|
Sul '68
sono stati versati fiumi d'inchiostro. Ne sono state
offerte, spesso, letture "politiciste" tutte sottese
dall'accusa che la data simbolo della prima rivolta
giovanile globale dell'età contemporanea sia da considerare
anche l'inizio dei terrorismi europei degli anni 70-80.
Mario Capanna ha definito quel periodo addirittura "anni
formidabili".
Pio Marconi
ci offre un'analisi del "fenomeno 68", profonda quanto
sintetica, dalla quale emergono le vere matrici di una
rivolta giovanile, spontanea e irridente - almeno agli inizi
- che ha inciso profondamente su tutti i modelli di (ri)costruzione
delle società occidentali dopo il secondo conflitto
mondiale.
Un fenomeno
che è stato studiato e approfondito in tutte le sue mille
sfaccettature ma che ha visto come uno dei suoi più
perspicaci e profondi analisti non un politologo, non un
filosofo, non un accademico ma un Pontefice: Paolo VI.
L'entità
della mobilitazione
Un saggista
statunitense (1) ha riproposto la "questione del 1968" con
una ricostruzione dei movimenti nati, in quell'anno, nelle
università, con una analisi delle proteste globali in senso
ideologico/geografico, con un pregevole sforzo di sistema.
Merito, non ultimo, dell'opera è la fuoriuscita dalla logica
degli anniversari che impone spesso letture schematiche
degli eventi: acritiche apologie o condanne. Si tratta di
uno studio che raccoglie un ricco materiale (soprattutto
tratto dalla stampa) e che, astenendosi da giudizi
eccessivamente di parte, consente un esame della vastità dei
fenomeni, della sovranazionalità di questi ed infine la
formulazione di qualche ipotesi sulla possibile reiterazione
di quella esperienza. Quanto basta, anzi, quanto è più che
sufficiente, per suggerire una riflessione.
Quale era
la tipologia sociale dei giovani impegnati nei movimenti del
1968? Quale il numero dei partecipanti, dei simpatizzanti
per le forme politiche di quel periodo? Quale il consenso?
L'epicentro
delle mobilitazioni era l'università; i movimenti del
periodo sono stati quindi definiti "fondamentalmente
borghesi", soprattutto nel paragone con l'esplosione operaia
del 1969 e del 1970 e con l'intreccio di conflitti irrituali,
di bisogni elementari e di violenza, della seconda metà
degli anni '70 (2) . La definizione non tiene però nel
dovuto conto il fatto che nelle università della fine degli
anni sessanta cominciava ad iscriversi anche una generazione
non-borghese.
L'insediamento universitario del movimento e la presenza di
una leadership colta, a volte proveniente da ambienti
sociali medio/alti, ha condizionato i giudizi sulla quantità
della mobilitazione. Il 1968 è stato considerato come un
fenomeno di élite, dotato di amplificazione mediatica capace
di coinvolgere, quindi, una minoranza attiva o (come si
diceva malevolmente) vociante. A rendere ulteriormente
difficile una valutazione sta il fatto che, a ridosso degli
eventi, negli USA e in Francia, alcuni passaggi elettorali
vedono impegnati capi carismatici dei nuovi movimenti con
risultati complessivamente miseri. Alain Krivine, eminente
nel "maggio", si presenta alle presidenziali in Francia
ottenendo 300.000 voti (3) . Negli USA esponenti di
organizzazioni politiche antisegregazioniste cercano di
misurarsi nelle competizioni elettorali o di avere ingresso
in partiti preesistenti con scarsissimi consensi (4)
I
movimenti, nel momento della loro esplosione per valutare
l'ascolto del quale godono, sono strumenti utili piuttosto
indiretti: autoanalisi di protagonisti, autobiografie,
storiografia partecipata ed indagini sociologiche, a caldo,
condotte da studiosi imparziali.
Un
testimone descrive, nel '68, con divertita efficacia, la
tipologia di coloro che, in un'università di massa,
ascoltano i nuovi leaders. Ci sono i fuorisede e gli
studenti lavoratori, figure giunte da poco all'università,
che stentano a capire, proprio perché in conflitto con la
propria biografia, l'accusa rivolta alle strutture
accademiche di selezionare gli accessi. C'è il "fascista
epidermico" che intravede "l'aspetto divertente della cosa".
C'è il ragazzo di ottimi natali, alla moda, "collettone", al
quale interessa sostenere gli esami con meno fatica
possibile e magari prolungare "il periodo dorato". C'è il
futuro assistente che condivide le proteste considerandone
però gli svantaggi: "le biblioteche di facoltà non si
possono più frequentare. Tra i professori, alcuni
scompaiono, altri si intrufolano tra gli agitatori" (5) .
Nel
complesso, il movimento gode, in alcuni paesi d'Europa, di
consensi di massa. Lo si ricava ad esempio da una ricerca
condotta da Gianni Statera, nell'anno accademico 1968-69 a
Roma, su di un campione rappresentativo di studenti: il 48,6
% dichiara di aver partecipato ad almeno una delle assemblee
generali del movimento, il 49,3% si dichiara completamente
d'accordo con la protesta, un altro 41% lo è parzialmente
(6) . Fra coloro che si dichiarano d'accordo con la
protesta, si trovano studenti variamente orientati: a
sinistra, ma anche e in netta maggioranza studenti di centro
sinistra, di centro, di centro destra (7) .
Una ricerca
di Gian Enrico Rusconi, sulla secolarizzazione e sulla
legittimazione dell'organizzazione e della gerarchia
ecclesiastica, mostra un altro aspetto della questione: la
netta politicizzazione dei partecipanti, impegnati nel
movimento studentesco. L'affermazione secondo la quale le
autorità accademiche hanno rifiutato la democratizzazione
dell'università, riceve l'86,7 % di risposte in accordo.
L'86,2% degli intervistati non è del parere di sacrificare
le proprie opinioni su richiesta delle autorità religiose.
L'80,7% non è d'accordo a definire squilibrio (invece che
sfruttamento) la condizione operaia e quella dei paesi in
via di sviluppo. Il 75,7% non ritiene di considerare parole
come rivoluzione o contestazione globale, il frutto "di
astratto dottrinarismo" (8) .
Più
limitati i consensi del movimento negli Stati Uniti. Per
quanto riguarda l'università, una ricerca condotta
dall'Educational Testing Service di Princeton N.J.
attribuisce a circa il 10% della popolazione universitaria
(700.000 su 6,7 milioni) simpatie per i movimenti
studenteschi e disponibilità, in certi casi, alla
mobilitazione (9) .
Società e
sapere
In tutte le
società il passaggio dall'adolescenza all'età adulta è
segnato da riti di iniziazione. Nel mondo moderno, che vive
in virtù dell'inter-dipendenza di competenze, l'esame di
valutazione di un ciclo scolastico è un ricordo di antichi
rituali. In Italia, come in altri paesi, la conclusione
dell'istruzione superiore è definita maturità, termine di
una fase di apprendimento e segno di crescita biologica.
I riti di
iniziazione sono simbolici ma con un costante riferimento
alle funzioni che il giovane dovrà svolgere. Nelle società
primitive l'iniziazione prefigura gli sforzi per la
sopravvivenza in un mondo naturale ostile. Nel medioevo
europeo il rito è una prova di adattamento alla funzione che
si dovrà esercitare (capolavoro, virtù del coraggio, ecc).
L'iniziazione si perpetua anche nelle società industriali
ove il passaggio coincide con l'abbandono dello status (la
protezione della famiglia di origine) e la proiezione nelle
responsabilità sociali.
In una
società capitalistica più che matura, quella degli anni '60,
i riti di iniziazione cominciano a mostrarsi inadeguati alla
funzione di maturazione sociale (il diploma di laurea come
precondizione di un inserimento qualificato nel mercato del
lavoro) che viene ad essi attribuita. I movimenti del 1968
iniziano costantemente con una dura contestazione dei
meccanismi di trasmissione del sapere, dei contenuti degli
insegnamenti, della vocazione del mandarinato docente. Una
condanna non soltanto dottrinaria, ma basata sul profilarsi
all'orizzonte di rapporti nuovi tra studio e società, tra
studio e destini sociali.
Le critiche
del sistema formativo superiore si muovono su alcune
direttrici: il sapere impartito è inadeguato alla gestione
di problemi tecnico/sociali nuovi; l'istituzione
universitaria perpetua un sistema sociale ingiusto e la
segregazione delle classi; la comunicazione del sapere
verticale (alto/basso), fondata sull'obbedienza, inibisce
l'innovazione/creazione.
