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PROSSIME DATE SPETTACOLI

Milano  Teatro Libero 27-28/10/2005

   
 Titolo: Appesa a un filo
  Vita e morte di Ulrike Meinhof
   
 Testo di: E. Dragonetti, N. Pannelli, R. Tagliabue
   
 di e con: Elena Dragonetti e Raffaella Tagliabue
   
 Scene e luci: Laura Benzi
   
 Musiche originali: SIMENZO
   
 Informazioni: www.narramondo.it
   

 

 

<Il mondo d'oggi può essere espresso anche per mezzo del

                     teatro, purché lo si descriva come un mondo trasformabile. >

 

                                                                                         Bertolt Brecht

 

 

E' un percorso di fatti. Non c'è nulla di inventato.

Ulrike Meinhof, giornalista, militante del partito comunista e madre, ad un certo punto della sua vita, con un salto da una finestra, sceglie di lasciare tutto, famiglia, lavoro e ruolo socialmente riconosciuto. Fonda con Andreas Baader e Gudrun Ensslin la RAF ­Rothe Armée Fraction - il principale gruppo armato clandestino nella Germania dei roventi anni '70.

Arrestata nel giugno del '72 trascorre quattro anni in un braccio speciale del carcere di Stammheim, in completo isolamento e sottoposta a regime di privazione sensoriale, la cosiddetta tortura bianca.

Nel maggio del '76 viene trovata impiccata nella sua cella.

Una commissione di inchiesta internazionale al termine del lavoro di indagine dichiara insostenibile la tesi del suicidio.

 

     La vita, le scelte e la morte di una donna raccontate e indagate da due attrici, due    donne.   

La forma è quella di una narrazione che segue fedelmente l'ordine cronologico degli eventi e che si modella sul percorso esistenziale della Meinhof.

     Ma il racconto viene intervallato dagli scritti originali di Ulrike, che abbiamo deciso di mantenere sia per il loro carattere incisivo e di evidente attualità, sia per rispettarne fedelmente la linea di pensiero.

 

Il nostro è il tentativo di sfruttare il passato per rileggere il presente. Per averne una visione più consapevole.

E in un tempo in cui si legittima ancora la tortura come metodo punitivo, le parole della Meinhof, torturata tramite privazione sensoriale, ci permettono di restituire la voce negata ai prigionieri politici e di denunciare la loro condizione.

 

Le due attrici

 

Elena Dragonetti

Nata a Minturno (lt) il 16/11/1974

Diplomata alla Scuola di Recitazione del Teatro Stabile di Genova.

Convive e collabora per sei mesi con il Living Theatre, diretto da Judith Malina e H. Reznikov.

Lavora con diversi teatri e compagnie: Teatro Stabile di Genova, Teatro Stabile dell’Umbria, Torino Spettacoli

Collabora con i registi: Judith Malina, Ninni Bruschetta, Isabelle Magnin, Adriana Innocenti, A.L. Messeri, Giovanni Dagnino e G. D’Avigo, Valerio Binasco.

Dal 2000 collabora con la compagnia del Teatro dell’Archivolto di Genova in spettacoli con la regia di G, Gallione e G. Scaramuzzino.

 

Raffaella Tagliabue

Nata a Busto Arsizio (Va) il 28/09/1973

Diplomata alla Scuola di Recitazione del Teatro Stabile di Genova.

Co-fondatrice e attrice de “La Compagnia delle Formiche” nata sotto la direzione artistica di Jurji Alschitz, Gianpiero Borgia e Christian Di Domenico.

Lavora con diversi teatri e compagnie: Teatro Stabile di Genova, Nutrimenti Terrestri, Teatro Stabile di Torino, Teatro della Contraddizione di Milano, Teatro Sempre, Compagnia delle Formiche, Compagnia Italiana di Prosa.

Collabora con i registi: Ninni Bruschetta, Jurji Alschitz, Gianpiero Borgia, Jurji Ferrini, Carmelo Rifici, Corrado D’Elia, Marco Maria Linzi, Saverio Soldani.

Attrice e assistente alla regia per A. L. Messeri.

 

 

Dall’esigenza sempre più forte di dare un senso al fare teatro…

di Elena Dragonetti

 

Ho incontrato Ulrike Meinhof in un momento in cui si faceva per me sempre più pressante l’esigenza di prendere in mano il mio lavoro, di guardare il teatro da un prospettiva più ampia, di esplorarlo più a fondo, di operare delle scelte insomma.

 

La prima percezione della storia di Ulrike Meinhof è stata quella di una storia di scelte, nette, portate fino alle estreme conseguenze.

