|
<Il mondo d'oggi può essere espresso anche
per mezzo del
teatro, purché lo si
descriva come un mondo trasformabile.
>
Bertolt Brecht
E' un percorso di fatti. Non c'è nulla di
inventato.
Ulrike Meinhof, giornalista, militante del
partito comunista e madre, ad un certo punto della sua vita,
con un salto da una finestra, sceglie di lasciare tutto,
famiglia, lavoro e ruolo socialmente riconosciuto. Fonda con
Andreas Baader e Gudrun Ensslin la RAF Rothe Armée Fraction
- il principale gruppo armato clandestino nella Germania dei
roventi anni '70.
Arrestata nel giugno del '72 trascorre
quattro anni in un braccio speciale del carcere di Stammheim,
in completo isolamento e sottoposta a regime di privazione
sensoriale, la cosiddetta tortura bianca.
Nel maggio del '76 viene trovata impiccata
nella sua cella.
Una commissione di inchiesta internazionale
al termine del lavoro di indagine dichiara insostenibile la
tesi del suicidio.
La vita, le scelte e la morte di una
donna raccontate e indagate da due attrici, due donne.
La forma è quella di una narrazione che segue
fedelmente l'ordine cronologico degli eventi e che si
modella sul percorso esistenziale della Meinhof.
Ma il racconto viene intervallato dagli
scritti originali di Ulrike, che abbiamo deciso di mantenere
sia per il loro carattere incisivo e di evidente attualità,
sia per rispettarne fedelmente la linea di pensiero.
Il nostro è il tentativo di sfruttare il
passato per rileggere il presente. Per averne una visione
più consapevole.
E in un tempo in cui si legittima ancora la
tortura come metodo punitivo, le parole della Meinhof,
torturata tramite privazione sensoriale, ci permettono di
restituire la voce negata ai prigionieri politici e di
denunciare la loro condizione.
Le due attrici
Elena Dragonetti
Nata a Minturno (lt) il 16/11/1974
Diplomata alla Scuola di Recitazione del
Teatro Stabile di Genova.
Convive e collabora per sei mesi con il
Living Theatre, diretto da Judith Malina e H. Reznikov.
Lavora con diversi teatri e compagnie: Teatro
Stabile di Genova, Teatro Stabile dell’Umbria, Torino
Spettacoli
Collabora con i registi: Judith Malina, Ninni
Bruschetta, Isabelle Magnin, Adriana Innocenti, A.L.
Messeri, Giovanni Dagnino e G. D’Avigo, Valerio Binasco.
Dal 2000 collabora con la compagnia del
Teatro dell’Archivolto di Genova in spettacoli con la regia
di G, Gallione e G. Scaramuzzino.
Raffaella Tagliabue
Nata a Busto Arsizio (Va) il 28/09/1973
Diplomata alla Scuola di Recitazione del
Teatro Stabile di Genova.
Co-fondatrice e attrice de “La Compagnia
delle Formiche” nata sotto la direzione artistica di Jurji
Alschitz, Gianpiero Borgia e Christian Di Domenico.
Lavora con diversi teatri e compagnie: Teatro
Stabile di Genova, Nutrimenti Terrestri, Teatro Stabile di
Torino, Teatro della Contraddizione di Milano, Teatro
Sempre, Compagnia delle Formiche, Compagnia Italiana di
Prosa.
Collabora con i registi: Ninni Bruschetta,
Jurji Alschitz, Gianpiero Borgia, Jurji Ferrini, Carmelo
Rifici, Corrado D’Elia, Marco Maria Linzi, Saverio Soldani.
Attrice e assistente alla regia per A. L.
Messeri.
Dall’esigenza sempre più forte di dare un senso al fare
teatro…
di Elena
Dragonetti
Ho
incontrato Ulrike Meinhof in un momento in cui si faceva per
me sempre più pressante l’esigenza di prendere in mano il
mio lavoro, di guardare il teatro da un prospettiva più
ampia, di esplorarlo più a fondo, di operare delle scelte
insomma.
