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Homepage Documenti Documenti di Approfondimento Gli anni di piombo: trent'anni dopo

Per gentile concessione dell’autore, ospitiamo sulle pagine del nostro sito l'articolo di Ettore Bonalberti – giornalista pubblicista - "Gli anni di piombo: trent'anni dopo", pubblicato sulla rivista bimestrale "Il governo delle cose" n. 33 - Aprile 2005.

Una "rilettura critica" di quanto l'autore scrisse su incarico della DC veneta agli inizi degli anni '80.

 

 

Sollecitato da Gianni Conti che “ in una stagione di mediocrita’ politica” , mi ha invitato “a ripensare e soprattutto riproporre alcuni eventi che ci hanno segnato profondamente” ho tentato, a distanza di quasi 24 anni, una rilettura critica di quanto scrissi, su incarico della DC veneta, sul fenomeno del terrorismo e degli anni di piombo in Italia.

 

E ‘ un tema che si ripropone con gli attuali processi contro Nadia Desdemona Lioce e compagni delle nuove BR per l’assassinio del sovrintendente di polizia Emanuele  Petri e in cui perse la vita anche il brigatista Mario Galesi sul treno Roma-Firenze (2 Marzo 2003) e quelli sugli omicidi di D’Antona e Marco Biagi . Tema ripreso da un film, come “ La meglio gioventu” di M.T.Giordana o da un libro, come “ La peggio gioventu ” di Valerio Morucci, e, soprattutto, dal dibattito avviato su giornali e riviste  (  da L’Avvenire a il Foglio, da Il Giornale a il Corriere della Sera) sulla questione relativa al come uscire dal dibattito sugli anni di piombo, sul come chiudere l’eta’ del terrorismo: amnistia o modello Sudafrica per la riconciliazione?

 

Si tratta di una discussione che per noi, oramai sessantenni, riguarda vicende note e vissute piu’ o meno intensamente da una parte o dall’altra, a partire dagli anni ’60, ma che per molti dei giovani di oggi risultano lontane anni luce dalla loro esperienza e che, proprio per questo, meritano di essere rivisitate con spirito critico.

 

Data l’ampiezza dei temi e dei fatti accaduti lo faremo con una serie di articoli successivi con la speranza di aprire anche tra i lettori de “ Il Governo” un fecondo dibattito.

 

Solo alla fine di una narrazione descrittiva di quelle vicende, senza la velleita’ di compiere una ricostruzione storica organica e completa di esse, ma semplicemente ripartendo dalle analisi che in tempo reale svolgemmo in quegli anni, da semplice militante di un partito, la Democrazia Cristiana, che piu’ di altri pago’ in termini di attentati e di morti per mano delle BR e del terrorismo politico, cercheremo di dare risposta alle domande che si pongono oggi all’attenzione dell’opinione pubblica e, piu’ in particolare, alla classe politica dirigente attuale del nostro Paese.

 

Una prima domanda cui dare risposta trent’anni dopo quelle vicende, e’ se esistano ancora nella realta’ italiana rischi concreti che la violenza terroristica possa minacciare la tenuta democratica del Paese, alla luce dei recenti attentati del gruppo delle nuove BR guidate dalla Lioce e compagni e che, di tanto in tanto, si ripetono in episodi se non drammaticamente tragici come gli omicidi D’Antona e Biagi, con lo scoppio di bombe e dichiarazioni di lotta contro lo Stato da parte di sedicenti nuove BR o formazioni anarco-insurrezionaliste ?

 

Un’altra domanda e’ quella che ha interessato la pubblicistica giornalistica e televisiva degli ultimi mesi; ossia, come si intende uscire dagli anni di piombo? Come si vuole risolvere la questione dei rapporti con coloro che furono  protagonisti attivi di quegli efferati delitti: grazia o leggi speciali? Amnistia come nel 1946 oppure una “Commissione” come in Sudafrica del dopo apartheid?

