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Con questo
forum, con l'aiuto di cinque personalità del giornalismo e
della cultura che hanno affrontato, nel loro percorso
politico e professionale, il problema del terrorismo in
Italia studiandone – con strumenti diversi ma sempre
incisivi – gli aspetti teorici, politici e criminali, ci
proponiamo di tentare di chiarire "perché" solo in Italia si
è sviluppata una forma di terrorismo endogeno di precisa
matrice ideologica (marxista-leninista) che ha preso piede e
resistito per tanti anni.
Risposte
di:
Giuliano FERRARA
Gianni CIPRIANI
Giovanni FASANELLA
Stefano FOLLI
Guido RUOTOLO
Domanda
- Negli ultimi trentacinque anni l'Italia è stata investita
da diverse offensive terroristiche endogene (brigatismo,
terrorismo diffuso, stragismo di destra, stragismo mafioso)
ed esogene (armeni, palestinesi, terrorismo di stato libico,
etc.). Analoghe offensive hanno, con intensità diverse,
colpito anche altri paesi europei.
L'Italia,
tuttavia, è l'unico Paese occidentale nel quale una
specifica forma di terrorismo interno – quello appunto di
matrice marxista-leninista – si è sviluppata in una
dimensione sociale e diacronica così ampia.
Prima di
entrare nel merito del problema, quale può essere
considerata la data di avvio di quello che diventerà il
terrorismo strategico delle Brigate Rosse? Il '68? L'autunno
caldo del '69? Piazza Fontana?
Giuliano
Ferrara
- Il '68 originario, legato all'esperienza internazionale
del free speech movement e ai mutamenti indotti nella guerra
fredda dalla fase che potremmo definire di "caduta
dell'ante-murale" (la coesistenza pacifica tra regimi
sociali diversi, la retorica terzomondista e antiamericana
accesa dalla guerra fallimentare del Vietnam e dal
consolidarsi del castrismo), non c'entra se non
indirettamente con la nascita del terrorismo. C'è affinità
culturale, se vogliamo, attraverso l'idea di disobbedienza e
la pratica della rivolta violenta, ma il discorso finisce
qui. Riprende, invece, il discorso e si precisa, quando il
nuovo spirito libertario e antiautoritario, gravato di molte
ambiguità, incontra una ripresa netta della lotta di classe
e politica in cui si inserisce il ruolo attivo, leninista,
delle avanguardie o gruppuscoli estremisti. Con un
contributo mitico, sempre indispensabile per la generazione
di fenomeni così radicali e insieme complessi,
dell'interpretazione stragista delle bombe di Milano e Roma
dell'inverno del '69. Il terrorismo propriamente detto è
dunque il prodotto non del movimento ma del riflusso del
movimento, nel suo aspetto maggiore e più largo di ondata di
opinione sociale e intellettuale radicata tra i dotti e gli
studenti. Nato sul finire degli anni Sessanta, il partito
armato mette radici vere, si genera propriamente, nel
decennio dei Settanta.
Il caso
Feltrinelli e l'omicidio Calabresi sono in questo senso
pietre miliari.
Gianni
Cipriani
- Io direi che, come in tutti i processi complessi, le
ragioni sono molteplici. Credo, infatti, che la nascita
delle Brigate Rosse sia la risultante di un processo
politico nel quale hanno inciso, seppure con un peso
diverso, molti fattori. A cominciare, anche a seguito del
proliferare di gruppi filo-cinesi, dai fermenti sempre più
diffusi che, nella seconda metà degli anni Sessanta,
iniziarono a maturare alla "sinistra" del PCI, all'epoca
vissuto in quei settori come un apparato sostanzialmente
revisionista, bloccato dalle sue rigidità burocratiche e
dagli approdi "legalitari" che, di fatto, impedivano
qualsiasi approdo rivoluzionario.
Non è un
caso che, anche negli anni a seguire, tutto un filone del
pensiero brigatista abbia liquidato il PCI come un partito
diventato, da Togliatti in poi, revisionista.
Naturalmente, nella percezione dell'epoca c'era anche un
richiamo a quella che è stata chiamata l' ondata proletaria
, soprattutto in relazione ai movimenti di liberazione
nazionale che, in quello che oggi chiameremmo il "sud" del
mondo, tenevano in scacco i governi alleati ed erano
protetti dall'occidente capitalista. Soprattutto dopo
l'invio del contingente americano in Vietnam, nel 1964, e la
resistenza dei vietcong - divenuta il simbolo del riscatto
delle masse oppresse - ripresero vigore quei filoni che
avevano visto nella Resistenza non solo la reazione
necessaria all'occupazione nazi-fascista, ma soprattutto
l'occasione di rottura rivoluzionaria da concludersi con la
conquista del potere. Da qui il lungo dibattito sulla
"Resistenza tradita". Infine, l'ingresso sulla scena di una
nuova generazione, quella del cosiddetto '68, contribuì, in
maniera definitiva, a creare quell' humus sociale e politico
nel quale si sarebbero innestate le Brigate Rosse. Divenne
ro tali al termine di un breve percorso interno alla
sinistra rivoluzionaria, rappresentato da un primo
confronto, nel 1969, a Chiavari e poi a Pecorile, in
provincia di Reggio Emilia, nell'agosto del 1970. Nel
settembre del 1970 la "brigata rossa" (inizialmente al
singolare) comparve per la prima volta come sigla.
Giovanni
Fasanella
- E' difficile datare con precisione l'inizio del terrorismo
strategico delle Brigate Rosse, perché la genesi del
fenomeno è assai più complessa di quanto si pensi.
Ufficialmente, il terrorismo di sinistra noto con la sigla
B.R. nacque nell'autunno del 1970, al culmine di un biennio
segnato da eventi tragici ed eccezionali. Ma ebbe un periodo
di incubazione assai più lungo. La scelta della lotta armata
stava maturando in alcuni settori marginali della sinistra -
e del PCI in particolare - già dalla prima metà degli anni
Sessanta. Il Sessantotto e l'Autunno caldo certamente
influirono, fornendo a quella scelta ulteriori motivazioni
ideologiche e nuovi orizzonti strategici, ma solo come
elementi "esterni" e aggiuntivi. Lo stesso discorso vale per
la strage di Piazza Fontana, attribuita all'estrema destra:
non fu la causa scatenante, ma soltanto l' evento che
confermò, se così possiamo dire, la giuste zza e la
necessità dei progetti rivoluzionari della sinistra.
