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Per gentile concessione dell’autore, ospitiamo sulle pagine del nostro sito l'articolo di Ettore Bonalberti – giornalista pubblicista - "Dall'estensione del partito armato all'assassinio di Aldo Moro", pubblicato sulla rivista bimestrale "Il governo delle cose" n. 37.

Una "rilettura critica" di quanto l'autore scrisse su incarico della DC veneta agli inizi degli anni '80.

 

 

Nell’articolo precedente (Il governo delle cose, n.34 - Giugno 2005) abbiamo esaminato il contesto socio-economico e politico-culturale entro il quale nasce l’esperienza delle Brigate Rosse: sintesi minoritaria, seppur non effimera, di quel vasto sommovimento di componenti e forze soprattutto della sinistra e di significative presenze del mondo operaio sindacalizzato. Sara’ proprio negli anni successivi che si assistera’ all’estensione virulenta del partito armato.

 

1974-1977: Il Partito armato si estende

 

Le BR nell'aprile '74 effettuano il rapimento del giudice Mario Sossi e in un opuscolo di quel mese intitolato “contro il neogollismo portare l'attacco al cuore dello Stato” evidenziano, sul fronte avversario, l'esistenza di due linee:

1)           quella “golpista” (la costante dei documenti precedenti);

2)           quella di un “progetto neo-golpista di riforma costituzionale”.

Contro quest'ultima tendenza le BR si propongono di “rendere evidente l'approfondimento delle contraddizioni all'interno e tra i vari organi dello Stato”. Il rapimento Sossi rientra in questo quadro. Con questa azione l'opinione pubblica, anche quella di sinistra, è costretta a riflettere sulla nuova situazione caratterizzata dalla presenza del “partito armato”. A maggio si voterà per il referendum sul divorzio; è dunque facile il nesso secondo cui, in base al vecchio “a chi giova ? ”, le BR, fin lì chiamate dal PCI e, in generale, dai partiti di sinistra, “sedicenti Brigate Rosse” conducano un'azione oggettivamente di destra e che porterà acqua a Fanfani ed alla DC.

Sarebbero insomma dei “provocatori”, manovrati dalla destra interna e/o internazionale. Unica voce critica quella di Leonardo Sciascia che in un articolo sull' “ Espresso” si chiede come possano forze, che pur si richiamano ad ideali rivoluzionari, a non riconoscere nelle azioni BR i caratteri specifici rivoluzionari. Perplessità nei gruppi extraparlamentari. Solo la rivista dell'Autonomia operaia "Rosso" nel giugno '74 scriverà: “Le BR e le loro "azioni violente" costringono oggi la sinistra a prendere posizioni nei confronti della violenza e ad uscire allo scoperto.

E questo ci sta bene. A troppi sedicenti rivoluzionari sono bastate poche settimane di segregazione dorata di un magistrato per dimenticare la segregazione della classe operaia nelle fabbriche: le morti bianche - i morti sotto i colpi della polizia - gli assalti e le bombe fasciste, per recuperare in fondo una facciata “democratica”che passa attraverso la condanna delle BR. Quello che non ci va bene è invece la violenza clandestina anche alle masse. Il nostro dissenso è tutto e solo politico: non esiste il golpe neogollista da fronteggiare: il nemico da abbattere è il partito del lavoro che lega borghesia e riformisti”.

Lotta di massa, dunque, e non di una sola avanguardia. Sarà proprio il rapimento di Sossi - l'uccisione dei due neofascisti nella sede dell'MSI a Padova e l'arresto di Curcio (grazie all'infiltrazione di frate Girotto sotto la regia del gen. Carlo Dalla Chiesa) a segnare una prima svolta nel terrorismo italiano. A livello politico si precisa più nettamente la distinzione tra quelle forze della sinistra extraparlamentare che condannano apertamente la violenza e la clandestinità e quelle che dissentono politicamente dai BR, giudicati “compagni che sbagliano” e che ritengono che la “violenza di massa” sia inseparabile da una lotta rivoluzionaria.

Si riorganizzano le forze dell'ordine (Dalla Chiesa assume un ruolo di primo piano nelle indagini) mentre i risultati elettorali del '74-75 - l'avvento della nuova linea del “confronto” nella DC - la cattura del nucleo storico originario BR fa consumare questa prima esperienza.

