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Negli anni
'70, quando si affacciarono sul panorama politico italiano,
le Brigate Rosse tentarono di spiegare il loro progetto
rivoluzionario con documenti che la quasi totalità dei
mass-media definiva "deliranti". Questo approccio di
giornalisti e politologi è stato non soltanto sbagliato ma
anche foriero di una pericolosa sottovalutazione del
fenomeno B.R. e delle sue capacità di far presa su alcune
fasce della nostra società, pronte ad assecondare le
scorciatoie ribellistiche proposte dal terrorismo. L'analisi
che il Prof. Marconi ci propone dei testi B.R. di quegli
anni, dimostra che il pensiero politico brigatista non era
affatto distaccato dalla realtà. La decisione di attaccare,
con strumenti criminali come il rapimento e l'omicidio, il
cuore dello Stato aveva una sua coerenza progettuale tutt'altro
che folle. La stessa analisi dei caratteri dello "Stato
Imperialista delle Multinazionali" può ritenersi per nulla
superficiale se è vero che anticipa alcune visioni
successive dei problemi derivanti dalla globalizzazione.
Colpendo
Aldo Moro le B.R. non compiono soltanto un delitto, ma
arrivano a mettere pericolosamente in crisi (ed è proprio
questo che volevano) gli equilibri fondamentali dei
complessi rapporti politici, sociali ed economici che
tentavano di pilotare il nostro paese al di fuori delle
tensioni interne ed internazionali di quegli anni.
Se le B.R.
sono state sconfitte lo si deve anche a chi evitò letture
superficiali del loro messaggio e predispose serie e
coerenti risposte politiche, sociali ed operative.
Le basi strategiche
Il
documento delle Brigate Rosse che traccia le linee lungo le
quali sarà condotto il sequestro di Aldo Moro è la
Risoluzione della Direzione strategica del febbraio 1978 (1)
.
Nel testo
sono analizzati mutamenti del contesto sociale che
suggeriscono di ridefinire precedenti scelte
dell'organizzazione e sono sintetizzati (2) temi che da
almeno un triennio circolano nelle BR, con l'aggiunta però
di robuste novità. La più significativa elaborazione che la
precede è la Risoluzione della Direzione strategica
dell'aprile 1975 (redatta dopo l'evasione di Renato Curcio
dal Carcere di Casale Monferrato) con la quale cambiano le
analisi e il comunicare dell'organizzazione armata.
Dall'autointervista
(3) , prevalentemente divulgativa, ricavata dall'esperienza
dei tupamaros, si passa nel 1975 a un'indagine a tutto
campo, capace di configurarsi come vero e proprio programma.
Il ricorso
al solenne strumento della Risoluzione vuole evidenziare un
superiore livello di stabilità strategica e organizzativa:
le BR mature per un ruolo di direzione complessiva, cioè di
partito.
La
Risoluzione del 1975 e poi quella successiva del 1978, non
si limitano ad una descrizione sommaria del contesto, ma
cercano di esaminare la congiuntura economica ed i riflessi
che essa ha sulla stratificazione sociale, sulla motivazione
al conflitto della classe operaia, sulla definizione di
nuovi metodi e settori di intervento.
Il
documento del 1978 ha molti contenuti in comune con quello
del 1975 ma contiene alcune differenze.
Analoga nei
due documenti è la descrizione di un proletariato
stratificato e di soggetti sociali emergenti i quali, pur
non catalogabili (con un'ottica marxista) nella classe
operaia, possono partecipare a una trasformazione
rivoluzionaria della società.
Analoga è
l'analisi della natura del potere politico nella società
capitalistica avanzata. L'ipotesi della formazione di uno
Stato imperialista delle multinazionali è già tracciata
nella risoluzione del 1975. "Lo stato assume in campo
economico le funzioni di una grossa banca al servizio dei
grandi gruppi imperialistici multinazionali (…) diventa cioè
funzione specifica dello sviluppo capitalistico (…) diventa
stato imperialista delle multinazionali" (4) . La questione
viene ampiamente sviluppata nella risoluzione del 1978.
Analogo è
ancora il principio secondo il quale l'obiettivo delle BR
non è più la fabbrica o il potere economico ma il cuore
dello Stato. La questione emerge, nella strategia delle BR,
prima del documento del 1975. Un opuscolo dell'aprile del
1974 (5) , sottolinea che l'attacco al centro della
decisione politica si rende necessario nel momento in cui il
conflitto ha subito perdite di efficacia.
Nelle
fabbriche, "l'autonomia operaia è abbastanza forte e
organizzata per mantenere uno stato di permanente
insubordinazione (…) fuori dalla fabbrica essa è ancora
debole al punto di non essere in grado di opporre una
resistenza agli attacchi della controrivoluzione" (6) . La
vulnerabilità della classe operaia impone di colpire il
capitalismo nei centri di coordinamento e non solo nel luogo
della produzione delle merci.
Anche nel
primo comunicato sul sequestro del magistrato Mario Sossi
emerge la questione dell'attacco al cuore dello Stato:
occorre estendere "la resistenza e l'iniziativa armata ai
centri vitali dello stato" (7) . Nella Risoluzione del 1975
e poi in quella del 1978 l'attacco al cuore dello Stato è
tema centrale.
Diversa è
la prefigurazione del rapporto con i movimenti. Nel
documento del 1975 vi è una accesa polemica con l'Autonomia
e i progetti di costruzione di organizzazioni legali che
dovrebbero affiancare (o gestire dall'esterno) la lotta
armata.
Le BR nel
1975 rifiutano di configurarsi come braccio militare della
spontaneità di classe e di concepire la crescita della
guerriglia "come conseguenza dello sviluppo dell'area legale
o semilegale della cosiddetta autonomia" (8) .
L'area
dell'autonomia è vista nel 1975 come un ambiente politico
che indebolisce il progetto brigatista ponendosi in
alternativa alla lotta armata (9) .
Nel testo
del 1978 vi è una contrapposizione con il legalismo che
alberga nell'autonomia (10) ma si legge anche il tentativo
di ristabilire un contatto con i movimenti (anche con quelli
che non agiscono nella logica armata) e di prefigurare un
processo di costruzione del partito comunista combattente
che veda l'apporto di molteplici ipotesi ideologiche,
esperienze organizzative, concezioni dell'agire.
Diversa è
infine la definizione delle modalità dello scontro. Nel 1975
la situazione non viene ancora considerata matura per un
inasprimento della guerriglia. "Il passaggio a una fase più
avanzata di disarticolazione militare dello stato e del
Regime è prematuro e dunque sbagliato per due ordini di
motivi:
1) (…) non
siamo vicini al 'punto di tracollo';
2)
l'accumulazione di forze rivoluzionarie sul terreno della
lotta armata (…) ancora non è tale (…) da consentire il
passaggio ad una nuova fase della guerra" (11) .
Nel
documento del 1975 la guerriglia non si configura ancora
come guerra civile guerreggiata: "la propaganda armata
realizzata attraverso l'azione di guerriglia indica una fase
della guerra di classe e non come qualcuno ritiene una forma
di lotta. A questa fase segue quella della guerra civile
guerreggiata, in cui compito principale dell'avanguardia
armata sarà quello di disarticolare, anche militarmente, la
macchina burocratica e militare dello stato e spezzarla"
(12) .
Nel 1978 si
prefigura qualcosa di molto vicino alla guerra guerreggiata
(13) . Le nuove tecniche di combattimento dovranno infatti
assumere "l'aspetto fondamentale della guerra civile
dispiegata: l'annientamento delle forze imperialiste". Il
lontano obiettivo della guerra guerreggiata tracciato nel
1975 diventa nel 1978 un obiettivo immediato di guerra
dispiegata. Compito dell'organizzazione sarà quindi quello
"di passare dalle azioni cosiddette 'dimostrative' a quelle
che danno al combattimento un inequivocabile significato
'distruttivo' della forza nemica" (14) .
Deperimento e ripresa di conflitti
La
continuità tra le due risoluzioni delle BR è il portato di
una specifica situazione sociale. La crisi petrolifera,
iniziata con il 1974, consente di prefigurare il crollo del
sistema capitalistico e un rafforzamento del Terzo Mondo (e
del socialismo reale) in virtù della disponibilità di
materie prime e del controllo del prezzo della principale
fonte di energia. La crisi che indebolisce l'economia di
mercato incide tuttavia anche sulla classe operaia e ne
rende sempre più difficile la mobilitazione. L'impresa
reagisce con una riconversione che riduce l'occupazione e
quindi anche il potere contrattuale, il peso politico e la
combattività del lavoro dipendente. Più in generale un ciclo
di proteste dotate di forte radicamento sociale (nella
fabbrica, nell'università, nella scuola) iniziato nel 1966
subisce un rapido declino nel 1973-74 (15) .
Con la
risoluzione del 1975 si prende atto della fine della
conflittualità spontanea, di una disobbedienza diffusa nella
fabbrica, per favorire/stimolare le quali avevano operato le
prime iniziative brigatiste di propaganda e di attacco ai
simboli del comando capitalista. Il deperimento della
spontaneità sposta lo scontro dalla fabbrica allo Stato, dal
potere economico a quello politico.
Vi sono
tuttavia dei fattori soggettivi che rendono incomparabile il
1975 rispetto al 1978 e che spiegano le differenze nelle
risoluzioni strategiche redatte in quegli anni. Nel 1978 la
crisi dell'antagonismo spontaneo nella fabbrica è ancora più
accentuata (16) . Nel mondo del lavoro non vi è solo timore
per le prospettive dell'occupazione e per le nuove strategie
delle imprese (17) , si assiste anche ad una riscoperta di
tradizionali strumenti di rappresentanza, testimoniata dal
nuovo consenso del quale godono le organizzazioni sindacali,
dai successi elettorali del PCI, dalla svolta istituzionale
della nuova sinistra (18) .