La
contestazione tocca sia questioni di quantità della
trasmissione di cultura, sia di qualità. Il problema della
quantità grava su tutti gli atenei dei paesi sviluppati. Nel
corso degli anni '60 una spinta sociale, dal basso, ha
prodotto un allargamento del numero degli iscritti
all'università. Il fenomeno riguarda sia gli USA, nei quali
l'università è prevalentemente privata, sia i paesi
dell'Europa continentale, con istruzione superiore
prevalentemente pubblica. Negli USA un più diffuso
benessere, la moltiplicazione delle borse di studio erogate
dalle imprese (in virtù di misure di detassazione), la
normalità dell'integrazione studio/lavoro, hanno favorito
l'accesso agli atenei di centinaia di migliaia di giovani,
provenienti da famiglie svantaggiate. In Europa l'aumento
del numero degli ingressi è il prodotto di politiche di
Welfare: borse di studio pubbliche, calmiere sulle tasse
universitarie (finanziamento pubblico delle università),
maggiore duttilità nella definizione dei titoli necessari
all'iscrizione.
L'ampliamento della platea degli utenti non si accompagna ad
una allocazione di risorse adeguate. In Francia tra il 1958
e il 1968 il numero degli studenti universitari è
triplicato. Tre quarti degli immatricolati sono destinati
però ad abbandonare gli studi (10) . In Italia la crescita
degli studenti è analoga, triplicati tra il '58 e il '68 (da
circa 200 mila a più di 600 mila), con un'offerta formativa
in progressiva contrazione qualitativa. I professori che
insegnano, nel '58, ad una élite di universitari sono per il
30% ordinari (cioè selezionati con rigorosi accertamenti di
qualità scientifica), nel 1968 il numero degli ordinari è
sceso al 13 % dei docenti (11) .
Le stesse
esigenze di consenso che impongono allo Stato del benessere
di aprire l'università a strati sociali non favoriti,
sottraggono allo studio e alla ricerca scientifica risorse
che vengono dirottate sull'intervento assistenziale, in
progressiva crescita nei paesi sviluppati (pur con alcuni,
ricorrenti, colpi di freno) nell'ultimo trentennio del XX
secolo.
Vi è poi
anche il problema della qualità e dell'adeguatezza alla
competizione scientifica/produttiva del sapere trasmesso.
Alcuni documenti, elaborati dalle assemblee e dai movimenti,
svolgono analisi rigorose. Non solo slogan sulla scuola di
classe, ma riflessioni sui meccanismi che rendono la
formazione universitaria solo apparentemente egualitaria. I
laureati, nelle analisi dei collettivi studenteschi, sono
collocati in due categorie: quelli che hanno potuto darsi e
ricevere una formazione di eccellenza, idonea al comando, e
quelli che ricevono una formazione di routine, adeguata a
funzioni serventi. I due tipi di laureati, sono il prodotto
dei diversi punti di partenza, dell'influenza dell'ambiente
nell'apprendimento, del tempo destinabile alla preparazione
e alle lezioni, del patrimonio culturale di base.
Dall'università "escono innanzitutto coloro per i quali la
collocazione professionale, in una posizione dirigenziale, è
già garantita dalla situazione sociale della famiglia di
provenienza"; gli altri verranno collocati a livelli medio
bassi della scuola, del pubblico impiego, della banca,
dell'industria (12) . I laureati di questa seconda schiera
sono "sottoutilizzati rispetto alla loro preparazione
generale e dequalificati" (13) .
Il
meccanismo di accertamento del sapere favorisce la
discriminazione, "l'esame, più o meno equo (…) si traduce in
una conferma per gli studenti che fanno parte
dell'università, e in un massacro per quelli che ne sono
esclusi" (14) .
Un motore
delle agitazioni è la consapevolezza che la società vive la
fine di un ciclo, che la maturità delle società industriali
richiede minori competenze diffuse e produce la crescita di
mansioni dequalificate.
La
manifattura ha bisogno dell'operaio massa, privo di quel
patrimonio specialistico che era tipico dell'artigiano e
della prima classe operaia industriale. Lo stesso lavoro
intellettuale viene parcellizzato e deresponsabilizzato
dall'avanzare delle tecniche fordiane di organizzazione del
lavoro, nella fabbrica e negli uffici. La richiesta di un
lavoro intellettuale non riguarda mansioni di élite ma è di
massa, che non si accompagnano a particolari privilegi ed a
retribuzioni di eccellenza.
Un
ulteriore motivo di protesta viene dalla consapevolezza del
fatto che, con la fine degli anni '60, la crescita
economico/produttiva non appare più come un fenomeno
inarrestabile nei paesi sviluppati (15) . Si comincia a
percepire che la manifattura non assorbirà sempre nuovo
lavoro, manuale ed intellettuale. Il senso di delusione
coinvolge sia gli studenti appartenenti a strati sociali che
hanno avuto solo di recente accesso all'istruzione
superiore, sia gli studenti appartenenti alle vecchie élites.
I primi percepiscono come l'accesso all'università non
significhi più promozione sociale. I secondi capiscono che
l'allargamento dell'istruzione ha eroso parte del
privilegio.
Conflitti
di generazione
I movimenti
del 1968 sono stati a volte interpretati come conflitto di
generazione. Sull'utilizzabilità del concetto in quello
specifico contesto e sul concetto stesso di conflitto di
generazione si è sviluppato un dibattito che in parte
continua ancora (16) . Per utilizzare la categoria del
conflitto di generazione occorre valutarne diversi
significati.
Prendiamo
in esame, prima di tutto, il significato metaforico.
Il
conflitto in tale accezione vedrebbe la competizione di due
gruppi caratterizzati reciprocamente da un marcato
differenziale di età. La storia del XIX e del XX secolo è
fatta anche di conflitti di generazioni in questo senso.
Moti e rivoluzioni del 1821, del 1830 e del 1848 videro come
protagonisti giovani, borghesi ed aristocratici, schierati
contro le parrucche della Restaurazione. Il simbolo è
rappresentato da Giacomo Leopardi contro il conte Monaldo.
L'interventismo del 1914 è una rivolta di giovani
scolarizzati contro classi dirigenti formatesi nella pace
liberale dei cento anni (1814-1914) (17) , orientate alla
tutela degli interessi piuttosto che a valori come quello
delle identità e della nazionalità. I regimi di massa del XX
secolo sono animati da élites giovani che rovesciano vecchi
gruppi dirigenti. La storia politica contemporanea registra
numerosi patti generazionali con i quali, nel seno di un
partito o di una rappresentanza politica, avvengono
cambiamenti di classe dirigente. Un conflitto di generazione
di questo tipo avviene anche nel seno di aziende e di
sistemi economici. Il passaggio dalla old alla new economy è
stato, ad esempio, anche un cambiamento generazionale. Il
conflitto generazionale in senso metaforico si manifesta
come circolazione di élites che non contestano valori comuni
di riferimento e che condividono, in linea di massima,
l'etica di quelle che le precedono. Consideriamo, poi, il
significato specifico di conflitto tra genitori e figli.
In questo
senso il conflitto di generazione è quello che si manifesta
all'interno del nucleo familiare e che vede i figli
rifiutare il sistema di valori dei genitori al fine di
definire la propria identità. Il conflitto di generazione è
una costante della famiglia e rappresenta una tappa della
socializzazione. L'individuo si libera dai condizionamenti
dello status per competere nel vortice degli interessi
societari. Nell'ambito familiare, l'assenza di conflitto di
generazione è considerata una patologia produttrice di
devianza (mentale o sociale). Un conflitto generazionale,
dotato di risvolti immediatamente politici, è testimoniato
raramente dalla storia contemporanea. Si può pensare al
movimento dei decabristi che cercano di abbattere
l'autocrazia in Russia, al nichilismo che si diffonde in
alcuni ambienti borghesi ed aristocratici della Russia della
seconda metà del XIX secolo, al pacifismo di tipo tolstoiano,
al gandhismo.
I movimenti
del 1968 assumono caratteristiche particolari perché si
manifestano come conflitti di generazione dotati del secondo
dei due significati. Una contestazione, tipica del processo
di liberazione dall'autorità familiare, diventa un modello
per la protesta contro le istituzioni. Non manca nel 1968
anche una spinta al conflitto del primo tipo, cioè
generazionale/metaforico e orientato ad una sostituzione di
élites. Ma questo genere di conflitto è mascherato da
modalità conflittuali tipiche dell'ambiente familiare.