 

Autonomia operaia

 

È in questi anni che, invece, si sviluppa il movimento degli autonomi che, partendo dalla crisi sempre più grave delle componenti extraparlamentari e dagli effetti negativi sulle avanguardie sindacali ed operaie del nord suscitate dalla strategia del “compromesso storico”, porterà alla nascita di nuove formazioni combattenti. Così all'inizio del '75 i comitati operai di Sesto S. Giovanni, della Marelli e della Talettra escono da Lotta continua durante il congresso nazionale del gruppo e costituiscono con alcuni ex P.O. il gruppo “Senza Tregua”, tramite non marginale per il passaggio di nuovi elementi alla lotta armata.

Una discussione serrata è intervenuta tra BR ed Autonomia (quest'ultima sostiene la necessità della violenza ma ritiene che debba avvenire alla luce del sole, dalla espansione del movimento e dalla capacità delle masse): le BR nella risoluzione della direzione strategica dell'aprile '75 (guerriglia  urbana e sulle assemblee autonome) rifiutano di "considerarsi braccio armato dell'autonomia", giudicano "un errore il tentativo di organizzare il movimento di massa sul terreno della lotta armata" ed insistono sul significato di "propaganda armata" che ha l'azione del "partito combattente" che esse sono.

Compito del “movimento” è, semmai, per le BR quello di “radicare l'organizzazione della lotta armata e la coscienza politica della sua necessità storica nel movimento di classe”. Così saranno le esperienze maturate soprattutto nei “servizi d'ordine” di Lotta Continua che porteranno altri giovani militanti a costituire nel 1976 uno dei gruppi terroristici più feroci: Prima Linea ( omicidi Alessandrini - Galli - Minervini). Alla base della concezione di Autonomia operaia ed organizzata vi è una concezione essenzialmente marxista-leninista con accentuazioni e rivisitazioni conseguenti all'introduzione dell'analisi marcusiana (dal marxismo del paleo-capitalismo di produzione al marxismo del neo-capitalismo distributivo) e dei “nuovi filosofi” francesi Delauze (“L'antiedipo” una sorta di secondo “manifesto” per molti studenti) e Guattari (“La rivoluzione molecolare”) (quest'ultimo è quel filosofo che venne a Bologna nel settembre '77 a dirigere il movimento degli Autonomi e che insieme a Sartre fece il famoso appello contro la repressione in Italia).

Per Toni Negri, il maitre a penser italiano, Marx ha tralasciato nella sua teoria una parte essenziale e, cioè, la teoria del bisogno: “del desiderio e del bisogno”. Dicono Delauze e Guittari nell'Antiedipo: “l'uomo è una macchina che produce desideri. I desideri sono l'espressione del bisogno più forte dell'uomo. I desideri non sono nient'altro che la moltiplicazione o l'incarnazione della libidine, della libido, della forza sessuale. Forza sessuale che per Freud è destinata al triangolo edipico padre, madre, figlio: alla famiglia.

Ed allora proprio per questo la forza libidinale perde la sua capacità rivoluzionaria di trasformazione della società e va ad aiutare a creare la famiglia che, a sua volta, è il sostegno dello Stato, della stabilizzazione dello Stato.

Per questo il capitalismo ci tiene ad avere la famiglia ordinata perché le famiglie ordinate sostengono lo Stato, quello Stato che è al servizio del capitalismo. Allora che cosa si deve fare? Bisognerà liberare questa potenza libidinale, il desiderio, dal cerchio della famiglia; liberarlo affinché possa rigettarsi sulla società e comporla nella scomposizione continua, quando i desideri di ognuno si rovesceranno sulla società, in quel momento avremo la "schizo", la rottura generale. La filosofia dello schizo, come viene chiamata, è quella rottura generale a seguito della quale si realizzerà un nuovo mondo”. E’ ovvio che se i desideri che sono nell'uomo vengono da qualcuno repressi, costui è un repressore e pertanto va represso; ecco dunque la violenza, il ricorso alle armi, il dare addosso a quell'organismo di cui il capitalismo si serve: lo Stato e tutti suoi organi, a cominciare dalla famiglia. Nel libro di Negri : “Dall'operaio massa all'operaio sociale” è presente interamente tale concezione.

