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Per gentile concessione dell’autore, ospitiamo sulle pagine del nostro sito l'articolo di Ettore Bonalberti – giornalista pubblicista - "Dopo l’assassinio di Aldo Moro e l’ultima fase del terrorismo italiano", pubblicato sulla rivista bimestrale "Il governo delle cose" n. 39/40 - Dicembre 2005/ Gennaio 2006.

Una "rilettura critica" di quanto l'autore scrisse su incarico della DC veneta agli inizi degli anni '80.

 

 

Alla conclusione tragica del rapimento di Moro succede un periodo assai convulso e confuso. La politica di unità nazionale entra in crisi. Aumentano vertiginosamente gli attentati e gli assassinii politici dell'una e dell'altra organizzazione (BR e Prima Linea) e, all'interno del partito armato, si apre una lotta di supremazia senza quartiere tra l'«ala movimentista» e quella «militarista». Nel rispetto al rigido militarismo delle BR venne delineandosi un disegno, portato avanti da Autonomia organizzata, di integrazione delle BR in un progetto di sovversione più ampio ed articolato, fondato su un raccordo politico-militare con le istanze di lotta dei cosiddetti «nuovi soggetti rivoluzionari».

Tutto cio’ in linea con la nota indicazione di Franco Piperno: «coniugare la terribile bellezza del 12 marzo a Roma con la geometrica potenza di Via Fani» che, con le successive  confessioni di Antonio Savasta , assumono una luce del tutto particolare. Questo è un progetto che andava avanti da tempo attraverso l'entrata in campo, nel 1976, di Prima Linea, come sostanziale filiazione di Autonomia, e perfino all'interno della colonna BR (dissidio Morucci – Faranda  i quali, nel gennaio 1979 lasciano le BR per dissensi sulle modalità della gestione e dell’epilogo dell’affaire Moro e vengono poi arrestati nel Maggio di quello stesso anno).

Anche se proseguiva l'escalation degli agguati, delle violenze e degli assassinii (dai giudici Tartaglione, Calvosa, Alessandrini al docente Paolella, i carabinieri Esposito, Lanza, Porceddu, Paglia, Guerrieri, Campagna, Crea, Ollanu, Varisco, Granato, Battaglin, Tusa, Taverna, all'operaio comunista Guido Rossa ad opera dei membri di punta della colonna genovese delle BR, ai dirigenti Coggiola, Dutto, Schettini, Ghiglieno)  la crisi politica nel partito armato si era aperta, ma sarà proprio con l'inchiesta del 7 aprile '79 aperta dal giudice Calogero contro i capi di Autonomia nel Veneto  che il terrorismo, gia’ diviso politicamente al suo interno, subisce il primo duro colpo, come sarà confermato dagli sviluppi successivi.

Si tratta di una vera svolta della lotta contro il terrorismo poiché sembra scardinato l'elemento portante dell'impianto strategico del partito armato, ossia il ruolo chiave degli autonomi, la cui duplice articolazione, clandestina e legale, è stata probabilmente il punto di saldatura tra la pratica degli illegalismi di massa (la cosiddetta «area della insubordinazione sociale o della nuova spontaneità») e la lotta armata, quella delle BR e di PL e di una miriade di altre sigle.

Grazie alle iniziative coraggiose di decine di magistrati democratici ed una lunga, fruttuosa serie di operazioni condotte dalle forze dell'ordine, verso la fine del 1979 si apre una vera e propria crisi del terrorismo. Si susseguono i pentimenti e le confessioni (Peci - Sandolo - Viscardi - Barbone - Savasta), mentre con l'episodio della liberazione del gen. della Nato, James Lee Dozier si verifica una raggiunta, finalmente, concreta efficienza delle forze dell'ordine.

 

Quel tragico 1980

Il 1980 sarà l'anno più drammatico (135 vittime: Albanese - Bachelet - Piacentini -Minervini - Galli - Mario Amato - Tobagi - Pino Amato - Paoletti - Gori - D'Urso - Galvaligi). Se fino al 1974 hanno operato, soprattutto, gli uomini della prima generazione brigatista, dal '74 al '78 ad essi si affiancano i «più duri» della seconda generazione, mentre proprio il rapimento Dozier mostra che il reclutamento negli ultimi anni ha fatto proseliti tra i giovani in età compresa tra i 20 e 21 anni e che, pertanto, non possono essere ricollegati né ricollegabili ai moti studenteschi del '68, né a quelli del '77.

