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Nell’articolo precedente (Il governo
delle cose, n.33 - Aprile 2005) si e’ cercato di
ricostruire il quadro internazionale ed interno italiano
entro il quale si forma l’humus politico culturale da cui
scaturira’ il fenomeno delle Brigate Rosse.
Scelta la
strada di una ricostruzione di quel fenomeno partendo
dall’analisi della condizione storico-politica,
economico-sociale e culturale dell’Italia nella seconda
meta’ degli anni ’60, un elemento essenziale di valutazione
e’ costituito da quel vasto ed articolato accadimento di
natura economica, sociale, sindacale e politica passato
oramai alla storia del nostro Paese sotto il nome di
“autunno caldo”.
1969 -
L'autunno caldo
Il '68,
infatti, oltre alla rivolta studentesca nelle Universita’ è
anche l'anno della svolta operaia e sindacale del nostro
Paese. Dagli episodi del 19 aprile '67 a Valdagno, quelli
di Porto Marghera del luglio '67 (primo sciopero per il
rinnovo del premio di produzione dei 15.000 del
petrolchimico) allo sciopero generale per le pensioni a
Torino, nel marzo '68 è tutto un intrecciarsi di iniziative
e di esperienze comuni di lotta tra operai e studenti
(“operai e studenti uniti nella lotta”). Autoriduzione -
egualitarismo – battaglia meridionalistica - la conquista
del potere in fabbrica - sono alcuni dei motivi fondamentali
dell'azione sindacale di quei giorni.
La parola
d'ordine è: “vogliamo tutto”. Accanto alle rivendicazioni
fondamentali “aumento della paga, diminuzione delle ore,
diminuzione della produzione, sette ore, lavorare di meno,
guadagnare di più”, emergono anche i desideri repressi degli
operai: “rompere il culo ai padroni, ma prima ad alcuni
colleghi di lavoro; ammazzare i capi squadra uno alla
volta; ammazzare i capi reparto, capi officina e tutti i
ruffiani; mettere Agnelli al nostro posto; ammazzare chi ne
ha colpa; lavorare il meno possibile; far lavorare i
padroni”. (Da un'inchiesta di P.O. tra gli operai di
Mirafiori a Torino nell'aprile del '69).
Il
desiderio si fa programma come quando si sostiene:
“organizzare squadre di linciaggio dei crumiri e dei
dirigenti; lotta continua, cioè non dar tregua; scioperi,
legnate, botte; lotte violente; far pressione anche con
mezzi non leciti; abbattere la polizia, abbandonare la via
democratica; dimostrare con i manganelli”. Le lotte di quei
giorni furono anche questo e parte di questa seminagione ha
dato poi purtroppo, tragicamente, i suoi frutti. E’ in
questa vasta e multiforme esperienza
politico-sindacale-studentesca ed operaia che nasce la
figura del “militante rivoluzionario”.
La
“centralità operaia” rinsalda e dà corpo alla militanza di
provenienza Emme-Elle del movimento studentesco scolastico.
Nasce, cioè, una militanza tra operai e non, che ha dietro
di sé la forza di una condizione non instabile come quella
studentesca, ma permanente, di una lotta, quindi, destinata
a durare. Sono migliaia di operai e studenti che si
ritrovano immersi in una straordinaria esperienza collettiva
di lotta e di organizzazione.
Le origini
del terrorismo
Su
“Quaderni piacentini” del 1 luglio '69, Francesco Ciafaloni
e Carlo Donolo analizzano la situazione in cui versa il
movimento degli studenti in questi termini: “non c'è dubbio
che la nascita del movimento studentesco del '67-68 ha
modificato profondamente la situazione politica in Italia.