Ed è qui che inizia la contrapposizione tra la visione di Autonomia e quella del PCI e della sinistra parlamentare in genere.

Prendendo lo spunto dalla filosofia francese del desiderio, Toni Negri contesta al partito che si rifà agli ideali di Marx e Lenin di distruggere gli ideali marx-leninisti. A che cosa si è ridotto, secondo Negri, infatti il PCI?: “Ad assumere in proprio la politica rivendicativa sindacale. Ad una politica di sostegno del movimento sindacale che segue ancora il vecchio tipo di rivendicazioni dei diritti, di migliori condizioni economiche e di lavoro. Si riducono gli operai a lavorare di più, a lavorare meglio e quindi a potenziare la produzione, a proteggere lo Stato e, con lo Stato, il capitalismo che ne è il padrone. Ma questo è un perfetto tradimento della causa rivoluzionaria e di tutto l'ideale di Marx. E proprio quando il PCI, dopo la vicenda del Cile, capisce che forse non si può tentare la via della violenza e decide di rinunciare alla via della rivoluzione effettiva per una via democratica, specialmente attraverso il famoso ideale del compromesso storico, è allora che si prende la grande decisione: o adesso la rivoluzione o mai più. Adesso perché c'è una parte del movimento favorevole”. E’ il momento dei grandi movimenti operai, delle giornate di Torino e dell'occupazione di Mirafiori nel 1973. (La settimana di occupazione ed “il partito di Mirafiori”).

Che cosa si spera dalle azioni violente?:

che gli atti terroristici potessero compiere una funzione di propaganda (far sapere ai proletari che c’è un gruppo militante che ha preso le cose in mano e si è deciso a passare alla rivoluzione);

un'azione di educazione e/o catalizzazione (educare, attraverso l'azione partigiana, la sinistra proletaria e rivoluzionaria alla lotta armata);

una funzione di smascheramento (costringendo l'avversario a mostrare il suo volto per obbligarlo a ricorrere ad atti di guerra lui pure. Per far apparire lo Stato nella sua “vera veste” ossia di “responsabile della violenza”);

una funzione catartica, cioè di liberazione e/o valorizzazione.

Scrive Sartre in prefazione al libro di Fanton “I dannati della terra “: “quando uno ammazza si sente il suolo nazionale sotto i piedi... figlio della violenza attinge ad essa la sua umanità. Eravamo uomini a sue spese, si fa uomo alle nostre. Un altro uomo: di qualità migliore”.

Così i Nap in un documento dicono che attraverso la violenza collettiva hanno preso coscienza di “essere stati vivi, di avere vissuto un momento - giorni e notti - di libertà... cioè la coscienza di aver superato il nostro decadimento di classe e rifiutano il concetto borghese di giustizia”. Insomma “la violenza collettiva non è soltanto una lotta per la libertà ma è anche una lotta per la scoperta della propria dignità umana e sociale”. La lettura dei documenti pubblici di Autonomia (in particolare della rivista “Rosso”) che, dopo i fatti del marzo '77 a Bologna e gli incidenti di Roma per il comizio di Lama all'università, scrive: “abbiamo bisogno della forza che legittimi i comportamenti illegali del proletariato, del contropotere che si espande tra tutti gli strati del lavoro subordinato che occupa e tiene territori operai. Abbiamo bisogno del partito come organizzazione della guerra civile e direzione dell'esercito proletario”, fanno concludere che, almeno politicamente, nette sono le responsabilità di tale organizzazione.In particolare nel Veneto Autonomia ha trovato una sua precisa collocazione in termini di insediamento, diffusione organizzativa ed attività eversive.

 

Veneto e terrorismo: una matrice cattolica nel terrorismo italiano?