Utilizzando
uno slogan coniato dai movimenti femministi degli anni '70
si può affermare che con il 1968 il personale diventa
politico (18) . Le modalità della liberazione
postadolescenziale dal gruppo familiare diventano linee di
azione politica. Il conflitto si colora di ribellione, la
contrapposizione si trasforma in rifiuto, la divaricazione
diventa demonizzazione. La rivolta si manifesta come una
cerimonia esistenziale.
"Quel che
non è politica non riempie la vita di un uomo oggi", questa
frase, scritta nelle Lettere a una professoressa della
Scuola di Barbiana animata da don Lorenzo Milani, ricorre
spesso nei materiali prodotti dai movimenti studenteschi in
Italia. La politica non è solo realizzazione di valori,
conquista di obiettivi ma anche gratificazione soggettiva.
Le occupazioni delle università servono a riscoprire la
propria personalità e a misurarsi con l'altro: "bene, i 70
giorni ci sono serviti a far saltare queste porcate. Ci si è
scoperti reciprocamente come esseri umani, pieni di nuovi
bisogni radicali e di vecchie putride necessità. Ma almeno
le riserve mentali sono state messe nell'immondezzaio" (19)
.
Per
spiegare asprezza ed innocenza delle proteste che animano il
1968, occorre collegarsi al secondo significato di conflitto
di generazione. I movimenti contestano i sistemi politici
con la veemenza con la quale l'adolescente aggredisce le
figure genitoriali.
Il fervore
(e la violenza dei toni) appartiene ad un rituale di
liberazione che non è ispirato dalla volontà di distruggere
i genitori. La virulenza verbale e comportamentale è
imputabile allo sforzo di recidere radicati sistemi di
attaccamento. L'adolescente rifiuta i genitori, cerca di
capovolgerne i valori, aspira a comportamenti diversi da
quelli dell'ambiente familiare, ma non vuole (nella
stragrande maggioranza dei casi) la scomparsa fisica delle
figure genitoriali. Il sistema di valori e le figure adulte
devono al contrario essere preservate per mantenere in vita
un modello di riferimento dal quale, nella fase di
liberazione, discostarsi, oppure al quale riferirsi in modo
inverso/speculare.
Nel
conflitto familiare i toni sono esasperati. I genitori sono
accusati di odiare i figli! I figli sono accusati di
uccidere simbolicamente i genitori! La veemenza verbale si
accompagna raramente e spesso solo simbolicamente alla
violenza materiale. Lo schiaffo è un buffetto, dotato però
di fortissime significanze lesive. Qui un'ulteriore
caratteristica dei movimenti: esasperati, stupiti, adirati
quando la reazione istituzionale passa dal simbolico alla
materialità.
La sfida e
la contestazione della repressione sono tipiche del
conflitto generazionale in senso stretto. Nella dimensione
tradizionale della politica e del conflitto sociale la
repressione è una variabile indipendente, derivata dal
sistema istituzionale. Essa viene contestata ma non suscita
stupore. Nel conflitto generazionale, in senso stretto, la
repressione è sempre considerata inaspettata. Allo stesso
tempo si cerca di sfidare la controparte a innescare una
punizione capace di legittimare e di perpetuare lo scontro.
Un aspetto
del movimento tipicamente generazionale viene messo in luce
da Edgard Morin che scopre come il gioco di massa diventi un
elemento specifico dell'agire politico: "Vi è stata una
dimensione di gioco permanente che ha costituito il
carattere originale di questa Comune giovanile" (20) .
Sempre Morin osserva che con il Maggio francese c'è un
capovolgimento dei riti di iniziazione. Questi non sono più
proposti dalla società adulta ma vengono messi in atto dalla
società giovane che inventa occasioni di scontro con
"spiriti terrificanti e malefici" (21) .
Il
carattere generazionale del movimento condiziona anche in
parte le immagini che di esso vengono fornite dalle forze
politiche e da istituzioni non secolari, ma dotate di
elevato valore simbolico. Nelle sinistre (ad Ovest così come
ad Est) il movimento suscita reazioni critiche e di
fastidio. I dirigenti comunisti vedono riemergere i fantasmi
di eresie liquidate negli anni '30, oppure temono un ritorno
di stalinismo, sconfitto nel 1956, al XX congresso del PCUS,
ma ripreso, contro Kruscëv, dal Partito cinese. In Occidente
il carattere giovanile dei movimenti e l'insediamento
universitario di essi evoca ulteriori fantasmi. Nella
memoria riemerge il giovanilismo che portò alla vittoria
fascismo, nazismo, franchismo.
Il
movimento degli studenti appare connotato di coloriture
dannunziane, oggettivamente colludenti con la reazione, si
parla quindi di "fascismo rosso" e di "sovversivismo delle
classi dominanti" (22) .
Non mancano
naturalmente nelle sinistre ufficiali posizioni favorevoli
ai movimenti, ma si tratta di forme di dissidenza ovvero di
scelte legate a coincidenze elettorali.
Diverso
l'atteggiamento dei vertici della Chiesa. La posizione del
Papa è stata spesso trascurata. Paolo VI affronta il tema
dei movimenti nell'udienza generale del 25 settembre del
1968 prendendo le mosse da una garbata, e forse ironica,
critica dell'estremismo. I giovani "sono liberi e arbitri di
se stessi e tendono ad esserlo anche degli altri; la moda
della 'contestazione' li seduce, la smania del cambiamento
supplisce spesso in loro la consapevolezza dei fini da
raggiungere; essi non temono alle volte d'arrivare ad
esplosioni di follia; vi è fra loro chi ama la violenza,
come segno di virilità e di abilità, come uno sport del
coraggio, o come un'avventura generosa di un film-western.
Sono giovani!" (23) . Poi il Papa passa a trattare il
rapporto dei giovani con una Chiesa che sembra appartenere
al vecchio, "è un'istituzione tradizionale: come può essere
capita e accettata da una certa gioventù che istintivamente
rifugge dalla storia passata, dalla tradizione? Tutto ciò
ch'è di ieri è di per sé 'matusa'; e questa facile qualifica
è una condanna senza appello" (24) .
Paolo VI
definisce però riduttive le critiche correnti sui giovani e
finisce con il formulare un inequivocabile apprezzamento per
il sorgere di nuove culture. "Non è forse vero che oggi la
gioventù è appassionata di verità, di sincerità, di
'autenticità' (come ora si dice); e ciò non costituisce un
titolo di superiorità? Non vi è forse nella sua inquietudine
una ribellione alle ipocrisie convenzionali, di cui la
società di ieri era spesso pervasa? E nella reazione, che
sembra inesplicabile ai più, che i giovani scatenano contro
il benessere, contro l'ordine burocratico e tecnologico,
contro una società senza ideali superiori e veramente umani,
non vi è forse un'insofferenza verso la mediocrità
psicologica, morale e spirituale, verso l'insufficienza
sentimentale, artistica e religiosa, verso l'uniformità
impersonale del nostro ambiente, quale la civiltà moderna va
formando?" (25) . Il Papa mostra un netto apprezzamento nei
confronti di un movimento che contesta quanto egli stesso
rappresenta ma che, allo stesso tempo, riscopre principi di
impegno e di solidarietà e che, soprattutto, esce dal
conformismo delle generazioni precedenti. Il modello dei
giovani degli anni '50 e '60, ripiegati sul privato e su una
visione egoistica della società, appare, agli occhi del
Papa, travolto dalla ondata di passioni e di sentimenti che
animano i nuovi studenti. David Riesman aveva descritto,
alla fine degli anni '50, lo studente statunitense come
"studente freddo"; Helmut Schelsky aveva parlato in Germania
di una "gioventù scettica" (26) . Dalla freddezza e dal
rifugio nella privacy si è passati, con le occupazioni
universitarie, al ritorno nel pubblico ed all'impegno.
Ideologie e
teorie
I movimenti
del 1968 si manifestano improvvisamente, in un periodo
caratterizzato dalla pacifica coesistenza tra le due
superpotenze: quiete sottesa da contraddizioni e da
conflitti di tipo nuovo. Alla pacifica coesistenza, iniziata
con la presidenza Kennedy e con Kruscëv alla guida del
Partito comunista sovietico, non corrisponde una situazione
di immobilità e di tregua sulla scena internazionale.