Più
esattamente ha imposto la ridefinizione di molti problemi
politici, ha posto con urgenza impreviste richieste di
soluzioni di alcuni problemi sociali ed istituzionali, ha
messo in crisi o almeno svelato senza alcuni equivoci la
crisi latente di molte venerande istituzioni, anzi ha
introdotto il problema generale della crisi istituzionale,
politica, dei valori socio-culturali su cui si basa il
sistema vigente come problema per la classe dominante e
quella politica in particolare”. Tuttavia, continuano: “il
movimento non ha provocato mutamenti nella struttura del
potere, non ha conquistato potere reale (tanto meno
istituzionale) in singole organizzazioni o strutture né, più
in generale, ha modificato i rapporti di forza tra le
classi sociali”, inoltre, “gli studenti hanno scambiato la
situazione di caos e di crisi istituzionale, gli effetti
superficiali della constatazione, per probabile il colpo di
stato, l'equivalente negativo della rivoluzione”. Sarebbe
questa, secondo i due autori, “la falsa coscienza del
movimento studentesco”. E’ una considerazione puntuale
che segnala lo stato reale del movimento che si
caratterizza per una diaspora tra i gruppi contendentesi la
leadership ideologica della “sinistra rivoluzionaria”.
Feltrinelli
esce con l'opuscolo “Estate '69” con cui si annuncia un
imminente “l’ intervento delle forze repressive” ed
il “definitivo tramonto non solo del revisionismo, già
condannato dalla storia, ma anche dell'ipotesi che si possa
compiere una rivoluzione socialista senza la critica delle
armi”. (Nascita dei GAP). I marxisti leninisti, che,
come si è visto, si rifanno meccanicamente al pensiero
maoista, si impegnano per l'organizzazione di un partito
pronto per la rivoluzione, diffuso nelle città e nelle
campagne, al nord, come al sud. L'impasse degli studenti
libera progressivamente forze ed energie impazienti di agire
e che vedono nell'esplosione della lotta operaia
dell'autunno sindacale caldo del '69, la conferma di un
possibile sbocco rivoluzionario.
E’ pure
l'analisi che da almeno sei anni compie il filone operaista
(che si ricollega alla prima esperienza degli anni sessanta
di “Quaderni rossi” e “Classe operaia”) e che si riprende
nel sessantanove come movimento di contestazione operaistico, accanto a quello marx-leninista. Con la strage
di Piazza Fontana (12 dicembre 1969) si concretizza la
strategia della tensione come risposta al sommovimento
studentesco ed operaio di quel tempo. Con quell'episodio si
dimostrano da un lato le incertezze di orientamento e di
strategia della DC, così come dell'opposizione comunista
incapace di incanalare le proteste in termini recepibili a
livello politico-parlamentare. E’ da questa mancata
canalizzazione e da questa reazione alla “disperazione da
immobilismo” seguita a quella strage che per molti scattò
la scelta della clandestinità e della lotta armata. E’
difficile poter affermare se il PCI era o poteva essere
nelle condizioni di interpretare e guidare quel processo,
diviso com'era, allora come ancor più tardi e per molti
anni, tra una tradizione ancora tutta pervasa di miti
rivoluzionari terzo-internazionalisti ed una prassi
politico-amministrativa di tipo riformistico occidentale:
d'altra parte alle spinte dal basso la stessa coalizione di
forze al governo, se si eccettuano le risposte sul piano
istituzionale (avvento delle regioni) e sul piano della
legislazione del lavoro (statuto dei lavoratori), non
oppose un riformismo moderno ed aggressivo, come fece il
gollismo in Francia, ma una pratica moderata e
trasformistica, assolutamente inadeguata.
Tre
posizioni nel movimento
Contro tale
resistenza moderata il movimento finì per dividersi su tre
posizioni fondamentali così, riduttivamente,
schematizzabili:
1)
un primo
prevalente nucleo, dalle esperienze del biennio '69-70,
trarrà motivo per proseguire la propria battaglia entro le
organizzazioni di sinistra extra PCI (manifesto - lotta
continua - avanguardia operaia);
2)
una seconda parte
(collettivi operai, a cominciare da quelli storici di P.0.)
concluse che i margini per una battaglia a livello anche
extra-parlamentare fossero esauriti e che, quindi, la lotta
andava condotta fuori delle istituzioni, sulla base della
spontaneità inventiva delle masse operaie e marginali oppure
(ecco la linea d'origine) all'organizzazione ferrea di
avanguardie capaci di sostenere il peso ed i rischi di uno
scontro frontale con l'apparato repressivo dello Stato;
3)
infine, una terza
parte, stanca, frustrata e delusa o si ritrasse nel
“privato” ( Mauro Rostagno - Macondo) o rifluì nella
sinistra storica (Paolo Sorbi ed altri, solo per citare i
casi di alcuni colleghi di Sociologia di Trento).