 

Il giornalista comunista Mino Monicelli nel giugno '81 pubblicava un libretto intitolato «La follia veneta»: come una regione bianca diviene culla del terrorismo, col quale si cercava di stabilire un collegamento privilegiato tra terrorismo e tradizione culturale, sociale e politica veneta. Proprio attorno alle tesi di un presunto «laboratorio veneto dell'eversione» si è aperto su un primo articolo di Toni Negri, pubblicato su il "Mattino" di Padova il 15 gennaio '81, un dibattito che ha visto gli interventi di Ferdinando Camon, Silvio Lanaro, Enrico Berti, Luigi Viviani, Mario Isnenghi, Padre Piero Scapin, Maurizio Mistri, Severino Galante, Umberto Curi, Sabino Acquaviva, e, successivamente, di Massimo Cacciari.

In termini quantitativi diremo che il Veneto non ha primati particolari, fortunatamente, da esibire, «vantando» un non ambito sesto posto nella graduatoria delle attività del partito armato nelle singole regioni: 672 attentati a cose, 261 episodi di violenza, 9 feriti in agguati. Venendo ad un esame più dettagliato si evidenzia il triste primato, nell'ambito regionale dell'eversione rossa e nera, di Padova (nona in Italia per numero di attentati a sedi politiche e sindacali - quinta in Italia per numero di morti e feriti) seguita da Venezia, Vicenza, Verona e Rovigo.

In termini di riferimento storico ricorderemo che i primi nuclei BR non nacquero nel Veneto, ma dalla confluenza del collettivo politico metropolitano milanese di Curcio e del gruppo dell'appartamento (ex PCI) di Reggio Emilia (Franceschini – Ognibene - Gallinari) mentre, certamente, qui nacquero, sulla esperienza dei primi nuclei operaistici (lotte sindacali di Torino, inizio anni '60 e di Marghera fine anni '60), i maîtres à penser di Potere operaio e, dopo la chiusura di questo (convegno di Rosolina 1973), di Autonomia organizzata.

Se ci si riferisce al Veneto, culla del cattolicesimo democratico e cristiano sociale, per risalire ad una presunta matrice "cattolica" del terrorismo diremo che, certamente, espressioni ricorrenti nel linguaggio BR come "fede nell'assoluta giustezza delle proprie posizioni", un "dogmatismo" e "fede messianica" sembrerebbero far riferimento ad un certo assolutismo e dogmatismo propri di una formazione cattolica. In realtà quando nel nostro paese ci si riferisce alla «matrice cattolica» di un certo tipo di estremismo, il dibattito raramente si situa a livello di una rigorosa analisi storica e, spesso, più che di dibattito si è in presenza di obliqui riferimenti da parte di certi settori della sinistra i quali vorrebbero far risalire la violenza non già a precise condizioni politiche e sociali, ma ad una sorta di vizio di origine, appunto la presunta «matrice cattolica». Forse l'unico dibattito rigoroso su questo tema fu quello che si aprì il 4 maggio '76 con un articolo di Giorgio Amendola sul «Corriere della Sera» («irruzione nel campo della lotta di classe di masse di origine contadina, di ispirazione cattolica, estranee alla tradizione di lotta paziente del movimento operaio fatta di disciplina e di conquiste graduali») e che proseguì con la risposta di Pierre Carniti ("Popolo" del 6 maggio).

Più realisticamente noteremo che per la maggior  parte dei giovani degli anni '50 (almeno per quelli che, come molti di noi, scelsero l'impegno sociale e politico) a parte l'Emilia (dove il riferimento è semmai il PCI e la rete della sua organizzazione diretta e indiretta sociale) in regioni come il Veneto, il Trentino, la Lombardia, i punti d'appoggio obbligati non potevano che essere le organizzazioni cattoliche giovanili. Ecco perché non sorprende trovare in molte biografie di parecchi brigatisti (specie della prima e seconda generazione: Curcio, Senzani, Cagol) l'esperienza giovanile in qualche organizzazione cattolica.