Il consenso
che si rivolge al PCI e la nuova strategia della sinistra
extraparlamentare, mostrano un ritorno della classe operaia
(perlomeno quella impegnata nella fabbrica fordiana) alla
fiducia nella politica e nelle forme tradizionali di
organizzazione degli interessi/valori.
Nella crisi
dell'antagonismo spontaneo e in un quadro di rafforzamento
della sinistra tradizionale e di stabilizzazione di quella
nuova, si manifesta tuttavia una esplosione di lotte
politiche che punteggia l'intero anno 1977, investendo le
città piuttosto che le fabbriche e lasciando affiorare nuovi
protagonisti, una nuova dirigenza diffusa e nuove figure
sociali (19) .
Si parlerà,
nelle analisi di quegli anni, di operaio sociale e anche di
un nuovo proletariato giovane, emarginato, soprattutto non
garantito né dalle tradizionali politiche di Welfare né da
un modo di produzione (fondato sulla fabbrica e sulla
produzione crescente di merci) che appare ormai in crisi.
La nuova
conflittualità alimenta la sovversione urbana, produce
contestazioni feroci dei sindacati e del PCI, suscita nuove
forme di organizzazione che occupano spazi sociali
abbandonati dalla nuova sinistra, agisce sull'organizzazione
della lotta armata.
Prima Linea
che era stata costituita nell'autunno del 1976 (20)
raccoglie nel '77, prevalentemente nel nord d'Italia,
consensi in ambienti del proletariato giovane; il seguito
del quale gode è imputabile a un doppio livello
organizzativo: presenza nei movimenti di massa, struttura
militare centralizzata (21) . Il proliferare (22) accanto a
Prima Linea di organizzazioni armate e la presenza nel
movimento del 1977 di un instabile tracciato di confine tra
creatività e violenza (23) , impongono alle BR di ripensare
precedenti atteggiamenti di chiusura verso esperienze nuove.
Nel 1975 era stata formulata una critica dura
dell'antagonismo disarmato e dell'eterodossia armata, nel
1978 viceversa le BR sentono il bisogno di prospettare una
strategia capace di coinvolgere una costellazione di gruppi
armati e di riconoscere il ruolo che la disobbedienza
metropolitana può avere in una strategia di rivoluzione.
Anche il
passaggio alla "guerra dispiegata" trova una spiegazione
nell'esplosione del 1977. Con la prefigurazione di obiettivi
più ambiziosi e di attacchi diretti al centro del potere
politico, le BR vogliono mostrarsi capaci di realizzare
iniziative di qualità indiscutibilmente superiore rispetto
allo spontaneismo che si manifesta con la violenza di piazza
o con la costituzione di uno sciame di piccole formazioni
armate.
Le azioni
di disarticolazione/distruzione dei simboli del potere
pubblico, l'attacco al cuore dello Stato, devono rianimare
una conflittualità operaia in declino raccogliendo in un
progetto efficace numerose avanguardie disomogenee e
scollegate.
Un movimento di "resistenza offensiva"
Nella
risoluzione del 1978, l'inasprimento/allargamento della
lotta armata (24) non discende da uno spontaneo antagonismo
di classe piuttosto da una crisi che minaccia la classe
operaia, che modifica i connotati dei moderni sistemi
liberaldemocratici, che mette a rischio la pace e la
coesistenza, che produce diffusione di lotte urbane, che
crea nuovi strati sociali antagonisti.
Agli
effetti recessivi della sovrapproduzione, la borghesia può
porre rimedio soltanto con un allargamento coercitivo del
mercato, cioè con il ricorso alla guerra che produce
distruzione di "capitali, merci, e forza lavoro" (25)
favorendo una ripresa del ciclo economico. Una guerra può
venire frenata solo da un antagonismo proletario capace di
produrre instabilità nelle società capitalistiche e di
ostacolare la formazione di un retroterra della borghesia
"pacificato e solidale".
Le BR,
consapevoli del silenzio della fabbrica, osservano la
nascita e il consolidarsi di una sovversione diffusa (26) .
"Non ci appare affatto improprio parlare di guerra civile
strisciante. Stando ai dati ufficiali, solo nel '77 sono
state compiute oltre duemila azioni offensive e nel solo
mese di gennaio '78 oltre trecentocinquanta. Il tutto
distribuito su cinquanta province e un centinaio di città"
(27) .
Le lotte e
la violenza che agitano le città e il proliferare di
organizzazioni armate mostrano la formazione/affermazione di
uno schieramento conflittuale, il Movimento di Resistenza
Proletario Offensivo (MRPO): "area dei comportamenti di
classe antagonistici suscitati dall'inasprimento della crisi
economica e politica", "area delle forze, dei gruppi e dei
nuclei rivoluzionari che danno un contenuto politico
militare alle loro iniziative" (28) .
Le BR nel
definire il nuovo movimento non usano toni trionfalistici,
riconoscendo innanzi tutto che esso è privo di unità: "Il
concetto di MRPO non riflette un movimento piatto, omogeneo,
ma piuttosto un'area di lotta" (29) .
Il nuovo
movimento di offensiva e di resistenza contiene però delle
forti potenzialità: non si lascia imbrigliare da posizioni
legalistiche e "nonostante ci appaia alla sua superficie
come una congerie di 'movimenti parziali' senza connessione
o come disordinata esplosione di 'nuclei combattenti' (oltre
cento negli ultimi mesi) esso in realtà è un movimento
unitario solidale e duraturo" (30) .
Una nuova stratificazione sociale
Per
analizzare la situazione della classe operaia le BR si
trovano a dover spiegare una molteplicità di dati che
sembrano contraddire una prospettiva di trasformazione
rivoluzionaria. Si tratta di comportamenti della classe
operaia che non possono essere interpretati soltanto come
frutto di intimidazioni.
Nella
classe si assiste ad un ritorno alla adesione a prassi e
valori propri del sindacalismo e della sinistra
tradizionale. L'ultimo episodio nel quale si è potuta
manifestare una autonomia conflittuale è l'occupazione di
Mirafiori del 1973. Nei mesi e negli anni successivi si
assiste viceversa ad un riallineamento del lavoro dipendente
alle organizzazioni tradizionali anche in virtù della
nascita di nuove forme di rappresentanza diretta della base.
Le BR non
interpretano il nuovo consenso del quale godono le
rappresentanze tradizionali del lavoro, come conseguenza
delle nuove strategie dell'impresa (tagli dell'occupazione,
introduzione dell'automazione, inizi di un decentramento
produttivo, spostamento degli investimenti dalla manifattura
all'attività finanziaria) ma come il portato di una forte
modificazione della struttura sociale e della classe
operaia. I cambiamenti economici, politici, dell'impresa,
consentono la collocazione su posizioni antagonistiche solo
di una porzione del proletariato industriale.
Alcuni
settori della classe sono portati, oggettivamente e
soggettivamente, per la Risoluzione del 1978, a favorire lo
schieramento borghese. Il proletariato professionale, che ha
perso ruolo e vocazione alla lotta, in conseguenza della
automazione dei procedimenti produttivi, tutela soltanto i
propri privilegi: una relativa stabilità del posto, un
lavoro meno ripetitivo, una minore incidenza dello stress,
una moderata autodeterminazione dei ritmi, una parziale
autonomia di decisione. Del proletariato solo una parte può
essere recuperata all'iniziativa rivoluzionaria, il resto
viceversa è portato "all'ideologia del lavoro" (31) .
L'unica
componente della classe oggettivamente schierata contro gli
interessi del capitalismo è quella formata dagli operai
massa. Il documento sposa su questo punto le analisi
dell'operaismo italiano e attribuisce a un proletariato
dequalificato, proveniente da ambienti/culture
preindustriali, una vocazione all'eversione del sistema.
L'operaio massa è "lo strato più rivoluzionario che ha
contribuito e contribuisce in maggior misura allo sviluppo
della lotta di classe in tutte le forme in cui si manifesta:
legali ed illegali, dal gatto selvaggio al sabotaggio, dalla
occupazione delle fabbriche alla dura punizione dei capi,
dirigenti, fascisti, sino a diventare il nucleo centrale
della lotta armata per il comunismo" (32) .
In una
strategia rivoluzionaria accanto all'operaio massa possono
essere collocati alcuni settori del lavoro manuale nel
terziario, un nuovo precariato, gli studenti, il lavoro
femminile o più in generale l'area della liberazione
femminile, settori della marginalità sociale (33) .
Si tratta,
come si è detto, di gruppi sociali che animano i movimenti
del 1977, che sono capaci di guidare le lotte nelle città,
ma che si collocano a volte in posizione conflittuale nei
confronti del proletariato.
Il nuovo
possibile schieramento sociale non è quindi unitario e
richiede un lavoro di organizzazione e di unificazione.
Nei servizi
i lavoratori manuali si distinguono per combattività e
possono diventar i migliori alleati della classe operaia
"dato che di questa vivono praticamente le stesse condizioni
pur non producendo valori (v. ospedalieri)" (34) .
Il
riferimento al terziario è un riconoscimento a quelle aree
dell'antagonismo capaci di animare lotte nelle strutture
pubbliche.
La
risoluzione segnala però rigorosamente che il lavoro manuale
destinato ai servizi, non formando plusvalore, è privo di
quel tipo di antagonismo che, nell'analisi di Marx, deriva
dalla specificità della produzione capitalistica delle merci
(35) .
La
divisione della classe è alimentata anche dall'emersione di
un conflitto di genere che rafforza il fronte proletario
aprendovi però delle contraddizioni.