Già una
piccola minoranza tra il ‘69 e il ‘70 sceglie il terreno
nella lotta armata come l'unico praticabile per perseguire
gli obiettivi rivoluzionari che erano stati patrimonio di
tutto il movimento; in analogia con quanto si andava
verificando in Francia (la gauche proletarienne crea una
propria organizzazione clandestina) ed in Germania (Tupamaros
di Berlino ovest - movimento 2 giugno - Raf di Baader
Meinhof). Nei primi gruppi che scelgono la clandestinità ed
il terrorismo (prima generazione brigatista) troviamo il
collettivo politico metropolitano di Renato Curcio, il
gruppo dell'appartamento di Reggio Emilia di Franceschini,
Ognibene e Gallinari.
Nell'opera
“Mai più senza fucili” Alessandro Sily evidenzia gli
elementi comuni a questa prima generazione brigatista: “un
giudizio categoricamente negativo sulle condizioni
politiche, economiche e sociali del paese; l'incompatibilità
(percepita a livello storico e sofferta sul piano
personale) tra un certo tipo di militanza rivoluzionaria e
la strategia del PCI. Un “dogmatismo” ed un “rigore” che
portano, tra le altre cose, a rifiutare ogni tipo di
compromesso; un'impazienza che non è soltanto un fatto
generazionale, ma esprime anche un giudizio sulle vane
attese di 30 anni di riformismo; ed infine la valutazione
dei risultati conseguibili con la lotta armata. Questo primo
nucleo di clandestini ha quasi sempre alle spalle una
precedente esperienza politica (nella F.G.C.I. - tra i
cattolici del dissenso - in uno dei gruppi
extra-parlamentari formatisi nel ‘68) e fa parte di quella
generazione che all'epoca della contestazione aveva 18-20
anni; una generazione cresciuta nell'attesa messianica di
una “nuova società” rispetto alla quale la politica del
centro-sinistra appare lontanissima dalle sue aspirazioni.
Inoltre,
come ben avevano scritto nel già citato numero di “Quaderni
Piacentini” Ciafaloni e Donolo, la “falsa coscienza” del
movimento e, quindi, anche di questa prima generazione
brigatista, era “già implicita nel modo di identificarsi
con forze rivoluzionarie del terzo mondo” e col rischio di
“trasferire acriticamente alla situazione italiana
acquisizioni ed esperienze che vengono da mondi diversi,
siano la Russia di Lenin o la Cina di Mao”.
Il
documento di Chiavari
Il
collettivo politico metropolitano attorno a cui si forma il
nucleo storico dell'organizzazione terroristica, nel
dicembre '69, a Chiavari definisce la propria linea sulla
violenza e la lotta armata attraverso un documento
intitolato: “Lotta sociale ed organizzazione nelle
metropoli”. In esso, oltre a contestare lo spontaneismo di
Lotta Continua, si propone “la creazione di nuclei
organizzativi che si pongano a livello dei problemi
sociali complessivi” avendo presente che la prospettiva non
è “tanto di vincere subito e di conquistare tutto ma di
crescere in una lotta di lunga durata... "processo"
rivoluzionario e non "momento" rivoluzionario”.
Accanto a
questa consapevolezza di dover dar vita ad un processo di
lungo periodo, contraddittoriamente, si afferma che “nelle
aree metropolitane nord americana ed europea esistono già
le condizioni oggettive per il passaggio al comunismo: la
lotta è essenzialmente rivolta a creare le condizioni
soggettive”.
Pertanto:
“la città è oggi il cuore del sistema, il centro
organizzatore dello sfruttamento politico economico..., ma
anche il punto più debole del sistema: dove le
contraddizioni appaiono più acute, dove il caos organizzato
che caratterizza la società tardo capitalista appare più
evidente. E’ qui, nel suo cuore che il sistema va colpito”.