La prima
percezione della storia di Ulrike Meinhof è stata quella di
una storia di scelte, nette, portate fino alle estreme
conseguenze.
L’incontro
con lei è stato sostenuto da una serie di coincidenze che
hanno condotto prepotentemente in quella direzione. Dalla
scelta del monologo di Dario Fo e Franca Rame sulla sua
morte da preparare per eventuali provini,
all’approfondimento obbligato della sua storia, all’esigenza
di raccontarla tutta nel suo complesso, all’incontro quasi
casuale con Raffaella che a mia insaputa stava lavorando
sullo stesso monologo, a tutte le persone incontrate nel
cammino di questo lavoro che hanno scelto di sostenere la
creazione di questo spettacolo. Non ultimo il ritrovare
Nicola Pannelli che aveva già iniziato un percorso,
concretizzato in Narramondo,che ci ha dato il conforto di
non essere sole.
Tutto
questo per dire che esiste una parte magica, sì mi viene da
dire così, nell’incontro con Ulrike Meinhof, ma esiste anche
un momento in cui le coincidenze sono diventate scelte.
Parte della
storia della Meinhof è caratterizzata da questo tipo di
percorso. Il suo entrare nella lotta armata è stato condotto
da una serie di coincidenze che l’hanno accompagnata fin
sopra al davanzale di una finestra, lo scavalcare il quale
avrebbe rappresentato un completo cambiamento di vita, un
attraversamento di un confine che non avrebbe più permesso
il tornare indietro, l’abbandono totale di tutto quanto, ma
il saltare giù da quel davanzale ha richiesto una scelta
netta da parte sua.
Ha scelto.
Così io so di aver scelto di parlare di lei.
Perché?
Non nego
quanto le sue scelte estreme siano state fonte di
affascinazione in un primo momento. Sono sempre stata
attratta da questo genere di personaggi, “che lottano fino
alla morte per difendere ciò che per loro è vita”. Questa
volta però mi sono trovata di fronte ad una storia vera. Ad
una donna realmente esistita, ne riprendo ogni volta
coscienza con un senso di vertigine. Ad una donna vissuta in
tempi di cui noi siamo i diretti discendenti. Ad una donna,
soprattutto questo. Una donna, come lo sono io.
Andare a
conoscere la sua storia non ha potuto chiaramente tenermi
distante dall’avere una visione politica della vicenda, con
tutte le ingenuità di una persona che aveva non più di un
anno e mezzo quando lei è morta e a cui questa storia non è
mai stata raccontata, politica che però si è tradotta in me
nel senso ampio di “presenza”. Che vuol dire non far finta
di niente, di non esserci, di non vedere, di non essere
coinvolti. Se dovessi dire cosa mi ha portato finora a
lavorare su Ulrike Meinhof credo che questa sia la prima
cosa di cui parlerei. Presenza. Che è un percorso, appena
iniziato, ma che mi si ripropone prepotentemente ad ogni
momento.
Scelte
estreme mettono però necessariamente di fronte alle domande
“ Fino a che punto?” “Sarei arrivata fin dove è arrivata
lei?” “Cosa significa violenza?” “Sarei in grado di
uccidere??”
Il tema
della violenza è un tema non risolto, non sviscerato fino in
fondo, non esaurito, né nel mio personale né, ho la
sensazione, nel nostro vivere sociale.
Il nostro
parlare di Ulrike Meinhof non contiene risposte, vuole
piuttosto condividere delle domande. “Cosa significa
lottare?” “Cosa significa difendersi?” “Cosa significa
punire?” “Cosa significa torturare?”
Non è una
storia morta, anche se sono passati trent’anni, non solo
perché la situazione politico-sociale presente ci ripropone
ferocemente gli stessi interrogativi, ma perché credo che
queste domande, dubbi, conflitti siano vivi e presenti in
ogni essere umano, in ogni essere sociale.