Stefano
Folli
– La risposta dipende anche dalla premessa. E cioè chiarire
bene l'unicità del fenomeno in Italia. E' possibile
considerare una continuità delle Brigate Rosse fino al 2004,
oppure bisogna ritenere gli anni di piombo chiusi nel 1987 e
definire in modo differente la fase successiva? Anche nella
prima ipotesi, esisterebbe un altro Paese colpito da una
un'aggressione terroristica proseguita ininterrottamente
dalla fine degli anni Settanta allo scorso anno da una
formazione con un buon radicamento sociale e un "serbatoio"
di consenso intellettuale: la Grecia, tormentata dalla sigla
marxista del "17 novembre". Se invece dividiamo in due
l'esperienza delle B.R., allora, per quello che riguarda la
fase anteriore al 1988, non si può non sottolineare il
parallelismo - se non altro per la forza militare del gruppo
e l'esistenza di strategie simili - con la RAF tedesca,
unica in Europa ad avere portato "l'attacco al cuore dello
Stato" anche se c aratterizzata da una più marcata matrice
internazionalista. Italia, Grecia, Germania: le frontiere
della Nato, le nazioni dove la spaccatura tra i blocchi
alimentava le tensioni più decise. Nel caso dei due Paesi
mediterranei esisteva poi una tradizione di guerra
partigiana comunista e c'era una forma di mobilitazione
contro possibili golpe di destra, concreti ad Atene, molto
meno a Roma. In questa ottica, se c'è una data d'origine,
l'unica può essere quella di Piazza Fontana. Il 12 dicembre
1969 segna indubbiamente uno spartiacque, che spinge una
serie frammentata di movimenti e sigle verso il cammino
della lotta armata. Anche se prima di poter parlare di
"terrorismo strategico" trascorreranno alcuni anni, segnati
da dinamiche interne spesso molto tese fino a sfociare in un
progetto unitario di partito armato, tra il 1973 e il 1975.
Guido
Ruotolo
- Da un punto di vista strettamente cronologico,
effettivamente, le Brigate Rosse nascono nell'estate del
1970, in occasione del convegno di Pecorile. Nascono
cavalcando l'onda lunga di quel movimento che, a partire dal
'68 parigino, si era propagato in Italia e vedeva, accanto
al movimento operaio e sindacale, scendere in piazza anche
il movimento studentesco, che portava avanti una critica
radicale ai modelli di riproduzione della società
capitalistica. Non fu certo da quel terremoto, che scosse
dalle fondamenta la società italiana, però, che le B.R.
trovarono legittimazione o, meglio, la ragione sociale della
loro nascita. Semmai, l'autunno caldo, la stagione di
conflittualità operaia che si sviluppò soprattutto nel
triangolo industriale del Nord, Torino-Milano-Genova,
orientò l'attività e, in un certo senso, diede legittimità
alle prime Brigate Rosse, che, a partire dal 1972 e fino al
1974, si limitarono ad a zioni di propaganda armata mirate
al mondo della rappresentanza padronale e industriale.
Azioni che, non va dimenticato, ottennero consenso tra fasce
relativamente estese di lavoratori. La cosiddetta "strategia
della tensione", che si sviluppò in quegli anni, a partire
dalla strage di piazza Fontana - 12 dicembre 1969 - e fino a
quella di piazza della Loggia (Brescia, 1974),
soggettivamente concorse nel determinare la nascita di
quell'organizzazione clandestina armata che si richiamava
alla tradizione del movimento comunista internazionale. Più
in generale, nel decennio degli anni Settanta, sia nelle
organizzazioni armate che nel movimento della sinistra
radicale, il fantasma del golpe fu molto presente.
Domanda
- Cosa ha contato di più nella nascita delle B.R. (che ha
visto la confluenza nell'organizzazione di tre filoni: il
primo, operaista; il secondo post-sessantottino-cattolico da
Trento; il terzo vetero-comunista, resistenziale, emiliano):
il mito della resistenza tradita? Il "tradimento" del P.C.I.?
La paura del golpe ?
Ferrara
- I tre elementi sono tutti presenti e
decisivi.
Ne manca
uno: il conflitto organizzativo tra le avanguardie, che
promosse una logica emulativa determinante per la
costituzione in senso proprio dei primi nuclei combattenti,
in nuce già presenti nella filosofia e nella prassi dei
servizi d'ordine e nella mitologia sindacale,
particolarmente quella torinese, che faceva dei famosi
incidenti di piazza Statuto, primi Sessanta, il prototipo
dell'autorganizzazione delle masse attraverso il
consolidamento organizzativo dei nuclei dirigenti della
violenza operaia.
Forse ne
manca un altro: il rifiuto del lavoro, che trasformò
l'operaio della fabbrica capitalistica meccanizzata, anche
nella sua versione "riformista" sostenuta dalla sinistra
sindacale di Bruno Trentin, da sfruttato a oppresso. Lo
sfruttato è il simbolo di un rapporto sociale di produzione,
in un certo senso matematicamente calcolabile, per Marx un
dato sociologico profondo, sul quale è possibile intervenire
attraverso la lotta di classe in forme diverse. L'oppresso è
altra cosa, è il simbolo di uno schiacciamento spirituale,
di un disagio esistenziale incurabile se non attraverso una
palingenesi che comincia nella presa di coscienza e nella
rivolta: la sua sofferenza non è calcolabile, non è soggetto
della nuova scienza marxiana, che può approdare alla deriva
religiosa del fanatismo oppure al realismo leninista, è
soggetto di un'ansia di tipo religioso e si incontra, in
quanto tale, con la predicazione cattolica del basismo
postconciliar e.
Cipriani
- Probabilmente tutte e tre le ipotesi erano presenti,
quando fu fondata "Sinistra proletaria", la rivista nella
quale confluirono le diverse anime del brigatismo, poco
prima che l'organizzazione armata cominciasse il suo
percorso. Forse la paura del golpe era un'ossessione più
legata alle componenti feltrinelliane, che però, in seguito,
con le Brigate Rosse hanno avuto solo rapporti marginali.
Credo, inoltre, che ci sia stato anche un quarto fattore,
altrimenti non ci spiegheremmo la presenza di un militante
di estrazione socialista come Corrado Simioni e dei
cattolici dell'università di Trento: il bisogno di
radicalismo delle nuove generazioni, che si era espresso con
le rivolte studentesche in Europa e negli Stati Uniti.
Fasanella
- Il mito della "Resistenza tradita" (l'accusa alla
dirigenza comunista di aver accettato il compromesso
democratico) alimenta i progetti insurrezionali per
l'instaurazione di una società socialista, accarezzati dalla
componente più filosovietica del PCI, quella che faceva capo
a Pietro Secchia. L'idea dell' opera da completare
sopravvive all'interno del PCI, almeno fino all'inizio degli
anni Settanta, e prende sempre più corpo man mano che si
consuma il tradimento (l'evoluzione verso la
socialdemocrazia) da parte del gruppo dirigente. Il punto
della rottura definitiva tra Secchia e la leadership
comunista è costituito dall'elezione di Enrico Berlinguer
prima alla vicesegreteria (1969) e poi alla segreteria
(1972) del Partito. Proprio in quegli anni, mentre è in
incubazione la politica dell' eurocomunismo, i progetti
secchiani evolvono decisamente verso la lotta armata. Quanto
alla paura del golpe fascista, vale que llo che ho detto a
proposito di piazza Fontana: contribuisce semplicemente ad
accelerare il passaggio dalle parole ai fatti.