L'attenzione per la specificità di genere è un omaggio alla
centralità che i movimenti delle donne assumono nel 1977 e
forse anche il portato di conflitti percepibili all'interno
della lotta armata (36) .
"La
soggettività dell'MRPO, come del resto la sua composizione
non è omogenea e tra le diverse componenti si svolge una
lotta politica e ideologica" (37) .
Un ambiente
nel quale può radicarsi una scelta rivoluzionaria è quello
del non-lavoro, del lavoro precario, della marginalità.
L'eccedenza
di lavoro favorisce il capitale (configurandosi come
esercito salariale di riserva che spinge all'abbassamento
delle retribuzioni) ma rappresenta anche un fattore di
instabilità in quanto sfugge alla disciplina delle
rappresentanze tradizionali.
La
Risoluzione appare attenta alle trasformazioni
dell'occupazione e a fenomeni latenti negli anni '70 che
diverranno evidenti negli anni '80 e '90. Il documento
analizza il ruolo degli studenti ma soprattutto segnala la
crescita di un lavoro instabile che altera la
stratificazione tipica della società industriale e crea
fasce sociali difficilmente catalogabili (38) .
Speciale
attenzione è rivolta a quella parte dell'esercito
industriale di riserva che si trova nella prospettiva
"dell'esclusione totale" (39) .
Un mondo
che gravita all'esterno o al margine del mercato del lavoro
e persino il sottoproletariato extralegale "costituito da
residui di classi disgregate", possono svolgere un ruolo nel
progetto rivoluzionario.
Non si
indulge nel documento a quelle speculazioni sul ruolo
dirompente della devianza (tratte da Foucault e dal mix
statunitense di sociologia e ideologia della nuova sinistra,
formatosi negli anni '60) che erano state elaborate dai NAP
e che ricompariranno nelle tesi delle BR-Partito Guerriglia,
ma ci si richiama più semplicemente a scelte compiute, in
alcune contingenze, dai padri della teoria/prassi
rivoluzionaria.
"Lenin nel
1905 notava come in periodo di crisi economico-politica, il
banditismo sociale diventa un modo specifico di lotta di
certi strati proletari urbani (…) ed è assolutamente
indispensabile trasformare queste forme di lotta in azioni
partigiane" (40) .
Lo Stato imperialista delle multinazionali
Le BR
giungono alla formula dello Stato imperialista delle
multinazionali e alla prefigurazione dell'avvento di un
nuovo tipo di autoritarismo capace di demolire il disegno
partecipativo delle costituzioni postweimariane, partendo da
un'analisi della crisi economica e delle risposte che ad
essa vengono date nella cultura politica dei paesi
maggiormente sviluppati.
L'organizzazione armata percepisce che, con la crisi
economica e la conseguente usura dei meccanismi di
distribuzione sociale delle risorse, viene meno quello
scambio politico che ha favorito l'affermarsi del
consensualismo democratico.
Le BR
escludono che la crisi economica e la crisi dello Stato
sociale che comincia a manifestarsi negli anni '70 possano
trovare rimedi nel rispetto del sistema democratico.
Per le BR,
la recessione e l'impossibilità conseguente di governare
attraverso il mercato politico, impongono alle classi
dirigenti di identificare un nuovo metodo autoritario di
gestione dello Stato.
I dati sui
quali le BR lavorano sono reali. La crisi fiscale dello
Stato, il venir meno di un surplus di risorse da destinare
allo scambio politico, la necessità di selezionare i diritti
di cittadinanza, problemi di governabilità tipici di un
modello industriale che ha raggiunto il massimo della
propria espansione e che non è più in grado di crescere
senza modificare la propria forma, consentono ad alcuni
settori della cultura politica di formulare diagnosi
allarmate (le elaborazioni della Trilaterale) sui limiti
della gestione democratica delle società complesse.
In alcuni
casi il mondo della grande impresa, nell'insicurezza,
accetta l'imperativo di misurarsi direttamente con la
gestione della cosa pubblica. In realtà la difficoltà delle
democrazie nell'amministrazione delle nuove domande
politiche riguarda soprattutto i sistemi definiti
consensualistici (41) che impediscono o rallentano le
decisioni in materia di allocazione delle risorse pubbliche
e di selezione dei bisogni.
Le società
sviluppate dell'Occidente risolvono, nel corso degli anni
'80 e in quelli successivi, il problema della governabilità
rafforzando l'alternanza democratica dei governi e
vivificando la dialettica tra mercato e Stato.
La tendenza
dell'impresa a globalizzarsi (tendenza che comincia a
manifestarsi negli anni '70 come risposta alla crisi
petrolifera e al sovraccarico di oneri legati alla
produzione nei paesi a Welfare avanzato) viene inoltre
caricata dalle BR di forti connotati monopolistici e
imperialistici. Non si tratterebbe di un fisiologico
allargamento dei mercati ma dell'espressione di uno
strapotere di alcune grandi multinazionali interessate a
scavalcare i confini nazionali e le prerogative degli Stati.
Le
peculiarità del nuovo sistema politico stanno, per le BR,
nel superamento e nell'intreccio reciproco sia delle
politiche di New Deal sia di quelle autoritarie nonché nella
definizione di una nuova forma di potere dotato di forti
connotazioni tecnocratiche. La tecnocrazia deve essere in
grado di resistere ad un sovraccarico di domanda politica
proveniente dal basso e al prevalere di interessi nazionali
che potrebbero confliggere con quello del capitale
internazionale.
Nella
tradizione del '900 fascismo e socialdemocrazia erano state
due forme, ciclicamente ricorrenti "nello stato imperialista
invece la sostanza di queste forme politiche coesiste, dando
luogo ad un 'regime' originale che perciò non è fascista né
socialdemocratico, ma rappresenta un superamento dialettico
di entrambe" (42) .
Secondo la
Risoluzione del 1978, la commistione di fascismo e
socialdemocrazia, ritaglia per le aristocrazie operaie un
ruolo istituzionale di controllo repressivo del proletariato
marginale. Ai settori più favoriti della classe operaia è
offerta la possibilità di difendere alcune posizioni di
privilegio non alle spese del capitale ma degli strati
sociali deprivati. "Oggi il rapporto preferenziale della
borghesia imperialista con i revisionisti si fonda
sull'individuazione del proletariato emarginato come
variabile di cui è indispensabile detenere il controllo"
(43) .
Lo
strumento con il quale viene attuata una politica dotata di
aspetti riformistici e coercitivi è una nuova forma di Stato
privo di legami con un territorio e di connotazioni
nazionali. "Lo Stato Imperialista delle Multinazionali è la
sovrastruttura (…) corrispondente alla fase
dell'imperialismo delle multinazionali. Suoi caratteri
essenziali sono: formazione di un personale politico
imperialista; rigida centralizzazione delle strutture
statali sotto il controllo dell'Esecutivo; riformismo ed
annientamento come forme integrate della medesima funzione:
la controrivoluzione preventiva" (44) .
Un
personale politico omogeneo, di formazione sopranazionale,
orienta le politiche dei paesi capitalistici e ne modifica
in radice gli assetti istituzionali. Da una democrazia
liberale e partecipativa si passa quindi ad una forma
tecnocratica di potere e ad una modificazione dei connotati
dello stato rappresentativo. Il primato del legislativo
sancito dall'avvento della moderna liberaldemocrazia degrada
a primato dell'esecutivo nella decisione pubblica.
Il partito
politico, quale si è formato nella tradizione democratica
europea, viene ad essere modificato nello Stato imperialista
delle multinazionali: non più collettore della volontà dei
cittadini ma strumento di mobilitazione collettiva.
L'acronimo
e il concetto di Stato imperialista delle multinazionali
sono stati sottoposti a critiche serrate e a potenti
sbeffeggiamenti. In tale definizione si è vista spesso la
prova della natura delirante della analisi e della
progettazione brigatista.
Per la
verità le BR, forse proprio per aver osservato assolutamente
dall'esterno la vita politica ufficiale e l'economia, danno
prova di aver compreso precocemente alcuni fenomeni di
trasformazione delle società industriali.
L'errore
della definizione brigatista sta nell'aver mostrificato gli
attori del nuovo sistema sopranazionale, nell'averli
collocati in una concezione cospirativa della storia, nella
svalutazione/sottovalutazione della democrazia. L'orrore sta
nell'aver praticato azioni sanguinose, prive di qualsiasi
legittimazione in una società e in un ordinamento capace di
garantire il pluralismo politico cioè la competizione di
idee, programmi, classi.
Alcuni
fenomeni sommariamente condensati nell'acronimo dello SIM (e
potentemente ideologizzati) nel decennio successivo
diventeranno però di patrimonio comune e susciteranno
riflessioni anche in quegli ambienti che definivano delirio
il ragionare brigatista: la preminenza dell'esecutivo, la
decisione come criterio di semplificazione della complessità
sociale, la funzione dei tecnici nella gestione della cosa
pubblica, l'impoverimento dei diritti di cittadinanza,
l'impegno della grande imprenditoria nella politica,
l'erosione della sovranità provocata dalla mondializzazione
e dalla liberalizzazione dei mercati internazionali.
La DC che si rinnova
Nella
Risoluzione del 1978 viene pronunciata una dura condanna di
tutto lo schieramento partitico. Severissimo il giudizio sul
PCI al quale si imputa di cooperare alle strategie del
capitalismo di Stato, di spaccare l'unità della classe
operaia, di pungolare la repressione. Anche nei comunicati
che accompagnano il sequestro di Moro non mancano gli
attacchi al revisionismo del partito comunista e alla sua
subalternità alle politiche borghesi. Nel comunicato n. 5,
il PCI è "polizia antiproletaria" e si imputa ai "berlingueriani"
la corresponsabilità della repressione delle avanguardie
rivoluzionarie. In quello n. 9, si denunciano spie o
delatori "dell'apparato di Lama e Berlinguer" e la "lurida
collaborazione dei berlingueriani" con le attività di
annientamento dell'antagonismo proletario.