E’ semmai una dimostrazione di difficoltà da parte del terrorismo di trovare una via d'uscita alla crisi che lo ha investito, sia sotto il profilo del suo isolamento dalle masse, sia sotto quello del declino di buona parte delle sue stesse capacità operative. Un altro elemento inedito è il determinarsi nell'80 di una incidenza fortissima del fenomeno dei pentimenti e delle confessioni; di collaborazioni con la giustizia, mentre per la prima volta nel computo delle vittime connesse al terrorismo compare l'assassinio, o meglio la vera e propria esecuzione a scopo di vendetta, di ben nove terroristi accusati di «collaborazionismo».

Il 7 Febbraio 1980 a Milano viene assassinato William Waccher, militante di Prima Linea, arrestato nel luglio del ’79 e accusato dai suoi compagni di essere un delatore. Regista dell’operazione, senza uno straccio di prova su quanto addebitato al Waccher, Sergio Segio.

Il 1980 è anche l’anno degli arresti di brigatisti eccellenti quali Patrizio Peci e del capocolonna torinese Rocco Micaletto.  E sarà proprio l’ ”infame” Peci a determinare con le sue confessioni uno dei più duri attacchi alle BR con l’arresto di 70 brigatisti (strage di Via Fracchia a Genova, il 28 Marzo), lo scoprimento di numerosi covi  e, soprattutto, l’avvio di quel fenomeno del pentitismo, favorito dalla legislazione emergenziale, che favorirà la progressiva dissoluzione del partito armato.

Volendo ricordare solo i morti piu’ noti per mano terroristica, citeremo: il prof. Vittorio Bachelet  (12 febbraio 1980 all’Universita’ di Roma) V.Presidente del Consiglio superiore della Magistratura, con gli altri due magistrati Giacumbi ( 16 Marzo) e  Minervini (18 Marzo) per mano delle BR.

Negli stessi mesi viene approvata la cosiddetta “Legge Cossiga” del 6 Febbraio 1980, pochi settimane prima  dell’azione dei carabinieri  in Via Fracchia. A quella azione le BR risposero con l’attacco ad una sede milanese della DC e la gambizzazione di quattro esponenti di quel partito.

Ed ancora,  le confessioni di Peci, il quale chiamò in causa Marco Donat Cattin,  provocheranno la triste vicenda collegata al leader di Forze Nuove, dopo la sua drammatica ed incauta richiesta a Roberto Sandalo di ricercare suo figlio per comunicargli quanto Peci aveva dichiarato nel verbale del suo pentimento. E Roberto Sandalo, arrestato il 29 aprile 1980  (alcuni giorni dopo del colloquio tra il sen Carlo Donat Cattin, V.Segretario nazionale della DC,  e l’allora Presidente del consiglio, Francesco Cossiga) due giorni dopo l’arresto si “pente”, rivelando il presunto e del tutto infondato favoreggiamento di Cossiga nei confronti di Donat Cattin, Si aprì,

così,  una crisi tremenda all’interno della DC (ministro degli Interni, Virginio Rognoni) ed una ferita al cuore del povero Carlo che non sarà più rimarginata sino alla sua morte ( 1991). Noi che di quella tragedia umana e politica fummo spettatori e partecipanti dolorosi, quali militanti attivi nella corrente di Forze Nuove, abbiamo vissuto insieme a Carlo Donat Cattin tutta quella triste stagione che, dopo la morte tragica di  Marco (  la notte del 19 giugno 1988 sulla strada, presso Verona, mentre  soccorreva un ferito a terra per un incidente, veniva travolto da un’auto che lui tentava di fermare in cerca d’aiuto ) di lì a qualche anno porterà anche il nostro leader ad una morte post operatoria  dopo una lunga malattia cardiaca, sopportata con la grinta e la forza  indomita della sua fede. Una vicenda umana e politica che ho avuto occasione di approfondire con il mio saggio “  Il caso Forze Nuove-dal preambolo alla quarta fase”- Ed Cinque Lune-1993.