Folli
- Tutte e tre le componenti da voi citate sembrano portare a
una radice comune, ossia il rapporto tra i fermenti di una
nuova sinistra che si è formata nella seconda metà degli
anni Sessanta e il PCI, incapace di dialogare con i nuovi
fenomeni così come nel '77 avvenne con l'Autonomia. Il PCI,
infatti, è il "traditore della Resistenza", che aveva spinto
anche i partigiani più duri a consegnare le armi e aveva -
nell'ottica degli irriducibili - persino costretto i
garibaldini romagnoli della 36^ brigata a mettersi nelle
mani di monarchici e americani. Con la scelta poi di
rinunciare alle strutture clandestine paramilitari - di cui
si perde ogni traccia alla fine degli anni Sessanta - il PCI
non sembra più offrire garanzie per una resistenza
organizzata in caso di golpe. Queste sono considerazioni
diffuse nelle regioni rosse, che hanno sicuramente
contribuito alla fase iniziale del consenso sociale verso le
B.R., senza però influire n ella capacità organizzativa e
militare del Partito armato. I duri tra gli ex partigiani
che manifestarono in modo militante il loro dissenso verso
le scelte "democratiche" del PCI già negli anni Cinquanta,
cercarono i loro punti di riferimento all'estero: nell'URSS
e i suoi satelliti o - addirittura - nell'Albania filocinese.
Neanche i più giovani, tra questi reduci, sembrano avere mai
individuato nelle B.R. un possibile interlocutore. Le
testimonianze di Vitaliano Ravagli, spesso folcloristiche ma
condivise dall' ala estrema storicamente a sinistra del PCI,
sembrano descrivere un percorso di questo tipo. Ed è
difficile individuare nel partigiano di Reggio Emilia che
dona la pistola ai brigatisti, descritto da Enrico
Franceschini, il passaggio di testimone tra due generazioni
nel segno della lotta armata: seppur di grande valore
evocativo, quel gesto rimase un'eccezione. Le tre componenti
paiono piuttosto unirsi verso una sfiducia nel PCI e - anche
a causa della Guerra fredda - n ell'impossibilità di
arrivare a un cambiamento con gli strumenti di una
democrazia parlamentare, da cui consegue la necessità di
sperimentare nuovi modelli di lotta politica che finiranno
per saldarsi nel Partito armato.
Ruotolo
- Se guardiamo alla componente costitutiva emiliana delle
Brigate Rosse, il mito della resistenza tradita e il
"tradimento" del PCI hanno pesato molto nella nascita delle
B.R.. Proprio uno dei suoi padri fondatori, Alberto
Franceschini, per esemplificare questa mitizzazione, ha
raccontato che la pistola immortalata nella fotografia del
sequestro lampo, nel marzo del '72, del dirigente della Sit
Siemens, Idalgo Macchiarini, era impugnata da un vecchio
compagno partigiano. Le prime Brigate Rosse nascono con il
"mito" della Resistenza. Da questo punto di vista, non fu
certo il timore della involuzione autoritaria a determinare
la nascita delle B.R., intese come organizzazione armata
clandestina di autodifesa della democrazia. Allora, altri
"anticorpi" democratici - il movimento operaio e sindacale,
le grandi organizzazioni della sinistra - occupavano la
piazza, erigendo barriere invalicabili per ogni tentativo
autoritario. Del resto, ma non è questa la sede per
approfondire il tema, è noto che nel dibattito, ormai
consegnato agli storici, la stagione della cosiddetta
"strategia della tensione" viene interpretata come una
strategia finalizzata alla "stabilizzazione" del quadro
politico-istituzionale (fallita) per arginare la crescita
politica ed elettorale della sinistra. A mo' di esempio,
vale l'esperienza acquisita attorno alla vicenda dei Moti di
Reggio Calabria, nel 1970. Quella stagione si concluse il 22
ottobre 1972 con la grande manifestazione nazionale del
sindacato metalmeccanico a Reggio città.
Domanda
- Finora abbiamo parlato di un fenomeno endogeno. Alberto
Franceschini, intervistato da Giovanni Fasanella, illumina
inquietanti angoli bui della storia recente d'Italia, quando
parla del ruolo di Feltrinelli, del "Superclan" e delle
"Vecchie zie" e cioè di un gruppo di persone che sembravano
agire su input esterno (presumibilmente – visti i legami di
Feltrinelli – sovietico). E' sufficiente l'idea di un
"Moretti infiltrato" a ridurre l'esperienza B.R. ad un
fenomeno pilotato dall'esterno?
Ferrara
- Le Brigate Rosse furono quello che furono. Punto e basta.
Ma erano un'organizzazione terroristica attiva in tempi di
guerra fredda. Ridicolo pensare che fossero guidate
dall'infiltrazione di Servizi di ogni tipo e genere, comico
pensare che non fossero anche infiltrate. Ma la logica era
genuina, gli atti compiuti in una condizione di comprovata
autonomia politica e anche ideologica, come dimostra la loro
vasta letteratura, la loro coerenza e congruenza con le
condizioni effettive della sinistra di classe nell'Italia
degli anni Settanta.
Cipriani
- Se vogliamo stare ai fatti documentati, l'unico tentativo
concreto di condizionare dall'interno l'esperienza
brigatista compiuto da un servizio segreto è stato quello
messo in atto dal Mossad o, comunque, da esponenti dell'
intelligence israeliana. Quanto a Feltrinelli, nella storia
delle Brigate Rosse il suo ruolo è stato piuttosto
marginale; anzi, è più corretto dire che le esperienze di
Feltrinelli e delle B.R. sono corse parallele, con qualche
singolo punto di contatto.
Quanto ai
fattori esterni, ricordo, per brevità, i casi mai
completamente chiariti di Ronald Stark, di Superclan e della
scuola parigina di lingue Hyperion. O anche – vicenda
sconosciuta ai più – il ruolo di Ezzedin Ladheri, profugo
libico reclutato dal SID (poi anche dall' intelligence
statunitense) con il criptonimo di "fonte Damiano", che
svolse il ruolo di interprete nei primi contatti in
Medioriente tra brigatisti italiani ed esponenti delle
organizzazioni palestinesi. Chiarire tutti questi aspetti,
compresa la singolare gestione del memoriale di Aldo Moro
fatta da Mario Moretti, è di grande interesse
storico-politico. Tuttavia, la sostanza non cambia: le
Brigate Rosse sono nate e si sono sviluppate sull'onda di un
reale movimento politico che, in alcune fasi, ha anche
assunto dimensioni di massa. E' sbagliato, quindi, ridurle
ad un fenomeno pilotato dall'esterno. Si tratta di una
storia politicamente chiara, con qualche pagina ancora
oscura.
Fasanella
– Nel libro-intervista Che cosa sono le B.R.