L'indipendenza delle nazioni coloniali, la formazione di un
fronte dei non allineati, l'esistenza di gravi punti di
crisi sulla scena mondiale (in Asia, Africa, America
Latina), la stessa Rivoluzione culturale cinese, segnalano
l'esistenza di nuovi conflitti che si muovono al di fuori
della logica e degli interessi delle due superpotenze.
Le
politiche di coesistenza del campo socialista e le vie
pacifiche scelte dai partiti comunisti in Occidente, in
contrasto con il fiorire di nuovi conflitti che ripropongono
la lotta di classe e l'antimperialismo, favoriscono la
rinascita e l'insorgere di ideologie e teorie di
contestazione radicale dello "stato di cose presente". Al
marxismo classico, predicato dai partiti comunisti e dalle
sinistre ufficiali, si contrappongono analisi e progetti
che, in modo diversificato, sostengono una lotta più dura al
sistema capitalistico. Le nuove analisi/strategie sono di
cinque tipi.
Il marxismo
eretico
Si tratta
di un marxismo che non si identifica con la politica e con
le filosofie predicate dal Partito sovietico e dalla
tradizione comunista. Per alcuni versi è una teoria
accettabile in Occidente proprio in conseguenza delle
persecuzioni alle quali è stato sottoposto dai regimi
comunisti. Nel corso degli anni '60 vengono riscoperti
autori, movimenti ed atteggiamenti che erano stati rimossi
nella tradizione sovietica e in quella dei partiti comunisti
occidentali: Lev Trotzky, l'opposizione operaia in Russia,
l'estremismo bollato da Lenin come malattia infantile,
Victor Serge, Boris Souvarine, Rosa Luxemburg. La cultura va
alla ricerca di un marxismo (o anche di un socialismo)
dimenticato, per sperimentare itinerari diversi dal mix
sovietico di autoritarismo e immobilismo.
Il
terzomondismo
Le
ideologie terzomondistiche si affermano nei paesi ex
coloniali e, più in generale, nell'area del sottosviluppo
(un autore, simbolo del tempo, è Fanon) e trovano robusti
supporti teorici nella cultura statunitense ed europea (Sweezy,
Mandel). Il terzomondismo non si limita alla predisposizione
di programmi di crescita ma delinea nuove strategie contro
il capitalismo, integrando/negando le teorie di Marx e di
Lenin sul primato della classe operaia nel processo
rivoluzionario. Il terzomondismo condanna, poi, le forme di
lotta consacrate dal movimento operaio nel secondo
dopoguerra: la coesistenza e la via pacifica possono essere
un'eccezione, ma non la norma.
Il maoismo
Il pensiero
di Mao, riproposto dalla rivoluzione culturale cinese e
dalle Guardie rosse, presenta una visione del socialismo e
del partito diversa da quella sovietica. Nell'analisi del
leader cinese il partito sembra più democratico ed attento
ai bisogni della base: necessità dell'autocritica,
un'organizzazione che non ha sempre ragione, una strategia
costruita dal basso con l'inchiesta e non con i sacri testi.
Di Mao viene apprezzato, in Occidente, il messaggio
conflittuale e l'impulso a non far coincidere la rivoluzione
con la difesa del socialismo realizzato, quindi con
l'immobilismo. Il conflitto infine non è solo funzionale ad
un obiettivo esterno ma contribuisce a purificare (27)
individualmente chi lo pratica: "la guerra rivoluzionaria è
un antitossico che non solo elimina il veleno del nemico, ma
libera anche noi da ogni impurità" (28) .
Il
cristianesimo critico (29)
Il
cristianesimo critico si manifesta sia nei paesi sviluppati
sia in quelli in via di sviluppo. Aspetto specifico di
questo orientamento è l'ostilità al primato ecclesiale delle
gerarchie e la scoperta del ruolo dei laici. Sul piano
politico si evidenziano teorie che argomentano la centralità
del problema della povertà e della disuguaglianza e che
legittimano la violenza quando essa rappresenti l'unica
strada per la giustizia. Negli anni sessanta hanno
diffusione le tesi di padre Camillo Torres, ex sacerdote
impegnato nell'Esercito di liberazione nazionale in
Colombia, il quale afferma che la Rivoluzione "non soltanto
è consentita ma addirittura obbligatoria per i cristiani che
vedano in essa l'unica maniera efficace ed ampia di
realizzare l'amore per tutti" (30) . Il messaggio
rivoluzionario non esaurisce, tuttavia, l'esperienza del
cristianesimo critico che si orienta in Occidente
prevalentemente alla progettazione di forme alternative di
sollievo dell'esclusione sociale.
Le teorie
critiche della società tecnologica
Marcuse
raccoglie consenso nei movimenti per vari motivi. E' innanzi
tutto il filosofo che ha ispirato la ribellione degli
studenti negli USA e che riesce a interpretare la rivolta
giovanile partendo sia da Marx sia dalla contestazione
freudiana dei disagi della moderna civiltà. La critica
marcusiana della società tecnologica riesce a motivare tanto
la rivolta contro il modello sociale occidentale quanto il
rifiuto delle società burocratizzate dell'Est.
Totalitarismo, per questo filosofo, non è solo il sistema
oppressivo di controlli del socialismo realizzato ma anche
il dominio del capitalismo, dell'industria, della produzione
occidentali. Il successo di Marcuse è dovuta anche al fatto
di riuscire a legare, con la sua teoria, esperienze di tipo
diverso: la critica classista della società industriale; il
recupero delle identità, tipico del terzomondismo; il
rifiuto del burocratismo, caratteristico della protesta
nell'Est; la valorizzazione delle pulsioni vitali, che anima
gli scontri di generazioni.
Una
sollevazione, in buona parte spontanea, suscitata da
questioni materiali e da rivendicazioni specifiche, animata
anche da fattori generazionali, trova nel 1968 a propria
disposizione un armamentario teorico raffinato, degli esempi
da seguire sullo scenario internazionale, dei gruppi
dirigenti disponibili. Il coesistere di spontaneità con
organizzazioni/ ideologie produce, ovviamente, una sorta di
scissione delle esperienze. Alla Sorbona, osserva Edgard
Morin, la Comune studentesca si sdoppia in due sorelle
siamesi, "la Comune universitaria e la Comune politica". La
prima si abbandona "giorno e notte a una ricerca di dialogo,
a una interrogazione profonda e ingenua" (31) . La Comune
politica vuole, viceversa, iniziare un movimento destinato
ad abbattere lo Stato borghese. "E' qui che comincia a
incrinarsi l'unità, ricca e trionfante, della Comune
studentesca e che la Comune politica tende a staccarsi,
talvolta a opporsi alla Comune universitaria" (32) . La
stessa Comune politica è destinata, a sua volta, a separarsi
nelle tendenze spontaneistiche, forti in Italia, in Francia
e in Germania, ispirate e interpretate dai fratelli
Cohn-Bendit, e nelle tendenze organizzative che cercano di
ricostruire il partito rivoluzionario (33) .
La violenza
La società
moderna ha assistito a diverse manifestazioni di violenza
politica e ha visto scaturire dal proprio seno numerose
teorie della violenza. Il mondo moderno ha inizio con un
atto di violenza costituente, quella del 1789; violenza che
continua a manifestarsi in Europa nel 1830 e poi nel 1848.
Vi è poi la prassi/teoria della violenza di classe con la
quale cerca una affermazione il nascente movimento operaio.
Una
commistione di violenza costituente e di violenza di classe
si ha nella Comune di Parigi e nella Russia del 1917. Con
l'avvento del colonialismo si affermano forme di violenza
identitaria. Con la decolonizzazione si assiste ad una
fusione di violenza identitaria e di violenza costituente.
L'azione deflagrante è finalizzata alla costruzione di nuovi
Stati.
Le teorie
che giustificano quei tipi di violenza ne sottolineano
l'aspetto necessario, non voluto, storico. La violenza
costituente sarebbe la risposta all'assolutismo monarchico,
quella di classe accelererebbe l'avvento della nuova
società. La metafora utilizzata da Engels è quella del
crostaceo che spezza, crescendo, la corazza che lo
racchiude. La teoria bolscevica della presa del potere
considera, poi, la violenza come un fatto esclusivamente
istituzionale: il popolo in armi, la classe in armi, operai,
contadini, soldati che si costituiscono in soviet. Anche le
teorie sull'uso della violenza nella preservazione dello
Stato socialista (Lenin, dopo il 1918) hanno dei connotati
istituzionali: si tratta di radicare, con il terrore
istituzionale, il nuovo potere.
