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Ci siamo
quasi.
A poco meno
di 5 anni di distanza dall’attentato che costò la vita al
giuslavorista Massimo D’Antona, le cellule che, muovendo
dall’esperienza degli NCC avevano ridato vita alla
progettualità dell’”attacco al cuore dello stato”, si
ritroveranno il prossimo 17 Febbraio dietro le sbarre
dell’aula-bunker del carcere di Rebibbia, a Roma, a dover
rispondere dell’omicidio di Via Salaria, nonché del reato di
“partecipazione a banda armata” denominata “Brigate Rosse
per la costruzione del Partito Comunista Combattente”.
Soltanto 10
giorni prima prenderà il via a Bologna il primo “processo
Biagi”, per il quale sono stati rinviati a giudizio 6
brigatisti; Febbraio rappresenterà dunque un mese
estremamente significativo, sul piano simbolico, per la
“lotta al terrorismo” condotta in questi anni - spesso
brancolando nel buio, talvolta producendo grossolani errori
d’indagine (si pensi all’assurda carcerazione dei militanti
di “Iniziativa Comunista”) - dalla magistratura e dalle
forze di polizia.
La svolta
il 2 Marzo 2003, ad un anno esatto dalla morte di Marco
Biagi.
Una
sparatoria sul treno Roma-Firenze si conclude in un bagno di
sangue: restano a terra un agente di polizia ferroviaria,
Emanuele Petri, ed il suo attentatore; una donna viene
ammanettata; una frase (“mi dichiaro prigioniero politico”)
basterà per aprire un insperato varco nel vuoto assoluto
delle indagini. La donna è Nadia Desdemona Lioce, già
compagna del militante degli NCC Luigi Fuccini, entrata in
clandestinità nei giorni immediatamente successivi al di lui
arresto, 8 anni prima. L’uomo è (o meglio, era, visto che
poche ore dopo la sparatoria morirà a seguito delle gravi
ferite riportate nel conflitto a fuoco) Mario Galesi;
entrambi risultavano destinatari di un avviso di garanzia in
merito alle indagini sull’omicidio del professor D’Antona:
dunque, gli inquirenti sospettavano già da diversi mesi che
la coppia fosse alla guida del nucleo brigatista, eppure
sarà un banale controllo di documenti ad “arrestare”
definitivamente la fuga dei due.
L’individuazione dei due unici “militanti complessivi” delle
“nuove” Br-Pcc produsse una svolta sostanziale nelle
indagini: meno di 8 mesi dopo (il 24 Ottobre 2003), una
colossale retata nella quale sono stati impiegati oltre 2000
agenti ha condotto al fermo della quasi totalità degli
appartenenti al nucleo sovversivo; ciascuno di essi,
tuttavia, pur avendo avuto tutto il tempo di fuggire e di
darsi alla clandestinità, nella presumibile ipotesi di un
arresto, non ha fatto altro che attendere l’ora “X” nella
propria abitazione. Soltanto una breve fuga: quella della
giornalaia di origine calabrese Diana Blefari Melazzi,
arrestata poche settimane dopo presso un villino alle porte
di Roma.
Dalle
indagini è così emersa l’immagine di un nucleo brigatista
alquanto esiguo (non più di una ventina di persone, divise
tra Roma e la Toscana), privo di “covi” stabili e dotato di
una scarsissima capacità d’intervento militare. Emblema
della fragilità del gruppo è il pentimento di Cinzia Banelli,
ormai a tutti nota come la “compagna So”, già “congelata”
dalla struttura brigatista a causa del suo atteggiamento
poco conciliabile con l’impianto strategico
dell’Organizzazione. La nascita di un figlio (avvenuta 4
mesi prima dell’arresto) aveva segnato nel profondo il
tecnico radiologo pisano, la quale non ha resistito più di
qualche mese all’interno del carcere di Sollicciano prima di
“vuotare il sacco”, sciorinando progressivamente una miriade
di date, luoghi e nomi, utilissimi agli inquirenti nella
dettagliata ricostruzione di tutti i passaggi dell’effimera
esperienza sorta nel 1998 con l’assunzione della decisione
di produrre un salto qualitativo dalla “propaganda armata”
realizzata sotto la sigla “NCC” all’attacco al cuore dello
Stato da condurre in continuità con l’intervento
politico-militare attuato dalle Br-Pcc fino all’omicidio
Ruffilli.