, Franceschini parla innanzitutto di Giangiacomo Feltrinelli
e Corrado Simioni, due personaggi molto più importanti di
Mario Moretti. Di Feltrinelli, si sapeva che aveva legami
con i paesi comunisti e che ne fosse, con ogni probabilità,
un importante agente d'influenza in Europa occidentale.
Franceschini ora rivela che le neonate Brigate Rosse gli
affidarono la gestione delle relazioni internazionali:
"Poteva fare tutto quello che voleva, Feltrinelli non veniva
a raccontarcelo. Stava al centro di tutto e non aveva
obblighi informativi. Semplicemente, noi dovevamo fidarci di
lui". Feltrinelli, dunque, era il canale di comunicazione al
livello più alto tra le B.R. e il mondo sovietico. Ma si può
anche rovesciare la situazione e dire che, tramite
Feltrinelli, i paesi comunisti avrebbero potuto controllare
l'operato del vertice brigatista, senza che Curcio e Fr
anceschini ne fossero necessariamente a conoscenza.
Quanto a
Simioni, figura ancora più intrigante e complessa di
Feltrinelli, il sospetto di Franceschini (che trova
riscontri in diverse informative dell'intelligence italiana)
è che, dopo la morte dell'editore, egli ne ereditasse il
ruolo in Europa e la rete di relazioni internazionali.
Simioni si trasferì a Parigi e lì, con un gruppo di
fedelissimi compagni, fondò la scuola di lingue Hyperion.
Che cosa fosse in realtà quell'istituto parigino è emerso da
diverse inchieste giudiziarie condotte in Italia: un centro
di assistenza logistica e di distribuzione di armi alle
organizzazioni del terrorismo di sinistra in Europa
occidentale. Ma non solo. Nella scuola di Simioni, si
disegnavano gli scenari geopolitici entro i quali poi
agivano le varie organizzazioni terroristiche. Moretti,
legato a Simioni sin dal 1970, andava a Parigi a prendere
ordini. Ce lo dice Franceschini. Ma lo sappiamo anche
attraverso le indagini del generale Carlo Alberto Dalla
Chiesa e le numerose testimonianze di brigatisti pentiti
agli atti di almeno tre inchieste giudiziarie: Padova, Roma
e Venezia. Esisteva, dunque, un legame fortissimo tra i
vertici militari delle B.R., che operavano in Italia, e la
centrale parigina. Tant'è che dopo l'arresto di Moretti, a
tenere i contatti con la Francia furono i suoi successori:
Giovanni Senzani e Fulvia Miglietta.
Folli
- Superdan, infiltrati, ruolo di Moretti sono temi
affascinanti ma ancora fumosi. Di sicuro, un approfondimento
di questi aspetti che esca dalle esigenze giudiziarie o
dalla ricostruzione giornalistica per assumere il rilievo di
studio storico potrebbe essere di grande aiuto. Come più
spesso avviene per una lettura delle vicende siciliane,
filtrata esclusivamente dall'ottica inquisitoria degli atti
processuali, sarebbe l'ora di affrontare gli anni di piombo
con strumenti di analisi diversi. Ed è sorprendente notare
come forse si dedichi più attenzione a questo tentativo
nelle università straniere che non nel nostro Paese. Ma
sarebbe riduttivo e fuorviante ridurre l'esperienza delle
Brigate Rosse soltanto all'opera indotta da manovratori
interni e internazionali. La lotta armata è nata come
rivolta spontanea, il fatto che in un secondo momento possa
essere diventata - per citare Henner Hess - "rivolta
ambigua" resta ancora tu tto da dimostrare. Di sicuro,
possono esserci state delle "manine" - come le definiva
Craxi - che hanno influenzato o tentato di influenzare il
cammino del gruppo: i primi casi che vengono alla mente sono
necessariamente quelli dell'agente Kgb Conforto e della
prigione di Aldo Moro. Ma ancora oggi non si riesce a
definire quale sia stata la reale influenza eventualmente
esercitata dai servizi stranieri o nazionali, o da spezzoni
di essi, sulle vicende delle B.R.. Tanto che - per puro
divertissement culturale - si potrebbe anche teorizzare che
le spinte "devianti" di segno opposto da occidente e da
oriente alla fine si siano annullate senza spostare la
traiettoria dell'esperienza brigatista.
Ruotolo
– A distanza, ormai, di 34 anni dalla nascita delle Brigate
Rosse, si continua, ciclicamente, a riproporre il tema del
loro "inquinamento", della loro "eterodirezione". Un tema
che appassiona molto, soprattutto i dietrologi di
professione, ma anche chi, come Alberto Franceschini, di
quella esperienza è stato un protagonista, dalla nascita
sino al suo arresto (1974). Io credo che il senso della
storia del terrorismo brigatista non presenti zone d'ombra
tali da inficiarne la genuinità. E' una storia tutta
italiana, è la storia che Rossana Rossanda ha inquadrato
nell' album di famiglia . Le zone d'ombra, in sostanza,
riguardano due ordini di problemi:
- nell'era
del mondo diviso in due blocchi, le Brigate Rosse potrebbero
essere state aiutate da qualche servizio segreto del mondo
comunista;
- alcuni
dirigenti o militanti delle B.R., per tutti Mario Moretti,
potrebbero essere stati degli "infiltrati". Il partito dei
dietrologi punta tutte le sue carte sul mistero dell'affare
Moro, sulla gestione del suo sequestro e del suo omicidio.
Francamente, a distanza di oltre un quarto di secolo, i
dubbi soccombono di fronte alle certezze giudiziarie e
politiche.
Domanda
- Qual è stato il livello di consenso sociale e politico che
nelle varie fasi della loro esperienza di lotta armata hanno
avuto le B.R.?
Ferrara
- Fortissimo, molto superiore alla conta dei regolari e
degli irregolari, molto superiore alle manifestazioni, pur
in sé notevoli, di aperto fiancheggiamento nelle fabbriche,
nelle università, nelle sedi sindacali del nord, nelle
scuole, ai confini di apparati politici e di partito. Lo
spirito pubblico italiano, negli anni Settanta, era
fondamentalmente non ostile al segno che l'offensiva
terrorista lasciava con i suoi delitti nella società;
facevano paura, e questo genera negli italiani sempre un
consenso anche dissimulato, e insieme erano espressione di
una tendenza sociale piccolo borghese vendicativa e
anarchica, nella sfiducia che toccava ad istituzioni e
partiti della democrazia repubblicana.
Cipriani
- Soprattutto nel corso della prima fase – fino al 1974 -
quando l'esperienza brigatista poteva essere percepita in
maniera per così dire "romantica", con il guerrigliero che
assumeva le sembianze di un reale interprete in grado di
riscattare le masse sfruttate ed oppresse, il consenso
intorno alle B.R. era vasto. Tant'è che, inizialmente, anche
alcuni iscritti al PCI erano affascinati da quell'esperienza.
Lo stesso Ugo Pecchioli racconta, nella sua autobiografia,
come il partito comunista dovette intervenire per far
allontanare Giovan Battista Lazagna, partigiano di largo
seguito, ammaliato dalla prospettiva di una nuova lotta
armata.