Domande che, soprattutto per i piu’ giovani, richiedono una ricostruzione dei fatti e misfatti di quegli anni, perche’ non si perda la memoria di cio’ che e’ stato e dei rischi cui si va incontro in assenza di adeguate proposte e risposte politico culturali.

 

 

Il terrorismo italiano: bilancio dopo un trentennio

 

La mia esperienza universitaria  nella facolta’ di Sociologia  dell'Università di Trento negli anni 1965/70 ha coinciso con quella di una gene­razione passata dall' illusione dell'”immagi­nazione al potere” all' integrazione  nel sistema più o meno positiva per molti; alla dissociazione, contestazione violenta o passiva per altri; alla lotta armata, purtroppo, per alcuni. Ed è anche per capire come una generazione (la prima nata nella repubblica democratica) abbia potuto far nascere uno dei fenomeni più inquietanti della nostra storia nazionale, che mi sono impegnato in questa ricostruzione storico-politica.

E’ questo infatti, e nient'altro che questo il livello, certamente non esaustivo, che, con questi articoli successivi, ritengo dobbiamo considerare; ferma la necessità di un approccio più articolato ed interdisciplina­re ad un livello scientifico assai più rigoroso per un'analisi più corretta del terrorismo italiano negli anni di piombo.

Cre­do che nell'analizzare il fenomeno terrori­stico siano possibili due atteggiamenti:

parlarne come un fenomeno “estra­neo” alla società italiana (come un'escrescenza patologica sorta im­provvisamente senza sapere da dove viene e verso dove si orienta);

oppure, come cerchero’ di fare, tentare di stabilire una più stretta e logica con­nessione tra crisi politica-economica, sociale e, quindi, culturale che ha inve­stito l'Italia in quegli anni e l'esordio di movimenti clandestini di opposte tendenze che dal 1969 hanno insanguinato il Paese compiendo vio­lenze, attentati, assassinii, stragi.

 

L'esperienza di centro-sinistra

 

Il periodo da analizzare ai fini dello studio sulla crisi di quegli anni è iniziato con la rottura dell'equilibrio centrista (dalla prima alla se­conda fase, secondo l' interpretazione mo­rotea) ed il fallimento dell'avventura di Tambroni. Estate 1960: un tentativo, quel­lo di Tambroni, che sottovaluta sia la gran­de forza del movimento operaio italiano che la matrice anti-fascista della Repubblica. A Tambroni successe il centro-sinistra in un modo che ricordava, per certi aspetti, gli avvenimenti del 1900-1901.

Scrive al riguardo Giampiero Carocci (“Storia d'Italia dall'unità ad oggi”): “co­me nel 1901 il Gabinetto Zanardelli-Giolitti era nato in seguito allo sciopero generale di Genova, così il centro-sinistra nasce in se­guito alle manifestazioni, anche violente, del popolo genovese contro il M.S.I.. E, come nel 1901, le manifestazioni popolari furono decisive, perché s'incontrarono con una tendenza nel Parlamento favorevole ad aprire un nuovo corso politico orientato a sinistra”.

Questa apertura a sinistra si era potuta veri­ficare anche a seguito di un intenso proces­so di revisione e di dibattito politico-culturale tra le forze di sinistra impegnate, tra l'altro a fare i conti con l'eredità marxi­sta e con i problemi nuovi posti in Italia e nel mondo dal declino dello stalinismo. Questo richiamo di Carocci tra la situazio­ne del 1901 e quella del 1960 sottolinea un problema costante nella storia d'Italia e cioè il tema che si ripropone ad ogni svolta politica che è e resta quello dell'allargamen­to della partecipazione delle classi sociali (ed in particolare del proletariato) alla gestione della cosa pubblica.