Ma sono sempre esperienze preliminari, parziali, superate, quando anche del tutto rinnegate, dalle scelte successive intervenute; tutte, comunque, sempre operate sulla base di intervenute opzioni, più o meno dogmatiche, marxiste-leniniste. Ma un discorso sul terrorismo nel Veneto e su «Autonomia», a parte quanto già detto a proposito di quest'ultima, non può essere seriamente condotto estrapolando dal contesto socio-culturale concreto in cui esso si è più radicato; senza fare riferimento, dunque, all'esperienza dell'università di Padova, alla facoltà di psicologia, di scienze politiche, alla vicenda di Potere operaio prima e di Autonomia, dal primo generata, ed alle esperienze che dal '68 in poi qui vi si realizzarono. La conclusione è che dal 1971-72 al '79 Autonomia era oggettivamente un gruppo eversivo, violento, che puntava ad organizzare la lotta armata e la insurrezione e che, da una prima fase di violenze verbali passò alle intimidazioni, picchettaggi violenti, violenze e saccheggi, secondo una teoria che prevedeva l'espansione della "illegalità di massa" dovunque, nell'ateneo e nella città.

 

Autonomia Operaia e il “teorema Calogero”

 

E si giunse ai tentati omicidi (barbaro agguato al Prof. Guido Petter il 9 maggio '78) e, via via, alle «notti dei fuochi» del '78-79 ed ai ferimenti di Mercanzin, Longo e Ventura. Non ci pare si possa con onestà politica ed intellettuale sostenere che la causa del terrorismo vada ricercata nel «modello di sviluppo del Veneto elaborato dalla DC» o nella «cultura cattolica» o nella «gestione moderata» dell'università di Padova; così come errato sarebbe allontanare acriticamente da noi il fenomeno, tentando di rimuoverlo come una cosa che non ci tocca e non ci appartiene. Anche nel Veneto, come per l'intero paese, alla base del terrorismo sta un complesso e multiforme insieme di variabili sociali, economiche, politiche e culturali; qui, più che altrove, ha saputo e/o potuto (è questa semmai una precisa responsabilità politica anche nostra) proliferare Autonomia operaia, un gruppo eversivo che larga parte ha rappresentato come «cervello pensante» prima e come base di reclutamento privilegiato poi dall'eversione terroristica (oltre ad essersi resa colpevole di numerosissimi fatti specifici penalmente rilevanti).

Spetto’ alla Corte d'Assise di Venezia emettere un verdetto con cui si stabili’ che Negri e gli altri incarcerati del 7 aprile non erano  solo dei teorici e nulla di più ma degli indiziati con a carico prove solide e convincenti ; insomma il cosiddetto “teorema Calogero”, dal nome del magistrato padovano che condusse l’inchiesta, non era una mera ricostruzione logico processuale.  Dopo la sentenza fu chiaro  che non fu corretto il tentativo di ridurre il dibattito su Autonomia operaia ad una mera disputa filologica sulla pericolosità sociale della produzione scientifica e letteraria di quel gruppo. Sarebbe, tuttavia, ingiusto non evidenziare i limiti e le contraddizioni emerse anche dalle contrastate successive sentenze risultato di diversi capi di imputazione attribuiti agli stessi personaggi, in molti casi piu’ collegati alle idee e agli scritti che non a fatti concretamente riconducibili a personali e, dunque, penalmente rilevanti, responsabilita’. In quel “teorema Calogero” furono coinvolti  come imputati diversi personaggi, la maggior  parte dei quali  erano accademici, giornalisti e insegnanti presuntamente collegati al movimento chiamato “Autonomia Operaia”. Il più noto fu Antonio Negri, docente di scienze politiche all'Università di Padova e alla Sorbona di Parigi. Gli arresti ebbero luogo in seguito al sequestro e all'omicidio (tra marzo e maggio del 1978) dell'ex-Primo Ministro Aldo Moro, ad opera delle Brigate Rosse. Quasi tutti gli arrestati d'aprile e nella successiva retata del 21 dicembre 1979 avevano fatto parte, qualche anno prima di Potere Operaio. A fine 1982, tra Roma e Padova, gli imputati del 7 Aprile sono 140. Tra i capi d'accusa, vi sono "associazione sovversiva" e "organizzazione di o partecipazione a banda armata". Alcuni imputati sono anche imputati di "insurrezione contro i poteri dello Stato", e rischiavano una condanna all'ergastolo se sentenziati colpevoli.