L’incontro con lei è stato sostenuto da una serie di coincidenze che hanno condotto prepotentemente in quella direzione. Dalla scelta del monologo di Dario Fo e Franca Rame sulla sua morte da preparare per eventuali provini, all’approfondimento obbligato della sua storia, all’esigenza di raccontarla tutta nel suo complesso, all’incontro quasi casuale con Raffaella che a mia insaputa stava lavorando sullo stesso monologo, a tutte le persone incontrate nel cammino di questo lavoro che hanno scelto di sostenere la creazione di questo spettacolo. Non ultimo il ritrovare Nicola Pannelli che aveva già iniziato un percorso, concretizzato in Narramondo,che ci ha dato il conforto di non essere sole.

Tutto questo per dire che esiste una parte magica, sì mi viene da dire così, nell’incontro con Ulrike Meinhof, ma esiste anche un momento in cui le coincidenze sono diventate scelte.

 

Parte della storia della Meinhof è caratterizzata da questo tipo di percorso. Il suo entrare nella lotta armata è stato condotto da una serie di coincidenze che l’hanno accompagnata fin sopra al davanzale di una finestra, lo scavalcare il quale avrebbe rappresentato un completo cambiamento di vita, un attraversamento di un confine che non avrebbe più permesso il tornare indietro, l’abbandono totale di tutto quanto, ma il saltare giù da quel davanzale ha richiesto una scelta netta da parte sua.

Ha scelto. Così io so di aver scelto di parlare di lei.

Perché? 

Non nego quanto le sue scelte estreme siano state fonte di affascinazione in un primo momento. Sono sempre stata attratta da questo genere di personaggi, “che lottano fino alla morte per difendere ciò che per loro è vita”. Questa volta però mi sono trovata di fronte ad una storia vera. Ad una donna realmente esistita, ne riprendo ogni volta coscienza con un senso di vertigine. Ad una donna vissuta in tempi di cui noi siamo i diretti discendenti. Ad una donna, soprattutto questo. Una donna, come lo sono io.

 

Andare a conoscere la sua storia non ha potuto chiaramente tenermi distante dall’avere una visione politica della vicenda, con tutte le ingenuità di una persona che aveva non più di un anno e mezzo quando lei è morta e a cui questa storia non è mai stata raccontata, politica che però si è tradotta in me nel senso ampio di “presenza”. Che vuol dire non far finta di niente, di non esserci, di non vedere, di non essere coinvolti. Se dovessi dire cosa mi ha portato finora a lavorare su Ulrike Meinhof credo che questa sia la prima cosa di cui parlerei. Presenza. Che è un percorso, appena iniziato, ma che mi si ripropone prepotentemente ad ogni momento.

 

Scelte estreme mettono però necessariamente di fronte alle domande “ Fino a che punto?” “Sarei arrivata fin dove è arrivata lei?” “Cosa significa violenza?” “Sarei in grado di uccidere??”

Il tema della violenza è un tema non risolto, non sviscerato fino in fondo, non esaurito, né nel mio personale né, ho la sensazione, nel nostro vivere sociale.

 

Il nostro parlare di Ulrike Meinhof non contiene risposte, vuole piuttosto condividere delle domande. “Cosa significa lottare?” “Cosa significa difendersi?” “Cosa significa punire?” “Cosa significa torturare?”

Non è una storia morta, anche se sono passati trent’anni, non solo perché la situazione politico-sociale presente ci ripropone ferocemente gli stessi interrogativi, ma perché credo che queste domande, dubbi, conflitti siano vivi e presenti in ogni essere umano, in ogni essere sociale.

 

Lo spettacolo ha debuttato ma il nostro lavorare su Ulrike Meinhof non si è esaurito con la conclusione delle prove, chiede di essere rinnovato ogni volta che lo spettacolo viene proposto, condiviso con un pubblico, e la storia raccontata. Presenti alla nostra prima replica c’erano delle persone che ricordano ancora il senso di ferita, di rabbia, di pericolo, respirato alla notizia della sua morte, persone che hanno manifestato silenziosamente in un muto corteo notturno non autorizzato contro il suo assassinio. Continuo a chiedermi come raccontare a loro questa storia e come raccontarla a chi non ne ha mai saputo niente. Cosa significa ascoltarla. Procediamo attente a questo scambio.

 

E’ chiaro lo spettacolo è uno spettacolo sul terrorismo.

Ma la questione che propone è cosa vada etichettato sotto questa definizione così sfruttata e usurata in questi giorni e che raggruppa sotto la stessa bandiera azioni e motivazioni molto differenti fra loro. Ulrike Meinhof e altri componenti della Raf sono stati assassinati in carcere. Anche questo va sotto l’etichetta di “Terrorismo”?

 

Ogni tanto continuo ancora a chiedermi “Io l’avrei fatto?” …Non so se l’avrei fatto…. Non so se mi sarei fermata prima… Forse è anche questo che mi tiene legata a lei, il pensiero, anche solo per un istante, che avrei potuto trovarmi al suo posto.

 

 

Nessuno mai me ne aveva parlato…

di Raffaella Tagliabue

 

Nessuno mai me ne aveva parlato. Né i miei genitori, né gli amici, tanto meno la scuola.