E, intanto, le confessioni di  Sandalo portano allo smantellamento di Prima Linea. Dopo Peci, a Maggio del 1980, viene arrestata Anna Laura Braghetti, mentre a Napoli, con l’uccisione di Pino Amato, assessore regionale della DC, nasce la colonna napoletana delle BR.

Maggio 1980 e’ anche il mese dell’uccisione del povero Walter Tobagi, giornalista socialista de “Il corriere della sera” ad opera della colonna BR “28 Marzo” (cosi’ intitolata nel ricordo della data della strage di Via Fracchia a Genova). E sara’ proprio a Maggio che, per la prima volta nella storia della Repubblica, il PCI di Berlinguer  chiede che il presidente del Consiglio Cossiga, venga interrogato dalla commissione inquirente sul caso Donat Cattin, con l’accusa di attentato alla Costituzione.La Commissione decide l’archiviazione con 11 voti favorevoli e 9 contrari. Il caso, tuttavia, per assenza del quorum dei 4/5 richiesti, passa all’esame del Parlamento in seduta comune. E, intanto, Carlo Donat Cattin si dimette dall’incarico di V.Segretario  della  DC. Solo a Luglio, il parlamento, in seduta comune e con voto a maggioranza assoluta, decide l’archiviazione del caso Cossiga-Donat Cattin e il non rinvio del Presidente del Consiglio al giudizio dell’Alta Corte Costituzionale per i reati di favoreggiamento e violazione del segreto d’ufficio.

Con le confessioni di Sandalo viene smantellato ilgruppo torinese di Prima Linea di via Staffarla e quello milanese del Lorenteggio. Sono passati quattro anni (1976-1980) e cosi’ finisce uno dei gruppi piu’ violenti e feroci del terrorismo italiano, tra l’altro, responsabile dell’assassinio del giudice Emilio Alessandrini.

Con la fine di Prima Linea anche nelle Brigate Rosse, nell’agosto del 1980 avviene la prima scissione ufficiale, nel momento in cui la brigata milanese “Walter Alasia” si rende autonoma dall’esecutivo.L’esecutivo delle BR, nel dicembre di quello stesso anno, decreta l’espulsione dal movimento della brigata “Walter Alasia” ( che nel frattempo ha portato a compimento numerosi attentati contro dirigenti dell’Alfa Romeo e della Marelli ) e il 12 dicembre a Roma, Mario Moretti e Giovanni Senzani, realizzano il sequestro D’Urso. Marco Donat Cattin, intanto, viene arrestato a Parigi e consegnato alle autorita’ italiane  il 27 Febbraio del 1981.

 

Seconda e terza generazione BR e la lunga transizione (1981-2002)

Nel settembre del 1980, la Fiat annuncia i licenziamenti di 15.000 operai e la cassa integrazione per 23 mila dipendenti. Berlinguer, il 26 settembre, in un appassionato comizio  davanti ai cancelli di Mirafiori, porta il sostegno del PCI per lo sciopero ad oltranza dei lavoratori. Ma non è più stagione di lotta. Ai blocchi organizzati degli operai, il 14 ottobre risponde la marcia dei 40.000 colletti bianchi Fiat che segna la fine della lunga stagione delle lotte operaie avviata nel 1968 (autunno caldo), la fine di un’epoca e l’inizio degli anni ’80. Seguiranno anni (1981-1987) caratterizzati ancora da episodi di feroci esecuzioni e dagli ultimi fuochi delle colonne napoletane dei nuclei comunisti fino all’uscita dei primi documenti BR che parlavano di “ritirata strategica”, mentre, dopo il “decreto di San Valentino” sulla scala mobile (14 febbraio 1984) (punto massimo dello scontro tra il riformismo craxiano e il PCI e all’interno del sindacato tra le componenti cattolica della CISL  e socialista dell’UIL e CGIL e quella comunista della CGIL.