La condanna
del revisionismo si accompagna ancora però nella risoluzione
del 1978 a un sostanziale riconoscimento del ruolo
esercitato dal PCI agli occhi della classe operaia.
Le BR
cercano di mantenere ancora in vita una forma di dialogo con
una base sociale e politica che tradizionalmente si è
identificata con il partito di Gramsci, Togliatti, Longo e
Berlinguer (45) . Un passo della risoluzione del 1978 è
significativo in tale senso. "La crisi di identità che la DC
sta attraversando, in modo particolare dal giugno '75, è
determinata da due processi concomitanti: la
crisi-ristrutturazione della strategia mondiale degli Stati
imperialistici da un lato, e dall'altro la richiesta di
potere del proletariato italiano in vario modo espressa
dalle sue componenti politiche sia revisioniste che
rivoluzionarie." (46) .
Come si può
notare, nel passo citato si riconosce che il revisionismo
(cioè il PCI) va ancora collocato tra le espressioni
politiche del proletariato italiano del quale è in grado di
manifestare una "richiesta di potere"!
Il nemico
principale, nella Risoluzione del 1978, è la DC definita
come responsabile delle strategie imperialiste in Italia.
L'attacco
disarticolante alla DC rappresenta lo strumento principale
di contrasto delle politiche dell'imperialismo.
La
Risoluzione del 1978 e poi i comunicati che ne riprendono i
temi, contiene alcune modifiche della tradizionale analisi
della Democrazia cristiana compiuta dalle BR.
Nei testi
precedenti la DC era presentata come forza conservatrice
votata all'alleanza con il MSI e come promotrice di una
forma classica di repressione. Nella risoluzione del 1978,
il partito cattolico appare come forza
repressiva/conservatrice ma anche come attore di un
rinnovamento della politica italiana e di un adeguamento del
sistema sociale alla modernizzazione imposta dal capitalismo
internazionale.
La
specificità della politica dello SIM, come si è
precedentemente segnalato, viene collocata dalle BR non nel
ritorno a vecchie forme di autoritarismo ma in un
superamento del fascismo e della socialdemocrazia, in una
politica capace di coniugare la repressione con il consenso
di settori della classe operaia.
Per la
Risoluzione del 1975, il gruppo dirigente della DC sostiene
la strategia dell'imperialismo attraverso una netta svolta a
destra. "Il progetto politico democristiano, apertamente
sostenuto anche da Tanassi, da Sogno e da Almirante, si
propone di costruire intorno al blocco integralista della DC
un più vasto e articolato 'blocco storico' apertamente
reazionario e controrivoluzionario, funzionale allo Stato
Imperialista".
Nel 1978 si
afferma sempre che la DC deve essere colpita in quanto
espressione dello SIM e degli interessi imperialistici,
l'analisi sui rapporti tra partito cattolico e interessi
imperialistici è tuttavia condotta in termini nuovi. La DC
non è presentata più solo come forza di conservazione bensì
come teatro di una battaglia per l'innovazione.
La DC deve
essere colpita perché elabora riforme che devono rendere
coerenti società, politica ed economia con gli interessi
globali dell'imperialismo. "Forza centrale e strategica
della gestione imperialista dello stato, in Italia, è la
Democrazia Cristiana. In questa chiave va letto il durissimo
scontro in corso al suo interno e il cosiddetto processo di
rinnovamento" (47) .
La
struttura tradizionale della DC non le consentiva di
trainare la trasformazione sociale, di qui la spinta verso
il cambiamento che la attraversa. "Nel quadro dell'unità
strategica degli stati imperialisti le maggiori potenze alla
testa della catena gerarchica richiedono alla DC di
funzionare da polo politico nazionale della
controrivoluzione, ma essa, così com'è attualmente
strutturata risulta in larga misura inadatta allo scopo.
Dunque si deve rinnovare" (48) .
Propaganda e guerra dispiegata
Secondo le
BR lo Stato Imperialista delle Multinazionali non è più in
grado di operare con il consenso e con la mediazione degli
interessi in conflitto, l'unico strumento al quale lo SIM è
in grado di fare ricorso è la repressione/annientamento
delle organizzazioni del proletariato. La violenza
istituzionale impone un cambiamento di strategia nelle
organizzazioni rivoluzionarie. Tramonta la funzione di una
propaganda armata, differenziata per sostenere specifiche
articolazioni dell'antagonismo di classe e si prospettano
viceversa solo azioni armate distruttive dell'antagonista.
"Non avendosi più una fase politica separata da quella
militare (…) l'unica possibilità di praticare il terreno
politico dello scontro si dà con il fucile in mano" (49) .
La propaganda armata, per la Risoluzione del 1978, è legata
ad una fase di espansione del ciclo economico nella quale lo
Stato e l'impresa possono adottare strumenti riformistici
per contenere i conflitti, viceversa "nella fase della
'guerra' (…) prevale la pratica della guerra civile
rivoluzionaria" (50) .
La
Risoluzione ripercorre le tappe della lotta armata in
Italia. "All'inizio e per forza di cose, operavamo per
piccoli nuclei, e abbiamo praticato piccole azioni. (…) Poi,
crescendo la forza e il radicamento della guerriglia, siamo
passati ad azioni più complesse che impegnano
contemporaneamente ma sempre in piccole azioni, più nuclei".
Infine la
guerriglia "si è mossa per campagne e cioè
contemporaneamente in più poli sulla stessa linea di
combattimento" (51) . Si è inoltre passati da "azioni rapide
(mordi e fuggi) ad azioni prolungate (Amerio, Sossi, Costa)
ciò ci ha consentito di svolgere una propaganda armata più
incisiva". Infine si è operato con il "rapido concentramento
di forze numerose per attaccare il nemico in piccole
battaglie" (52) .
La fase
prefigurata dalla risoluzione prevede l'adozione di nuove
tecniche di azione orientate all'annientamento delle forze
imperialiste. "Compito dell'organizzazione guerrigliera è di
passare dalle azioni cosiddette 'dimostrative' a quelle che
danno al combattimento un inequivocabile significato
'distruttivo' della forza nemica" (53) .
La
guerriglia non deve perdere i contatti con il proletariato e
deve muoversi all'interno dell'antagonismo proletario.
Le BR nella
risoluzione del 1978 cercano di coniugare due esigenze
contrapposte: quella del coordinamento di una lotta armata
di livello e di aggressività superiore, quella della ripresa
di rapporti con le masse e con i movimenti sociali.
Le due
esigenze possono essere soddisfatte con la costituzione di
un partito affiancato e non contrapposto ai conflitti
sociali.
"Tra essi
opera una relazione dialettica, ma non un rapporto di
identità: ciò vuol dire che è dalla classe che provengono le
spinte, gli impulsi, le indicazioni, gli stimoli, i bisogni
che l'avanguardia comunista deve raccogliere, centralizzare,
sintetizzare, rendere teoria e organizzazione stabile e
infine, riportare nella classe sotto forma di linea
strategica di combattimento, programma, strutture di massa
del potere proletario" (54) .
Il partito
inoltre non si identifica né si dovrà identificare con le
BR.
"Le Brigate
Rosse non sono il Partito Comunista Combattente, ma una
avanguardia armata che lavora all'interno del proletariato
metropolitano per la sua costruzione" (55) .
L'inseguimento dei movimenti
Da quanto
scritto sino a qui si ricava che i comunicati (56) diffusi
dalle BR durante il sequestro di Aldo Moro si rivolgono ad
una pluralità di destinatari: più che alle istituzioni, ad
un mondo sociale e politico di fronte al quale le Brigate
Rosse sentono la necessità di giustificare il proprio agire.
Nel corso dei 55 giorni l'organizzazione cerca di ottenere
una doppia legittimazione: istituzionale (57) e sociale. I
comunicati non si limitano a riproporre contenuti della più
recente Risoluzione strategica (anche se questa viene spesso
utilizzata per le formulazioni politiche più complesse) ma
entrano nel merito degli avvenimenti che accompagnano i
giorni del sequestro e soprattutto cercano di rispondere
alle contestazioni provenienti sia dagli antagonisti che dai
potenziali compagni di strada.
I
Comunicati numero 2 e 3 cercano di accreditare le BR come
organizzazione pluralista (capace di apprezzare
l'antagonismo diffuso) e di fugare l'immagine di un
brigatismo teleguidato e mosso da centrali misteriose.
Sottolineando la propria disponibilità al pluralismo le BR
rispondono più che alle critiche di quella parte di
movimento che considera il sequestro di Aldo Moro un orrore,
a quell'altra parte che lo valuta come un errore capace di
alimentare la reazione e di pregiudicare l'opposizione
sociale. Con una serie di affermazioni relative
all'autenticità/autonomia del proprio operato le BR
replicano inoltre alle accuse di subalternità a poteri
esterni, formulate nei primi giorni del sequestro.
Ipotesi e
accuse che non provenivano solo dalle forze politiche
istituzionali ma che serpeggiavano anche in settori
dell'antagonismo (58) .
La chiusura
del Comunicato numero 2 rende omaggio a due figure
dell'antagonismo di base uccise nei giorni successivi alla
strage di via Fani. "Onore ai compagni Lorenzo Jannucci e
Fausto Tinelli assassinati dai sicari del regime" (59) .
I due
ragazzi (60) , impegnati nei nascenti centri sociali, non
vengono ricordati con il nome proprio e il vezzeggiativo
(Fausto e Iaio) come nei manifesti affissi dai compagni o
nelle pagine di Lotta Continua, ma con nome e cognome.