Inoltre sottolinea il ruolo decisivo che, sem­pre nel nostro paese, hanno svolto le pres­sioni “extraparlamentari” ed in qualche modo fuori della legalità, per determinare (nei due casi del 1901 e del 1960) le svolte e vincere le resistenze della classe dirigente. Certo non è possibile un parallelismo auto­matico e deterministico tanto diverse sono le situazioni sociali, economiche e politiche tra i due periodi; tuttavia comune resta alla strategia del giolittismo come a quella della DC nella fase del centro-sinistra il tentativo sto­ricamente essenziale di integrazione di stra­ti sociali e masse più vaste nella gestione del Paese (“allargamento dell'area democratica”) ed il ripiegamento precoce su una pratica che, in mancanza di riforme incisive, punta sull'assistenza, il clientelismo, il sottogo­verno e l'incoraggiamento dei vari corporativismi.

Comune è, peraltro, in entrambi i momen­ti, pur così lontani e diversi tra loro, l'atteg­giamento della sinistra all'opposizione: es­sa non è capace né di avanzare una propo­sta alternativa di programma né di collabo­rare criticamente, con stimoli costanti, all'attuazione dei provvedimenti più quali­ficanti preannunciati. Il fallimento rifor­matore del centro-sinistra si coglie già in modo non equivoco nel biennio 1963/64 (crisi congiunturale e politica dei due tem­pi), basta che consideriamo il mutamento economico sociale che è stato alla base di quell'esperimento. Scrive G. Ruffolo (“Dal 1968 ad oggi: come siamo e come erava­mo”): “lo sviluppo accelerato tra il 1951 e il 1962 (6% di crescita annua del reddito nazionale) ha consentito una trasformazio­ne e modernizzazione della struttura econo­mica italiana di dimensioni assolutamente senza precedenti. Ha anche provocato la più grande rivoluzione sociale italiana degli ultimi secoli: il crollo del blocco agrario, la dissoluzione del mondo e della civiltà con­tadina, la migrazione di massa di milioni di contadini del Sud verso l'estero e verso le grandi città italiane del centro-nord ma an­che del sud; l'emergere di una nuova formazione sociale di ceti medi urbani”.

Ebbene ad una tale “rivoluzione” econo­mica e sociale non solo non ha corrisposto una “rivoluzione” politica, ma nemmeno una risposta della classe dirigente ed in ge­nerale dei partiti politici tale da attenuare il divario crescente tra società politica e socie­tà civile.

Occorreva, ma non ci fu, una risposta fatta di alcune incisive riforme di struttura in una situazione caratterizzata da un balzo in avanti a livello economico e sociale, ma an­che di più da debolezze e squilibri di fondo del sistema economico e da fenomeni socia­li come l'urbanizzazione e la progressiva scolarizzazione destinati ad innestare una grave crisi di valori e di modelli nel tessuto di tutta la società nazionale (in realtà non mutò nemmeno nei volti la classe dirigente al potere). E’ dunque questo il quadro (grande mutamento socio-economico, scar­so mutamento politico - e ininfluente inci­denza della  politica riformatrice - stallo tra le forze politiche) entro cui esplode il 1968.

 

Il '68 come rottura

 

Il centro-sinistra seppure non realizzò gran­di trasformazioni sul piano riformatore concreto (la rendita restò intoccata) tutta­via ottenne alcuni risultati importanti sul piano previdenziale, sanitario, scolastico, in quello della legislazione del lavoro. Tali risultati, però, essendo scollegati tra di lo­ro, senza un disegno strategico che ne ga­rantisse coerenza, finirono per aprire sì alla società civile nuovi spazi di crescita e di partecipazione, ma anche per esercitare ef­fetti destabilizzati sugli equilibri esistenti senza predisporre equilibri nuovi e diversi. Fu così che il movimento giovanile di prote­sta che nei primi anni '60 parte dai campus americani investiti anche dal dramma indo­cinese e che si espande con estrema rapidità in tutta l'Europa occidentale trova in Italia una situazione politica e sociale, ma anche e soprattutto culturale, del tutto favorevo­le. A livello internazionale è questo il momento magico e mitico della rivoluzione guerrigliera  di Ernesto Che Guevara, morto in un conflitto a fuoco l'8 ottobre 1967 in Boli­via. Pochi mesi prima della sua morte, nel suo messaggio alla Tricontinentale, letto all'Avana, egli scriveva: “tutta la nostra azione è un grido di guerra contro l'impe­rialismo ed un appello contro l'unità dei popoli, contro il grande nemico del genere umano: gli USA.

