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Sollecitato
da Gianni Conti che “ in una stagione di mediocrita’
politica” , mi ha invitato “a ripensare e soprattutto
riproporre alcuni eventi che ci hanno segnato profondamente”
ho tentato, a distanza di quasi 24 anni, una rilettura
critica di quanto scrissi, su incarico della DC veneta, sul
fenomeno del terrorismo e degli anni di piombo in Italia.
E ‘ un tema
che si ripropone con gli attuali processi contro Nadia
Desdemona Lioce e compagni delle nuove BR per l’assassinio
del sovrintendente di polizia Emanuele Petri e in cui perse
la vita anche il brigatista Mario Galesi sul treno
Roma-Firenze (2 Marzo 2003) e quelli sugli omicidi di
D’Antona e Marco Biagi . Tema ripreso da un film, come “ La
meglio gioventu” di M.T.Giordana o da un libro, come
“ La
peggio gioventu ” di Valerio Morucci, e, soprattutto, dal
dibattito avviato su giornali e riviste ( da L’Avvenire a
il Foglio, da Il Giornale a il Corriere della Sera) sulla
questione relativa al come uscire dal dibattito sugli anni
di piombo, sul come chiudere l’eta’ del terrorismo: amnistia
o modello Sudafrica per la riconciliazione?
Si tratta
di una discussione che per noi, oramai sessantenni, riguarda
vicende note e vissute piu’ o meno intensamente da una parte
o dall’altra, a partire dagli anni ’60, ma che per molti dei
giovani di oggi risultano lontane anni luce dalla loro
esperienza e che, proprio per questo, meritano di essere
rivisitate con spirito critico.
Data
l’ampiezza dei temi e dei fatti accaduti lo faremo con una
serie di articoli successivi con la speranza di aprire anche
tra i lettori de “ Il Governo” un fecondo dibattito.
Solo alla
fine di una narrazione descrittiva di quelle vicende, senza
la velleita’ di compiere una ricostruzione storica organica
e completa di esse, ma semplicemente ripartendo dalle
analisi che in tempo reale svolgemmo in quegli anni, da
semplice militante di un partito, la Democrazia Cristiana,
che piu’ di altri pago’ in termini di attentati e di morti
per mano delle BR e del terrorismo politico, cercheremo di
dare risposta alle domande che si pongono oggi
all’attenzione dell’opinione pubblica e, piu’ in
particolare, alla classe politica dirigente attuale del
nostro Paese.
Una prima
domanda cui dare risposta trent’anni dopo quelle vicende, e’
se esistano ancora nella realta’ italiana rischi concreti
che la violenza terroristica possa minacciare la tenuta
democratica del Paese, alla luce dei recenti attentati del
gruppo delle nuove BR guidate dalla Lioce e compagni e che,
di tanto in tanto, si ripetono in episodi se non
drammaticamente tragici come gli omicidi D’Antona e Biagi,
con lo scoppio di bombe e dichiarazioni di lotta contro lo
Stato da parte di sedicenti nuove BR o formazioni
anarco-insurrezionaliste ?
Un’altra
domanda e’ quella che ha interessato la pubblicistica
giornalistica e televisiva degli ultimi mesi; ossia, come si
intende uscire dagli anni di piombo? Come si vuole risolvere
la questione dei rapporti con coloro che furono
protagonisti attivi di quegli efferati delitti: grazia o
leggi speciali? Amnistia come nel 1946 oppure una
“Commissione” come in Sudafrica del dopo apartheid?
Domande
che, soprattutto per i piu’ giovani, richiedono una
ricostruzione dei fatti e misfatti di quegli anni, perche’
non si perda la memoria di cio’ che e’ stato e dei rischi
cui si va incontro in assenza di adeguate proposte e
risposte politico culturali.
Il terrorismo italiano: bilancio dopo un
trentennio
La mia
esperienza universitaria nella facolta’ di Sociologia
dell'Università di Trento negli anni 1965/70 ha coinciso con
quella di una generazione passata dall' illusione
dell'”immaginazione al potere” all' integrazione nel
sistema più o meno positiva per molti; alla dissociazione,
contestazione violenta o passiva per altri; alla lotta
armata, purtroppo, per alcuni. Ed è anche per capire come
una generazione (la prima nata nella repubblica democratica)
abbia potuto far nascere uno dei fenomeni più inquietanti
della nostra storia nazionale, che mi sono impegnato in
questa ricostruzione storico-politica.