Il tipo di
citazione vuol comunicare al movimento, il quale tuttavia
non apprezza (61) , che anche l'antagonismo disarmato può
collocarsi nella strategia rivoluzionaria e che i due
militanti di base meritano gli stessi onori dei guerriglieri
caduti con le armi in pugno.
Nel
Comunicato n. 3 si cerca, in modo rituale, di rispondere
alle accuse di avventurismo politico. A tale fine viene
riprodotta una parte della Risoluzione strategica del 1978.
"Siamo
anche consapevoli del fatto che la pratica della violenza
rivoluzionaria spinge il nemico ad affrontarla (…) anzi ci
proponiamo di fare emergere, di stanare la controrivoluzione
imperialista dalle pieghe della società "democratica" (…).
Non siamo noi a 'creare' la controrivoluzione. Essa è la
forma stessa che assume l'imperialismo" (62) .
Un
ulteriore messaggio lanciato nella prima fase del sequestro,
riguarda l'autenticità dell'agire brigatista. Il Comunicato
n. 2, che risponde ai primi giudizi sul sequestro venuti
dalla stampa, dai partiti, dai movimenti, rivendica al
proletariato italiano, del quale le BR si fanno interpreti,
un patrimonio tattico e strategico sufficiente a realizzare
l'azione compiuta. "Sin dalla sua nascita la nostra
Organizzazione ha fatto proprio il principio maoista
'contare sulle proprie forze e lottare con tenacia'.
Applicare
questo principio, nonostante le enormi difficoltà, è stato
per la nostra Organizzazione più che una scelta giusta una
scelta naturale; il proletariato italiano possiede in sé un
immenso potenziale di intelligenza rivoluzionaria, un
patrimonio infinito di conoscenze tecniche e di capacità
materiali".
Il
sequestro di Aldo Moro non è quindi un'azione teleguidata ma
il frutto di una esperienza maturata in una specifica
tradizione storico sociale.
Sempre nel
Comunicato n. 2 si riconoscono i rapporti con una rete di
comunisti combattenti attiva in Europa ma si sottolinea una
autonomia strategica e tattica dell'organizzazione italiana
che inibisce manipolazioni o regie occulte. "Mentre
riaffermiamo con forza le nostre posizioni
sull'Internazionalismo Proletario, diciamo che la nostra
Organiz-zazione ha imparato a combattere, ha saputo
costruire ed organizzare autonomamente i livelli
politico-militari adeguati ai compiti che la guerra di
classe impone (…) ed è questo che ha reso possibile alla
nostra Organizzazione di condurre nella più completa
autonomia la battaglia per la cattura ed il processo ad Aldo
Moro".
Una lotta armata plurale
Il
Comunicato n. 1 si chiude con un appello all'allargamento
dell'azione e alla unificazione del movimento di resistenza
offensiva. Non si tratta di un appello lanciato nel vuoto.
Nel corso dei 55 giorni del sequestro (tra l'11 aprile e l'8
maggio) si assiste, nonostante un controllo capillare del
territorio, a dodici attentati contro persone, dei quali due
mortali, rivendicati dalle BR (8 episodi) o attribuibili ad
organizzazioni diffuse (4 episodi) (63) .
Le BR nel
comunicato n. 5 sottolineano le iniziative fiorite dopo il
sequestro e le interpretano come manifestazione di una
opposizione sociale alle politiche dell'imperialismo e come
risposta venuta dal basso alle misure di controllo che
accompagnano le indagini sul sequestro. "L'attacco che lo
Stato ha sferrato nelle ultime settimane con perquisizioni,
fermi e arresti indiscriminati, tende infatti a colpire non
solo le avanguardie che praticano la lotta armata, ma
l'intero movimento di classe. Nonostante questo attacco
repressivo, al quale dobbiamo aggiungere l'opera sempre più
scoperta di polizia antiproletaria (…) del PCI, è cresciuta
nelle fabbriche l'opposizione operaia allo SIM e alla
politica collaborazionista dei berlingueriani e, nel
contempo, è continuata l'iniziativa del MPRO e delle
organizzazioni rivoluzionarie contro i covi e gli uomini
della DC, della Confindustria, dell'apparato militare" (64)
.
Benché
l'azione di via Fani abbia ricevuto apprezzamenti in settori
del movimento armato e fra alcune avanguardie di fabbrica,
gli autori del sequestro sanno di dover spiegare e
giustificare la propria strategia e la propria concezione
dell'organizzazione di fronte ad una vasta galassia armata
diffidente (65) ed ispirata a una diversa concezione del
militante, del rapporto partito-masse, degli obiettivi.
Una
concezione diversa della lotta armata era stata espressa da
Prima Linea che, in un documento del 1977, aveva criticato
il monolitismo delle BR. "Sbaglia chi oggi spara a zero
contro lo spontaneismo del combattimento proletario e vuole
ridurre il combattimento ai soli percorsi verso
l'organizzazione e la sua pratica diretta. (…) Lo sviluppo
del combattimento proletario è un processo contraddittorio e
collettivo: è imperativo il confronto serrato tra le
formazioni che lo praticano" (66) .
Dopo il
sequestro del 16 marzo e dopo la pronuncia da parte delle BR
della condanna di Moro, i Comitati Comunisti Rivoluzionari
diffondono un documento nel quale dichiarano che la lotta
armata nasce "dalla nostra storia dalla storia di questo
movimento" e riconoscono la "tremenda efficacia" del
sequestro di Aldo Moro.
Il
documento rifiuta però la trasformazione della guerriglia in
tribunale del popolo: "Si tratta di distinguere fra la
necessità comunista del ricorso a forme di violenza e di
coazione e la loro trasformazione in norma".
I Comitati
Comunisti Rivoluzionari che esprimono sentimenti presenti in
settori di un antagonismo armato plurale, propongono alle BR
di uscire dalla logica dell'ultimatum e l'apertura "di un
terreno di lotta praticabile e ragionevole per tutte le
forme organizzate che oggi intervengono nel quadro dello
scontro" (67) .
Le BR
cercano di mantenere aperto un dialogo (formale, perché
indipendente dalla decisione sul destino del prigioniero)
con i dissensi, già presenti nello schieramento armato e che
punteggiano i 55 giorni, sottolineando il possibile
coordinamento di iniziative diversificate e affermando che
nella strategia armata non solo trova posto una vasta gamma
di posizioni ma possono anche essere collocate iniziative di
diversa intensità.
La
valutazione degli apporti all'azione comune non può
limitarsi a misurare il volume di fuoco, né l'osservanza di
regole stabilite dall'organizzazione più forte, né
l'adesione ad una delle possibili interpretazioni del
messaggio marxista e leninista.
La lotta
deve intaccare ogni aspetto dell'azione istituzionale dello
Stato borghese. "Questo ruolo di disarticolazione, di
propaganda e di organizzazione, va svolto a tutti i livelli
dell'oppressione statale capitalista e a tutti i livelli
della composizione di classe. Non esistono quindi livelli di
scontro 'più alti' o 'più bassi'. Esistono, invece, livelli
di scontro che incidono e intaccano il progetto
imperialista, ed organizzano strategicamente il proletariato
oppure no" (68) .
Disarticolazione o mediazione
Nei
comunicati che avevano accompagnato il sequestro del
magistrato Mario Sossi il problema della trattativa per uno
scambio di prigionieri era emerso immediatamente.
Il primo
comunicato diffuso dalle BR dopo una sommaria biografia del
magistrato, sintetizzava i motivi dell'azione: "Mario Sossi
verrà processato da un tribunale rivoluzionario" (69) .
Il secondo
comunicato era una semplice precisazione: invitava a
diffidare dagli apocrifi e a segnalare le modalità con le
quali sarebbero stati redatti i documenti delle BR (70) . Il
terzo comunicato, cioè il primo dotato di contenuti
politici, già prospettava lo scambio. "Sossi è prigioniero
politico del proletariato. Come tale è assolutamente
ingiustificato qualunque ottimismo su una sua gratuita
liberazione. Molti sono ormai i compagni che (…) hanno
ripreso le armi (…). Alcuni di essi sono caduti o sono
attualmente rinchiusi nelle galere (…). Punto irrinunciabile
del programma politico delle BR è la liberazione di tutti i
compagni prigionieri politici" (71) .
I primi
comunicati sul sequestro di Aldo Moro, a differenza di
quelli sul sequestro di Mario Sossi, sono interamente
dedicati alla analisi strategica, alla costituzione di una
possibile rete di alleanze nel movimento di resistenza
offensiva, al processo alla Democrazia Cristiana. Il
comunicato n. 1 contiene una scheda biografica sul
parlamentare sequestrato, ripropone alcune questioni
politiche trattate dalla Risoluzione del febbraio 1978,
afferma di volere, con il processo al leader della DC,
iniziare un processo al regime. "Bisogna estendere e
approfondire il processo al regime che in ogni parte le
avanguardie combattenti hanno già saputo indicare con la
loro pratica di combattimento. È questa una delle direttrici
su cui è possibile far marciare il Movimento di Resistenza
Proletario Offensivo, su cui sferrare l'attacco e
disarticolare il progetto imperialista. Sia chiaro quindi
che con la cattura di Aldo Moro, ed il processo al quale
verrà sottoposto dal Tribunale del Popolo, non intendiamo
'chiudere la partita' né tantomeno sbandierare un 'simbolo',
ma sviluppare una parola d'ordine su cui tutto il Movimento
di Resistenza Proletario Offensivo si sta già misurando,
renderlo più forte, più maturo, più incisivo e organizzato"
(72) .
