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1.
Come giudicate la fase attuale dello
scontro di classe?
Ci sembra che ci sia una concordanza di vedute nella
sinistra sulla situazione attuale.
Non sfugge né ai riformisti né alle forze extraparlamentari
il progetto di riorganizzazione della borghesia su una
prospettiva reazionaria e violentemente antioperaia. E piú
in generale tutti riconoscono che è iniziato uno scontro
decisivo nel quale si giocano da una parte, cioè dalla parte
della borghesia, la possibilità di un nuovo equilibrio
politico ed economico, dall'altra, cioè da parte dei
lavoratori, la prospettiva di un capovolgimento dei rapporti
di produzione. Ma a parte i riformisti la cui strategia si
dimostra sempre piú suicida di fronte all'attacco
reazionario, ciò che ci interessa mettere in evidenza è lo
stato di impreparazione in cui si trovano le forze
rivoluzionarie di fronte alle nuove scadenze di lotta. Alla
sinistra rivoluzionaria è mancata la consapevolezza che il
ciclo iniziato nel '68 non poteva che portare agli attuali
livelli di scontro e non vi è stata quindi la
predisposizione degli strumenti idonei a farvi fronte. La
nostra esperienza politica nasce da questa esigenza.
2. Quali cause stanno alla base
della crisi attuale?
Oggi ci troviamo davanti ad un capovolgimento delle
prospettive politiche della borghesia. Esso è dovuto al
mancato congiungimento delle prospettive di sviluppo del
capitalismo e dei progetti politici dei partiti riformisti.
La borghesia infatti posta di fronte all'iniziativa della
classe operaia che ha rifiutato il riformismo come progetto
di stabilizzazione sociale ponendo all'ordine del giorno la
fine dello sfruttamento, e alle oggettive contraddizioni
dell'imperialismo che impediscono la programmazione pacifica
dello sviluppo del capitalismo nei singoli paesi, ha dovuto
riorganizzare a "destra" l'intero apparato di potere.
3. In quale direzione ritenete
quindi che si svilupperà nei prossimi tempi la situazione
politica?
La borghesia ha ormai una strada obbligata: ristabilire il
controllo della situazione mediante un'organizzazione sempre
piú dispotica del potere. Il dispotismo crescente del
capitale sul lavoro, la militarizzazione progressiva dello
stato e dello scontro di classe, l'intensificarsi della
repressione come fatto strategico sono due conseguenze
obiettive ed inesorabili. Nella situazione italiana
assistiamo infatti alla formazione di un blocco d'ordine
reazionario quale alternativa al centro-sinistra. Esso
prospera sotto le bandiere della destra nazionale e tende a
riassicurarsi il controllo della situazione economica e
sociale e cioè alla repressione di ogni forma di lotta
rivoluzionaria ed anticapitalista.
4. Pensate dunque ad una
riedizione del fascismo?
Il problema non va posto in questi termini. È un dato di
fatto incontestabile che questo disegno repressivo per ora
si estende e mira non tanto alla liquidazione istituzionale
dello stato "democratico" come ha fatto il fascismo, quanto
alla repressione piú feroce del movimento rivoluzionario. In
Francia il "colpo di stato" di De Gaulle e l'attuale
"fascismo gollista" vivono sotto le apparenze della
democrazia. Nei tempi brevi questo è certamente il modello
meno scomodo.
Sarebbe però ingenuo sperare in una stabilizzazione moderata
della situazione economica e sociale in presenza di un
movimento rivoluzionario combattivo.
5. Quali dunque le vostre scelte?
Avevamo due strade oltre la via riformista che abbiamo
rifiutato insieme alla sinistra rivoluzionaria da diversi
anni: ripetere l'esperienza storica del movimento operaio
secondo le versioni anarco-sindacaliste o
terzinternazionaliste o viceversa congiungersi
all'esperienza rivoluzionaria metropolitana dell'epoca
attuale.
I gruppi della sinistra extraparlamentare tutto sommato non
sono usciti dalla prima prospettiva poiché non hanno saputo
sottoporre ad una analisi critica le sconfitte del movimento
rivoluzionario del primo dopoguerra. Essi hanno ripreso
nella sua essenza la teoria delle due fasi del processo
rivoluzionario (preparazione politica, agitazione, e
propaganda prima, insurrezione armata poi) ed oggi stanno
ripercorrendo la prima fase mentre la borghesia già dispiega
la sua iniziativa armata.