Lo
spettacolo ha debuttato ma il nostro lavorare su Ulrike
Meinhof non si è esaurito con la conclusione delle prove,
chiede di essere rinnovato ogni volta che lo spettacolo
viene proposto, condiviso con un pubblico, e la storia
raccontata. Presenti alla nostra prima replica c’erano delle
persone che ricordano ancora il senso di ferita, di rabbia,
di pericolo, respirato alla notizia della sua morte, persone
che hanno manifestato silenziosamente in un muto corteo
notturno non autorizzato contro il suo assassinio. Continuo
a chiedermi come raccontare a loro questa storia e come
raccontarla a chi non ne ha mai saputo niente. Cosa
significa ascoltarla. Procediamo attente a questo scambio.
E’ chiaro
lo spettacolo è uno spettacolo sul terrorismo.
Ma la
questione che propone è cosa vada etichettato sotto questa
definizione così sfruttata e usurata in questi giorni e che
raggruppa sotto la stessa bandiera azioni e motivazioni
molto differenti fra loro. Ulrike Meinhof e altri componenti
della Raf sono stati assassinati in carcere. Anche questo va
sotto l’etichetta di “Terrorismo”?
Ogni tanto
continuo ancora a chiedermi “Io l’avrei fatto?” …Non so se
l’avrei fatto…. Non so se mi sarei fermata prima… Forse è
anche questo che mi tiene legata a lei, il pensiero, anche
solo per un istante, che avrei potuto trovarmi al suo posto.
Nessuno mai
me ne aveva parlato…
di
Raffaella Tagliabue
Nessuno mai
me ne aveva parlato. Né i miei genitori, né gli amici, tanto
meno la scuola.
L’ho
scoperta da sola, per caso, la storia di Ulrike Meinhof. La
vicenda dalla sua morte.
Come l’ho
saputa? Non attraverso i giornali, certo non dalla
televisione ma da un testo teatrale!
Un breve
monologo di Franca Rame datato anno 197? .
E così una
storia vecchia di trent’anni ha catturato la mia attenzione
e il mio interesse.
Perché? Per
mille motivi dei quali almeno la metà sono per me
inspiegabili. Forse perché già dalla lettura di quel breve
testo (molto ben scritto) si percepiva la grandissima forza
di questa donna che, rinchiusa in un carcere speciale in
condizioni inumane, non ha mai smesso di lottare, di
sperare, di resistere.
Poi
l’inquietante modernità della sua vicenda. La drammaticità
di una storia così vera da risultare troppo intensa, troppo
estrema, troppo per essere vera vita.
Una morte
così dubbia ma anche così scontata da mettere in discussione
la pretesa di democraticità di uno Stato.
E poi il
fatto che una denuncia in forma artistica fatta trent’anni
fa continui a dare i suoi effetti.
Ma allora
il teatro serve ancora a qualcosa!?
Allora ha
senso parlare di storie. Di vita!?
Allora noi
possiamo parlare del nostro presente, che sono le giornate
di Genova, è l’11 settembre, è il muro in Israele, sono le
bombe inventate,… e sperare che le nostre parole non si
perdano nel nulla!?
Allora
parliamone.
Diamo un
senso al nostro lavoro. Non ho scelto di fare l’attrice per
far soldi e fama con una fiction in tv.
D’accordo
ma allora che c' entra Ulrike Meinhof? Perché una storia
vecchia, passata, di cui nessuno parla piu?
Appunto! E
poi è così piena di legami con il presente da far paura. Da
non riuscire a tenere la bocca chiusa. Da doverla
raccontare.
Ecco questo
è un po’ quello che ci siamo dette io ed Elena quando
chiacchierando fra i vicoli di Genova ci siamo scoperte, per
caso, entrambe interessate alla storia perché tutte e due,
per caso, eravamo incappate in quel monologo che ci aveva
folgorate.
Da qui due
donne per raccontarne una.
Dall’entusiasmo al progetto. Prima tappa lo studio.
Biografia completa. I suoi articoli da giornalista. Il
manifesto del partito armato. Le lettere dal carcere. Gli
interventi di difesa al processo.
Ogni
lettura una scoperta. Una conferma. Ci eravamo imbattute in
una gran storia umana. In una gran donna. Dalla vita
difficile. Dalle scelte complicate ed estreme.