Il 27 Marzo del 1985 a Roma, viene ucciso proprio l’economista d’area CISL, Ezio Tarantelli, tra i teorici sostenitori della riduzione e del successivo blocco della scala mobile, avviando un percorso che vedrà le due ultime vittime illustri in Sergio D’Antona e Marco Biagi alla fine degli anni’90. Seppure nell’aprile del 1987 i capi storici delle prime BR (Curcio,Moretti, Iannelli e Bertolazzi) dal carcere fecero recapitare alcune lettere a Rossana Rossanda , illustre giornalista de “Il Manifesto”, con le quali dichiaravano conclusa l’esperienza della lotta armata, la stessa come un fiume carsico non si era estinta del tutto e vecchi e nuovi adepti, a fasi alterne, continuarono ed ancora continuano a colpire, Sarà proprio la colonna romana, un tempo guidata da Alessio Casimirri ( l’ultimo dei brigatisti di Via Fani ancora latitante e di cui dal 2004 si sta chiedendo invano l’estradizione dal suo rifugio dorato in Nicaragua) e da sua moglie Rita Algranati ( l’antica militante “Marzia”, anch’essa in Via Fani, prima latitante in Angola e poi arrestata nel 2004 in Algeria) a mantenere in vita ciò che rimaneva e resta delle vecchie e nuove BR, oggi, come ieri, soprattutto orientate a colpire intellettuali di  quell’area riformista da sempre contrastata ed oggetto dell’odio del partito armato.

Dopo l’omicidio del povero Roberto Ruffilli ( 16 aprile 1988) viene alla ribalta la cosiddetta terza generazione delle Brigate Rosse quelle che si resero responsabili proprio degli omicidi Tarantelli, Conti e Ruffilli cui seguirono numerosi arresti mentre cominciava la battaglia politico legale per l’amnistia o l’indulto con la volontà di porre fine alle tragedie causate dal partito armato e per voltare pagina nel libro della storia italiana degli ultimi trentacinque anni.

Non a caso il 23 ottobre del 1988 gli “irriducibili” Abatangelo, Cassetta,Prospero Gallinari, Lo Bianco, Seghetti ed altri, in un documento dal carcere scrivevano:” Oggi le Brigate Rosse coincidono di fatto con i prigionieri politici delle Brigate Rosse….Occorre portare la propria esperienza storica sul terreno della lotta politica…La prima battaglia da fare è quella per un’amnistia politica generale….La lotta armata contro lo Stato è finita”.

Ottima dichiarazione cui, purtroppo, non si adeguarono quanti, dopo quella data, continuarono, seppur con minore capacità e continuità di azione, ma non con meno ferocia, la lotta armata contro “ i servitori dello Stato capitalista”.

E proprio gli omicidi eccellenti di D’Antona e di Marco Biagi ci riportano alla dura realtà dei nostri giorni.

 

Dal “preambolo” alla seconda repubblica

Con l’assassinio di Aldo Moro, il fallimento della politica di unita’ nazionale, l’avvento del “preambolo” e della cosiddetta “terza fase” ( per usare un’espressione coniata sull’omonima rivista dal leader della sinistra DC, Carlo Donat Cattin) si entra nell’ultima stagione della Prima Repubblica. Una stagione che vedra’ da un lato, l’affermazione politica del pentapartito, caratterizzato dalla lunga ed estenuante guerra di logoramento tra la dirigenza demitiana  della DC e quella vincente craxiana alla guida del PSI. Una stagione in cui si assiste all’implosione dell’URSS  dopo l’esperienza gorbacioviana della glastnost e della perestroika; al crollo del muro di Berlino (1989); alla mutazione genetica dell’ex PCI, dopo la svolta occhettiana della Bolognina e alla fine mediatico-giudiziaria, sotto i colpi di “mani pulite”, dei cinque partiti che avevano caratterizzato la piu’ che quarantennale vicenda della Prima Repubblica.

Il mattarellum (nuovo ibrido  sistema elettorale maggioritario con residue quote proporzionali) da un lato, la persecuzione giudiziaria pressoche’ a senso unico dall’altra, l’oggettivo superamento della funzione storica della DC anche per l’impotenza pugnandi della sua ultima dirigenza politica, sono stati, con il raggiungimento, potremmo dire, degli scopi sociali del partito dei democratici cristiani, i fattori determinanti dell’avvento della cosiddetta seconda Repubblica.