Ne fanno testo l'attacco padronale alle forme di lotta piú
incisive, i processi politici e le condanne contro i
militanti piú combattivi, il rinato terrorismo squadrista,
le aggressioni fasciste ai picchetti operai e quelle
poliziesche alle piccole fabbriche, agli sfrattati ed agli
studenti, i rastrellamenti nei quartieri insubordinati,
l'assunzione di provocatori sbirri e fascisti nelle
fabbriche, ecc. Lo scontro armato è già iniziato e mira a
liquidare la capacità di resistenza della classe operaia.
L'ora X dell'insurrezione non arriverà. E quello che molti
compagni tendono a raffigurarsi come lo scontro decisivo tra
proletariato e borghesia altro non è che l'ultima e
vittoriosa battaglia della borghesia. Come è stato nel 1922.
6. In definitiva quale è il filone
ideologico e storico al quale vi collegate?
I nostri punti di riferimento sono il marxismo-leninismo, la
rivoluzione culturale cinese e l'esperienza in atto dei
movimenti guerriglieri metropolitani; in una parola la
tradizione scientifica del movimento operaio e
rivoluzionario internazionale. Questo vuol dire anche che
non accettiamo in blocco gli schemi che hanno guidato i
partiti comunisti europei nella fase rivoluzionaria della
loro storia soprattutto per quanto riguarda la questione del
rapporto tra organizzazione politica e organizzazione
militare.
7. Puoi specificare meglio questo
punto di vista?
I compagni brasiliani sostengono che l'origine
dell'involuzione socialdemocratica dei partiti comunisti è
da ricercare nell'incapacità della loro organizzazione a far
fronte ai livelli di scontro che la borghesia
progressivamente impone al movimento di classe. Non c'è
quindi all'origine di tutto il "tradimento" dei capi quanto
l'inadeguatezza strutturale dell'arma che essi utilizzano e
cioè della loro organizzazione.
Di questo hanno tenuto conto le organizzazioni armate
metropolitane le quali sin dall'inizio si sono costituite
per far fronte globalmente a tutti i livelli dello scontro.
8. Il problema per voi è quindi
quello di iniziare la lotta armata?
La lotta armata è già iniziata. Purtroppo in modo univoco,
cioè è la borghesia che colpisce. Il problema è dunque
quello di creare lo strumento di classe capace di affrontare
allo stesso livello lo scontro.
Le Brigate Rosse sono i primi sedimenti del processo di
trasformazione delle avanguardie politiche di classe in
avanguardie politiche armate, i primi passi armati nella
direzione di questa costruzione.
9. Siete per una concezione
"fochista" dell'avanguardia armata?
No. Il nostro punto di vista è che la lotta armata in Italia
debba essere condotta da un'organizzazione che sia diretta
espressione del movimento di classe e per questo stiamo
lavorando all'organizzazione dei nuclei operai di fabbrica e
di quartiere nei poli industriali e metropolitani ove
maggiormente si condensano rivolta e sfruttamento.
10. Siete dunque in una fase di
preparazione?
Da un punto di vista generale non possiamo essere che in
questa fase in quanto la strada che abbiamo scelto ha
bisogno di un lungo periodo di accumulazione di esperienze e
di quadri. Però non è una fase staccata dalla lotta di
classe ma si realizza tutta all'interno di essa.
11. Questo vuol dire quindi che le
Brigate Rosse anche in questa fase sono impegnate nello
scontro?
Esiste una tendenza nel movimento di classe non
riconducibile ad alcuna delle organizzazioni
extraparlamentari operanti che esprime l'esigenza di nuove
forme di organizzazione della lotta rivoluzionaria:
organizzazione dell'autodifesa, prime forme di
clandestinità, azioni dirette... Le Brigate Rosse hanno
colto questa esigenza e si propongono di passare da queste
prime esperienze che costituiscono una fase tattica
necessaria, alla fase strategica della lotta armata.
12. Quali sono le condizioni
perché questo passaggio avvenga?
Nessun movimento rivoluzionario armato che lotta per il
potere può affrontare lo scontro senza essere in grado di
realizzare due condizioni fondamentali: 1) misurarsi con il
potere a tutti i livelli (liberare i detenuti politici,
eseguire condanne a morte contro i poliziotti assassini,
espropriare i capitalisti, ecc.) e naturalmente dimostrare
di saper sopravvivere a questi livelli di scontro; 2) far
nascere un potere alternativo nelle fabbriche e nei
quartieri popolari.
13. Che intendete per potere
proletario alternativo?