E’ questo
infatti, e nient'altro che questo il livello, certamente non
esaustivo, che, con questi articoli successivi, ritengo
dobbiamo considerare; ferma la necessità di un approccio più
articolato ed interdisciplinare ad un livello scientifico
assai più rigoroso per un'analisi più corretta del
terrorismo italiano negli anni di piombo.
Credo che
nell'analizzare il fenomeno terroristico siano possibili
due atteggiamenti:
parlarne
come un fenomeno “estraneo” alla società italiana (come
un'escrescenza patologica sorta improvvisamente senza
sapere da dove viene e verso dove si orienta);
oppure,
come cerchero’ di fare, tentare di stabilire una più stretta
e logica connessione tra crisi politica-economica, sociale
e, quindi, culturale che ha investito l'Italia in quegli
anni e l'esordio di movimenti clandestini di opposte
tendenze che dal 1969 hanno insanguinato il Paese compiendo
violenze, attentati, assassinii, stragi.
L'esperienza di centro-sinistra
Il periodo
da analizzare ai fini dello studio sulla crisi di quegli
anni è iniziato con la rottura dell'equilibrio centrista
(dalla prima alla seconda fase, secondo l' interpretazione
morotea) ed il fallimento dell'avventura di Tambroni.
Estate 1960: un tentativo, quello di Tambroni, che
sottovaluta sia la grande forza del movimento operaio
italiano che la matrice anti-fascista della Repubblica. A
Tambroni successe il centro-sinistra in un modo che
ricordava, per certi aspetti, gli avvenimenti del 1900-1901.
Scrive al
riguardo Giampiero Carocci (“Storia d'Italia dall'unità ad
oggi”): “come nel 1901 il Gabinetto Zanardelli-Giolitti era
nato in seguito allo sciopero generale di Genova, così il
centro-sinistra nasce in seguito alle manifestazioni, anche
violente, del popolo genovese contro il M.S.I.. E, come nel
1901, le manifestazioni popolari furono decisive, perché
s'incontrarono con una tendenza nel Parlamento favorevole ad
aprire un nuovo corso politico orientato a sinistra”.
Questa
apertura a sinistra si era potuta verificare anche a
seguito di un intenso processo di revisione e di dibattito
politico-culturale tra le forze di sinistra impegnate, tra
l'altro a fare i conti con l'eredità marxista e con i
problemi nuovi posti in Italia e nel mondo dal declino dello
stalinismo. Questo richiamo di Carocci tra la situazione
del 1901 e quella del 1960 sottolinea un problema costante
nella storia d'Italia e cioè il tema che si ripropone ad
ogni svolta politica che è e resta quello dell'allargamento
della partecipazione delle classi sociali (ed in particolare
del proletariato) alla gestione della cosa pubblica.
Inoltre
sottolinea il ruolo decisivo che, sempre nel nostro paese,
hanno svolto le pressioni “extraparlamentari” ed in qualche
modo fuori della legalità, per determinare (nei due casi del
1901 e del 1960) le svolte e vincere le resistenze della
classe dirigente. Certo non è possibile un parallelismo
automatico e deterministico tanto diverse sono le
situazioni sociali, economiche e politiche tra i due
periodi; tuttavia comune resta alla strategia del
giolittismo come a quella della DC nella fase del
centro-sinistra il tentativo storicamente essenziale di
integrazione di strati sociali e masse più vaste nella
gestione del Paese (“allargamento dell'area democratica”) ed
il ripiegamento precoce su una pratica che, in mancanza di
riforme incisive, punta sull'assistenza, il clientelismo, il
sottogoverno e l'incoraggiamento dei vari corporativismi.
Comune è,
peraltro, in entrambi i momenti, pur così lontani e diversi
tra loro, l'atteggiamento della sinistra all'opposizione:
essa non è capace né di avanzare una proposta alternativa
di programma né di collaborare criticamente, con stimoli
costanti, all'attuazione dei provvedimenti più qualificanti
preannunciati. Il fallimento riformatore del
centro-sinistra si coglie già in modo non equivoco nel
biennio 1963/64 (crisi congiunturale e politica dei due
tempi), basta che consideriamo il mutamento economico
sociale che è stato alla base di quell'esperimento. Scrive
G. Ruffolo (“Dal 1968 ad oggi: come siamo e come eravamo”):
“lo sviluppo accelerato tra il 1951 e il 1962 (6% di
crescita annua del reddito nazionale) ha consentito una
trasformazione e modernizzazione della struttura economica
italiana di dimensioni assolutamente senza precedenti. Ha
anche provocato la più grande rivoluzione sociale italiana
degli ultimi secoli: il crollo del blocco agrario, la
dissoluzione del mondo e della civiltà contadina, la
migrazione di massa di milioni di contadini del Sud verso
l'estero e verso le grandi città italiane del centro-nord ma
anche del sud; l'emergere di una nuova formazione sociale
di ceti medi urbani”.