Il 21 giugno 1983 il dott. Pietro Calogero, Sostituto Procuratore a Padova emise nuovi mandati di cattura per svariati imputati del processo 7 Aprile in corso a Roma in relazione al possesso di armi nel periodo 1971-79 (art.21 della legge n.110 del 18/4/1995). Un articolo pubblicato nell'agosto 1983 sul bollettino di Amnesty International diceva: "A questo stadio del processo, l'aggiunta di una nuova accusa - apparentemente non supportata da nuove prove a carico di imputati già sotto processo con imputazioni relative a una banda armata - permetterà un'ulteriore estensione della carcerazione preventiva, aggiungendovi fino a quattro anni per questa distinta imputazione. Alcune delle armi in oggetto sono già state oggetto di un altro processo contro alcuni degli imputati, nel luglio 1980". (Amnesty International Report 1984, pp. 291-292)

Nel giugno 1984, di fronte alla Prima Corte d'Assise di Roma, si  concluse finalmente dopo due anni il processo noto come 7 Aprile. Molti degli imputati erano in carcere fin dal 1979 (Amnesty International si è occupata di questo caso sia per la lunghezza della carcerazione preventiva sia per le procedure adottate in istruttoria e in dibattimento).

Cinquantacinque imputati sono stati condannati, complessivamente, a quasi 500 anni di prigione. Quasi tutti sono stati riconosciuti colpevoli di banda armata e associazione sovversiva.

Nonostante i palesi limiti e le forti contraddizioni  che accompagnarono i processi collegati al “teorema Calogero” (ricordero’ per tutti il caso del carissimo  Emilio Vesce, redattore delle riviste "Rosso" e "Controinformazione", persona mite e pacifica anche se giornalista  impegnato sul fronte della contestazione al sistema capitalistico, poi passato su posizioni moderate, quale  consigliere  regionale del Veneto e con il quale ebbi modo di scambiare molte opinioni sui fatti qui raccontati)  non si possono, tuttavia, negare e dimenticare le violenze, le devastazioni, i pestaggi, gli attentati ed i giorni d'incubo della "follia veneta".

“Autonomia organizzata” e le sue filiazioni portano un marchio di infamia che nessuno potrà più scordare e le indicazioni di quei “cattivi maestri” hanno lasciato un segno che ha bollato, in taluni casi per sempre, la vita di molti giovani terroristi e  quelle  delle loro vittime innocenti.

 

 

L'affare Moro: l'attacco al « cuore dello Stato»

 

Col rapimento e l'uccisione di Aldo Moro il terrorismo rosso raggiunge il punto più elevato della sua azione. Se la prima generazione BR negli anni 1971-77 aveva via via innalzato il livello del tiro dai rapimenti, rapine, assassinii di forze dell'ordine e di magistrati, le nuove leve BR collegate, almeno politicamente, al nucleo storico originario, giungono a concepire l'attacco al «cuore dello Stato» riconoscendo nella DC e nel suo presidente più prestigioso il simbolo del sistema. Il procedere della crisi mortale delle maggiori componenti della sinistra extra parlamentare e l'allargarsi dell'area autonoma, provoca anche l'effetto di far trovare migliaia di giovani, avversi più o meno confusamente al «sistema dei partiti», senza nessun referente politico con il quale fare i conti e dal quale ricavare indicazioni di condotta. Quadri sindacali, formatisi nelle lotte dell'autunno caldo e che avevano creduto alla possibilità di un mutamento radicale dentro e fuori della fabbrica, delegati operai, prendono proprio in questo momento le distanze dall'azione legale e finiscono con il confluire in quell'area in qualche modo vicina e/o collegabile con l'eversione.

E’ questo, probabilmente, il momento in cui le BR godono del massimo di copertura e di radicamento sociale (vedi Cesare Golfari;” Cossiga due, Forlani uno- gli anni del preambolo- Edizioni Lativa,1982)). Attorno al '77 ci fu come il precipitato politico di tutto un universo di convinzioni, soggettività, figure sociali sconosciute o almeno impreviste che sembrò trovare un suo cemento nella convinzione della «non trasformabilità» del sistema, almeno nelle forme della democrazia politica. La democrazia sembrava impotente ed al tempo stesso segnata da tentazioni repressive ed autoritarie. L'ipotesi armata diventava se non altro un'ipotesi accettata all'interno di movimenti certo più vasti e composti e sembrava assumere una capacità neutralizzante (la teoria dei «compagni che sbagliano») anche nei confronti di forze e posizioni da essa molto lontane. E qui che il terrorismo da insieme di complotti o sotterraneo lavorio di gruppi diventa vero e proprio "partito". (Dalla lotta di classe alla guerra di classe).