Nella
seconda metà del XIX secolo si affermano anche teorie/prassi
della violenza individuale. Populisti e socialisti
rivoluzionari si misurano in Russia con l'attentato a figure
esemplari del potere zarista. La stagione dell'anarchia
parigina, a cavallo tra il XIX e il XX secolo, vede un
crescendo di azioni di testimonianza individuale. Queste,
però, trovano una motivazione nella natura dell'obiettivo
che viene colpito.
Nei
movimenti del 1968 si elaborano teorie della violenza e si
praticano forme di violenza che, a volte, si limitano a
ripercorrere gli schemi classici. Alcune forme di violenza
contro le cose ricordano, ad esempio, le prime
manifestazioni del conflitto tra operai e capitale. Gli
operai luddisti condannati da Marx combattevano l'impresa
distruggendo le macchine, gli studenti dell'Università di
Torino aggrediscono invece, in modo blando, i propri
strumenti di lavoro. "La commissione scuola e società ha
praticamente votato una mozione in cui si proibiva ai suoi
membri di far uso dei libri nel lavoro di commissione (…).
Infine, la commissione delle facoltà scientifiche compiva
l'estremo atto liberatorio nei confronti del dio-libro; lo
squartamento dei libri in lettura per distribuirne un
quinterno ad ognuno dei membri" (34) . La prassi
distruttrice del libro cerca di accreditarsi come forma di
dissacrazione del simbolo e come veicolo di eguaglianza (la
distribuzione egualitaria di un quinterno, il quale diventa
inutile perché separato dal contesto!).
Nel periodo
si assiste anche a inedite giustificazioni della violenza,
portate ad accettarla non in nome di un fine, ma come
espressione di pura vitalità, di identità, di crescita. Si
legga il passo che segue. "La durata dello scontro (ormai
molti mesi), la sua estensione (…), il suo volume (…), la
sua qualità (…), la sua difficoltà materiale (repressione
familiare, scolastica, poliziesca, legislativa; salto dei
presalari, delle borse di studio, dei finanziamenti
familiari), ecc. stanno a dimostrare quanta rabbia si fosse
accumulata sotto la pelle della gente, quanto ne avessero
piene le scatole, insomma, quanta critica eversiva
potenziale attendesse l'occasione corretta per esplodere.
Ovunque è stato scelto lo strumento espressivo più duro:
l'occupazione, che, d'altra parte, non è bastata allo sfogo,
il quale ha successivamente investito e dissacrato tutto
quanto veniva a tiro (dalla mamma alla chiesa, al partito,
al giornale, al poliziotto, al professore, al passante
occasionale). Molti, che credevamo fottuti, hanno trovato lo
scatto politico necessario ad iniziare il rovesciamento del
processo di manipolazione-controllo-istituzionalizzazione
che, fino allora, avevano subito. Hanno scoperto il
carattere violento di quel processo e hanno risposto con la
violenza, con naturalezza eversiva. Alla violenza
atmosferica del sistema hanno risposto con la violenza della
lotta illegale organizzata" (35) .
L'esplosione, nel passo citato, è giustificata in quanto
manifestazione di una rabbia compressa e il comportamento
eversivo/duro non è valutato per l'impatto sugli altri, ma
solo come sfogo di una pressione interna ritenuta
insopprimibile. Lo sfogo dopo le occupazioni ha investito,
ricorda l'autore, tutto quanto "veniva a tiro", dalla mamma
(36) , alla chiesa, al partito, al poliziotto, al
professore, al passante occasionale.
E' doveroso
rispondere qui ad un interrogativo. La violenza politica che
si è manifestata negli anni '70 in Francia, in Italia, in
Germania e in Grecia trae le proprie origini dalle culture
del 1968? In alcuni casi la pubblicistica della lotta armata
cerca di rintracciare le proprie matrici nei movimenti di
quel periodo (37) . In altri casi, autobiografie di
militanti ed analisi di tipo scientifico segnalano come le
culture della violenza che si manifestano in Europa negli
anni '70, '80 e '90, vengano più da lontano nel tempo e
nello spazio (38) . Le "lotte armate" che insanguinano
l'Europa si ispirano al tema delle resistenze tradite, di un
processo rivoluzionario interrotto nel 1945, ovvero di
controculture antistituzionali (39) . Alcune giustificazioni
della violenza presenti nei dibattiti animati dai movimenti
del 1968 hanno, tuttavia, sicuramente distrutto o
depotenziato gli anticorpi contro la violenza, prodotti dai
partiti di massa che avevano promosso la ricostruzione
democratica nel secondo dopoguerra e hanno favorito la
deriva di individui e gruppi verso la lotta armata e il
terrorismo.
L'amplificazione del conflitto
La rapida
mondializzazione dei movimenti del 1968 è favorita
dall'affermazione e dalla diffusione di un particolare mezzo
capace di veicolare idee e immagini, pensiero e "azione":
tra televisione e contestazione si crea un intreccio
indissolubile. L'informazione televisiva ha bisogno di un
tipo particolare di notizie: immagini capaci di colpire chi
scruta lo schermo, messaggi di trasgressione. Il movimento
cerca di fornire, al nuovo mezzo, materiale meritevole di
essere ripreso e veicolato nell'etere.
La
trasgressione può venire da abbigliamento, gesti,
acconciature, linguaggi del corpo (simboli non solo di
un'estetica ma anche di un'etica), ma può anche venire da
disobbedienze di ordine superiore: non più orientate contro
il perbenismo familiare ma contro la gerarchia sociale.
La scoperta
di un intreccio tra lotta politica e sistema dei media
emerge con gli anni '60. Il crogiolo nel quale si fondono i
due elementi è l'America. "Nel 1968 il movimento per i
diritti civili, il Black power, il movimento contro la
guerra, persino il Congresso e i politici tradizionali si
erano ormai resi conto che la priorità massima era riuscire
a ottenere che il cameraman della televisione 'premesse il
pulsante' della videocamera" (40) . Nell'esperienza USA
viene addirittura pianificato l'uso alternativo del mezzo;
gruppi impegnati sui diritti civili pianificano la
trasgressione/evento che accenda la TV.
L'antisegregazionismo nero è consapevole del fatto che le TV
sono "bianche" e che le cronache sulla lotta per i diritti
civili saranno compresse; per trovare accoglienza mette in
atto un mix di trasgressione e di brevità dei messaggi
producendo incisività ed efficacia.
In Europa
l'informazione è inizialmente vista dai movimenti del '68
come strumento di manipolazione: "oggi i mezzi della
comunicazione di massa, al servizio della menzogna
programmatica, sono più pericolosi della polizia e
dell'esercito" (41) . Ma si cerca ugualmente di favorire
quelle vibrazioni che per risonanza diffondano i messaggi
del movimento (42) .
Pur
svalutando i media, i movimenti in Europa mettono in opera
messaggi adatti ai nuovi mezzi di comunicazione. Cambia con
il '68 l'apprezzamento del libro (i tre pesanti volumi del
Capitale) che ha accompagnato la storia del movimento
operaio e delle rivoluzioni moderne. Il libro è considerato
addirittura pericoloso perché può "impedire sistematicamente
l'azione della prassi rivoluzionaria" (43) . In alcuni casi
si giunge a teorizzare il testo riprodotto in modo scorretto
ma autentico: gli errori favorirebbero il lavoro collettivo,
il confronto testuale, l'analisi: "i ciclostilatori, i
dattilografi e le dattilografe di questo documento sentono
di dover 'dare alcuni consigli'. Ci saranno molte parole che
si leggono con difficoltà (incomprensibili), qualche riga
mancante, alcune pagine al contrario. Ebbene, guardate il
documento del compagno vicino: certamente quello sarà
completo. La perfezione tecnica borghese copre le
mistificazioni politiche; non è cosa per noi" (44)
I movimenti
del '68 costruiscono un proprio sistema di comunicazione
(45) che influenzerà negli anni successivi tutte le tecniche
comunicative.
Alla natura
pesante, ponderata, misurata, costosa, lenta del sistema di
comunicazione tradizionale il movimento sostituisce messaggi
veicolati da supporti poveri. Il Datzebao, preso a prestito
dalla Rivoluzione culturale maoista, è lo strumento più
snello: un grande foglio sul quale vengono scritte con un
pennello i messaggi, di esecuzione velocissima. Vi sono poi
l'eligrafia che consente di inserire un'immagine o la
serigrafia che arricchisce le parole con disegni a campi
netti. Anche il muro può essere luogo di comunicazione
semplificata: uno slogan con poche pennellate, oppure i
murales (46) .