Il secondo
comunicato oltre a riproporre temi contenuti nella
Risoluzione del 1978, aggiorna il profilo di Aldo Moro, e
introduce una analisi sulle prospettive europee
dell'attività rivoluzionaria (73) .
Il
comunicato n. 3 analizza lo svolgimento del "processo" ad
Aldo Moro e contiene una lunga analisi delle prospettive che
si aprono per i movimenti rivoluzionari.
Solo nel
comunicato n. 4 appare, ma in modo indiretto, il problema di
una trattativa e dello scambio di prigionieri. Il testo
riporta il pensiero di Moro in merito ad un possibile
scambio di detenuti ma afferma che quella ipotesi non
coincide con la posizione delle BR. Moro, è scritto nel
comunicato, invita i propri compagni di partito "a
considerare la sua posizione di prigioniero politico in
relazione a quella dei combattenti comunisti prigionieri
delle carceri del regime. Questa è la sua posizione che, se
non manca di realismo politico nel vedere le contraddizioni
di classe oggi in Italia, è utile chiarire che non è la
nostra" (74) .
Le BR
confermano che la liberazione dei detenuti è un punto
fondamentale del loro programma e di voler perseguire ogni
tentativo che ne porti alla liberazione ma di rifiutare
"come manovre propagandistiche e strumentali i tentativi del
regime di far credere nostro ciò che invece cerca di
imporre: trattative segrete, misteriosi intermediari,
mascheramento dei fatti. Per quel che ci riguarda il
processo ad Aldo Moro andrà regolarmente avanti e non
saranno le mistificazioni degli specialisti della
controguerriglia psicologica che potranno modificare il
giudizio che verrà emesso" (75) .
I tempi con
i quali viene affrontato nel corso del sequestro il problema
dello scambio di prigionieri meritano la formulazione di
alcune ipotesi.
A. La
questione dello scambio di prigionieri non è stata collocata
nei primi comunicati, per sottolineare che il centro
dell'azione è il sequestro dell'uomo politico ed il
"processo" al quale l'organizzazione intende sottoporre la
DC. Porre sino dai primi comunicati il problema dello
scambio di prigionieri avrebbe indebolito l'effetto
"disarticolante" dell'iniziativa delle BR. La tattica
definita con la Risoluzione del 1978 prevede inoltre che la
disarticolazione non sia il risultato di un singolo atto ma
l'esito di un procedimento protratto nel tempo. Il nemico
deve essere impegnato "in azioni prolungate che esaltino ed
esasperino tutte le sue contraddizioni interne" dopo essere
stato attaccato "di sorpresa in battaglie via via più
consistenti che forniscano alle masse proletarie il margine
reale della crescita della forza guerrigliera" (76) .
B. Con
grande probabilità le BR hanno voluto sottolineare di avere
scelto una nuova tattica per la liberazione dei prigionieri.
La liberazione nella logica del gruppo dirigente attivo
(cioè operante e non detenuto) delle BR non deve essere un
fatto tecnico (trattativa, scambio) ma il risultato di
un'azione politica e il frutto di una modificazione dei
rapporti di potere con le istituzioni.
Le mura del
carcere possono crollare solo e quando le BR si mostrano
capaci di piegare le istituzioni, di palesarne la debolezza,
di dimostrarne l'inefficacia.
Il problema
della detenzione politica non è sottovalutato dalla
Risoluzione del 1978 che dedica una lunga analisi agli
strumenti europei di coordinamento della repressione, alle
politiche di prevenzione introdotte in Italia, alla
situazione del carcere speciale. La fuoriuscita dal carcere
è collegata a due tipi di azioni. Il primo è l'evasione che,
liberando il militante, mette in crisi le politiche
repressive dello Stato e ne mina la legittimazione. Il
secondo è la disarticolazione che deve costringere il potere
antagonista a rinunciare a ogni pretesa repressiva. Il
sequestro Sossi, nel corso del quale le BR chiedono di
scambiare la libertà del magistrato con quella di 13
detenuti politici, è collocato tra le azioni tipiche di una
fase precedente a quella della guerriglia dispiegata. Il
sequestro del magistrato genovese aveva al centro lo
scambio, nella nuova strategia viceversa il problema di una
contrattazione con l'antagonista esiste ma è dipendente
dall'efficacia dell'azione disarticolante. La nuova linea
non significa "che non esistono più mediazioni adottabili,
ma che esse vanno viste in rapporto dialettico con la
necessità di incidere militarmente per poter incidere
politicamente" (77) .
Le ragioni dello Stato e quelle della persona
Agostino
Giovagnoli, al termine della sua completa ricostruzione del
caso Moro, conclude con alcune osservazioni che meritano
riflessione.
A. Moro fu
assassinato per gli stessi motivi per i quali era stato
rapito, "vale a dire non per ciò che aveva fatto davvero o
per una reale convenienza dei brigatisti a rapirlo o ad
ucciderlo, ma per il valore che questi attribuivano alla sua
morte nella lotta contro lo Stato imperialista delle
multinazionali" (78) .
B. Durante
i 55 giorni i brigatisti "si comportarono in modo fortemente
autoreferenziale, senza interrogarsi a fondo (…)
sull'opportunità di ignorare totalmente gli appelli
umanitari e le aperture delle forze politiche, sulla
contrarietà dei loro stessi simpatizzanti all'assassinio di
Moro e sulla crescita delle attese per un esito diverso
diffuse anche al loro interno" (79) .
C. Alla
fine di quei giorni le Brigate rosse si sentirono sconfitte,
"non sul terreno militare ma su quello morale e politico".
La causa della sconfitta deriva per l'Autore non dalla linea
della fermezza ma da un tipo particolare di fermezza, che
saldava "difesa delle istituzioni e rifiuto della violenza",
che non voleva essere monolitica, che accettava diversi
approcci alla gestione del drammatico evento (80) .
Si tratta
di conclusioni rigorose, derivate da un lavoro che,
rifiutando la ricerca di "protagonisti invisibili"
dell'evento, ha analizzato l'operato e la produzione dei
"protagonisti principali" (81) . L'analisi della Risoluzione
e dei comunicati diffusi nel corso dei 55 giorni, segnala il
significato profondo che la distruzione del simbolo dello
Stato delle multinazionali e della DC assumeva nella
strategia delle BR.
La
sconfitta sul terreno morale e politico delle BR è attestata
in modo unanime dalle memorie degli attori del sequestro.
Le
osservazioni fatte da Giovagnoli sulla fermezza hanno il
pregio di non presentarsi come dichiarazioni di principio ma
di essere ricavate da un'analisi di atteggiamenti,
elaborazioni, linee delle BR. L'impostazione del sequestro e
la strategia che lo aveva ispirato erano tali da rendere
difficile un compromesso, cioè una soluzione che non
partisse dall'accettazione completa delle richieste
formulate con il comunicato n. 5. Si può solo osservare che
la ragionevole fermezza con la quale i partiti rispondevano
alle BR spesso era il prodotto di incertezze più che di una
strategia.
Tra le
cause della sconfitta etica e politica delle BR ne va forse
aggiunta un'altra: il comportamento e il comunicare del
prigioniero.
Nel
sequestro di Aldo Moro, "le immagini spettacolari vere e
proprie sono state molto poche" (82) . Il sequestro di Aldo
Moro è stato dominato, come ha osservato Carlo Marletti
replicando alle tesi di McLuhan (83) sulla spettacolarità
della violenza, non dalle immagini ma dalla scrittura e da
un particolare strumento di comunicazione: la vittima (84) .
Da ciò non
è lecito ricavare che le lettere di Aldo Moro, come
affermato nei giorni del sequestro e come sempre meno
ripetuto nelle riflessioni critiche successive, siano state
pilotate o teleguidate.
Né le
memorie dei protagonisti, né gli atti processuali, né un
numero ragguardevole di pentiti, né un'analisi testuale
delle lettere ha mai consentito di verificare la tesi di una
regia brigatista o addirittura esterna dei messaggi.
È da
escludere che Moro "costituisse una mera pedina in mano alle
Brigate rosse" (85) .
Moro domina
la comunicazione per due motivi:
a) per
aspetti della sua personalità che sono emersi proprio nel
corso del sequestro: una combattività non comune unita a una
non comune freddezza. Moro mostra una straordinaria capacità
comunicativa, un coraggio imprevisto, una chiarezza
nell'esposizione prima ostacolata forse da una cultura della
mediazione propria dell'ambiente nel quale militava. Si
tratta di doti che gli consentono non solo di produrre
documenti pregevoli ma anche di calibrare le proprie
posizioni in relazione con il modificarsi degli eventi. Doti
tipiche e normali in un leader politico. L'eccezionalità sta
nel fatto che Moro riesce a conservare la freddezza e
l'autorità del leader anche se costretto in una situazione
estrema;
b) perché
non ragiona d'istinto e per semplice autodifesa ma in base a
principi da lungo tempo elaborati e interiorizzati. Si
tratta di una filosofia dello Stato e della politica con la
quale Moro cerca di dare una soluzione alla tragedia
concreta che sta vivendo ma che cerca anche di contrapporre
all'organizzazione che lo ha sequestrato.
La politica
per Moro non va considerata come lo strumento per realizzare
un modello di società ma come una ricerca di soluzione per i
bisogni specifici dell'uomo.
Lo Stato
per Moro "ha lo stesso valore della vita umana nella
ricchezza stupenda delle sue determinazioni, perché esso è
nient'altro che totale vita umana" (86) . Lo Stato non è un
mito né può essere considerato portatore di interessi
diversi da quelli dei singoli uomini.