Nella
seconda fase, con la prevalenza all'interno dell'eversione
brigatista dell'aspetto omicida, il consenso di quell'area
venne meno, mentre si compattò, pur tra mille distinguo, il
consenso dell'area rivoluzionaria. Il sequestro e l'omicidio
di Aldo Moro e poi l'assassinio di Guido Rossa hanno
rappresentato i due momenti di declino verticale del
consenso politico, rimasto, tuttavia, forte anche nel corso
degli anni Ottanta.
Oggi tutti
gli storici sono concordi nel dire che, sul piano politico,
la sconfitta delle Brigate Rosse è stata il risultato
dell'unità di tutte le forze politiche democratiche e dei
sindacati, che hanno innalzato un argine insuperabile.
Questo fatto, da solo, dimostra quale rilievo ebbe il
"partito armato", composto non solamente dalle Brigate
Rosse, ma anche da moltissime altre organizzazioni armate,
delle quali c'è poca memoria, che contribuirono in maniera
drammatica a dare una dimensione capillare alla lotta armata
in Italia. Ciò detto, è tuttavia vero come in nessun caso il
progetto brigatista di conquista del potere politico abbia
mai avuto la benché minima possibilità di affermarsi.
Fasanella
– All'inizio, non avevano un grande seguito. Il consenso
intorno a loro cominciò a crescere dal 1974, dopo l'arresto
a Pinerolo di Curcio e Franceschini, quandò iniziò la storia
delle B.R. morettiane. Con Moretti, le Brigate Rosse
svilupparono in modo impressionante la loro capacità
organizzativa e militare. E, parallelamente, aumentò anche
la loro presa egemonica su settori di opinione giovanile e
di classe operaia privi di rappresentanza politica dopo la
crisi delle organizzazioni della sinistra extraparlamentare.
Dipese tutto dalle capacità di Moretti o la crescita del
terrorismo di sinistra fu agevolata anche dall'esterno? Non
ho risposta certa. Di sicuro, un'indagine storiografica
seria ed onesta non può eludere una domanda del genere.
Comunque, per restare al dato di fatto, il consenso sociale
e politico intorno alle B.R. toccò il punto più alto alla
vigilia e durante l'o perazione Moro. Subito dopo, di fronte
alla risposta repressiva dello Stato, le B.R. cominciarono a
sgretolarsi .
Folli
- Gli esordi delle B.R . e la prima fase della loro attività
sono stati caratterizzati da un consenso sociale piuttosto
elevato. All'inizio l'azione si è limitata ai centri operai
del Nord ed ai movimenti universitari di tutto il Paese.
Solo in un secondo momento si è avuta una saldatura con
altre realtà di ispirazione marxista attive nelle periferie
metropolitane, più attente a problemi "concreti" come la
battaglia per la casa e quella sulla disoccupazione. Ed è
dalla fusione di queste due spinte che il partito armato ha
trovato il suo momento di maggiore forza militare, mettendo
a disposizione delle "menti" organizzative manodopera
esperta, spesso con trascorsi criminali "comuni". Una
fusione che potenziò la capacità di proselitismo tra il
proletariato urbano e la piccola borghesia anche quando
cominciò a crollare il richiamo della lotta armata nelle
fabbriche del Nord. La strategia brigatista di "attacc o al
cuore dello Stato", il confronto militare con le istituzioni
che dopo il '78 ha preso il posto delle azioni dimostrative
- condivise da una vasta base, contro direttori del
personale, capisettore, crumiri e industriali - hanno
allontanato molti dei serbatoi di consenso dal partito
armato. L'uccisione di Aldo Moro e, pochi mesi dopo, quella
del sindacalista Guido Rossa determinano i due momenti di
svolta, quelli in cui la mobilitazione attiva del sindacato
e del PCI riescono ad isolare le B.R.. Per pura coincidenza
- visto che i brigatisti hanno sempre sostenuto di volere
solo ferirlo - l'uccisione di Guido Rossa avviene
contemporaneamente alla prima scissione interna, con la
fuoriuscita di Morucci e Faranda. Ma è dei primi anni
Ottanta lo sfaldamento della struttura unitaria, il
miglioramento della capacità repressiva e della strategia
secondo cui le istanze militari-carcerarie rendono le
colonne B.R. sempre più lontane dalla società. L'Italia sta
cambiando: lo dimostra la m arcia dei quarantamila. E in
tutta quella vertenza le B.R. sono assenti. Mentre invece a
partire dalla svolta della Fiat cambia il mondo
dell'industria in Italia e la figura stessa dell'operaio.
Arriva una stagione di miglioramenti economici che spinge
anche la base a cercare istanze di sicurezza in luogo delle
sempre più oscure risoluzioni strategiche e di una
escalation di violenza. Mentre le colonne territoriali
diventano di fatto autonome per l'incapacità di trovare un
progetto comune, l'unica direzione "strategica" è quella che
determina il sequestro Dozier e le campagne anti-Nato. Di
fatto, la stagione del "consenso" è morta. E quando, alla
fine degli anni Novanta, i reduci cercano di ricostruirlo,
mettono in secondo piano l'iniziativa anti-americana -
tornata attuale con l'intervento nel Kosovo - per
privilegiare i temi del lavoro e l'attenzione al nuovo
fenomeno del sindacalismo di base. Diversa la questione del
rapporto con la politica. Le B.R. non hanno mai cercato un
consenso, né l'hanno avuto: la strategia è sempre stata
mirata ad alimentare spaccature e contrasti, colpendo gli
elementi di moderazione.
Ruotolo
- Fino al 1976, con l'omicidio del procuratore generale di
Genova, Francesco Coco - se si esclude l' incidente di
Padova del giugno del 1974, quando, nel corso di una
irruzione nella sede del MSI, furono uccisi due militanti
missini -, le Brigate Rosse si erano limitate ad azioni di
propaganda armata. La violenza assassina dell'eversione di
sinistra aveva già colpito in precedenza, a Milano, nel
maggio del 1972, con l'omicidio del commissario di Polizia,
Luigi Calabresi. Credo che sicuramente, fino al sequestro
del giudice Sossi (1974), le Brigate Rosse abbiano goduto di
un certo consenso sociale e politico nel mondo del lavoro
tra gli operai, sindacalizzati e non, delle grandi fabbriche
del triangolo industriale (Genova, Torino, Milano) e tra
fasce del mondo studentesco e intellettuale. Anche con il
sequestro e l'omicidio Moro, le B.R. - nel racconto dei suoi
protagonisti - continuarono ad avere una forza attrattiva in
settori del "movimento". La crisi di consenso - e la
sconfitta non solo dal punto di vista militare - esplode tra
il 1979 e il 1980, con l'omicidio del sindacalista comunista
genovese, Guido Rossa, e la sconfitta operaia alla Fiat. Ma
segnali si avvertono già prima a Torino, in occasione del
processo delle B.R., con la reazione agli omicidi, in
particolare quello all'avvocato Croce e con il fallimento
politico del sequestro Moro (1978). La crisi precipita, poi,
con l'implosione dell'organizzazione, con i pentimenti di
Peci, prima, e di Savasta, poi.