Per la
comunicazione di testi analitici si preferisce il
ciclostile: "minor costo e grande velocità di realizzazione"
(47) .
Al
manifesto disegnato con arte raffinata e affisso in migliaia
di copie dalle forze politiche ufficiali, i movimenti
contrappongono la serigrafia o il cartello dipinto a mano
(da esibire nel corteo), alla stampa sofisticata
contrappongono il ciclostilato. I messaggi collocati su
supporti poveri (il cartone del cartello, la carta della
serigrafia, il vergatino del ciclostile) economizzano le
parole, condensano i concetti; la brevità rende il testo
"settario", privo di sfaccettature, estremista. Ma si tratta
di difetti che si configurano come pregi nello specifico
televisivo.
La crisi
degli equilibri di Yalta
La
contestazione del '68 non si diffonde soltanto in Occidente
ma inonda anche i paesi dell'Est. "Il ciclone studentesco ha
delle origini, nello stesso tempo, gigantesche e minuscole.
L'aspetto
gigantesco è costituito dalla grande ribellione studentesca
che dilaga, a partire dagli inizi del 1968, in paesi così
diversi come la Polonia, la Cecoslovacchia, la Germania,
l'Italia, la Spagna, l'Inghilterra, gli Stati Uniti, e che,
per quanto diverse ne siano le ramificazioni, risponde a un
certo carattere internazionale." (48)
I soggetti
che animano i movimenti dell'Est europeo non sono molto
dissimili, dal punto di vista sociale, da quelli che si
impegnano sulle barricate di Parigi o nelle manifestazioni
di Roma e di Berlino. Anche ad Est la protesta coinvolge
soprattutto giovani che appartengono ad una élite, per
quanto diffusa. Il fenomeno della selezione sociale
nell'accesso agli studi superiori riguarda le democrazie
popolari, così come la patria del socialismo reale. La sola
Unione Sovietica, dopo la rivoluzione del 1917, aveva
cercato di rifondare la formazione superiore escludendone i
giovani di origine aristocratica, borghese o
contadino/ricca. Ma il carattere selettivo del sistema si
ripropone prontamente nel momento in cui l'accesso
all'università rientra nei privilegi del nuovo ceto medio.
"Questo
movimento - afferma Kurlansky, descrivendo i moti di
Varsavia - era composto da giovani comunisti provenienti da
famiglie che costituivano l'élite del paese. Tre dei
dimostranti erano figli di ministri in carica, e molti altri
di pezzi grossi di partito. Fino ad allora in Polonia i
giovani idealisti che non si trovavano in tutto e per tutto
d'accordo con i genitori, avevano continuato ad aderire al
partito comunista con l'intenzione di cambiarlo dal di
dentro, di costringerlo ad evolversi" (49) . Anche nei paesi
dell'Est si assiste, nella protesta, ad una commistione di
temi. In alcuni casi la mobilitazione è provocata da aspetti
specifici della condizione universitaria. In altri casi
viene affrontato direttamente il ruolo delle istituzioni
politiche, il carattere poliziesco dei regimi, la censura in
materia di manifestazione del pensiero.
A Praga,
come a Varsavia, il movimento degli studenti contesta il
dogmatismo trasmesso dal corpo docente come ostacolo al
raggiungimento di conoscenze adeguate al mondo e al modo di
produzione moderni. Dalla contestazione dei contenuti della
didattica si passa però presto alla condanna della censura e
degli ostacoli frapposti alla circolazione della produzione
accademica e politica dell'Occidente.
La critica
raggiunge infine il sistema politico che viene definito come
elitario, chiuso alla discussione, privo di essenziali
elementi di democraticità.
Vi è una
differenza relativa alla direzione nella quale muovono le
polemiche dei movimenti occidentali e di quelli dell'Est. La
critica politica dei movimenti in Occidente aggredisce non
solo il sistema capitalistico e i processi di circolazione
delle élites, favoriti dall'economia di mercato, ma anche il
sistema democratico. Questo è visto come complesso di
istituzioni sottese da disuguaglianza. La democrazia
occidentale sarebbe un velo chiamato a coprire una realtà
fatta di oppressione di classi e di popoli.
Gli slogan
dei movimenti in Italia, in Germania, in Francia e negli USA
non rivendicano la libertà in senso pieno, ma alcune
libertà: quella di espressione, quella di programmazione
degli studi, quella generazionale, ecc. Le libertà politiche
(le "libertà borghesi"), nel loro complesso, sono viceversa
viste come forme occulte di oppressione dell'uomo.
Nei paesi
dell'Est i movimenti si muovono in direzione della
democratizzazione dei regimi politici e di una introduzione,
nelle democrazie popolari, di istituzioni classiche dello
Stato di diritto. Il linguaggio dei movimenti dell'Est è
naturalmente più moderato che ad Ovest; le agitazioni si
svolgono in zone nelle quali, di fatto e di diritto, vige
l'occupazione militare e il dissenso è severamente
sanzionato.
I movimenti
dell'Est, pur agendo in direzioni divergenti rispetto a
quelli occidentali, trovano in questi ultimi e nel loro
anticapitalismo una ragione d'essere, forse uno stimolo. A
favorire l'attenzione verso la contestazione che si sviluppa
in Occidente stanno almeno tre motivi.
In primo
luogo, la condanna dei movimenti, pronunciata dall'ideologia
ufficiale dell'Est. La pubblicistica sovietica e della RDT,
così come parte di quella dei partiti comunisti in
Occidente, li considera una minaccia per l'ortodossia e un
veicolo di provocazione.
In seconda
battuta può rinvenirsi l'anticapitalismo dei movimenti. La
critica antiborghese degli studenti in Occidente può essere
presa a modello da quelli dell'Est perché, almeno, evita
loro l'accusa (o addolcisce l'accusa, o introduce
attenuanti) di connivenza con le centrali capitalistiche.
Infine e
soprattutto, agli occhi dei movimenti dell'Est, la
contestazione del 1968 in Europa è vista come prova del
fatto che la divisione del mondo in sfere di influenza,
sancita dagli accordi di Yalta, è in crisi. Se l'Occidente
può cambiare anche l'Est può farlo.
Rudi
Dutschke in un saggio del '68 aveva individuato le
potenzialità dei movimenti di contestazione sia in Occidente
sia nell'area di influenza sovietica: essi erano chiamati a
combattere un equilibrio geopolitico inibitore del
cambiamento. "Negli accordi di Yalta e di Potsdam gli
alleati antifascisti si erano messi d'accordo a spese degli
stati fascisti. L'occupante democratico-capitalistico e
l'Unione Sovietica pretesa socialista, ampliarono in
reciproco accordo le loro sfere d'influenza" (50) . Dutschke,
nel saggio citato, denuncia anche l'immobilismo occidentale
di fronte all'uso sovietico del carro armato contro le
ribellioni. "La rivolta popolare anticapitalista e
antistalinista dell'Ungheria non condusse a un confronto
militare delle grandi potenze. L'URSS e gli USA potevano
controllarsi reciprocamente, ma non più scontrarsi
militarmente" (51) .
Alto e
basso
Lungo la
linea alto basso che, in politica e nell'organizzazione,
rappresenta il luogo dei rapporti tra dirigenti e diretti,
il 1968 introduce grandi trasformazioni ma evidenzia anche
macroscopiche contraddizioni.
Il 1968
vede l'emergere di un nucleo di nuovi dirigenti, diverso da
quello dei partiti e delle rappresentanze tradizionali del
lavoro. In quel periodo si manifesta, però, anche un
conflitto permanente della base contro i vertici di
movimenti e organizzazioni. Nei documenti redatti dagli
studenti a Trento, a Torino e a Roma, ma anche a Parigi e a
Berlino, il tema del controllo dal basso e della democrazia
assembleare è costante. Come in molte esperienze
rivoluzionarie, lo strumento che viene preferito è quello
della democrazia diretta, la democrazia degli antichi; alla
teoria di Montesquieu fondata sul principio della divisione
dei poteri, si preferisce quella di Rousseau, costruita
sull'esercizio permanente del potere del corpo sovrano. Nei
testi si teorizza il rifiuto della delega, il controllo dal
basso, la revocabilità del mandato.