Emerge una prima forte contraddizione, in seguito, sempre
più resasi evidente; alla base dell'analisi del collettivo
politico metropolitano (che diventerà poi “Sinistra
proletaria” – “Nuova resistenza” ed infine “Brigate Rosse”)
c'è, infatti, da un lato la consapevolezza che il
“movimento” è in crisi e non ha raggiunto risultati politici
rilevanti, che la rivoluzione richiederà tempi lunghi, ma
che bisogna subito creare organismi politico-militari
(scrive infatti nel maggio '71, quando la clandestinità sta
già organizzandosi, “Nuova resistenza”: “i compagni
devono capire che non si può fare lotta politica se non
assumendosi anche la dimensione militare dello scontro”);
tali organismi militari devono scatenare subito la
guerriglia e, attraverso di essa, mobilitare le masse
operaie contro il blocco dominante.
Qual'è la
teoria generale da cui muove il terrorismo di sinistra?
Una teoria
che, in qualche modo, giustifichi una strategia centrata
sulla clandestinità e la lotta armata?
Per “Nuova
resistenza” si deve partire dalla consapevolezza che di lì
a poco (come di fatto si verificherà) si avrà una nuova
crisi economica ed il PCI approfondirà il tentativo di
accordo con la DC (il che si verificherà specie dopo gli
avvenimenti cileni del '72-73). Inoltre per Curcio e
compagni, così come, d'altra parte, per Potere operaio, vi è
la convinzione ossessiva che di fronte alla perdurante
attività contestativa del movimento la borghesia italiana
abbia una strada obbligata: una repressione sempre più
generalizzata e dispotica.
Ecco perché
in un documento diffuso nel settembre 1971 le BR sostengono
che :“affinché il movimento
rivoluzionario armato possa affrontare lo scontro con il
potere devono realizzarsi due condizioni:
quella di
mostrare la propria forza in azioni di lotta armata (già si
parla di liberare detenuti politici ed eseguire condanne a
morte contro i poliziotti assassini);
far nascere
un potere alternativo nelle fabbriche e nei quartieri
popolari (dove si dovrà organizzare una mobilitazione
unitaria di forze operaie, giovani, emarginati; anche di
militanti PCI e “riformisti”, “trascinati” nella lotta delle
avanguardie).”
Vi è al
fondo una visione dello Stato e della società italiana, di
tipo schematico e libresco, con una facile assimilazione
dell'Italia alle condizioni dei modelli capitalistici
descritti nei testi sacri marxisti-leninisti, della
rivoluzione culturale cinese e dell'esperienza in atto dei
movimenti guerriglieri metropolitani; non vi è alcun
approfondimento e cognizione dei caratteri peculiari della
storia del nostro paese nel quale la DC può mantenere i
suoi caratteri di partito popolare creando un sistema di
organizzazione del potere post-fascista sufficientemente
stabile e diffuso e dove a sinistra permane un partito
comunista, contraddittorio fin che si vuole, ma che conserva
nettamente l'egemonia delle masse operaie e contadine ed
anche di porzioni significative di ceto medio e piccola
borghesia.
Ancora un
confondere pericoloso della situazione di crisi
istituzionale e sociale esplosa alla fine del
centro-sinistra che viene considerata una condizione prerivoluzionaria secondo uno schema di analisi,
prevalentemente “nordista” ed “operaista”, che sottovaluta
il ruolo ed il peso dell'Italia meridionale e di quella
cattolica e contadina. Permane una concezione del rapporto
tra movimento operaio e democrazia rappresentativa di tipo
tattico-strumentale per cui, attraverso il partito armato,
si è convinti che si potrebbe superare tale rapporto e
giungere alla lotta armata generalizzata. Infine prevale
un determinismo economicistico proprio di illusioni
rivoluzionarie degli anni '20 e '30 della terza
internazionale.
Per
comprendere le ragioni di tali distorsioni ideologiche e
contraddizioni presenti sia nelle analisi dei primi gruppi
terroristici che dello stesso P.O. basterà ricordare quanto
in proposito ha scritto Lucio Colletti (“Dal 1968 ad oggi:
come siamo e come eravamo”) a proposito della ideologia
ed, in particolare, della dottrina del partito armato.
Scrive Colletti: “nata come socialismo scientifico la
dottrina marxista, diffusasi tra il movimento del '68, era
stata rovesciata in una critica della scienza. Cresciuta
come teoria dello sbocco inevitabile del capitalismo
industriale nel socialismo in forza delle sue stesse "leggi
di movimento", la teoria era stata riplasmata da cima a
fondo, come una critica della "società industriale" moderna
e come un appello all'immaginazione creatrice della società
umana”.