Ebbene ad
una tale “rivoluzione” economica e sociale non solo non ha
corrisposto una “rivoluzione” politica, ma nemmeno una
risposta della classe dirigente ed in generale dei partiti
politici tale da attenuare il divario crescente tra società
politica e società civile.
Occorreva,
ma non ci fu, una risposta fatta di alcune incisive riforme
di struttura in una situazione caratterizzata da un balzo in
avanti a livello economico e sociale, ma anche di più da
debolezze e squilibri di fondo del sistema economico e da
fenomeni sociali come l'urbanizzazione e la progressiva
scolarizzazione destinati ad innestare una grave crisi di
valori e di modelli nel tessuto di tutta la società
nazionale (in realtà non mutò nemmeno nei volti la classe
dirigente al potere). E’ dunque questo il quadro (grande
mutamento socio-economico, scarso mutamento politico - e
ininfluente incidenza della politica riformatrice - stallo
tra le forze politiche) entro cui esplode il 1968.
Il '68 come rottura
Il
centro-sinistra seppure non realizzò grandi trasformazioni
sul piano riformatore concreto (la rendita restò intoccata)
tuttavia ottenne alcuni risultati importanti sul piano
previdenziale, sanitario, scolastico, in quello della
legislazione del lavoro. Tali risultati, però, essendo
scollegati tra di loro, senza un disegno strategico che ne
garantisse coerenza, finirono per aprire sì alla società
civile nuovi spazi di crescita e di partecipazione, ma anche
per esercitare effetti destabilizzati sugli equilibri
esistenti senza predisporre equilibri nuovi e diversi. Fu
così che il movimento giovanile di protesta che nei primi
anni '60 parte dai campus americani investiti anche dal
dramma indocinese e che si espande con estrema rapidità in
tutta l'Europa occidentale trova in Italia una situazione
politica e sociale, ma anche e soprattutto culturale, del
tutto favorevole. A livello internazionale è questo il
momento magico e mitico della rivoluzione guerrigliera di
Ernesto Che Guevara, morto in un conflitto a fuoco l'8
ottobre 1967 in Bolivia. Pochi mesi prima della sua morte,
nel suo messaggio alla Tricontinentale, letto all'Avana,
egli scriveva: “tutta la nostra azione è un grido di guerra
contro l'imperialismo ed un appello contro l'unità dei
popoli, contro il grande nemico del genere umano: gli USA.
In
qualsiasi luogo ci sorprende la morte sia essa benvenuta,
purché questo nostro grido di guerra giunga ad un orecchio
sensibile, un'altra mano si tenda. per impugnare le nostre
armi, e altri uomini si apprestino a intonare il canto
funebre con il crepitio delle mitragliatrici e nuove grida
di guerra e di vittoria”. La notte stessa della sua morte i
muri di molte città italiane si riempiono di scritte e di
manifesti: “il Che vive”. Egli vive nella lotta degli
sfruttati e dei giovani di tutto il mondo. E’ già un mito (a
Trento, all'inaugurazione dell'Anno Accademico 1967, Mauro
Rostagno celebra il cinquantesimo anniversario della
Rivoluzione d'Ottobre; credo di essere stato, unico DC
dichiarato e riconosciuto, tra i pochi in borghese, quasi
tutti vestivano alla Guevara).
E’ questa
anche l'epoca dell'offensiva del Tet e dei grandi rovesci
americani nel Vietnam (conquista Vietcong di Hué, antica
capitale imperiale, ed occupazione da parte di un commando
dell'ambasciata USA di Saigon). E’ la sconfitta della
tecnologia occidentale contro la “purezza primitiva
rivoluzionaria” Vietcong; nasce il mito vietnamita e di
Ho-Chi-Minh.
Negli Stati
Uniti il movimento di resistenza alla guerra nel Vietnam,
gia iniziato nel ‘64 “We won't go” (non vogliamo partire) da
tempo ha dato vita a sit-in ed occupazioni nelle università,
fino a creare il “sindacato dei soldati” (american
servicemen union) ed il movimento di rifiuto della leva.