Il
leaderismo del 1968 è di tipo particolare. Il leader è
carismatico ma esercita ruoli circoscritti nel tempo e nello
spazio. Il cambiamento di leadership è velocissimo e l'area
sulla quale viene esercitato il potere direttivo muta
costantemente.
Negli anni
settanta, quando l'ondata dei movimenti studenteschi si
ritira, sulla sabbia rimangono pochi residui: conchiglie nel
migliore dei casi, oppure rami secchi, alghe. Si tratta di
una pluralità di gruppi e di organizzazioni che cercano di
amministrare un patrimonio formatosi nelle esperienze delle
occupazioni universitarie e poi nel 1969, col tentativo di
spostare la protesta dalle università alle fabbriche. Si
tratta di gruppi regolati dalla legge bronzea della
scissione. Da ogni organizzazione, in un breve volgere di
tempo, nasce una pluralità di nuove strutture guidate da
dirigenti che creano sempre nuovi dirigenti alternativi.
Anche in
materia di ideologie sono prepotenti le contraddizioni. Nel
fervore delle occupazioni sembra doversi assistere ad un
ritorno di dottrine omologanti. Ciascuna componente del
movimento si identifica, però, con una ipotesi ideologica
differenziata, la quale diventa elemento di identità e
oggetto di strenua difesa.
Si tratta
di un ritorno alle ideologie, però di tipo nuovo. Non un
pensiero unico, ma un proliferare di distinzioni di tipo
ideologico. Si pensi a due termini di uso comune a quel
tempo, marxista e leninista; il diverso uso o accoppiamento
dei due sostantivi dà vita ad una ampia quantità di opzioni
ideologiche: marxista, leninista, marxista leninista,
marxleninista, marxista-leninista, m-l, emmellista, fino a
giungere al sofisticato leninista marxista, o al
sofisticatissimo leninianmarxista. Dietro a ciascuno degli
usi dei termini prima segnalati si celano profonde
distinzioni politiche, conflitti, demonizzazioni, disprezzo,
odi insanabili.
Una
contraddizione simile grava sulla dialettica tra
assemblearismo e leaderismo. Le ideologie tendono alla
frammentazione e si assiste a fenomeni che ricordano la
Riforma protestante in Europa. Il messaggio caratterizzante
la Riforma fu l'equiparazione del laicato al sacerdozio,
ciascun cristiano doveva essere legittimato ad interpretare
la parola divina. Dalla critica dell'ortodossia romana
nacquero tante diverse ortodossie ed anche il pluralismo
interpretativo del cristiano. Le ideologie che si affermano
nel 1968 non sono fondate su una fedeltà unica ma su fedi
pluralistiche. I movimenti producono spinte contraddittorie,
verso l'osservanza e verso la devianza, verso l'omologazione
e verso l'innovazione, verso la milizia in piccoli gruppi e
verso la disobbedienza nei confronti dei gruppi.
Previsioni
ed effetti
Commentando
a caldo gli eventi, Edgard Morin era pessimista. "E' molto
probabile che le conseguenze immediate del maggio '68 siano
negative. Senza dubbio tutto questo consoliderà il comunismo
stalinista il quale guadagnerà dei meriti di democrazia
sociale (…). Il partito dell'ordine trarrà dalla Grande
Paura nuove lezioni (…). Nella minoranza stessa, chimere
impazienti di avanguardia ravviveranno i vecchi fantasmi"
(52) . Nel tempo medio e breve, la previsione di Morin si è
avverata. L'utopia del 1968, i modelli di auto-gestione
sociale si sono dissolti. Ma, sempre tornando ad alcune
distinzioni fatte da questo autore, non tutto di quell'esperienza
si è dissolto.
Una
sconfitta l'ha subita quella che Edgard Morin definiva la
"Comune politica". Le formazioni di estrema sinistra, sorte
nel corso del decennio successivo, hanno progressivamente
perso la spinta propulsiva finendo con il confluire nelle
forze politiche tradizionali (53) . I messaggi delle nuova
sinistra sono stati, inoltre, compromessi dalla luce
sinistra emanata dai focolai di lotta armata che si sono
trascinati per due decenni in Europa. Sul piano economico la
"Comune politica" ha sicuramente prodotto effetti, diversi
però da quelli progettati dalle organizzazioni
extraparlamentari. Queste, alla luce anche del messaggio di
Marcuse, volevano combattere lo Stato del benessere come
veicolo di rimozione dell'antagonismo.
Le classi
dirigenti dei paesi più ricchi dell'Occidente hanno
viceversa promosso negli anni '70 (sino ai ritorni
neoliberisti degli anni '80) una spesa pubblica destinata
alla pace sociale (e alla crisi fiscale dello Stato).
Alle
esperienze della "Comune studentesca" vanno però attribuiti
degli effetti latenti che non vanno tralasciati. Le profezie
del 1968 sono state in genere disarmate, ma alcuni messaggi,
elaborati in quel contesto, hanno contribuito a cambiare sia
l'esercizio dell'autorità sia la vita privata e la Società
civile.
Vediamone
alcuni.
1. La
ferita al principio di autorità inferta dai movimenti non si
è rimarginata. C'è chi lamenta che la lesione produce
indisciplina, rifiuto del comando e dell'obbedienza,
destrutturazione della gerarchia. Ma c'è anche un effetto
positivo. Chi comanda sa bene oggi di doversi ogni giorno
riguadagnare, con l'esempio/impegno, i propri galloni.
2. Le
alternanze politiche sono state accelerate e incentivate. I
movimenti del 1968 hanno prodotto frammentazione delle
ideologie e crisi delle fedeltà politiche; si è consolidato
un nuovo rapporto tra base e vertice, tra individuo e
ideologia.
3. Si è
affermato un ruolo sociale e produttivo della creatività.
Richard Florida ci ha di recente ricordato che accanto alla
classe dei colletti bianchi e a quella dei colletti blu, è
cresciuto, alla fine del XX secolo, il ceto dei senza
colletto, lavoratori che operano su prodotti creativi in
contesti creativi e che coprono il deficit occupazionale
provocato dal tramonto della grande fabbrica e dalla fine
del lavoro (54) .
4. Si è
riscoperto un tipo nuovo di privato. Adam Smith alle origini
della rivoluzione industriale insegnava che senza l'egoismo
dei privati la società non avrebbe potuto sopravvivere. Ma
il privato al quale ci aveva abituato la società industriale
era un privato acquisitivo. Il privato coincideva in parte
con una pena di Sisifo, con la condanna perpetua
all'accumulazione. Il privato che si è andato delineando con
la fine del XX secolo e dopo il 1968 è abbastanza diverso.
Si tratta di una dimensione non fatta solo di egoismi ma
anche di espressività (e forse solidarietà).
Sino ad ora
non sembra che un'esperienza globale, dotata del peso dei
movimenti del 1968, si sia manifestata.
Manca, con
grande probabilità, il contesto generale fatto di culture
critiche e di instabilità mondiale; mancano forti volontà
soggettive e generazionali. Esistono, nei paesi più
favoriti, potenti ammortizzatori del disagio. Rimane la
marginalità nel lavoro, dipinta da Rifkin ed evidenziata
dalle statistiche sulla crisi dell'occupazione giovanile nel
primo, nel secondo e nel terzo mondo.
Rimane la
questione del carattere non rassicurante delle paci e delle
tregue sociali.
Severe
indagini, condotte prima del 1968, dipingevano, in presenza
di una incombente crisi, il quadro di una gioventù scettica,
di un mondo di studenti freddi, di generazioni ripiegate sul
privato. Anche oggi, agli inizi degli anni duemila,
descrivendo il mare dei giovani, i sociologi insistono,
forse troppo, nel parlare di calma piatta.
Pio Marconi
Note
(1)
M. Kurlansky, I'68 l'anno che ha fatto saltare il mondo ,
tr. it. Mondadori, Milano, 2004.
(2) G.
Statera, Violenza sociale ed emarginazione , in G. Statera
(a cura), Violenza sociale e violenza politica nell'Italia
degli anni '70 , Angeli, Milano, 1983, p. 15.
(3) Cfr. G.
Statera, Storia di un'utopia: ascesa e declino dei movimenti
studenteschi europei , Rizzoli, Milano, 1973, p. 207.
(4) Cfr. M.
Kurlansky, op. cit..
(5) M.
Barone, Libro bianco sul movimento studentesco ,
(introduzione di O. Scalzone), Ed. Galileo, Roma, 1968, pp.
24-26.