Da qui lo
sforzo teso ad individuare il “nuovo soggetto della
rivoluzione”. Da qui la valutazione nuova dei rapporti
intercorrenti tra le aree del sottosviluppo e le metropoli
industriali moderne. Insomma prevalevano, nettamente, i
caratteri soggettivi e messianici del marxismo.
Prima
generazione BR (1971-1975)
E’ questo
il periodo che va dalla primavera '71, in cui “Nuova
resistenza” annuncia la scelta della lotta armata, al giugno
del '75, con l'uccisione di Mara Cagol, in un conflitto a
fuoco, ad Aqui Terme: è il periodo in cui opera il nucleo
storico delle BR. E’ in questa fase che si mettono in
pratica i metodi di autofinanziamento attraverso le rapine
e si allestiscono i primi “processi del popolo” annunciati
dal documento BR del settembre '71. (Sequestri Macchiarini,
Labate, Ameno, che preparano il colpo del rapimento del
giudice Mario Sossi nel 1974). E’ questo il periodo in cui
le BR operano in parallelo alle azioni eversive della destra
fascista, epoca in cui prevale le teoria degli “opposti
estremismi” ed in cui le BR possono operare con particolare
intensità in alcune situazioni di fabbrica, favorevoli ad
azioni dure. E’ l'epoca del governo di centro-destra (Andreotti-Malagodi)
col PCI che ha preso le distanze dalla DC.
E’ un
periodo caratterizzato, soprattutto, da azioni
propagandistiche ed “esemplari” con le BR che utilizzano un
linguaggio altamente simbolico: non ci sono ancora
omicidi, ma gogne, con i mass-media che ne amplificano i
caratteri comunicativi (il lugubre messaggio del drappo
rosso con la stella a 5 punte della Polaroid). Sono anche
quegli anni in cui si dispiega il terrorismo nero.
La
strategia della tensione del terrorismo nero
La grande
spinta a sinistra emergente negli anni '67-68 se, da un
lato, provoca la crisi del centro sinistra, dall'altro, fa
emergere una controffensiva moderata e reazionaria che si
svilupperà negli attentati impuniti di P.zza Fontana, P.zza
della Loggia, dell'Italicus e della Stazione di Bologna
(dal 1969 al 2 agosto 1980).
Si punta ad
utilizzare il disordine e la paura per spostare a destra
l'opinione pubblica e isolare la spinta di rinnovamento
scaturita dall'autunno caldo.
Nel solo
1969 si sviluppano oltre 300 attentati e violenze di marca
fascista. E’ il periodo della "maggioranza silenziosa" di
Milano ed in cui prende corpo il torbido complotto della
"Rosa dei venti" e l'insieme di quelle oscure manovre (mai
del tutto definitivamente accertate) all'interno dei
servizi di sicurezza del nostro paese.
Dal 1969 al
1975 si hanno 4.384 attentati ed atti di violenza, l'83% dei
quali di impronta fascista; 113 morti (di cui 50 le vittime
di stragi e 351 i feriti).
Oltre alle
stragi (P.zza Fontana, Gioia Tauro, Peteano, Via
Fatebenefratelli, P.zza della Loggia, Italicus) si hanno gli
attentati delle SAM, ordine nero, ordine nuovo, giustizieri
d'Italia; le spedizioni punitive nella scuola, nelle
università e nei quartieri. Alcuni gruppi di sinistra
rispondono alle provocazioni con atti di violenza e
l'antifascismo militante sfocia nell'estremismo di alcuni
gruppi che sostengono da sinistra l'esigenza di una lotta
armata contro il sistema (i GAP di Feltrinelli).