Grandi manifestazioni contro la “sporca guerra” avvengono
nei campus (essere bocciati all'università significa perdere
l’esenzione e partire per la guerra) a New York, fino alla
grande marcia a Washington dei 100.000.
Crisi nel
governo Johnson (dimissioni di Mac Namara nell'ottobre '67),
rivolta nera di aprile. Assassinio di Luther King. Nascita
del Black Power. L'insieme multiforme di questi fronti di
lotta confluisce in quel grande fenomeno sociale, culturale
e politico che è il “movement” americano. (Beat generation
- prima metà anni '60 - hippies seconda metà, cultura della
diversità underground).
Tutto ciò
darà forza alla nuova sinistra americana di cui la “Monthley
Review” diffonderà in tutto il mondo, ed anche in Italia,
informazioni continue sulle proprie iniziative. La lotta
contro l'università esplode negli USA alla fine del giugno
del '68 alla Columbia University di New York. “Dobbiamo
smettere di chiedere scusa di essere studenti” scriveva un
esponente del movement americano; “gli studenti sono
addestrati per essere la nuova classe lavoratrice e le
università come officine sono le istituzioni che li
preparano per gli ingranaggi della macchina burocratica
del capitalismo delle grandi società. Gli studenti sono un
gruppo-chiave nella creazione di forze produttive di questo
capitalismo supertecnologico. Nessun individuo, nessuna
classe è genuinamente impegnata in un movimento
rivoluzionario finché la propria lotta non è una lotta per
la liberazione”.
Alla lotta
studentesca alla Columbia University si riunificano i vari
filoni del movement:
lotta
contro la guerra ed il militarismo,
lotta
antirazzistica,
rifiuto
anti imperialistico,
lotta anti
accademica.
La rivoluzione culturale cinese
Sull'altro
fronte, ad oriente, nella seconda metà del 1967, esplode e
raggiunge il suo culmine la rivoluzione culturale cinese.
Dopo la prima fase (10 novembre 1965 - maggio ‘66) in cui
la rivoluzione culturale ha un carattere eminentemente di
battaglia culturale (l'arte e la letteratura ufficiali sono
i bersagli principali da colpire attraverso una radicalità
sino ad allora sconosciuta) tra la primavera e l'autunno
'66 la rivoluzione culturale si trasforma in movimento di
massa di studenti ed insegnanti dentro l'università. La
critica all'ideologia “revisionistica” è soprattutto rivolta
contro alcuni centri di potere (cultura e strutture
accademiche): “che il movimento si sviluppi prima tra gli
intellettuali e la gioventù studentesca, dirà Mao, è una
legge della Rivoluzione”. Successivamente essa dilagherà in
tutti i campi della produzione e della stessa organizzazione
sociale e politica della Cina (seguono epurazioni e violenze
a tutti i livelli sino alla scesa in campo dell'esercito).
La rivoluzione culturale cinese è un intreccio
indissolubile tra una lotta di massa per il potere e un
“processo di trasformazione degli individui” nella
quotidianità della loro esistenza e cultura. E’ un processo
ad ondate progressive di flusso e riflusso che porta ad
investire, come autentica lotta politica, le basi stesse del
potere statuale. Il suo carattere incompiuto evoluto e
teorizzato dallo stesso Mao. E’ la teoria delle due vie in
cui si stempera la lotta tra capitalismo e socialismo.
E’ questo
carattere anti dogmatico, libertario, innovativo che
costituirà il fascino della concezione maoista,
contrapposta al revisionismo burocratizzato ed
imperialistico dell'URSS.
Il Maggio francese e gli altri movimenti in
Europa
Più vicino
al nostro Paese, in Europa, a metà degli anni '60, parte
quel movimento degli studenti che con il '68 dilagherà in
tutto il mondo. Dal manifesto di Strasburgo (nella miseria
dell'ambiente studentesco considerato nei suoi aspetti
economico, politico, psicologico, sessuale e specialmente
intellettuale e di alcuni mezzi per porvi rimedio) al Maggio
Francese del '68. Movimento del 22 marzo '68 (attacco alla
riforma di Piano del Ministro Fouchet - progetto
tecnocratico di ristrutturazione dell'istruzione superiore).