In qualsiasi luogo ci sorprende la morte sia essa benvenuta, purché questo nostro grido di guerra giunga ad un orecchio sensibile, un'altra mano si tenda. per impugnare le nostre armi, e altri uomini si apprestino a intonare il canto funebre con il crepitio del­le mitragliatrici e nuove grida di guerra e di vittoria”. La notte stessa della sua morte i muri di molte città italiane si riempiono di scritte e di manifesti: “il Che vive”. Egli vi­ve nella lotta degli sfruttati e dei giovani di tutto il mondo. E’ già un mito (a Trento, all'inaugurazione dell'Anno Accademico 1967, Mauro Rostagno celebra  il cinquantesimo anniversario della Rivoluzione d'Ottobre; credo di esse­re stato, unico DC dichiarato e riconosciuto, tra i pochi in borghese, quasi tutti vestivano alla Guevara).

E’ questa anche l'epoca dell'offensiva del Tet e dei grandi rovesci americani nel Vietnam (conquista Vietcong di Hué, antica ca­pitale imperiale, ed occupazione da parte di un commando dell'ambasciata USA di Saigon). E’ la sconfitta della tecnologia occi­dentale contro la “purezza primitiva rivo­luzionaria” Vietcong; nasce il mito vietna­mita e di Ho-Chi-Minh.

Negli Stati Uniti il movimento di resistenza alla guerra nel Vietnam, gia iniziato nel ‘64 “We won't go” (non vogliamo partire) da tempo ha dato vita a sit-in ed occupazioni nelle università, fino a creare il “sindacato dei soldati” (american servicemen union) ed il movimento di rifiuto della  leva. Gran­di manifestazioni contro la “sporca guer­ra” avvengono nei campus (essere bocciati all'università significa perdere l’esenzione e partire per la guerra) a New York, fino alla grande marcia a Washington dei 100.000.

Crisi nel governo Johnson (dimissioni di Mac Namara nell'ottobre '67), rivolta nera di aprile. Assassinio di Luther King. Nasci­ta del Black Power. L'insieme multiforme di questi fronti di lotta confluisce in quel grande fenomeno sociale, culturale e politi­co che è il “movement” americano. (Beat generation - prima metà anni '60 - hip­pies seconda metà, cultura della diversità underground).

Tutto ciò darà forza alla nuova sinistra americana di cui la “Monthley Review” diffonderà in tutto il mondo, ed anche in Italia, informazioni continue sulle proprie iniziative. La lotta contro l'università esplode negli USA alla fine del giugno del '68 alla Columbia University di New York. “Dobbiamo smettere di chiedere scusa di essere studenti” scriveva un esponente del movement americano; “gli studenti sono addestrati per essere la nuova classe lavora­trice e le università come officine sono le istituzioni che li preparano per gli ingranag­gi della  macchina burocratica del capitali­smo delle grandi società. Gli studenti sono un gruppo-chiave nella creazione di forze produttive di questo capitalismo supertec­nologico. Nessun individuo, nessuna classe è genuinamente impegnata in un movimen­to rivoluzionario finché la propria lotta non è una lotta per la liberazione”.

 

 

Alla lotta studentesca alla Columbia Uni­versity si riunificano i vari filoni del move­ment:

lotta contro la guerra ed il militarismo,

lotta antirazzistica,

rifiuto anti imperialistico,

lotta anti accademica.