Particolarmente grave, all'interno di questa strategia della
tensione è la rivolta di Reggio Calabria dall'estate del
'70 alla primavera del '71 (“Boia chi molla”) che
rappresenta il tentativo, fondato sul malessere e la crisi
meridionale, di dar vita ad una contrapposizione tra la
classe operaia del nord e la popolazione del sud con annessa
forte carica antisindacale. Questa controffensiva di destra
sfocierà nel risultato elettorale positivo per l'MSI sia
nelle amministrative parziali del '71 (nelle regionali
siciliane passa dal 6,6% al 16,3% ed a Roma raggiunge il
16,2%) sia nelle politiche del '72 con un salto del 5,8
all'8,7% (2.800.000 voti - 1 milione in più rispetto al
'68). A questa linea dopo un iniziale sbandamento (nascita
del governo di centro-destra) subentrerà da un lato la
risposta popolare e democratica che sfocerà nel grande
raduno antifascista del 28.11.71 (300.000 antifascisti di
tutti i partiti) e, dall'altro, una linea del PCI che
contrasta con quella estremista dell'antifascismo
militante, centrata, quest'ultima, sullo scontro frontale e
tendente, invece, quella del PCI, ad impedire la saldatura
tra blocco moderato e reazionario. Significativa è la
manifestazione nazionale dei sindacati a Reggio Calabria
nell'autunno del '73, mentre, ovunque, nascono i Comitati
unitari antifascisti, nei comuni, nelle province e nelle
regioni. La DC dopo la scelta del governo Andreotti-Malagodi
e l'elezione di Leone alla fine del '71 con i voti del MSI,
al dodicesimo Congresso di Roma (accordo di Palazzo
Giustiniani) decreta il ritorno alla collaborazione con i
partiti del centro-sinistra. Si riapre una fase meno oscura
nel paese mentre la DC, con il referendum sul divorzio
(maggio '74) e risultati del 15.6.75 e 20.6.76 entra
nel suo momento di maggiore crisi con l'avvio di quella
“terza fase” in cui, con le profetiche parole di Aldo Moro:”
il destino non è più solo nelle nostre mani”. La strategia
della tensione si allenta mentre proprio negli anni che
vanno dal 1970/76 si dipana l'azione armata delle BR e delle
altre formazioni brigatiste.
1973/74 La
svolta armata
L'espansione del terrorismo neo-fascista, nel triennio
'71/74, rappresenta per le BR una conferma alla loro tesi
centrale sulla situazione italiana. In un documento
dell'aprile '72 le BR, all'indomani della morte di
Feltrinelli, scrivono: “alla permanenza e alla
intensificazione della resistenza proletaria i padroni
contrappongono un progetto strategico di riorganizzazione
reazionaria e neo-fascista dello Stato: il progetto di una
grande destra nazionale”.
E più
avanti: “Siamo di fronte ad uno Stato "militarizzato" che
non riuscendo più ad organizzare per via pacifica il
consenso si prepara ad imporlo con le armi”. Di qui la
scelta inevitabile della lotta armata nella certezza che:
“l'esperienza della lotta di classe nell'epoca
dell'imperialismo ci insegna che la classe operaia e le
masse lavoratrici non possono sconfiggere la borghesia
armata senza la potenza dei fucili. Questa è una legge
marxista, non un'opinione”.
Tale svolta
suscita discussioni e contestazioni tra le varie componenti
extraparlamentari e solo Potere operaio, già in crisi come
organizzazione pubblicherà nel suo numero 44 dell'11/3/73 un
documento BR del gennaio '73 col quale si risponde alle
critiche avanzate dalle altre componenti della sinistra
rivoluzionaria e si annuncia il programma elaborato dalla
organizzazione clandestina: in quel numero Potere operaio,
in polemica con il “Manifesto”, “Lotta continua” e
“Avanguardia operaia”, pur mantenendo alcune riserve sul
piano ideologico difenderà la tesi BR scrivendo:
“chi sono dunque i compagni delle BR? Sono
compagni proletari che hanno condotto la lotta dell'autunno
caldo nelle fabbriche del nord e che hanno, attraverso una
lunga riflessione teorico-politica, scelto la via della
clandestinità, nella convinzione che solo questa permette la
costruzione di una organizzazione autonoma per la lotta
armata.
E’
difficile sostenere che esiste altra via che quella della
clandestinità per costruirla... molto più interessante è
notare che tutte le azioni BR sono azioni di giustizia
proletaria, di contrattacco, di rappresaglia e, insieme,
rappresentazioni del potere proletario. Per questo esse
parlano direttamente al proletario, agli studenti, agli
operai”.