Occupazione del rettorato di Nanterre - barricate e
chiusura dell'Università il 2 maggio - lunga marcia di 25
chilometri di 50.000 studenti il 7 maggio dal quartiere
latino ai Campi Elisi col compito di coinvolgere tutta la
popolazione (“Vous etes tous concernés” - vi riguarda
tutti). Il movimento dilaga e si incontra con la classe
operaia che col 14 maggio dà vita al più grande sciopero di
tutta la storia (dal 14 al 27 maggio). Seguirà il recupero
gollista. All'est è sempre del 1968 l'invasione della
Cecoslovacchia da parte delle truppe sovietiche e la fine
dell'esperimento della “primavera di Praga” di Dubcek;
mentre la contestazione giovanile studentesca ed operaia
dilaga a Varsavia (movimento degli studenti 8 marzo '68 e
successiva rivolta operaia di Danzica del dicembre '70). A
Tokyo oltre 200 Colleges in lotta ed occupazione
dell'Università di Nikon e di quella “imperiale”. A Rio de
Janeiro ed in altre capitali dell'America Latina (Città del
Messico, Caracas, Buenos Aires, Montevideo, San Domingo,
Bogotà). Anche in Europa occidentale (occupazione facoltà di
scienze politiche ed economia a Madrid - Lisbona) con
particolare intensità in Germania Ovest (attentato Dutschke
11 aprile '68), (assalto agli edifici di Springer e marcia
stellare, cioè convergenza su Bonn da diverse direzioni)
l'11 maggio.
Il ’68 italiano
Ed è in
questo contesto di smarrimento liberatorio, generazionale,
studentesco ed operaio mondiale che si inserisce il '68
italiano. Ho detto del centro-sinistra che, agli inizi del
'68 è, di fatto, ormai in crisi e paralizzato sul piano
decisionale. All'opposizione c'è un Partito Comunista
incapace di scegliere sino in fondo la strada riformistica
della socialdemocratizzazione per una rituale adesione al
modello ed alla strategia rivoluzionaria di tipo leninista,
di fatto, abbandonati da almeno 30 anni. Il Paese è
caratterizzato da una costituzione tra le più avanzate in
Europa, ma anche largamente inattuata per alcune rilevanti
parti.
Il
permanere di zone di sottosviluppo accanto ad una delle più
straordinarie e tumultuose trasformazioni economico-sociali
e, quindi, culturali del paese; leggi antiquate d'origine
fascista da un lato, un clima di grande tolleranza civile e
democratica dall'altro, è questa la condizione entro cui
esplode la contestazione giovanile studentesca.
Vi è un
terreno di incubazione in quella che Guido Viale (“Il
sessantotto”) chiama il “movimento di strada” presente a
Milano ed in alcune città del nord (cultura alternativa o
underground - fumo - sostanze psichedeliche - sovversione
del linguaggio - nuove forme di espressioni attraverso la
musica - nomadismo - rifiuto della famiglia e del lavoro -
generica ribellione contro il “sistema” e le sue
istituzioni - pacifismo - ricerca di un modo diverso di
vivere e di stare insieme senza ruoli). Vi è, come motivo
contingente, la Riforma Gui (la “deprecata” 2314, unico
tentativo di approccio riformatore dell'istituzione
universitaria), contro cui si scatenerà il dissenso
studentesco (dalle “tesi della Sapienza” dell'università di
Pisa, estensione alla condizione studentesca delle tesi dei
gruppi operaisti raccolti attorno alle riviste “Quaderni
rossi” e “Classe operaia” alle occupazioni delle università
di Trento, della Cattolica, Torino, Genova, Napoli).
Alla base
c'è il tema unificante della lotta antiautoritaria come
strumento essenziale per far irrompere la vita quotidiana
nella politica. In tutta la prima fase della contestazione
studentesca universitaria l'egemonia è della sinistra
studentesca un gruppo nato nel 1967 dalla scissione dell'UGI.
La sua ideologia è “Emme-Elle” (cioé marx-leninista):
complessa analisi antimperialistica e sulla situazione
internazionale (antesignana di quella che di lì a poco
ritroveremo in tutti i gruppi della sinistra
rivoluzionaria) riferimento costante alla Cina ed alla
rivoluzione culturale (il “Mao Tse Tung pensiero”) continue
citazioni del libretto rosso di Mao. Questo costante
riferimento al pensiero maoista vale come critica pratica e
permanente al revisionismo ed al “socialismo realizzato”.
All'origine dell'ideologia “Emme-Elle” vi è la nascita nel
1966 del P.C.d'I., Partito Comunista d'Italia
(marxista-leninista).