Lo Stato
può avere un'etica "a patto che esso in sé accolga tutta
l'eticità della vita, senza soprapporsi ad essa con un
superiore assurdo criterio "una sovrastruttura
incomprensibile della vita (87) . Lo Stato deve far valere
in ogni istante "la legge della persona particolare
nell'istante puntuale, nella quale essa ha da risolvere il
suo problema di adeguazione all'universale" (88) .
Moro
legittima e reclama la trattativa perché crede in una
politica che parta dai bisogni del singolo uomo ed in nome
di tale concezione della politica pungola i partiti a
liberarsi da un'etica dello Stato che ne offusca le funzioni
specifiche.
In nome di
quella stessa concezione della coesistenza umana, Moro
affronta le Brigate Rosse e contrasta il progetto di
costruire l'uomo nuovo distruggendo la persona particolare.
Nei 55
giorni Moro agisce da leader, cerca di fornire orientamento,
si muove secondo l'imperativo che impone al dirigente di
guidare coloro che lo attorniano e coloro che lo
riconoscono.
Il suo
sforzo non è destinato ad avere un risultato immediato anche
perché le possibilità sono minime. Moro riesce tuttavia a
realizzare quanto è richiesto ad un leader democratico.
Produce la
sconfitta, accelera la sconfitta, sull'esclusivo piano
dell'etica e della politica, di un antagonista che nega
principi fondamentali: l'ascolto dell'altro, la competizione
delle idee, il primato della "persona particolare".
Pio Marconi
Note
(1) Viene
allegata, il 4 aprile 1978, al Comunicato numero 4 delle
Brigate Rosse sul sequestro di Aldo Moro.
(2) M.
Moretti, Brigate Rosse. Una storia italiana, (intervista di
C. Mosca e R. Rossanda), Baldini & Castoldi, Milano, 1998,
p. 82.
(3) Prima
della risoluzione del 1975, le BR diffondono tre
autointerviste: settembre '71, gennaio '73, maggio '74. Sul
passaggio al nuovo strumento di comunicazione, Soccorso
Rosso, Brigate Rosse. Che cosa hanno fatto, che cosa hanno
detto, che cosa se ne è detto. Feltrinelli, Milano, 1976.
(4) Brigate
Rosse, Risoluzione aprile 1975.
(5) Brigate
Rosse, aprile 1974, "Contro il neogollismo portare l'attacco
al cuore dello stato" (in Soccorso Rosso, Brigate Rosse, cit.).
(6) Ivi.
(7) Brigate
Rosse. Comunicato n. 1, sequestro di Mario Sossi (aprile
1974). In maniera incongrua (perché nel caso specifico si
tratta di un errore riconosciuto dai dirigenti delle BR e
soprattutto di un attacco alla sede di un partito e non a
una struttura riconducibile alle istituzioni statali) lo
slogan dell'attacco al cuore dello stato appare anche nella
rivendicazione dell'uccisione, avvenuta il 17 giugno 1974,
di due militanti del MSI all'interno della sede provinciale
di Padova.
(8) Brigate
Rosse, Risoluzione 1975.
(9) "Sono
sbagliate tutte quelle posizioni che vedono la crescita
della guerriglia come conseguenza dello sviluppo dell'area
legale o semilegale della cosiddetta "autonomia." È bene far
chiarezza su questo punto. Entro quella che viene definita
"area dell'autonomia" si ammucchiano e stratificano
posizioni diversissime. Alcuni, che definiscono la loro
collocazione all'interno dello scontro di classe per via
"soggettiva," si riconoscono parte di questa area piú per
imporre al suo interno bisogni e problemi ad essa estranei e
cioè per "recuperarla sul terreno della politica" che per
favorirne la progressiva definizione rivoluzionaria,
strategica, tattica ed organizzativa." (Brigate Rosse,
Risoluzione 1975).
(10)
"Sarebbe un vero e proprio suicidio politico - oltre che
fisico - ostinarsi su posizioni legalistiche che se non sono
opportunistiche marce indietro, si riducono a puro
avventurismo velleitario. Bisogna prendere coscienza che
nella nuova fase l'unica possibilità di sviluppare
l'antagonismo e l'iniziativa proletaria si dà con il fucile
in mano" (Brigate Rosse, Risoluzione 1978, § 24). Per una
ricostruzione dell'atteggiamento della parte attiva delle BR
(cioè quella operante fuori dalle carceri) verso l'Autonomia
e i movimenti del 1977 cfr. AA.VV. Una sparatoria
tranquilla. Per una storia orale del 1977, Odradek, Roma,
1997 (con una intervista a Francesco Cossiga raccolta da F.
Piccioni), p. 37 e sg..
(11)
Brigate Rosse, Risoluzione 1975.
(12) Ivi.
(13)
Sull'inasprimento dello scontro prefigurato dalla
Risoluzione del 1978 e sul ricorso al concetto della guerra
dispiegata, cfr. A. Chiocci, Catastrofi del politico,
Quaderni di società e conflitto, 8/2005, cap. 10.
(14)
Brigate Rosse, Risoluzione della direzione strategica,
febbraio 1978, § 17. La strategia dominante nel biennio
1977-78 è stata definita "dell'annientamento". Cfr. G.C.
Caselli e D. della Porta, La storia delle Brigate Rosse:
strutture organizzative e strategia d'azione, in D. della
Porta (a cura), Terrorismi in Italia, Il Mulino, Bologna,
1984, p. 184 e sg.
(15) Cfr.
S. Tarrow, Democrazia e disordine, Laterza, Bari, 1990.
(16) Uno
sciopero nel '77 "voleva dire difendere con i denti e forse
con la disperazione qualcosa che Agnelli aveva già sottratto
spostando la sua produzione altrove (…) minando le basi
strutturali di tutto quello che noi avevamo progettato,
forse sognato. Non si era all'offensiva si era alla frutta"
(Intervista a Mario Moretti, in AA.VV. Una sparatoria
tranquilla, cit., p. 45).
(17) Una
analisi degli effetti prodotti in quegli anni dalla
ristrutturazione sulle organizzazioni di base e sui
conflitti del lavoro, in L. Bobbio, Lotta continua. Storia
di un'organizzazione rivoluzionaria, Savelli, Roma, 1979, p.
123 e sg..
(18)
L'itinerario della nuova sinistra verso una rigorosa
opposizione istituzionale, in L. Bobbio, op. cit.
Riflessione sui diversi percorsi delle sinistre
extraparlamentari nel quadro di una storia di Potere
Operaio, in A. Grandi, La generazione degli anni perduti,
Einaudi, Torino, 2003.
(19) Per
una ricostruzione dei movimenti del 1977 cfr. N. Balestrini,
P. Moroni, L'orda d'oro, Feltrinelli, Milano, 2003; S.
Bianchi e L. Caminiti, Settantasette. La rivoluzione che
viene, Derive-Approdi, Roma, 2004. Un'analisi e una
ricostruzione dei conflitti nella città in AA.VV., Una
sparatoria tranquilla, cit..
(20)
Progetto memoria 1. La mappa perduta, Sensibili alle foglie,
Roma, 1994, p. 97.
(21) Ivi,
p. 97.
(22) La
Risoluzione del 1978 parla di oltre cento nuclei
combattenti. La mappa perduta, cit., elenca 24 sigle
corrispondenti ad organizzazioni "maggiori" e 78 sigle di
"formazioni minori" (occorre però considerare che questa
opera ha censito i nuclei combattenti in un arco di tempo
che va dal 1969 al 1989).
(23) Cfr.
Intervista a Mario Moretti, in AA.VV., Una sparatoria
tranquilla, cit. p. 38. Sul carattere del movimento del 1977
e sulla impossibilità di analizzarlo in modo bipolare
(violenza/non violenza, organizzazione/ spontaneità) cfr. P.
Persichetti e O. Scalzone, La révolution et l'État, Dagorno,
Paris, 2000, p. 99 e sg., p. 233 e sg.. Per un'analisi delle
motivazioni dei movimenti: A. Melucci, L'invenzione del
presente: movimenti, identità, bisogni collettivi, Il
Mulino, Bologna, 1982; G. Statera (a cura), Violenza sociale
e violenza politica nell'Italia degli anni '70, Franco
Angeli, Milano, 1983.
(24) "La
forza reale della guerriglia si dimostra non solo 'alzando
il tiro' ma soprattutto impostando campagne sempre più
articolate (che investono un numero crescente di poli);
impegnando il nemico in azioni prolungate che esaltino ed
esasperino tutte le sue contraddizioni interne, attaccando
le forze nemiche di sorpresa in battaglie via via più
consistenti che forniscano alle masse proletarie il margine
reale della crescita della forza guerrigliera." (Brigate
Rosse, Risoluzione 1978, § 17).
(25)
Brigate Rosse, Risoluzione 1978, § 2.
(26) Cfr.
G. C. Caselli e D. della Porta, op. cit., p. 184.
(27)
Brigate Rosse, Risoluzione, 1978, § 18.
(28) Ivi.
(29) Ivi.
(30) Ivi.
(31)
Brigate Rosse, Risoluzione 1978, cit., § 19.
(32) Ivi.
(33) Sulla
ricerca di collegamenti con nuovi gruppi sociali e
sull'analisi della nuova stratificazione sociale fatta dalle
BR cfr. G. C. Caselli e D. della Porta, op. cit., p. 192 e
sg..
(34)
Brigate Rosse, Risoluzione 1978, § 20.
(35) Ivi, §
18.
(36) Sulla
presenza femminile nella lotta armata cfr. Progetto Memoria
1, La mappa perduta, cit.. Nel ventennio 1969-89 fra gli
inquisiti per banda armata, associazione sovversiva o
insurrezione, il 23,1% sono donne. Per una analisi degli
effetti prodotti dalla cultura della differenza di genere
nell'antagonismo e nelle organizzazioni armate, cfr. G.