Intendiamo dire che la rivoluzione non è solo un fatto
tecnico-militare, e l'avanguardia armata non è il braccio
armato di un movimento di massa disarmato, ma il suo punto
di unificazione piú alto, la sua richiesta di potere.
14. Su quali direttrici intendete
muovervi in questa fase?
Nei mesi passati la nostra preoccupazione fondamentale è
stata quella di radicare nel movimento di classe un discorso
strategico. Oggi riteniamo che sia decisivo lavorare alla
sua organizzazione. Si tratta cioè di radicare le prime
forme di organizzazione armata nella lotta quotidiana che
nelle fabbriche, nei rioni, nelle scuole mira a spezzare
l'offensiva tattica della borghesia. E ciò combattendo il
terrorismo padronale nei suoi aspetti oggettivi e soggettivi
senza separare la lotta alla organizzazione capitalistica
del lavoro e della vita sociale dalla lotta
all'organizzazione capitalistica del potere; affrontando lo
squadrismo fascista e colpendo con durezza adeguata nelle
persone e nelle cose i suoi organizzatori politici e
militari; non concedendo impunità agli sbirri, alle spie e
ai magistrati che attaccano il movimento di classe nei suoi
interessi e nei suoi militanti.
Da un punto di vista immediato questa azione deve
consentirci di mantenere alti livelli di mobilitazione
popolare impedendo l'affermarsi di correnti pessimistiche e
liquidatorie. E piú in generale questo scontro non si
concluderà con un ritorno alla situazione precedente ma
costituirà la premessa per lo scontro strategico: per la
lotta armata per il potere.
15. Ma allora le Brigate Rosse
sono organismi di transizione?
No, perché la lotta armata non può essere affrontata con
organismi intermedi come potrebbero essere i comitati di
base, i circoli operai-studenti o le stesse organizzazioni
politiche extraparlamentari. Essa necessita sin dall'inizio
dell'organizzazione strategica del proletariato.
16. Intendete dire il Partito?
Esatto. Le BR sono i primi punti di aggregazione per la
formazione del Partito Armato del Proletariato. In questo
sta il nostro collegamento profondo con la tradizione
rivoluzionaria e comunista del movimento operaio.
17. Che posizione avete nei
confronti dei gruppi extraparlamentari?
Non ci interessa sviluppare una sterile polemica ideologica.
Il nostro atteggiamento nei loro confronti è innanzitutto
determinato dalla posizione sulla lotta armata. In realtà
nonostante le definizioni rivoluzionarie che questi gruppi
si attribuiscono al loro interno prospera una forte corrente
neo-pacifista con la quale non abbiamo niente a che spartire
e che riteniamo si costituirà al momento opportuno in una
forte opposizione all'organizzazione armata del
proletariato. Mentre invece, sicuramente un'altra parte dei
militanti accetterà questa prospettiva. Con essi il discorso
è aperto. Certo questa non è l'unica discriminante,
rimangono questioni fondamentali relative ai tempi e alla
tattica da seguire oltre che la questione fondamentale della
proletarizzazione dell'organizzazione. Noi non accettiamo la
mistificazione che tende ad identificare le attuali
avanguardie per avanguardie di classe. Il problema della
costruzione della avanguardia politica ed armata del
proletariato è tuttora aperto e non può essere risolto
battendo la strada dei facili trionfalismi di gruppo, né con
progetti di aggregazione di forze non significative dal
punto di vista di classe.
18. Come considerate le accuse che
alcuni gruppi della sinistra extraparlamentare hanno mosso
nei vostri confronti?
Dobbiamo qui distinguere due tipi di accuse: l'una è in
sostanza una critica al nostro "avventurismo" e a proposito
della quale abbiamo solo da dire che avventurismo è
affrontare lo scontro con la borghesia armata senza adeguato
strumento. E a questa verifica non potrà sfuggire neppure
chi ci muove questa critica con spirito militante.
L'altra che è una calunnia con la quale si tende a
presentarci come provocatori o fascisti non ammette una
risposta politica ma costituirà al momento opportuno un
fatto di cui dovranno rendere conto coloro che l'hanno
formulata. Piú in generale al di là di queste accuse, noi
crediamo che la sinistra subirà col progredire dello scontro
di classe un processo di polarizzazione in cui la
discriminante sarà inevitabilmente la posizione sulla lotta
armata. In questo processo verrà coinvolto anche il PCI. Per
questo rifiutiamo ogni settarismo ideologico, proprio degli
intellettuali pseudorivoluzionari e riaffermiamo la nostra
posizione fortemente unitaria con tutti i compagni che
sceglieranno la via della lotta armata.
settembre
1971
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