Comune a
tutto questo pensiero resta la rivendicazione della
continuità con un passato più o meno lontano del movimento
operaio: la resistenza, lo stalinismo, la rivoluzione
d'ottobre, l'internazionalismo proletario. Verso la fine di
dicembre del 1967 il movimento dilaga forte della sua parola
d'ordine contro “la scuola di classe”, contro la
repressione, per “il salario generalizzato”, per la
formazione dei “Consigli”. Il primo marzo 1968 Valle Giulia,
che sarà il più grosso scontro di piazza dai tempi di Piazza
Statuto a Torino (1962).
Non si
usano armi da fuoco né da una parte né dall'altra ma il
pestaggio è durissimo. Da quella esperienza nascono i primi
servizi d'ordine studenteschi (a Milano i famosi Katanga di
Capanna: “prendi la spranga e diventa Katanga”). A Valle
Giulia il movimento studentesco riceve e riconferma una
nuova “legalità”: quella del ricorso alla violenza contro lo
Stato. La violenza rivoluzionaria viene incontro al
movimento attraverso la figura mitica del Che Guevara, che,
“vive” nella ribellione di tutta una generazione;
dall'appello internazionalista del popolo Vietnamita (“il
Vietnam vince perché spara”); alla rivolta dei ghetti negri
americani; dalla tradizione popolare e comunista della lotta
partigiana e dei primi anni della repubblica, cui si vuole
ricollegare idealmente. Prende corpo la tesi secondo cui il
potere è coartazione, arbitrio, violenza che, quando
proviene dall'alto, dal vertice della piramide sociale è
sempre “ingiusto”.
Pertanto la
violenza che viene dal basso è sempre “giusta»” e
“legittima”. (“Ribellarsi è giusto” è il motto maoista
della rivoluzione culturale cinese). Una delle canzoni più
diffuse del '68 è intitolata “la violenza” e dice: “è
cominciata di nuovo la caccia alle streghe - padroni,
governo, la stampa, la televisione. In ogni scontento si
vede uno sporco cinese - uniamoci tutti a difendere
l'istituzione. Oggi ho visto nel corteo - tante facce
sorridenti - le ragazze a 15 anni - gli operai con gli
studenti. Quando poi le camionette - hanno fatto i caroselli
- i compagni hanno impugnato i bastoni dei cartelli. Ed ho
visto le autoblindo - rovesciate e poi bruciate - tanti e
tanti baschi neri - con le teste fracassate. La violenza, la
violenza, la violenza e la rivolta - chi non c'era quella
volta - non sarà con noi domani”.
E certo lo
Stato si ritrova impreparato di fronte a questa vicenda dai
tratti assolutamente nuovi, impreparato ad affrontare un
sommovimento che sembra rompere gli argini del vecchio
ordine sociale (anche da ciò nasce il disorientamento e,
forse, la deviazione del Sid e la strategia della tensione
che di lì a poco insanguinerà tragicamente il paese). Alla
fine della stagione 1967-68 la lotta studentesca ha
coinvolto alcune centinaia di migliaia di studenti, che
diventeranno milioni quando nel 1969 la lotta si
allargherà alle scuole medie superiori. E’ dentro questa
massa che si forma una prima generazione di rivoluzionari.
Scrive
ancora G. Viale “Il sessantotto”: “una leva di compagni che
hanno preso il gusto della lotta e che mettono ormai il loro
impegno politico davanti a tutto. Per molti la decisione di
diventare innanzitutto un rivoluzionario, un «militante», è
una scelta obbligata: non si può più accettare le regole del
mondo che ci si è lasciati dietro alle spalle, ma non esiste
ancora in Italia una «seconda società», un mondo di
emarginati dove si possa vivere sotto altre regole o nella
sregolatezza”. Veramente possiamo parlare del sessantotto
come rottura che nasce dall'intreccio tra crisi delle
istituzioni del vecchio modello di sviluppo e la rivolta di
una generazione contro chi e ciò che ne rappresenta la
continuità.
Tesi di
Barbiana e scuola di Francoforte (Marx-Mao-Marcuse)
internazionale situazionista e tesi terzomondiste - scontro
tra linea rossa e nera della rivoluzione culturale cinese -
Black Power americano - SDS americana (studenti per una
società democratica) e SDS tedesca (lega degli studenti
socialisti) sono questi alcuni dei filoni ideologici e
culturali entro cui si forma la “cultura del movimento”
parte della quale, peraltro, deriva dalla prassi concreta
quotidiana della multiforme esperienza politica.
(continua)
Ettore
Bonalberti |