 

La rivoluzione culturale cinese

 

 Sull'altro fronte, ad oriente, nella seconda metà del 1967, esplode e raggiunge il suo culmine la ri­voluzione culturale cinese. Dopo la pri­ma fase (10 novembre 1965 - maggio ‘66) in cui la rivoluzione culturale ha un carattere eminentemente di battaglia culturale (l'arte e la letteratura ufficiali sono i bersagli principali da colpire at­traverso una radicalità  sino ad allora sconosciuta) tra la primavera e l'autun­no '66 la rivoluzione culturale si tra­sforma in movimento di massa di stu­denti ed insegnanti dentro l'università. La critica all'ideologia “revisionistica” è soprattutto rivolta contro alcuni cen­tri di potere (cultura e strutture accademiche): “che il movimento si sviluppi prima tra gli intellettuali e la gioventù studentesca, dirà Mao, è una legge della Rivoluzione”. Successivamente essa di­lagherà in tutti i campi della produzione e della stessa organizzazione sociale e politica della Cina (seguono epurazioni e violenze a tutti i livelli sino alla scesa in campo dell'esercito). La rivoluzione culturale cinese è un intreccio indissolu­bile tra una lotta di massa per il potere e un “processo di trasformazione degli individui”  nella quotidianità della loro esistenza e cultura. E’ un processo ad ondate progressive di flusso e riflusso che porta ad investire, come autentica lotta politica, le basi stesse del potere statuale. Il suo carattere incompiuto  evoluto e teorizzato dallo stesso Mao. E’ la teoria delle due vie in cui si stempera la lotta tra capitalismo e socialismo.

E’ questo carattere anti dogmatico, liberta­rio, innovativo che costituirà il fascino del­la concezione maoista, contrapposta al re­visionismo burocratizzato ed imperialistico dell'URSS.

 

Il Maggio francese e gli altri movimenti in Europa

 

 Più vicino al nostro Paese, in Europa, a metà degli anni '60, parte quel movimento degli studenti che con il '68 di­lagherà in tutto il mondo. Dal manifesto di Strasburgo (nella miseria dell'ambiente stu­dentesco considerato nei suoi aspetti econo­mico, politico, psicologico, sessuale e spe­cialmente intellettuale e di alcuni mezzi per porvi rimedio) al Maggio Francese del '68. Movimento del 22 marzo '68 (attacco alla riforma di Piano del Ministro Fouchet - progetto tecnocratico di ristrutturazione dell'istruzione superiore). Occupazione del rettorato di Nanterre - barricate e chiusu­ra dell'Università il 2 maggio - lunga mar­cia di 25 chilometri di 50.000 studenti il 7 maggio dal quartiere latino ai Campi Elisi col compito di coinvolgere tutta la popola­zione (“Vous etes tous concernés” - vi ri­guarda tutti). Il movimento dilaga e si incontra con la classe operaia che col 14 mag­gio dà vita al più grande sciopero di tutta la storia (dal 14 al 27 maggio). Seguirà  il recu­pero gollista. All'est è sempre del 1968 l'invasione della Cecoslovacchia da parte delle truppe sovietiche e la fine dell'esperimento della “primavera di Praga” di Dubcek; mentre la contestazione giovanile studente­sca ed operaia dilaga a Varsavia (movimen­to degli studenti 8 marzo '68 e successiva ri­volta operaia di Danzica del dicembre '70). A Tokyo oltre 200 Colleges in lotta ed oc­cupazione dell'Università di Nikon e di quella “imperiale”. A Rio de Janeiro ed in altre capitali dell'America Latina (Città del Messico, Caracas, Buenos Aires, Montevideo, San Domingo, Bogotà). Anche in Europa occidentale (occupazione facoltà di scienze politiche ed economia a Madrid - Lisbona) con particolare intensità in Germania Ovest (attentato Dutschke 11 aprile '68), (assalto agli edifici di Springer e mar­cia stellare, cioè convergenza su Bonn da diverse direzioni) l'11 maggio.