Domanda
- Posto che le B.R. nella loro natura profonda vadano
considerate un gruppo vetero-marxista/leninista, come si
spiega la loro sopravvivenza politica ed operativa
nell'Italia degli anni '90 e, cioè, dopo il crollo del
comunismo?
Ferrara
- Si spiega con la risposta alla domanda precedente. Da una
base di legittimazione sociale e culturale molto vasta, dopo
la sconfitta militare (ma solo in parte anche ideologica e
civile) attraverso le tecniche di delazione e l'iniziativa
dei corpi repressivi, e l'isolamento politico in cui i
terroristi finirono dopo la campagna di primavera del '78
(caso Moro compreso), la ritirata non poteva che lasciare un
sedimento autoperpetuantesi. E se gli anni Ottanta furono
gli anni del liberismo thatcheriano, nelle diverse versioni
euro-continentali, molto debole ma ideologicamente rigettato
dalle classi dirigenti e dagli intellettuali e dalla
sinistra di classe, è lì che il sedimento si è radicato: il
terrorismo delle nuove B.R. è solo una forma di
antiliberismo, una rivolta all'idea che il lavoro faccia
parte di un mercato e sia una merce di cui disporre con
flessibilità per creare ricchezza sociale e profitto
d'impresa, per questo i l suo nemico d'elezione è l'esperto,
l'intellettuale riformista, da Tarantelli a Biagi. Il crollo
del comunismo ha generato più mostri di quanto fino ad ora
non si sia capito, perché il comunismo effettivo, reale,
identificato in un sistema di Stati, era una molla ed una
spinta, anche organizzativa e finanziaria, ma al tempo
stesso un elemento di controllo politico e di realismo
oggettivo, che il comunismo regredito a utopia non
realizzata ha cancellato.
Cipriani
– Anch'io sono dell'avviso che la spiegazione della
sopravvivenza del brigatismo in Italia sia riconducibile
alle considerazioni che ho fatto rispondendo alla domanda
precedente: in alcuni momenti il partito armato e la sua
area di consenso hanno avuto caratteri di massa. Il
trascorrere degli anni non è bastato per disperdere tutto
questo patrimonio rivoluzionario. Tanto più che negli anni
Novanta è sopravvissuta, in alcune aree politiche radicali,
la rappresentazione del brigatista come eroe positivo,
comunque paladino degli oppressi. Se a questo dato si
aggiunge la "irriducibilità" del filone delle B.R.-Pcc della
cosiddetta "prima posizione", i cui militanti si sono sempre
rifiutati e si rifiutano di dichiarare la fine della
"guerra", si comprende perché questi due elementi abbiano
contribuito al rilancio – anche se fortunatamente in forma
modesta – della stella a cinque punte nel nostro Paese.
Fasanella
– Si spiega con la profondità dei legami del terrorismo di
sinistra con la storia italiana. Il fenomeno aveva radici
nazionali così robuste da riprodursi, sia pure in formato
ridotto, anche dopo la caduta del Muro, cioè in un contesto
geopolitico profondamente diverso da quello che ne aveva
favorito l'esistenza.
Folli
- La sopravvivenza delle B.R. tra il 1988 e il 2003 è stata
esclusivamente "militare", affidata a un ristretto gruppo di
latitanti. In quindici anni sono riusciti a mettere a segno
soltanto due omicidi e alcune azioni dimostrative minori. Se
fino al 1977 erano state inquisite 911 persone per
l'attività delle sole Brigate Rosse, il periodo successivo
ha visto coinvolti circa trenta militanti. Di fatto, fino al
1999, le nuove B.R. hanno potuto muoversi indisturbate. Lo
smantellamento affrettato degli apparati antiterrorismo -
dove alla distruzione di ogni capacità di intelligence
preventiva spesso è stato abbinato il mantenimento di
inutili strutture repressive - li ha messi al sicuro dai
pericoli in patria, mentre la presenza di alcuni santuari
internazionali (Francia, Nicaragua, Algeria ma, in parte,
persino la Svizzera) ha fornito loro possibilità di
movimento estese. Insomma, la cellula è sopravvissuta perché
i l atitanti non avevano nulla da perdere. E quando alla
fine degli anni Novanta ha colto nelle nuove dinamiche del
mercato del lavoro e nella rinnovata mobilitazione
antimperialista l'opportunità del proselitismo, allora
queste nuove B.R. hanno cercato di rialzare il tiro. Ma è
bastata la creazione di nuovi apparati di intelligence e
controlli potenziati alle frontiere - varati dopo l'11
settembre 2001 - per portare a smantellare la rete in pochi
mesi. Anche in questo caso, è da sottolineare il
parallelismo con la Grecia: anche lì il "17 novembre" è
sopravvissuto fino allo scorso anno.
Ruotolo
- Sollecitato ad analizzare - prima degli arresti
dell'ottobre del 2003 - le nuove Brigate Rosse attraverso i
documenti di rivendicazione degli omicidi D'Antona e Biagi,
Valerio Morucci mi rispose in maniera fulminante: "Questi
sono più leninisti di noi". C'era stato il crollo del Muro
di Berlino, eppure per i superstiti - i famosi raccordi dei
raccordi - della stagione brigatista il progetto di
rivoluzione comunista continuava ad essere valido.
Naturalmente, la storia delle B.R. non va letta in
continuità, a prescindere dalle prese di posizione dei suoi
leader che, ogni qualvolta l'organizzazione subiva colpi
durissimi per gli arresti di suoi componenti, dichiaravano
conclusa l'esperienza delle Brigate Rosse. Da un certo punto
di vista, la loro sopravvivenza dopo l''89 trova una ragion
d'essere nella aberrante convinzione che, seppure in
presenza di una sconfitta storica, bisognava mantenere
accesa la fiammella della prospettiva rivoluz ionaria.
Domanda
- C'è qualcosa che, nella storia d'Italia, nella sua
"antropologia culturale" politica, nelle sue radici
profonde, religiose o storiche, può ritenersi elemento
causale significativo o fondamentale nella genesi e nello
sviluppo del terrorismo brigatista?
Un qualcosa
che spieghi le differenze tra il terrorismo brigatista
italiano e le simili (almeno sotto il profilo ideologico)
esperienze di Germania (RAF), Francia (Action Directe),
Spagna (Grapo) e Belgio (Cellule Comuniste Combattenti)?
