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Davanti
alla tv, ascoltando chiacchierare due nemici di un tempo e
ricordare i tempi che furono, cercando di capire il senso di
una operazione inedita e curiosa.
Riflessioni a margine del colloquio Kossiga-Faranda…
Superati i
primi dieci minuti di evidente fastidio (dovuto a una
atmosfera da amarcord di ultima gita scolastica tra il
vecchio professore e l’alunna prediletta), questo strano
faccia a faccia da tempo preannunciato tra l’ex di tutto e
di più Francesco Cossiga e l’ex brigatista Adriana Faranda
qualche segno lo lascia. Soprattutto, inutile quasi
specificarlo, per merito di quel burlone del nostro ex
Presidente della Repubblica, che più passano gli anni più si
diverte come un matto a rivisitare controcorrente la storia
patria, lanciando - quasi sussurrandole - certe bordate in
pieno stile picconatore dei bei tempi che furono. Quelle
sparate davanti alle telecamere dirette a mo’ di videoclip
dal giovane regista Alex Infascelli (vi ricordate Almost
blue, l’infelice pellicola tratta dal romanzo di Carlo
Lucarelli?) non sono certo da poco.
Vediamone
alcune:
-
Durante il sequestro Moro adottammo la linea
della fermezza perché lo Stato Italiano era uno Stato
debole. A trattare con i nemici interni ed esterni sono gli
Stati forti. Quelli deboli si chiudono a riccio e alzano i
muri, mostrando muscoli che in realtà sono sintomo di
debolezza.
-
Io, Francesco Cossiga, sono più responsabile
di lei, Adriana Faranda, della morte di Aldo Moro. Ne porto
tuttora il rimorso e il senso schiacciante di
responsabilità.
-
Voi, Brigate rosse, non vi eravate accorti di
aver vinto. Ancora 24 ore, e al termine della celebre
riunione della segreteria democristiana del 9 maggio 1978
sarebbe stata approvata la linea della trattativa propugnata
da Amintore Fanfani. E la storia d’Italia non sarebbe stata
quella che è stata.
-
Infine, se è vero che i vari Andreotti e Gava
hanno fatto quello di cui li si è successivamente accusati
nelle aule dei tribunali, avevate ragione voi, donne e
uomini delle Brigate rosse.
Sono solo
quattro delle pillole buttate lì da quello che – all’epoca
del sequestro Moro – fu il ministro dell’Interno con la “k”
e le due “s” scritte sui muri con caratteri nazisti. L’uomo
che, a tutt’oggi, è tra i pochi che in materia di anni di
piombo parla non di terrorismo ma di sovversione,
precisando in più di una occasione le responsabilità
storiografiche di un inganno semantico introdotto
soprattutto dagli ambienti dell’ex Pci per esorcizzare
scomode eredità e co-responsabilità mai del tutto ammesse.
L’uomo che, a tutt’oggi, è tra gli interlocutori preferiti
di una certa area antagonista di estrema sinistra che in
Francesco Cossiga identifica il nemico con la N maiuscola,
quello che dice le cose come stanno, senza ipocrisie,
difendendo il proprio operato dell’epoca ma riconoscendo al
tempo stesso i propri errori e le proprie responsabilità. Il
nemico, insomma, a cui portare comunque rispetto.
In realtà,
Francesco Cossiga è – come detto – prima di tutto un grande
burlone. Uno che si diverte davvero tanto a dire tutto e il
contrario di tutto, a scompaginare le carte in tavola “per
vedere poi l’effetto che fa”. E si diverte ancora di più,
immaginiamo, a leggere negli occhi dei suoi interlocutori le
reazioni spiazzate e sorprese alle sue parole “sempre fuori
dagli schemi”.
Prendiamo
ad esempio la terza delle quattro affermazione che abbiamo
precedentemente riportato, seconda la quale – a differenza
di quello che sostiene l’altro grande vecchio della politica
italiana, Giulio Andreotti – lo Stato corse davvero il
rischio di perdere la partita nei minuti finali del
sequestro Moro. Cossiga ribadisce per l’ennesima volta la
favola secondo la quale, se quell’impaziente di Moretti
avesse aspettato ancora un po’, sarebbe arrivata la
sospirata apertura dai vertici della Dc, la breccia sul muro
della fermezza che avrebbe riaperto i giochi. Falso storico,
facilmente dimostrabile dalla lettura dei verbali di quella
tanto celebrata riunione della segreteria democristiana,
dalla quale si evince in maniera piuttosto inconfutabile che
la linea Fanfani avrebbe ancora incontrato il niet,
senza se e senza ma, degli uomini della fermezza. Tutto
sarebbe stato rimandato all’ennesima riunione, nella
speranza di dilatare ancora i tempi della trattativa e
aumentare così le possibilità di individuare la prigione
dello statista per tentare l’azione di forza. Tant’è vero
che lo stesso Kossiga pochi minuti dopo racconta
all’estasiata Faranda che «mancava poco e saremmo arrivati a
prendervi… avevamo diviso Roma a quadrettini e per riempire
quello giusto mancava poco».
Ma lui è
così, non possiamo farci niente. Gli piace troppo
scompaginare le carte in tavola. E a noi piace tanto
ascoltarlo, perché dice delle cose che nessun altro dice,
fuori dagli schemi ingessati della politica di palazzo,
concedendo agli sconfitti l’onore delle armi, chiamandoli
sovversivi non terroristi, dando loro cioè quel
riconoscimento postumo tanto a lungo cercato.
E l’ex
sovversiva, oggi fotografa, è lì che lo ascolta incantata,
ammaliata. Lei che tanto tempo fa si batté – per motivi
etici e politici – contro la decisione di uccidere il
Presidente della Dc. Lei che si strugge per non aver usato
il cervello, per aver affilato le armi anziché le idee, e
oggi ripudia ogni forma di violenza.
C’è
qualcosa che non torna in questo gioco delle parti. Qualcosa
mi sfugge.
Sarà che
quelle maledette telecamere sembrano tarantolate, non stanno
mai ferme, e creano confusione laddove invece servirebbe un
po’ di silenzio da biblioteca per non perdersi nemmeno una
delle pillole cossighiane.
Sarà che la
mia concentrazione se ne va d’incanto ogniqualvolta si
affronta l’argomento «anni di piombo» parlando solo ed
esclusivamente del sequestro Moro, come se quei maledetti 55
giorni potessero riassumere da soli in sé un decennio di
lotte e di guerra civile. Come se prima e dopo nulla fosse
accaduto e successo.
Sarà che
questo genere di amarcord diretto e gestito dai soli
protagonisti di un tempo non mi interessa più, perché ne
abbiamo sentite ormai tante di versioni/verità provenire
dalle bocche dei diretti interessati tanto da creare ormai
quell’effetto rumore del «dire tutto e il contrario di
tutto… per non dire nulla» che ha un po’ rotto le palle.
Saranno un
po’ tutte queste cose insieme, ma ci sembra che le uniche
parole su cui varrebbe la pena concentrarsi sono le
ultimissime pronunciate da Adriana Faranda, in chiusura di
conversazione:
«Che senso
ha, Presidente, un colloquio del genere?».
Giuliano
Boraso |