Già nel '78, durante il rapimento di Moro lo slogan «né con lo Stato né con le BR» esprimeva sostegno implicito o inespressivo al terrorismo o, quanto meno, una permanenza od allargamento di un estremismo antistatalistico; comunque un tentativo di tutta un'area di separarsi, di distinguersi da quello che veniva visto come uno scontro tra apparati, entrambi estranei ed ostili. Le BR, le cui nuove leve, dopo quelle del nucleo storico in quei giorni processate a Torino per l'assassinio Coco, si dimostrano assai più determinate, fredde, violente e decise ad alzare il tiro dell'azione terroristica, inseguono la logica dell'attacco frontale al cuore dello Stato, nell'intento di creare nei tempi brevi, una situazione di confusione e di disorientamento tale da favorire l'attesa mobilitazione della classe operaia del nord. E’ proprio questo l'errore di valutazione politica delle BR.

 

L’”Operazione Fritz”

 

 “ Operazione Fritz” fu chiamata quella del sequestro-assassinio della scorta e del rapimento dell’On Aldo Moro.

All’agguato,  il 16 Marzo 1978 in Via Fani a Roma, prendono parte i 4 brigatisti-avieri (avevano indossato divise dell’aviazione): Prospero Gallinari, Valerio Morucci, Raffaele Fiore e Franco Bonisoli, più Mario Moretti, Alessio Casimirri, Alvaro Loiacono, Barbara Balzerani, Bruno Seghetti e Rita Algranati, la “vedetta”.

Passeranno 54 giorni durante i quali Moro cerca disperatamente con  le sue lettere di trovare una via d’uscita, una trattativa con lo Stato che, tuttavia, ne’ la DC, ne’ gli altri partiti della maggioranza  e della stessa opposizione riescono a definire. Nemmeno l’ultimo accorato e commosso appello di papa Paolo VI riesce a far breccia tra le due parti in guerra.

E cosi’ il 9 Maggio il corpo senza vita di Aldo Moro viene trovato in Via Caetani, strada che collega , per un ultima macabra simbologia,  le sedi dei due partiti ritenuti entrambi responsabili del nuovo corso politico instaurato: la sede centrale della DC di Piazza del Gesu’ da un lato e quella del PCI in via delle Botteghe oscure. A sparare fu Mario Moretti.

Saranno quattro i processi principali del caso Moro. Il primo, che unificava il Moro-uno ed il Moro-bis, si è concluso in Cassazione (22 ergastoli) nel novembre 1985. Il Moro-ter si è chiuso nel maggio 1993 (20 ergastoli), il Moro-quater nel maggio 1997 con la condanna definitiva all'ergastolo per Alvaro Loiacono. Il Moro-quinquies si è concluso in due tempi (nel 1999 e nel 2000), con le condanne definitive di Raimondo Etro e Germano Maccari. Parallelo a questi procedimenti, quello denominato "Metropoli", volto a chiarire i rapporti tra il progetto della rivista omonima (ed in particolare di due dei suoi redattori, Lanfranco Pace e Franco Piperno) con le Brigate Rosse.

 

La posizione delle forze politiche

 

Il rapimento e l'uccisione di Moro, come operazione politica del terrorismo, se si concluderà con la vittoria militare delle BR, segnerà, anche, la sconfitta politica delle stesse; una sconfitta destinata a pesare successivamente, se è vero che il solo messaggio propagato da quell'impresa è stato quello della «efficienza militare» - (“ la geometrica potenza”) mentre sul piano politico l'unico messaggio è quello della violenza e della morte senza altre spiegazioni e senza capacità di suscitare concrete e sperate mobilitazioni. Al contrario si rinsalda tra le forze politiche la volontà di opporsi in modo fermo e rigoroso al terrorismo anche se, a sinistra del PCI, una frattura permane e non è affatto ricomposta. Tuttavia il rapimento e l'uccisione di Aldo Moro rivela, anche, oltre alla pericolosa inefficienza e impreparazione tecnica delle forze dell'ordine, un pericoloso disorientamento tra le forze politiche.