 

Il ’68 italiano

 

Ed è in questo contesto di smarrimento li­beratorio, generazionale, studentesco ed operaio mondiale che si inserisce il '68 ita­liano. Ho detto del centro-sinistra che, agli inizi del '68 è, di fatto, ormai in crisi e para­lizzato sul piano decisionale. All'opposizio­ne c'è un Partito Comunista incapace di scegliere sino in fondo la strada riformisti­ca della socialdemocratizzazione per una ri­tuale adesione al modello ed alla strategia rivoluzionaria di tipo leninista, di fatto, ab­bandonati da almeno 30 anni. Il Paese è ca­ratterizzato da una costituzione tra le più avanzate in Europa, ma anche largamente inattuata per alcune rilevanti parti.

Il permanere di zone di sottosviluppo ac­canto ad una delle più straordinarie e tu­multuose trasformazioni economico-sociali e, quindi, culturali del paese; leggi antiqua­te d'origine fascista da un lato, un clima di grande tolleranza civile e democratica dall'altro, è questa la condizione entro cui esplode la contestazione giovanile studente­sca.

Vi è un terreno di incubazione in quella che Guido Viale (“Il sessantotto”) chiama il “movimento di strada” presente a Milano ed in alcune città del nord (cultura alterna­tiva o underground - fumo - sostanze psichedeliche - sovversione del linguaggio - nuove forme di espressioni attraverso la musica - nomadismo - rifiuto della fami­glia e del lavoro - generica  ribellione con­tro il “sistema” e le sue istituzioni - paci­fismo - ricerca di un modo diverso di vive­re e di stare insieme senza ruoli). Vi è, come motivo contingente, la Riforma Gui (la “deprecata” 2314, unico tentativo di ap­proccio riformatore dell'istituzione univer­sitaria), contro cui si scatenerà il dissenso studentesco (dalle “tesi della Sapienza” dell'università di Pisa, estensione alla con­dizione studentesca delle tesi dei gruppi operaisti raccolti attorno alle riviste “Qua­derni rossi” e “Classe operaia” alle occu­pazioni delle università di Trento, della Cattolica, Torino, Genova, Napoli).

Alla base c'è il tema unificante della lotta antiautoritaria come strumento essenziale per far irrompere la vita quotidiana nella politica. In tutta la prima fase della contestazione studentesca universitaria l'egemo­nia è della sinistra studentesca un gruppo nato nel 1967 dalla scissione dell'UGI. La sua ideologia è “Emme-Elle” (cioé marx-leninista): complessa analisi antimperialisti­ca e sulla situazione internazionale (antesi­gnana di quella che di lì a poco ritroveremo in tutti i gruppi della sinistra rivoluziona­ria) riferimento costante alla Cina ed alla rivoluzione culturale (il “Mao Tse Tung pensiero”) continue citazioni del libretto rosso di Mao. Questo costante riferimento al pensiero maoista vale come critica prati­ca e permanente al revisionismo ed al “so­cialismo realizzato”. All'origine dell'ideo­logia “Emme-Elle” vi è la nascita nel 1966 del P.C.d'I., Partito Comunista d'Italia (marxista-leninista).

Comune a tutto questo pensiero resta la ri­vendicazione della continuità con un passa­to più o meno lontano del movimento ope­raio: la resistenza, lo stalinismo, la rivoluzi­one d'ottobre, l'internazionalismo proleta­rio. Verso la fine di dicembre del 1967 il movimento dilaga forte della sua parola d'ordine contro “la scuola di classe”, con­tro la repressione, per “il salario generaliz­zato”, per la formazione dei “Consigli”. Il primo marzo 1968 Valle Giulia, che sarà il più grosso scontro di piazza dai tempi di Piazza Statuto a Torino (1962).