Il fallimento della gioiosa macchina da guerra occhettiana, da un lato, e la “scesa in campo” del cavaliere di Arcore dall’altro, con la dispersione in mille meteoriti della galassia bianca democristiana, hanno cosi’ caratterizzato lo scenario politico degli anni’90.

In questi 27 anni che ci separano dalla vicenda drammatica del rapimento e assassinio di Aldo Moro, il fenomeno delle BR e dei gruppi di lotta terroristica interni, seppur si e’ andato progressivamente riducendo, ha, comunque, determinato una ancora lunga catena di attentati e di morti.

Abbiamo ricordato quelli piu’ eclatanti:  i casi drammatici delle uccisioni dei professori Ezio Tarantelli (27 marzo 1985), Roberto Ruffilli ( 16 aprile 1988),  Massimo D’Antona (20 maggio 1999), consulente del Ministero del Lavoro all’epoca del governo guidato da Massimo D’Alema,  e Marco Biagi (19 Marzo 2002, davanti alla sua casa a Bologna),  consulente del ministero del lavoro del governo Berlusconi. Sono uccisioni che segnano in maniera drammatica  la svolta strategica e politico-culturale di un movimento che, ancorche’ ridotto profondamente nella sua consistenza numerica, continua a fasi ricorrenti e alterne a colpire non piu’ e non tanto i simboli diretti del potere politico partitico, quanto piuttosto coloro che di quel potere sono in qualche misura il substrato teorico e la tecnostruttura di riferimento sul piano dell’elaborazione  economico-finanziaria (Tarantelli), politico-istituzionale (Ruffilli), del giuslavorismo (D’Antona e Biagi). Insomma dai rappresentanti formali del potere (Moro, Bachelet, Amato, Cirillo e tanti altri  piu’ o meno illustri politici, soprattutto democristiani) servi del SIM, oggetto dell’odio nelle elaborazioni teoriche delle prime BR,  alle  tecnocrazie universitarie che ne costituiscono il substrato essenziale.

 

Quali conclusioni?

Ho tentato di ricostruire, seppur schematicamente, un fenomeno dalle variabili multiformi e complesse quale il terrorismo, la cui analisi ed interpretazione deve essere, oltreché di tipo interdisciplinare, condotta sui tre livelli essenziali in cui si e’ manifestato ed ancora, in qualche seppur rara occasione, si manifesta:

·           reclutamento;

·           la presenza organizzata sul territorio;

·           l'insieme delle azioni concretamente realizzate.

Una prima ricomposizione sintetica del fenomeno può essere così formulata:  a 30 anni dalla fine della seconda guerra  mondiale, agli inizi dei ’70, il fenomeno della violenza politica e del terrorismo ha diffusione mondiale,dagli USA alla Spagna, dalla Francia alla Germania e all’Italia. Ciò che e’apparso tipico di tale fenomeno universale è questo insieme di caratteristiche:

·           il rifiuto della negoziazione;

·           il carattere segreto dell'organizzazione (clandestinità);

·           il reclutamento selettivo, ma sempre fra gruppi in età giovanile;

·           una giustificazione ideologica  e un retroterra teorico.

·         Per quanto riguarda il terrorismo italiano notiamo:

·           il suo carattere fondamentalmente urbano (la città come realtà producente diffusa criminalità) e spazio privilegiato delle tensioni radicali che hanno scosso per diversi anni un sistema sociale in transizione;

·           una certa indeterminatezza degli obiettivi (attacco al cuore dello Stato, guerriglia  urbana generalizzata contro lo Stato imperialista delle multinazionali) tanto che il terrorismo non sembra avere uno scopo al di fuori di se’, ponendosi dunque contemporaneamente come strumento e come fine;

·           un'alleanza operativa tra criminalità politica e criminalità comune (il carcere come università del crimine e terreno ideale per il reclutamento dei terroristi);

·           il suo carattere giovanile (giovani, per lo più acculturati, non laureati);

·           la presenza della figura del «terrorista pentito», quasi esclusiva del terrorismo italiano;

·           il coesistere permanente dei due terrorismi di opposta matrice.