La giustificazione morale e politica che le BR adducono
alla loro scelta armata è riconducibile:
a)
alla presunta
politica “terroristica” del fronte padronale (poi del SIM -
Stato Imperialista delle Multinazionali) che da Piazza
Fontana in poi tende a ricacciare indietro la situazione
del Paese;
b)
al fatto che le
BR “lavorano nelle fabbriche e nei quartieri per la
resistenza alla centralizzazione in atto e alla
liquidazione delle spinte rivoluzionarie tentate dagli
opportunisti e dai riformisti” (Teoria della guerra di
difesa preventiva).
In realtà
tranne P.O., alla fine del '72, le BR non raccolgono alcune
difese tra le diverse componenti della sinistra extra
parlamentare, restando la loro azione, tra l'altro,
prevalentemente circoscritta al nord.
I NAP (
Nucleai Armati Proletari)
Nello
stesso periodo, invece, si organizza il movimento dei
detenuti nelle carceri. A questa particolare variabile del
“sistema” aveva dedicato grande attenzione Lotta continua
fin dalla primavera '71 con uno specifico “lavoro politico”
sul sistema carcerario inteso come momento di confluenza
tra criminalità, questione sociale e presa di coscienza
politica. (Nel 1972 Lotta Continua pubblica di libro:
“Liberare tutti i dannati della terra”).
Ed è da
questo terreno che a Napoli, dal movimento politico
carcerario e sottoproletariato politicizzato sorgeranno i
Nap (Nuclei armati proletari) che pur tentando espansioni a
Milano e Firenze, resteranno un fenomeno prevalentemente
“meridionale”. Il 1973 è l'anno in cui Berlinguer, all'
indomani dei fatti cileni, teorizza con un articolo su
Rinascita “il compromesso storico”, ossia la strategia di
un'alleanza tra le componenti essenziali della vita
nazionale e la formazione di un governo da parte di tutte
le forze democratiche del paese.
A tale
proposta a sinistra del PCI si risponde con lo slogan: “compagno
Berlinguer - ricordati che in Cile - il compromesso
storico - lo fanno col fucile”, ma il PCI è convinto
di poter assorbire tale contestazione. 1969-1973: sono
quattro anni nei quali, sostanzialmente non trovano
risposte concrete le questioni aperte dal '68 (a parte i
decreti n. 910 del dicembre '69 sulla liberalizzazione
agli accessi universitari, l'avvento delle regioni e lo
statuto dei lavoratori).
E’ questo
il periodo in cui, in assenza di un autentico “patto
sociale”, sorge la tendenza da parte della classe
dirigente, incerta e divisa, a delegare alla magistratura,
burocrazia politica e stampa alcune sue funzioni,
attraverso una azione di supplenza politica progressiva
sempre più pericolosa, specie negli anni successivi.
A sinistra
del PCI, la strategia del “compromesso storico” non fa
sorgere una forza politica. A cinque anni dal '68 non si è
potuto incanalare il sommovimento anticapitalistico e
libertario in uno spazio politico omogeneo in grado di
garantire un'azione di rigorosa opposizione politica al
sistema. I vari gruppi esplosi dal '68 (potere operaio -
lotta continua - manifesto - avanguardia operaia - servire
il popolo) sono in crisi. Da questa crisi drammatica nasce
una vera diaspora:
una minoranza, consistente, vede ormai nella
lotta armata l'unica via di uscita (dando, così, ragione
alla tesi delle BR -è il caso dell'ala “militarista” di
Potere Operaio);
una
maggioranza di militanti rifluirà nel privato o ritornerà
nei partiti della sinistra storica.
Ne
consegue: una tendenziale emarginazione dei “movimenti
collettivi” dalla lotta politica legale ed una delega al
PCI ed al sindacato di quelle istanze. Nasce anche qui la
svolta dei successi elettorali della sinistra storica: dal
referendum del maggio '74 sul divorzio - alle elezioni
amministrative del 15/6/75, a quelle politiche del
20/6/76; tanto da far scrivere a Carlo Donolo che “il '68 è
culminato nel 20 giugno”.
(continua)
Ettore
Bonalberti |