Collotti, interventi nel dibattito Dissonanze, in S. Bianchi
e L. Caminiti, Settantasette, cit. pp. 219-237. Nel medesimo
volume cfr. anche i contributi al citato dibattito di M.
Campanale, E. Deiana, M. Fraire, P. Masi, M. Pivetta.
Analisi, dall'interno, sulla donna nella lotta armata in B.
Balzerani, Compagna luna, Feltrinelli, Milano, 1999; Id, La
sirena delle cinque, Jaca Book, Milano, 2003; S. Mazzocchi,
Nell'anno della tigre, Baldini&Castoldi, Milano, 1994 (la
vita di A. Faranda); T. Zoni Zanetti, Clandestina, Derive
Approdi, Bologna, 2000; A. L. Braghetti e P. Tavella, Il
prigioniero, Feltrinelli, Milano, 2003.
(37)
Brigate Rosse, Risoluzione 1978, cit., § 23.
(38) I
componenti del nuovo esercito del lavoro fisiologicamente
precario "si trovano in posizione intermedia e oscillante
tra la classe operaia occupata stabilmente e l'esercito
industriale di riserva, come occupati in modo diverso"
(Risoluzione 1978, cit., § 20).
(39)
Brigate Rosse, Risoluzione 1978, cit., § 20.
(40) Ivi.
(41) Sul
modello di democrazia consensuale, A. Lijphart, Le
democrazie contemporanee, tr. it. Il Mulino, Bologna 1993.
Sul ruolo dei meccanismi consensuali nelle congiunture
fortemente conflittuali, cfr. J.J. Linz e A. Valenzuela, Il
fallimento del presidenzialismo, tr. it., Il Mulino,
Bologna, 1995.
(42) Ivi.§
7.
(43) Ivi.
(44) Ivi, §
3.
(45) Cfr.
M. Moretti, Le Brigate Rosse, cit., e Intervista, cit.
(46)
Brigate Rosse, Risoluzione 1978, § 4.
(47) Ivi.
(48) Ivi.
(49)
Brigate Rosse, Risoluzione 1978, cit., § 6.
(50) Ivi.
(51) Ivi,
§16.
(52) Ivi, §
17.
(53) Ivi.
(54) Ivi, §
25.
(55) Ivi.
(56) Una
lettura filologica dei comunicati delle BR in M. Clementi,
La "pazzia" di Aldo Moro, Odradek, Roma, 2001. Si tratta
forse dell'unica opera che cerca di scandagliare i
significati e le strategie dei documenti prodotti nei 55
giorni dall'organizzazione armata. Letture attente della
produzione delle BR in A. Silj, Mai più senza fucile,
Firenze, Vallecchi, 1977; G. Bocca, Il terrorismo italiano
1970/1978, Milano, Rizzoli, 1978; L. Manconi e V. Dini, Il
discorso delle armi, Savelli, Roma, 1981. Una ricostruzione
dei mutamenti nelle strategie delle BR basata sull'analisi
di rivendicazioni, documenti e risoluzioni, in G.C. Caselli
e D. della Porta, op. cit.
(57) Il
dibattito sui rischi che avrebbe comportato una
legittimazione delle BR e sulla liceità di concessioni
legittimanti, accompagna i cinquantacinque giorni. Si
registrano sulla stampa gli interventi di autorevoli
personalità della politica e della cultura. Una completa
ricostruzione della questione della trattativa (con analisi
della stampa, delle istruttorie, dei lavori della
Commissione parlamentare sulle Stragi) in V. Satta, Odissea
nel caso Moro, Edup, Roma, 2003.
(58) Le
prime azioni delle BR vengono giudicate dalla sinistra
storica e da una parte della nuova sinistra come
avventurismo e provocazione (Cfr. G. Galli, Piombo rosso. La
storia completa della lotta armata in Italia dal 1970 ad
oggi, Baldini Castoldi Dalai, Milano, 2004). Nel corso del
sequestro di Aldo Moro la stampa della sinistra storica
ritorna sul tema della provocazione. La disponibilità dei
verbali della direzione del PCI consente oggi di affermare
che nel gruppo dirigente di quel partito vi è, nel corso dei
55 giorni, la consapevolezza del collegamento delle BR con
settori di classe operaia e con ambienti della sinistra sia
nuova sia storica. (Cfr. A. Giovagnoli, Il caso Moro. Una
tragedia repubblicana, Il Mulino, Bologna, 2005). Per una
analisi dell'ideologia del complotto cfr. C. Marletti,
Immagini pubbliche e ideologia del terrorismo, in L.
Bonanate (a cura), Dimensioni del terrorismo politico, F.
Angeli, Milano, 1979, p. 213 e sg..
(59)
Brigate Rosse, Comunicato n. 2 - sequestro di Aldo Moro (25
marzo 1978).
(60) Sulla
uccisione dei due giovani cfr. D. Biacchessi, Fausto e Iaio,
Baldini & Castoldi, Milano, 1996.
(61)
Nell'area della nuova sinistra e dell'autonomia, l'omaggio
reso dal comunicato brigatista alla memoria di Fausto e Iaio
suscita reazioni di rigetto. Scrive Lotta Continua nei
giorni successivi alla diffusione del testo delle BR: "il
messaggio termina con la frase onore ai compagni Lorenzo
Jannucci e Fausto Tinelli, assassinati dai sicari del
regime. E' un riconoscimento allucinante e sordido, come
amici di Iaio e Fausto glielo restituiamo: non gradito".
Sulla reazione negativa dei centri sociali, cfr. S. Jesurum,
"Polemici con i brigatisti i giovani del Leoncavallo", la
Repubblica 28 marzo 1978.
(62)
Brigate Rosse, Risoluzione 1978, cit. § 9.
(63) G.
Galli, Storia del partito armato. 1968-1982, Rizzoli,
Milano, 1986, p. 166.
(64)
Brigate Rosse, Comunicato n. 5 - sequestro di Aldo Moro (10
aprile 1978).
(65) "Una
delle preoccupazioni maggiori dei clandestini era quella di
non essere strumentalizzati da decisioni prese da altri (…).
Probabilmente una delle cause – sul terreno psicologico –
del proliferare di piccole bande armate sul finire degli
anni settanta è proprio il tentativo (o la possibilità) di
risolvere questa contraddizione nell'ambito del piccolo
gruppo dove tutti sono omogenei e corresponsabili" (C.
Alunni, Prefazione, a T. Zoni Zanetti, Clandestina, cit., p.
7).
(66) Prima
Linea, L'antagonismo totale tra il sistema dei bisogni,
1977. In Progetto Memoria 3, Le parole scritte, Sensibili
alle Foglie, Roma, 1996, p. 265.
(67)
Comitati Comunisti Rivoluzionari, Che fare? (Milano 25
aprile 1978). In Progetto Memoria 3, cit., pp. 254-262.
(68)
Brigate Rosse, Comunicato n.4 - Sequestro do Aldo Moro.
(69)
Brigate Rosse, Comunicato n. 1 - Sequestro di Mario Sossi
(aprile 1974).
(70)
Brigate Rosse, Comunicato n. 2 - Sequestro di Mario Sossi.
"In seguito agli innumerevoli falsi che i giornali del
mattino e del pomeriggio hanno raccattato senza scrupolo,
non certo con l'intento di fornire ai loro lettori
un'informazione corretta e completa, facciamo presente che
solo i comunicati battuti con la macchina che ha firmato il
primo sono autentici. Non si tratta di un gioco e le false
informazioni possono soltanto aggravare la posizione del
prigioniero".
(71)
Brigate Rosse, Comunicato n. 3 – Sequestro di Mario Sossi.
(72)
Brigate Rosse, Comunicato n. 1 - Sequestro di Aldo Moro (16
marzo 1978).
(73)
Brigate Rosse, Comunicato n. 2 - Sequestro di Aldo Moro (25
marzo 1978).
(74)
Brigate Rosse, Comunicato n. 4 - Sequestro di Aldo Moro (4
aprile 1978).
(75) Ivi.
(76)
Brigate Rosse, Risoluzione 1978, § 17.
(77) Ivi.
(78) A.
Giovagnoli, op. cit., p. 260.
(79) Ivi.
(80) Ivi,
p. 261.
(81) Ivi,
p. 10.
(82) C.
Marletti, Il terrorismo moderno come strategia di
comunicazione. Alcune considerazioni a partire dal caso
italiano, in R. Villa (a cura), La violenza interpretata, Il
Mulino, Bologna, 1979, pp. 204-205.
(83) In
un'intervista rilasciata un mese prima del sequestro di Aldo
Moro Marshal McLuhan istituiva un collegamento tra il
riemergere della violenza politica e i nuovi strumenti di
comunicazione. "Senza Comunicazione non vi sarebbe
terrorismo. Potrebbero esservi le bombe, potrebbe esserci
l'hardware, ma il nuovo terrorismo è software, è
elettronica. Perciò senza elettronica niente terrorismo. In
altre parole i terroristi adoperano questa gigantesca arma
che è l'elettronica, la quale poi è un'arma pubblica del
software" (M. McLuhan, intervista rilasciata a G. Fantauzzi,
"Il Tempo", 19 febbraio 1978).
(84) C.
Marletti, Il terrorismo moderno, cit., p. 209.
(85) A.
Giovagnoli, op. cit., p. 228.
(86) A.
Moro, Il diritto, lo Stato (lezioni 1944-1945, 1946-1947),
Cacucci editore, Bari, 1978, p. 214. Si tratta di due corsi,
di Filosofia del diritto e di Dottrina dello Stato, svolti
nell'università di Bari.
(87) Ivi,
p. 218.
(88) Ivi,
p. 227. |