 

Va evidenziato che un fenomeno che si e’ trascinato con ondeggiamenti diversi e contradditori per qualche decennio  non si e’ potuto muovere nel "vuoto sociale", ma (teoria dei «cerchi concentrici» di cui parlo’ l’allora ministro degli  interni Rognoni) pote’ contare su complicità più o meno dirette che, tra l'altro, emersero a vari livelli ed in un clima che in alcuni casi è  stato di relativa accettazione, se non di aperto favore.

Una contestazione strisciante contro le istituzioni burocratico-amministrative porto’ a saldarsi un atavico qualunquismo antistatalistico con le conseguenze, ai vari livelli (strutturale e culturale), della grande trasformazione socio-economica del paese (una rivoluzione industriale che, ad esempio, in Inghilterra ha richiesto due secoli, pesando su più generazioni, qui è intervenuta in un breve arco di 20 anni, pesando su una o due sole generazioni e, quindi, con costi sociali elevatissimi e con una qualità media della vita, italiana, profondamente alterata).

Tale sviluppo impetuoso, non mediato in senso universalistico dalle istituzioni politiche, ha pesato soprattutto sui gruppi sociali periferici e giovanili mentre va evidenziato come partiti e sindacati abbiano totalmente mancato il fenomeno formativo del nostro paese.

Le ragioni del mancato isolamento sociale del terrorismo vanno ricercate oltre che in fattori soggettivi, nel modo stesso, concreto ed effettivo, in cui hanno mal funzionato molte nostre istituzioni. Quando manca il canale di partecipazione tra le persone e le istituzioni, chi è privato di tale contatto spesso non vede altra via dell'azione terroristica in proprio o per via vicaria, e, così, «l'antico furore contadino si salda con la nuova rabbia urbana» (Ferrarotti).

Tornando ad un'interpretazione più direttamente storico-politica del fenomeno, al fine di superare il rischio di interpretazioni riduttive ed ideologiche o, peggio, della semplice «demonizzazione», ma tentando di cogliere  i caratteri strutturali della crisi italiana che ha generato un uso politico così esteso della violenza, da parte di forze diverse per estrazione ideologica e culturale, possiamo sottolineare un salto netto tra prima generazione BR e tra BR e Prima Linea. Così, mentre tra i terroristi del «nucleo storico» BR vi è sempre alle spalle una precedente esperienza, un'attività politica legale più o meno lunga, nella seconda generazione quasi scompare.

Inoltre tra le BR c'è la presenza di un modello terzo-internazionalista, da partito comunista clandestino, nella stessa organizzazione e nel reclutamento; questo manca in PL dove, semmai, prevalgono i caratteri propri del modello della sinistra extraparlamentare o dei miti di guerriglia diffusi alla fine degli anni '60 (ognuno sapeva tutto di tutti). Circa i rapporti tra terrorismo e centrali estere (servizi segreti stranieri) in concreto, dopo le confessioni di alcuni pentiti, sappiamo dell'arrivo di armi e dell'addestramento sia in medio-oriente che in alcuni paesi dell'est. Ma i caratteri fondamentalmente «interni» sono prevalenti e non si può certo affermare che la lotta armata sia partita da «centrali estere», anche se è possibile si sia verificata più di una interferenza di servizi segreti.

In fondo al tunnel difficile della storia di questi ultimi 30 anni ci troviamo di fronte questo problema dalla cui soluzione dipende la sopravvivenza stessa dei nostri ordinamenti democratici. Senza sottovalutare il ruolo che centrali estere possono aver svolto e quotidianamente svolgono per destabilizzare un'area strategica tra nord-sud ed est-ovest, dobbiamo assumere piena consapevolezza che il terrorismo italiano ci appartiene come parte essenziale, seppur traumatica della nostra storia, della vicenda politica degli ultimi 30 anni. Ci appartiene perché collegato allo sviluppo abnorme, lacerato e distorto di una società che ha conservato residui di arretratezza antichi accanto ad altre realtà che si collocano ai livelli più elevati dell'occidente. Ad una realtà di democrazia politica  rimasta bloccata e senza ricambi per oltre 40 anni; alle megalopoli che sono venute dilatandosi mostruosamente negli ultimi 20-30 anni; alla crescita culturale senza  apparenti sbocchi di tanta parte delle  allora giovani generazioni; agli sradicamenti sociali e culturali che si sono aperti tra città e campagna, tra nord e sud, per milioni di famiglie.

