroristica
in proprio o per via vicaria, e, così, «l'antico furore
contadino si salda con la nuova rabbia urbana» (Ferrarotti).
Tornando ad
un'interpretazione più direttamente storico-politica del
fenomeno, al fine di superare il rischio di interpretazioni
riduttive ed ideologiche o, peggio, della semplice
«demonizzazione», ma tentando di cogliere i caratteri
strutturali della crisi italiana che ha generato un uso
politico così esteso della violenza, da parte di forze
diverse per estrazione ideologica e culturale, possiamo
sottolineare un salto netto tra prima generazione BR e tra
BR e Prima Linea. Così, mentre tra i terroristi del «nucleo
storico» BR vi è sempre alle spalle una precedente
esperienza, un'attività politica legale più o meno lunga,
nella seconda generazione quasi scompare.
Inoltre tra
le BR c'è la presenza di un modello terzo-internazionalista,
da partito comunista clandestino, nella stessa
organizzazione e nel reclutamento; questo manca in PL dove,
semmai, prevalgono i caratteri propri del modello della
sinistra extraparlamentare o dei miti di guerriglia diffusi
alla fine degli anni '60 (ognuno sapeva tutto di tutti).
Circa i rapporti tra terrorismo e centrali estere (servizi
segreti stranieri) in concreto, dopo le confessioni di
alcuni pentiti, sappiamo dell'arrivo di armi e
dell'addestramento sia in medio-oriente che in alcuni paesi
dell'est. Ma i caratteri fondamentalmente «interni» sono
prevalenti e non si può certo affermare che la lotta armata
sia partita da «centrali estere», anche se è possibile si
sia verificata più di una interferenza di servizi segreti.
In fondo al
tunnel difficile della storia di questi ultimi 30 anni ci
troviamo di fronte questo problema dalla cui soluzione
dipende la sopravvivenza stessa dei nostri ordinamenti
democratici. Senza sottovalutare il ruolo che centrali
estere possono aver svolto e quotidianamente svolgono per
destabilizzare un'area strategica tra nord-sud ed est-ovest,
dobbiamo assumere piena consapevolezza che il terrorismo
italiano ci appartiene come parte essenziale, seppur
traumatica della nostra storia, della vicenda politica degli
ultimi 30 anni. Ci appartiene perché collegato allo sviluppo
abnorme, lacerato e distorto di una società che ha
conservato residui di arretratezza antichi accanto ad altre
realtà che si collocano ai livelli più elevati
dell'occidente. Ad una realtà di democrazia politica
rimasta bloccata e senza ricambi per oltre 40 anni; alle
megalopoli che sono venute dilatandosi mostruosamente negli
ultimi 20-30 anni; alla crescita culturale senza apparenti
sbocchi di tanta parte delle allora giovani generazioni;
agli sradicamenti sociali e culturali che si sono aperti tra
città e campagna, tra nord e sud, per milioni di famiglie.
Né va
dimenticata la componente ideologico-culturale del
consumismo dilagante da un lato, e la tendenza ad un
ideologismo astratto di gran parte della nostra cultura
privata di sicuri ancoraggi pragmatici e scientifici
dall'altro; dalla predicazione martellante e corrosiva di «Maîtres
à penser» che per anni nei licei ed università hanno più
teorizzato lo scontro e la ribellione che la ricomposizione
e l'integrazione sociale, alla crisi spirituale e morale
collegate, anche, a quella della stessa presenza
organizzativa e formativa dell'istituzione ecclesiale.
Ma al fondo
vi è stata l'incapacità complessiva del sistema politico a
promuovere risposte riformatrici ai grandi squilibri e alle
contraddizioni antiche e nuove. Mancanza di una proposta
alternativa concreta che sapesse sbloccare correttamente il
sistema. Il problema è sorto, si è sviluppato e pote’ essere
sostanzialmente risolto solo considerandolo soprattutto
nella sua dimensione politica; ciò significa che una lotta
al terrorismo che non affronti le disfunzioni del sistema
politico, il distacco crescente tra Stato e società, la
crisi gravissima delle nuove generazioni e si limitasse a
semplici seppure necessarie misure di polizia, non può avere
successo. Oggi, che agli sporadici attacchi di qualche
piccolo nucleo terrorista interno, viviamo la ben piu’
consistente e permanente minaccia del terrorismo di matrice
islamica, come ieri, quando infuriava l’azione delle BR e
formazioni combattenti similari.
Mi piace
ricordare il contributo fornito dal compianto sen. Cesare
Golfari ad un lontano convegno della DC a Salsomaggiore
(1982) quando sostenne la teoria “di un terrorismo che si
diffonde in ragione inversa alla capacità di governabilità
delle forze politiche del sistema”, la rottura della
solidarietà nazionale da parte del PCI, come presa d'atto,
innanzitutto ed al di là delle altre motivazioni tattiche
e/o propagandistiche, di una intervenuta rottura nella
società civile con fratture gravi alla sua sinistra,
l'esigenza di non confondere il governo con la governabilità
e di ripristinare il corretto funzionamento del sistema tra
una maggioranza che governa ed un'opposizione che controlla.
A ben vedere sono queste, ora come allora, le
pre-condizioni fondamentali per una prima risposta politica
al terrorismo. E’ nei momenti di una crisi generalizzata
della politica, nel senso di una persistente incapacità
delle associazioni politiche e delle istituzioni statali ad
arginare, universalizzare e soddisfare i bisogni e i diritti
essenziali dei gruppi e degli individui che il fenomeno
terroristico puo’ riprendere fiato. Allora la strada per
superare democraticamente le crisi e sconfiggere il
terrorismo, oggi come ieri, è quella di ripristinare e
rinnovare la politica. Convincimento questo che fu anche
quello di Aldo Moro; anche dell'ultimo Moro incarcerato
dalle BR forse da molti di noi non saputo, né voluto
intendere. Moro dal carcere non chiedeva allo Stato
un'impossibile compromesso politico con i terroristi per
salvare la sua sola vita individuale, ma per completare
l'operazione politica che egli forse solo poteva tentare per
risolvere il massimo problema politico italiano: rinnovare
la DC (evitandone la disgregazione, ahime’ purtroppo nel
frattempo intervenuta, e mantenendola sul terreno
democratico) consentendo nel contempo l'avanzata ed il
compimento della «lunga marcia» di legittimazione del PCI
come forza di governo statale.
Moro sapeva
meglio di tutti che lo Stato era impossibilitato a trattare,
così cercava di dividere all'interno le BR (c'era quasi
riuscito), prendeva tempo e dava indicazioni per le
ricerche, indicava una strada che troppo lentamente stiamo
ancora percorrendo, seppur con tanti limiti, errori e
contraddizioni e in un quadro interno e internazionale
assolutamente nuovo e carico di ancor piu’ consistenti sfide
ed opportunita’.
Ettore Bonalberti |