Il
"pentimento" consentirà alla Banelli di non presenziare
dinanzi alla II Corte d'Assise di Roma insieme ai suoi ex
compagni: la aspetta infatti il rito abbreviato (ottenuto
anche da Laura Proietti, altra militante probabilmente
fuoriuscita dall'Organizzazione già da qualche tempo, ma su
cui gravano pesantissime responsabilità rispetto
all'omicidio D'Antona), condito dalle attenuante riservate
ai "collaboratori di giustizia"; difficile immaginare che la
pena che le verrà inflitta possa superare gli 8 anni di
carcere: del resto, già a Dicembre si erano ipotizzati per
l'ex brigatista pisana gli arresti domiciliari, poi respinti
dal GUP.
Dei
restanti 15 imputati, 4 sono "irriducibili" (Donati, Fosso,
Galloni, Mazzei) già carcerati al tempo della ricostruzione
delle Br-Pcc, ma considerati in qualche modo i mandatari
"morali" del rilancio dell'iniziativa armata, ossia coloro i
quali avrebbero legittimato (non é dato sapere attraverso
quali canali, dato che non sono emersi contatti fra costoro
ed il gruppo che ha poi ucciso D'Antona) la riassunzione del
"marchio di fabbrica" da parte degli NCC. Il cerchio,
dunque, si stringe intorno ad un pugno di militanti; tra
quelli rimasti, Federica Saraceni ha fin da subito ripudiato
l'omicidio politico (parrebbe dunque aver preso parte alla
sola esperienza degli NCC), ed Alessandro Costa ha negato
strenuamente ogni addebito (potrebbe essere un semplice
fiancheggiatore); su Bruno Di Giovanangelo (il compagno "Mu")
sono a lungo corse voci di un possibile "ravvedimento", e
comunque pare che questi abbia già ammesso parzialmente le
proprie responsabilità, limitandole tuttavia ad un ruolo
marginale. Quanto a Paolo Broccatelli, costui si é chiuso
fin dall'arresto in un silenzio totale; non essendo emerso
sul suo conto alcunché circa l'omicidio Biagi, é possibile
che anche da parte sua fosse nel tempo maturato un certo
distacco rispetto all'Organizzazione; ancora, non é affatto
chiara la posizione dei fratelli Viscido, i quali non
sembrerebbero aver mai avuto alcun incarico operativo nelle
azioni brigatiste.
Possibile
dunque, alla luce di tutto ciò, che intorno ad un pugno di
individui (il duo Lioce-Galesi, la Blefari, Boccaccini,
Mezzasalma, Morandi) sia ruotata per oltre un quadriennio la
prospettiva di costruzione del Partito Comunista
Combattente? La logica parrebbe dire di no, eppure gli
"addetti ai lavori" assicurano che - oltre ai personaggi
coinvolti nei vari filoni dell'inchiesta (e tra questi
occorre includere anche il fantomatico "cervello informatico
delle Br" Roberto Badel e la "pedina dormiente" Jerome
Cruciani) - non resta da individuare che un gruppetto di
fiancheggiatori. Parrebbe perciò escluso il coinvolgimento
delle "primule rosse" della sovversione: Dall'Olmo, Minonne,
Vendetti, Giorgieri.
Ma é allora
ipotizzabile che i suddetti personaggi, spariti dalla
"scena" un decennio fa, si stiano ancora organizzando per
"giocare" dall'estero la carta dell'ennesimo rilancio
dell'attacco al cuore dello Stato?
Con ogni
probabilità, i processi delle prossime settimane non ci
diranno molto di nuovo al riguardo. Dunque, non rimane che
aspettare; con il dubbio, sempre più verosimile, che la
lotta armata stia ormai diventando un fenomeno endemico
della nostra società.
Roberto De
Rossi |