(6) "La
condizione studentesca in un'università di massa", indagine
condotta dal Centro di ricerca per le scienze sociali e
morali dell'università di Roma (1968-1969).
(7) G.
Statera, Gli studenti universitari romani: primo rapporto di
ricerca , "De Homine", 1970, pp. 33-36.
(8) G.E.
Rusconi, Giovani e secolarizzazione , Vallecchi, Firenze,
1969, p. 217.
(9) La
ricerca è riportata dal "New York Times", 10 novembre 1968.
Cfr. M. Teodori, La nuova sinistra americana . Feltrinelli,
Milano, 1970.
(10) Cfr.
M. Kurlansky, op. cit., p. 239. L'A. segnala anche il
sovraffollamento degli Atenei.
(11) G.
Statera, Storia di un'utopia , cit., p. 196.
(12)
Documento del comitato di agitazione: diritto allo studio,
11 gennaio 1968, Università di Torino. Citato da G. Viale,
Contro l'università , in AA.VV., Università, l'ipotesi
rivoluzionaria , Marsilio, Venezia, 1968, p. 88.
(13)
Documento La stratificazione sociale universitaria citato da
G. Viale, op. cit, p. 105.
(14)
Ibidem, p. 93.
(15) Cfr.
L. Magri, Considerazioni sui fatti di Maggio , De Donato,
Bari, 1968.
(16) Cfr,
John e Margaret Rowntree, I giovani come classe , "Problemi
del socialismo", 1968, pp. 28-29; F. Alberoni, Classi e
generazioni , Il Mulino, Bologna, 1970; F. Alberoni (et alii)
Lo Stato democratico e i giovani , (introduzione di G.
Mombelli), Edizioni di Comunità, Milano, 1968.
(17) K.
Polanyi, La grande trasformazione , tr. it. Einaudi, Torino,
1974.
(18) Rudi
Dutschke prefigura un tipo di milizia politica integrale
dotata di forti connotazioni esistenziali. Il modello di
impegno è una testimonianza totale, di tipo monastico, come
quella dei narodniki (populisti) in Russia attorno al 1870:
studenti che fanno la scelta della vita contadina per
portare un messaggio politico nelle campagne (R. Dutschke,
Teoria pratica in situazioni specifiche , Libreria
Feltrinelli, Milano, 1968, p. 23.
(19) M.
Rostagno e R. Curcio, Foglio di lavoro politico , 1°
dicembre 1968, ciclostilato, Trento, p. 6.
(20) E.
Morin, La Comune studentesca , in E. Morin, C. Lefort, J-M
Coudray, La Comune di Parigi del maggio '68 , tr. it.
Mondadori, Milano, 1968, p. 17.
(21)
Ibidem, p. 18.
(22) Una
critica di tali definizioni in R. Luperini, Sul ruolo degli
intellettuali , in Nuova cultura operaia e ricerca marxista
"Quaderni di Classe", 1974, p- 254 e ss..
(23) Paolo
VI, Udienza generale di mercoledì 25 settembre 1968.
(24) Ivi.
(25) Ivi.
(26) Cfr.
G. Statera, Le giovani generazioni nelle società industriali
, in "De Homine", 1970, pp. 33-36.
(27) Sulla
violenza come attività catartica cfr. G. Pontara, Violenza e
terrorismo , in L. Bonanate (a cura), Dimensioni del
terrorismo politico , Angeli, Milano, 1979, p. 93.
(28) Mao
Tse-Tung,"Sulla guerra di lunga durata" (maggio 1938) ora in
Citazioni del presidente Mao Tse-tung ., Edizioni in lingue
estere, Pechino, 2°0, 1967, p. 64.
(29) La
definizione è in A. Giannuli (a cura). Il sessantotto. La
stagione dei movimenti (1960-1979) , vol. I, Materiali per
una nuova sinistra, Edizioni Associate, Roma, 1988, p.64.
Cristianesimo critico sembra più efficace di altre
definizioni come dissenso cattolico, cristianesimo di base,
sinistra cristiana, teologia della liberazione; il concetto
comprende, inoltre, non solo i dibattiti che si aprono nel
mondo cattolico ma anche in quello luterano in Germania, in
quello riformato negli USA e in quello valdese-metodista in
Italia. Per il periodo si può addirittura parlare di
religiosità critica, perché ai movimenti partecipano
esponenti di numerosi credi religiosi.
(30) C.
Torres, Messaggio ai cristiani , (3 agostro 1965), in C.
Torres, Liberazione o morte. Antologia degli scritti , tr.
it. Libreria Feltrinelli, Milano, 1968, p. 39.
(31) E.
Morin, La Comune cit., p. 19.
(32)
Ibidem, p. 21.
(33) Cfr,
J.C.R., La rivoluzione in Francia , a cura di A. Chitarin,
Samonà e Savelli, Roma 1968, p. 211 e ss..
(34) G.
Viale, Contro l'Università , in Università l'ipotesi
rivoluzionaria , Marsilio, Padova, 1968, p. 113.
(35) M.
Rostagno, Nota sulle lotte studentesche , in AA.VV.,
Università l'ipotesi rivoluzionaria, documenti delle lotte
studentesche , Marsilio, Venezia, 1968, pp. 12-13.
(36)
Sull'aggressione alla figura materna cfr. il dibattito sulle
matrici psicologiche dell'estremismo politico. Lasswell
ipotizza un rifiuto dell'autorità in relazione colla figura
paterna. Di recente un'autrice considera invece cruciale,
all'origine delle emozioni spostate alla politica, la figura
della madre in quanto oggetto del primo amore. Cfr. M.
Duncan, L'attivismo radicale come difesa contro la
disperazione , in G. Calvi e M. Martini (a cura),
L'estremismo politico , Angeli, Milano, 1982.
(37) Cfr.
la raccolta di documenti: RAF, La guerriglia nella metropoli
, II voll., tr. it. Bertani, Verona, 1977.
(38) Cfr.
C. Merletti, Immagini pubbliche e ideologia del terrorismo ,
in L. Bonanate, Dimensioni del terrorismo politico , Angeli,
Milano, 1979; G.C. Caselli, Criminalità politica organizzata
e problemi della risposta dello Stato , in R., Villa (a
cura), La violenza interpretata , Il Mulino, Bologna, 1979;
G.C. Caselli e D. Della Porta, La storia delle Brigate Rosse
, in D. Della Porta (a cura) Terrorismi in Italia , Il
Mulino, Bologna; G. Galli, Storia del partito armato ,
Rizzoli, Milano, 1986; M. Pini, L'assalto al cielo ,
Longanesi, Milano, 1989.
(39) Cfr.
per l'Italia: G. Fasanella e A. Franceschini, Che cosa sono
le B.R. ., Rizzoli, 2004; per la Germania: M. Baumann, Come
è cominciata , tr. it. La Pietra, Milano, 1977.
(40) M.
Kurlansky, op. cit., p. 51.
(41) R.
Dutschcke, Teoria pratica in situazioni specifiche ,
Libreria Feltrinelli, Milano, 1968, p. 6.
(42) E.
Morin, La rivoluzione , cit., p. 72.
(43) R.
Dutschke, Teoria cit., p. 5.
(44) M.
Rostagno e R. Curcio, Foglio di lavoro cit., p. 1.
(45) Cfr.
P. Baldelli, Informazione e controinformazione , Mazzotta,
Milano, 1972.
(46) Il
catalogo dei nuovi strumenti di comunicazione in A. Giannuli
(a cura), Il sessantotto cit., p. 299 e ss..
(47)
Ibidem, p. 300.
(48) E.
Morin, La comune studentesca cit., p. 9.
(49) M. Kurlansky, op. cit., p. 134.
(50) R.
Dutschke, Le contraddizioni del tardo capitalismo, gli
studenti antiautoritari e il loro rapporto col Terzo Mondo ,
in U. Bergmann, R. Dutschke, W. Lefèvre, B. Rabehl, La
ribellione degli studenti , tr. it. Feltrinelli, Milano,
1968
(51) Ivi.
(52) E.,
Morin, La rivoluzione senza volto , in E. Morin, C, Lefort,
J-M. Coudray, op. cit., p. 88.
(53) Cfr.
L. Bobbio, Lotta Continua , Savelli, Roma, 1979. Cfr. anche
S. Corvisieri, Il mio viaggio nella sinistra , I libri
dell'Espresso, 1979.
(54) R.
Florida, L'ascesa della nuova classe creativa. Stili di
vita, valori e professioni , tr. it. Mondatori, Milano, 20 |