Ferrara
- La debolezza dello Stato, la scarsa identità nazionale
sono gli elementi centrali che spiegano molto. Aggiungerei
che a questi elementi ha sempre fatto da contrappeso, specie
dopo il Concilio Ecumenico Vaticano II, un cattolicesimo
sociale vissuto spesso come promozione del divino
nell'umano, come pastorale militante: la teologia della
liberazione non fu soltanto un fenomeno latino-americano,
almeno nei risvolti indiretti che l'utopismo cattolico ha
avuto qui da noi. In Germania ha contato di più, di
converso, il fanatismo implicito nella rivolta protestante
contro quella che il poeta maledetto francese Jean Genet,
simpatizzante della Rote Armee Fraktion , chiamava "la carne
troppo grassa della Germania". Quel terrorismo fu
internazionalista, terzomondista, pauperista: meno marxista
e classista di quello italiano, condizionato dall'esperienza
del PCI, dal compromesso storico, letto come tradimento dei
valori, e dai miti salvifici della R esistenza tradita.
Cipriani
- Per spiegare queste differenze, che ci sono, va preso in
esame un altro elemento senza il quale alcune dinamiche
possono non essere ben comprese: mi riferisco allo
stragismo, alle protezioni accordate da settori della nostra
intelligence e delle nostre Forze di Polizia all'eversione
neo-fascista, come ormai è scritto in moltissime sentenze
passate in giudicato. Mi riferisco al fatto che nel nostro
Paese, che ha avuto il più grande partito comunista
dell'Occidente, la guerra fredda interna ha avuto un peso
ben maggiore che altrove, con tutto quello strascico di
discriminazioni e quant'altro nei confronti dei "comunisti",
oggi riconosciuto con grande onestà intellettuale dallo
stesso presidente Cossiga. Non a caso, in sede
storico-politica, è stato spesso utilizzato, per parlare di
quegli anni, il termine di "costituzione materiale".
In
Germania, Francia, Belgio e Spagna tutto ciò non è accaduto.
O almeno non è accaduto negli stessi termini con cui è
accaduto in Italia. L'unicità dell'eversione in Italia, a
mio giudizio, va cercata all'interno di queste profonde
divisioni.
Fasanella
– Tante cose. Una in particolare. Il terrorismo rosso, come
quello di matrice fascista, è il prodotto della
degenerazione del clima da guerra civile in cui si è
sviluppata la lotta politica in Italia nella seconda metà
del Novecento. Dopo il 25 aprile 1945, sconfitti i fascisti,
la guerra interna è proseguita tra comunisti e
anticomunisti, ed è stata combattuta anche con metodi non
ortodossi... Il patto costituzionale da cui erano legati i
gruppi dirigenti della DC e del PCI impedì che lo scontro
sfociasse in un bagno di sangue, ma non che le frange più
radicali ed eversive dei due schieramenti si organizzassero.
Anzi, per qualche tempo vennero addirittura tollerate e
persino coperte. Era naturale che alla prima crisi seria
dell'equilibrio politico sorto dopo la guerra, la situazione
sfuggisse di mano. E' quello che è accaduto verso la fine
degli anni Sessanta e per una buona parte dei Settanta. < br>
Folli
– Risposta ardua, che riconduce alla premessa originaria: le
B.R. erano così uniche? O bisogna sempre sottolineare le
similitudini con RAF e '17 novembre'? Lasciamo da parte il
Grapo, nato secondo regole di clandestinità, retaggio di una
guerra civile e di una lunga dittatura, e le CCC belghe, che
con le B.R. hanno in comune solo i sospetti di
"permeabilità" alle manovre dei servizi deviati. Action
Directe - con una consistenza numerica limitata - è stata
affrontata da una democrazia più matura della nostra, con
un'alternanza politica che ha permesso di affrontare anche
le istanze più violente: come definire altrimenti l'amnistia
concessa nel 1981 da Mitterrand, solo un anno dopo
l'omicidio del numero uno della Rénault? La RAF si è mossa
nelle contraddizioni generazionali del dopoguerra tedesco -
con un modello di socialismo reale oltre il Muro e una
predominante mobilitazione anti-americana. Le B.R . e -
ancora una volta - i greci del '17 novembre' hanno fatto
riferimento al retaggio culturale e alla tradizione della
lotta partigiana comunista, "attualizzata" dal clima di
imminenza golpistica e da contrasti sociali più drammatici.
Insomma, capacità di creare consenso ma anche strutture
clandestine a prova di repressione - almeno nelle fasi
iniziali - hanno fatto la forza del movimento.
Ruotolo
- Più che cercare nella storia italiana le ragioni del
terrorismo brigatista e delle sue differenze con esperienze
simili maturate in altre realtà europee, il nodo da
sciogliere è quello di tentare di capire le ragioni per cui,
a differenza degli altri paesi europei, l'esperienza
brigatista sia sopravvissuta al crollo del Muro di Berlino.
Perché dare una risposta a questa domanda ci aiuta a
comprendere quanto la cesura epocale dell''89 non sia stata
vissuta da quelle individualità parabrigatiste che, uscite
indenni dalle ultime retate dell''88 e dell''89, non hanno
saputo metabolizzare la sconfitta (politica e sociale, oltre
che militare) e, anzi, hanno rilanciato, a partire dal 1990,
il progetto di lotta armata ripartendo, a livello
organizzativo, dalla fondazione di nuclei, i Nuclei
Comunisti Combattenti.
Domanda
- Secondo una critica tutta interna al movimento
rivoluzionario (quella, ad esempio, portata dai CARC, di
Giuseppe Maj), le B.R. molto semplicemente non hanno più
ragione di esistere: il concetto stesso di "avanguardia
armata" leninista appartiene al passato remoto. Oggi, in
realtà, le B.R. "ortodosse" sono in crisi. Possiamo ritenere
chiusa questa stagione?
Se è
chiusa, si può avviare il processo di pacificazione con
tutti i suoi corollari giudiziari?
Ferrara
- Sono in crisi le B.R. ortodosse, certo, ma l'iniziativa
repressiva non è stata così facile come sembra. Il loro
retroterra è molto limitato, ma non è scomparso. Bisogna
stare in guardia.
Cipriani
- Come ho scritto in un mio recente lavoro,
alla nuova sconfitta politica e militare delle B.R.-Pcc non
è destinata, almeno nel medio periodo, a seguire la
sconfitta del "brigatismo" come malattia degenerativa del
progetto rivoluzionario. Se vogliamo vedere con onestà
intellettuale le cose, allora occorre dire che le B.R.-Pcc
e, più in generale, l'opzione armata, godono ancora di
consenso, seppur limitato. Un dato che non va enfatizzato,
ma nemmeno sottovalutato.
Fasanella
- Le Brigate Rosse storiche sono state sconfitte ma questo,
purtroppo, non significa che la radice del terrorismo sia
stata estirpata. In circolo, ci sono ancora troppe tossine
che possono provocare danni. Resiste in alcune aree,
certamente minoritarie, della politica e della società una
"cultura dell'odio" che non rinnega del tutto la violenza
come strumento di lotta politica e concepisce l'avversario
come un nemico da eliminare. C'è poi il problema, mai
affrontato seriamente, costituito dalla cosiddetta "area
della contiguità": i simpatizzanti ed i militanti delle
Brigate Rosse che non sono mai stati identificati. Molti di
loro si sono rifatti una vita ed oggi sono persone
rispettabili: ma è così per tutti? E infine, se esisteva un
cervello politico delle B.R. (l'Hyperion di Parigi), è stato
disattivato? Questo è un punto particolarmente delicato.