Tra la stessa maggioranza parlamentare della solidarietà nazionale esistono notevoli contrasti che nascono da divergenze nella valutazione del terrorismo; divergenze che hanno la loro origine nelle diverse concezioni del rapporto Stato-società. Da un lato la DC e il PCI sono soprattutto preoccupati di fornire all'opinione pubblica un'immagine di «eredi legittimi» della tradizione liberale che sta alla base della continuità dello Stato democratico e, come tali, assumono una posizione di rigida ed intransigente difesa delle ragioni dello Stato.

Il PCI, d'altra parte, deve anche tener conto che l'azione BR è rivolta contro le scelte dell'unità nazionale e punta a creare difficoltà all'egemonia comunista sulla classe operaia, proprio nel momento in cui il suo definirsi «partito di lotta e di governo» lo pone in una posizione oggettiva di debolezza a sinistra. L'atteggiamento dei comunisti fu imposto dalla necessità di evitare che l'impresa terroristica avesse influenza sulla base del PCI stesso, alla quale era rivolta l'iniziativa BR. Vi era, insomma, Il timore che una legittimazione politica delle BR, derivante da una trattativa politica, potesse dar coraggio agli elementi filo BR presenti nella sinistra ed indurli ad uscire allo scoperto.

Quale era infatti il clima politico nel maggio '78? L'offensiva del partito armato marcia su due direttive: da un lato le BR con la loro campagna primaverile di annientamento alzano il livello dello scontro; dall'altro Autonomia Operaia punta ad esasperare le lotte sociali generalizzando la pratica della violenza. Se la saldatura tra questi due tronconi del partito armato fosse riuscita, si sarebbe creato in Italia un polo marx-leninista capace di esercitare una forte attrazione su una parte non indifferente della base comunista ed in quell'« area grigia» che separa la sinistra storica dall'anello più esterno del partito armato. Di fatto per il PCI sarebbe stato un rischio mortale. Scoprire l'«album di famiglia», mostrare tutti i Gallinari ed i Franceschini comunisti-brigatisti, avrebbe significato annullare gli effetti della «lunga marcia verso l'occidente» del PCI.

Perciò il PCI non accettò nemmeno per ipotesi la possibilità di una trattativa bloccando, in tal modo, la stessa DC che, diversamente, avrebbe spinto i comunisti a provocare una crisi di governo. Moro stesso aveva ben capito dal carcere che proprio la posizione comunista impediva la possibilità di una seria trattativa ed all'amico Tullio Ancora scriveva dalla prigionia BR: «ricevo come premio dai comunisti dopo la lunga marcia  la condanna a morte». Il PSI, appena uscito dal congresso di Torino sulla linea della «alternativa» e quindi tendente a porsi come ago della bilancia tra i due partiti più forti, assume una posizione più duttile, disponibile alla trattativa; forse per trovare spazi di differenziazione rispetto alla DC ed al PCI.

Ma anche il PSI che pure si dimostrò disposto alla trattativa, non poté giungere alle estreme conseguenze di quella scelta e cioè la possibilità di costituire se necessario, un governo fondato su una diversa maggioranza. Noi della DC, oggettivamente, restammo come paralizzati entro questo dilemma; di fatto sposando la tesi della fermezza ad oltranza ed a tutti i costi. Ma, soprattutto, durante il caso Moro, emerse più netto un tentativo da parte dei mass-media e dei partiti di esorcizzare ed una tendenza a non voler conoscere a fondo il fenomeno; come se la conoscenza dello stesso potesse produrre qualcosa di rischioso e/o di catastrofico (album di famiglia, matrici ideologiche, ecc.).

D'altra parte proprio la conclusione tragica della vicenda Moro aprirà (Morucci - Faranda e poi via via altri) il processo di inesorabile disgregazione anche sulle linee strategiche del partito armato, premessa per i successivi risultati che lo Stato democratico ha saputo raggiungere.

 

                                                              Ettore Bonalberti

 

 

Ultima modifica di questa pagina: giovedì, 15 marzo 2007 09.53

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