Non si usano armi da fuoco né da una parte né dall'altra ma il pestaggio è durissimo. Da quella esperienza nascono i primi servizi d'ordine studenteschi (a Milano i famosi Katanga di Capanna:  “prendi la spranga e diventa Ka­tanga”). A Valle Giulia il movimento stu­dentesco riceve e riconferma una nuova “legalità”: quella del ricorso alla violenza contro lo Stato. La violenza rivoluzionaria viene incontro al movimento attraverso la figura mitica del Che Guevara, che, “vive” nella ribellione di tutta una generazione; dall'appello internazionalista del popolo Vietnamita (“il Vietnam vince perché spa­ra”); alla rivolta dei ghetti negri americani; dalla tradizione popolare e comunista della lotta partigiana e dei primi anni della re­pubblica, cui si vuole ricollegare idealmen­te. Prende corpo la tesi secondo cui il pote­re è coartazione, arbitrio, violenza che, quando proviene dall'alto, dal vertice della piramide sociale è sempre “ingiusto”.

Pertanto la violenza che viene dal basso è sempre “giusta»” e “legittima”. (“Ribellar­si è giusto” è il motto maoista della rivolu­zione culturale cinese). Una delle canzoni più diffuse del '68 è intitolata “la violenza” e dice: “è cominciata di nuovo la caccia alle streghe - padroni, governo, la stampa, la televisione. In ogni scontento si vede uno sporco cinese - uniamoci tutti a difendere l'istituzione. Oggi ho visto nel corteo - tante facce sorridenti - le ragazze a 15 an­ni - gli operai con gli studenti. Quando poi le camionette - hanno fatto i caroselli - i compagni hanno impugnato i bastoni dei cartelli. Ed ho visto le autoblindo - rovesciate e poi bruciate - tanti e tanti baschi neri - con le teste fracassate. La violenza, la violenza, la violenza e la rivolta - chi non c'era quella volta - non sarà con noi domani”.

E certo lo Stato si ritrova impreparato di fronte a questa vicenda dai tratti assolutamente nuovi, impreparato ad affrontare un sommovimento che sembra rompere gli ar­gini del vecchio ordine sociale (anche da ciò nasce il disorientamento e, forse, la devia­zione del Sid e la strategia della tensione che di lì a poco insanguinerà tragicamente il paese). Alla fine della stagione 1967-68 la lotta studentesca ha coinvolto alcune centi­naia di migliaia di studenti, che diventeran­no milioni quando nel 1969 la lotta si allar­gherà alle scuole medie superiori. E’ dentro questa massa che si forma una prima generazione di rivoluzionari.

Scrive ancora G. Viale “Il sessantotto”: “una leva di compagni che hanno preso il gusto della lotta e che mettono ormai il loro impegno politico davanti a tutto. Per molti la decisione di diventare innanzitutto un ri­voluzionario, un «militante», è una scelta obbligata: non si può più accettare le regole del mondo che ci si è lasciati dietro alle spalle, ma non esiste ancora in Italia una «seconda società», un mondo di emargina­ti dove si possa vivere sotto altre regole o nella sregolatezza”. Veramente possiamo parlare del sessantotto come rottura che na­sce dall'intreccio tra crisi delle istituzioni del vecchio modello di sviluppo e la rivolta di una generazione contro chi e ciò che ne rappresenta la continuità.

Tesi di Barbiana e scuola di Francoforte (Marx-Mao-Marcuse) internazionale situa­zionista e tesi terzomondiste - scontro tra linea rossa e nera della rivoluzione culturale cinese - Black Power americano - SDS americana (studenti per una società demo­cratica) e SDS tedesca (lega degli studenti socialisti) sono questi alcuni dei filoni ideo­logici e culturali entro cui si forma la “cul­tura del movimento” parte della quale, pe­raltro, deriva dalla prassi concreta quoti­diana della multiforme esperienza politica.

(continua)

 

Ettore Bonalberti

 

Ultima modifica di questa pagina: domenica, 04 giugno 2006 11.33

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