Ed
inevitabilmente si è creato in noi il meccanismo del
confronto. Ma IO al suo posto?
E questo
non solo perché per noi era “personaggio” da interpretare ma
soprattutto perché abbiamo indagato la sua vita. L’abbiamo
scoperta passo per passo, dall’inizio. La raccontiamo senza
pregiudizi, senza preconcetti. Ulrike Meinhof è conosciuta
al mondo come leader di un gruppo di lotta armata. Come
“terrorista”. Ma Ulrike Meinhof era una donna.
ERA. DONNA.
Donna
perché non si può parlare dei “terroristi” come di folli
privi di coscienza guidati da un forza malvagia alla
distruzione del mondo. Sono uomini. Donne. Sono persone con
ideali, con speranze, forse disperate, con motivazioni forti
che li spingono a gesti forti, discutibili, certo, forse
condannabili. Ma uomini. E ci piace di poterli conoscere
come tali.
Ecco perché
l’hanno uccisa. E il suo assassinio non è un dubbio come
quello di tanti altri. E’ un dato di fatto.
Probabilmente anche qui sta la forza di questa storia.
Perché non è parlar di ideologie e di opinioni che possono
essere sempre messe in discussione. E’ un parlar di fatti,
che non lasciano dubbi. Che non sono discutibili.
Ma questa è
una faccenda tanto importante quanto delicata.
Noi non ci
siamo messe a scrivere delle verità. Non volevamo dare
risposta a nessuna domanda. Anzi, semmai volevamo porci e
porre delle domande. Lasciare delle porte aperte.
E così
abbiamo dovuto scrivere e riscrivere molte volte, in forma
diversa, tutta la parte conclusiva dedicata alle indagini
sulla morte fatte dalla Commissione d’Inchiesta.
Era
difficile trovare un modo efficace che ridesse allo
spettatore l’importanza della cosa ma senza farlo uscire con
una risposta in tasca. E poi come ridare a chi ci ascolta le
stesse agghiaccianti sensazioni che ha lasciato in noi la
lettura del rapporto della Commissione?
E’
assistere ad una morte in diretta sapendo che l’assassino si
chiama Stato Democratico.
Forse è una
cosa più grande di noi.
Però alla
fine lo spettacolo c’è. Non so bene se fatto nel migliore
dei modi ma sicuramente nelle migliori condizioni.
Sì perché
la foga di raccontare questa storia si è trasformata in una
malattia. Le persone che abbiamo incontrato durante il
percorso per la realizzazione del nostro progetto sono
state letteralmente contaminate.
Siamo
partite in due con grande entusiasmo ma anche con tanta
insicurezza. Anche inesperienza rispetto alla creazione dal
nulla di uno spettacolo.
Ci siamo
messe a contattare con timidezza amici professionisti molto
più esperti di noi, chi in scenografia, chi in musica, chi
in organizzazione, chi in questioni socio-politiche…giusto
per avere una mano, un consiglio, un appoggio…in cambio di
niente, visto che soldi non ne avevamo… e cosa abbiamo
trovato? L’entusiasmo, la disponibilità, l’interesse che mai
ci saremmo aspettare.
Ci piace
credere che quello su Ulrike Meinhof sia un progetto
fortunato.
Non so
perché. Forse perché, come dice Elena, Ulrike ci guarda da
lassù, chissà .
La fiducia
che le persone ci hanno dato fino ad ora ne è sicuramente la
prova.
Anche il
debutto di Genova al Teatro Cargo segue la scia di questa
“fortuna”. O di questa prova.
Per un moto
di orgoglio mi sento di dire che sono contenta del lavoro
che abbiamo fatto. I nostri sforzi, le nostre motivazioni,
le nostre speranze non sono state buttate al vento.
Negli occhi e nelle parole
delle persone che sono venute al Teatro Cargo ho potuto
leggere che il teatro serve ancora a qualcosa. Ne sono
felice. Ora bisogna farlo!
|