Né va dimenticata la componente ideologico-culturale del consumismo dilagante da un lato, e la tendenza ad un ideologismo astratto di gran parte della nostra cultura privata di sicuri ancoraggi pragmatici e scientifici dall'altro; dalla predicazione martellante e corrosiva di «Maîtres à penser» che per anni nei licei ed università hanno più teorizzato lo scontro e la ribellione che la ricomposizione e l'integrazione sociale, alla crisi spirituale e morale collegate, anche, a quella della stessa presenza organizzativa e formativa dell'istituzione ecclesiale.

 

Ma al fondo vi è stata l'incapacità complessiva del sistema politico a promuovere risposte riformatrici ai grandi squilibri e alle contraddizioni antiche e nuove. Mancanza di una proposta alternativa concreta che sapesse sbloccare correttamente il sistema. Il problema è sorto, si è sviluppato e pote’ essere sostanzialmente  risolto solo considerandolo soprattutto nella sua dimensione politica; ciò significa che una lotta al terrorismo che non affronti le disfunzioni del sistema politico, il distacco crescente tra Stato e società, la crisi gravissima delle nuove generazioni e si limitasse a semplici seppure necessarie misure di polizia, non può avere successo. Oggi, che agli sporadici attacchi di qualche piccolo nucleo terrorista interno, viviamo la ben piu’ consistente e permanente minaccia del terrorismo di matrice islamica, come ieri, quando infuriava l’azione delle BR e formazioni combattenti similari. 

Mi piace ricordare il contributo fornito dal compianto sen. Cesare Golfari ad un lontano  convegno della DC a Salsomaggiore (1982) quando sostenne la teoria “di un terrorismo che si diffonde in ragione inversa alla capacità di governabilità delle forze politiche del sistema”, la rottura della solidarietà nazionale da parte del PCI, come presa d'atto, innanzitutto ed al di là delle altre motivazioni tattiche e/o propagandistiche, di una intervenuta rottura nella società civile con fratture gravi alla sua sinistra, l'esigenza di non confondere il governo con la governabilità e di ripristinare il corretto funzionamento del sistema tra una maggioranza che governa ed un'opposizione che controlla. A ben vedere sono queste, ora come allora,  le pre-condizioni fondamentali per una prima risposta politica al terrorismo. E’ nei momenti di una crisi generalizzata della politica, nel senso di una persistente incapacità delle associazioni politiche e delle istituzioni statali ad arginare, universalizzare e soddisfare i bisogni e i diritti essenziali dei gruppi e degli individui che il fenomeno terroristico puo’ riprendere fiato. Allora la strada per superare democraticamente le crisi e sconfiggere il terrorismo, oggi come ieri, è quella di ripristinare e rinnovare la politica. Convincimento questo che fu anche quello di Aldo Moro; anche dell'ultimo Moro incarcerato dalle BR forse da molti di noi non saputo, né voluto intendere. Moro dal carcere non chiedeva allo Stato un'impossibile compromesso politico con i terroristi per salvare la sua sola vita individuale, ma per completare l'operazione politica che egli forse solo poteva tentare per risolvere il massimo problema politico italiano: rinnovare la DC (evitandone la disgregazione, ahime’ purtroppo nel frattempo intervenuta, e mantenendola sul terreno democratico) consentendo nel contempo l'avanzata ed il compimento della «lunga marcia» di legittimazione del PCI come forza di governo statale.

Moro sapeva meglio di tutti che lo Stato era impossibilitato a trattare, così cercava di dividere all'interno le BR (c'era quasi riuscito), prendeva tempo e dava indicazioni per le ricerche, indicava una strada che troppo lentamente stiamo ancora percorrendo, seppur con tanti limiti, errori e contraddizioni e in un quadro interno e internazionale assolutamente nuovo e carico di ancor piu’ consistenti sfide ed opportunita’.

 

                                                              Ettore Bonalberti

 

Ultima modifica di questa pagina: domenica, 04 giugno 2006 11.33

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