Perché molte fonti qualificate ritengo no infatti che il
gruppo dei 10-15 personaggi noti che ruotava intorno a
Hyperion, fosse soltanto la punta dell'iceberg e che Simioni
avesse una rete molto più vasta, con uomini nei partiti, nei
sindacati, nelle istituzioni, nel mondo della cultura e
dell'informazione. Se è vero, di tutto questo, oggi che cosa
resta in piedi?
Penso che
potremo archiviare davvero il capitolo degli anni di piombo
quando la società sarà depurata di tutte le scorie di quella
stagione. E questo potrà avvenire soltanto attraverso un
bagno di verità. Una volta Giovanni Moro ha detto: "Non mi
attendo più giustizia, mi attendo solo verità". Sono
d'accordo con lui. Dobbiamo continuare a cercare la verità,
a 360 gradi. Abbiamo bisogno di costruire la memoria di
quell'esperienza. Da questo punto di vista, la
"pacificazione" non solo è possibile, ma a mio avviso è
necessaria. Se però è intesa come una politica, come un
processo tendente alla costruzione di una memoria condivisa,
non esclusivamente come un atto di clemenza unilaterale da
parte dello Stato.
Folli
- La stagione delle nuove B.R. non è ancora chiusa. Conviene
aspettare prima di decretare la fine di questo gruppo:
appare difficile che i neo-brigatisti fossero presenti
soltanto a Roma e a Pisa, senza nessuna cellula operante
nelle metropoli del Nord. Di sicuro, la loro forza numerica
è ridotta e le loro capacità operative infinitesimali: ma
basta poco per compiere un omicidio clamoroso. Conviene
quindi non ripetere l'errore del 1990, procedendo a una
prematura distruzione dell'apparato preventivo, soprattutto
in presenza di forti tensioni internazionali e sociali -
come provano le vicende di Melfi o la conflittualità latente
sul tema della riforma del lavoro. Ma gli anni di piombo
sono sicuramente finiti, chiusi almeno dal 1987. Per questo,
la necessità di arrivare ad un processo di pacificazione per
quella stagione è un'esigenza che non ha più senso rinviare.
Anche nei suoi corollari giudiziari: di fatto, tutti i
protagonisti di quella stagione hanno lasciato il carcere:
chi grazie ai benefici della dissociazione, chi per lo
scadere dei 30 anni dagli arresti. La questione irrisolta è
quella della forma e della creazione di un largo sostegno
politico e sociale che impedisca di trasformare un'amnistia
in amnesia: la pacificazione deve essere espressione di una
democrazia forte, che non ha paura di fare i conti con il
suo passato. Il Capo dello Stato ha posto più volte la
questione, intervenendo con gesti simbolici - quali le
medaglie alla memoria di vittime del terrorismo dimenticate
fino a oggi - per creare i presupposti a questo momento
storico. Ma finora i partiti non hanno dimostrato la
maturità necessaria ad affrontare questa sfida.
Ruotolo
– Sono d'accordo anch'io nel ritenere che la stagione
brigatista non sia finita, nel senso che non si può
escludere che altri - anch' essi raccordi dei raccordi -
possano decidere di utilizzare quel marchio e quel simbolo.
Non lo credo nonostante gli ultimi militanti e simpatizzanti
siano stati in gran parte neutralizzati. La crisi delle B.R.
"ortodosse", in realtà, non è iniziata ieri, con la presa
d'atto della sconfitta storica della concezione leninista
dell'avanguardia armata, ma ben prima, agli inizi degli anni
Ottanta.
Le B.R. di
Nadia Lioce e Mario Galesi, da questo punto di vista,
rappresentano un'anomalia straordinaria, essendo
un'organizzazione armata comunista che si è ricostituita
rifiutando ogni rapporto e confronto con il "movimento". Il
dilemma che ha accompagnato da sempre le B.R. sull'essere
pesci che nuotavano fuori dall'acqua del movimento, i due
brigatisti lo hanno risolto a monte. Detto questo, è più
probabile che dalle ceneri delle ultime Brigate Rosse, dallo
spazio lasciato vuoto, vengano promosse altre esperienze di
lotta armata meno ideologizzate, più pragmatiche, più di
"movimento", un mix di pulsioni anarco-insurrezionaliste e
della sinistra antagonista. A distanza di un ventennio, la
riapertura della discussione sulla necessità di avviare un
processo di pacificazione non mi pare certo d'attualità.
Questo "forum" ci offre un ventaglio di
interpretazioni sul fenomeno brigatista che, a nostro
parere, aiuta a comprendere - con una sintesi storica
mirabile – le complessità, le sfaccettature, le implicazioni
sociali e politiche e, per ultimo ma non meno importante, le
origini del terrorismo B.R.. Le risposte che ci vengono
offerte non sono definitive ma invitano ad ulteriori
riflessioni e ricerche. Consideriamo questo forum solo
l'inizio di un discorso che svilupperemo, seguendo lo stesso
schema, nei prossimi numeri, per affrontare l'analisi di
tutti gli aspetti del terrorismo, domestico e
internazionale. Il terrorismo sembra infatti destinato a
durare nel tempo e, per essere contrastato con efficacia,
deve prima essere capito.
Forse dovremmo concludere con una nostra
opinione, specialmente in merito all'ultima domanda.
Preferiamo prendere in prestito - inserendole virtualmente
nel dibattito - le parole scritte da un altro Direttore di
giornale, Antonio Polito , che sul "Riformista" del 10
giugno 2004 ha così commentato la condanna all'ergastolo di
Nadia Desdemona Lioce:
"La rivoluzionaria Lioce non è certo fatta
dello stampo di cui furono fatti i suoi predecessori; ne è
l'epigone stanca, già corrotta dalla deriva mediatica, dal
gossip da palazzo, che si preoccupa della sua immagine
pubblica, che assumerebbe uno spin doctor se solo potesse
per contrastare le campagne di stampa a suo danno, che
confonde l'omicidio di Marco Biagi con il tentato omicidio
della sua memoria. La sua ideologia sta alla lotta di classe
come Novella 2000 sta alla storia del romanzo popolare. Ma
la Lioce è pur sempre la dimostrazione più evidente del
perché la cosiddetta stagione non può essere chiusa, messa
tra parentesi, come se appartenesse alla storia, anzi a
un'altra storia. Il nichilismo terrorista risuona ancora
nelle aule di giustizia italiane, e fa ancora botti nelle
piazze d'Italia. Il serpente è oggi solo una biscia, che può
essere schiacciata prima che morda ancora. Ma l'uovo che lo
generò è ancora vivo e vegeto, e ansioso di nuovi parti".
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