L’ho scoperta da sola, per caso, la storia di Ulrike Meinhof.  La vicenda dalla sua morte.

Come l’ho saputa? Non attraverso i giornali, certo non dalla televisione ma da un testo teatrale!

Un breve monologo di Franca Rame datato anno 197? .

E così una storia vecchia di trent’anni ha catturato la mia attenzione e il mio interesse.

Perché? Per mille motivi dei quali almeno la metà sono per me inspiegabili.  Forse perché già dalla lettura di quel breve testo (molto ben scritto) si percepiva la grandissima forza di questa donna che, rinchiusa in un carcere speciale in condizioni inumane, non ha mai smesso di lottare, di sperare, di resistere.

Poi l’inquietante modernità della sua vicenda.  La drammaticità di una storia così vera da risultare troppo intensa, troppo estrema, troppo per essere vera vita.

Una morte così dubbia ma anche così scontata da mettere in discussione la pretesa di  democraticità di uno Stato.

E poi il fatto che una denuncia in forma artistica fatta trent’anni fa continui a dare i suoi effetti.

 

Ma allora il teatro serve ancora a qualcosa!?

 

Allora ha senso parlare di storie. Di vita!?

Allora noi possiamo parlare del nostro presente, che sono le giornate di Genova, è l’11 settembre, è il muro in Israele, sono le bombe inventate,… e sperare che le nostre parole non si perdano  nel nulla!?

Allora parliamone.

Diamo un senso al nostro lavoro. Non ho scelto di fare l’attrice per far soldi e fama con una fiction in tv. 

D’accordo ma allora che c' entra Ulrike Meinhof? Perché una storia vecchia, passata, di cui nessuno parla piu?

Appunto! E poi è così piena di legami con il presente da far paura. Da non riuscire a tenere la bocca chiusa. Da doverla raccontare.

Ecco questo è un po’ quello che ci siamo dette io ed Elena quando  chiacchierando fra i vicoli di Genova ci siamo scoperte, per caso, entrambe interessate alla storia perché tutte e due, per caso, eravamo incappate in quel monologo che ci aveva folgorate.

Da qui due donne per raccontarne una.

Dall’entusiasmo al progetto. Prima tappa lo studio. Biografia completa. I suoi articoli da giornalista. Il manifesto del partito armato. Le lettere dal carcere. Gli interventi di difesa al processo.

Ogni lettura una scoperta. Una conferma. Ci eravamo imbattute in una gran storia umana. In una gran donna. Dalla vita difficile. Dalle scelte complicate ed estreme.

Ed inevitabilmente si è creato in noi  il meccanismo del confronto. Ma IO al suo posto?

E questo non solo perché per noi era “personaggio” da interpretare ma soprattutto perché abbiamo indagato la sua vita. L’abbiamo scoperta passo per passo, dall’inizio. La raccontiamo senza pregiudizi, senza preconcetti. Ulrike Meinhof è conosciuta al mondo come leader di un gruppo di lotta armata. Come “terrorista”. Ma Ulrike Meinhof era una donna.

ERA. DONNA.

Donna perché non si può parlare dei  “terroristi”  come di folli privi di coscienza guidati da un forza malvagia alla distruzione del mondo. Sono uomini. Donne. Sono persone con ideali, con speranze, forse disperate, con motivazioni forti che li spingono a gesti forti, discutibili, certo, forse condannabili. Ma uomini. E ci piace di poterli conoscere come tali.

Ecco perché l’hanno uccisa. E il suo assassinio non è un dubbio come quello di tanti altri. E’ un dato di fatto.

Probabilmente anche qui sta la forza di questa storia. Perché non è parlar di ideologie e di opinioni che possono essere sempre messe in discussione. E’ un parlar di fatti, che non lasciano dubbi. Che non sono discutibili.

Ma questa è una faccenda  tanto importante quanto delicata.

Noi non ci siamo messe a scrivere delle verità. Non volevamo dare risposta a nessuna domanda. Anzi, semmai volevamo porci e porre delle domande. Lasciare delle porte aperte.

E così abbiamo dovuto scrivere e riscrivere molte volte, in forma diversa, tutta la parte conclusiva dedicata alle indagini sulla morte fatte dalla Commissione d’Inchiesta.

Era difficile trovare un modo efficace che ridesse allo spettatore l’importanza della cosa ma senza farlo uscire con una risposta in tasca. E poi come ridare a chi ci ascolta le stesse agghiaccianti sensazioni che ha lasciato in noi la lettura del rapporto della Commissione?

E’ assistere ad una morte in diretta sapendo che l’assassino si chiama Stato Democratico.

Forse è una cosa più grande di noi.

 

Però alla fine lo spettacolo c’è. Non so bene se fatto nel migliore dei modi ma sicuramente nelle migliori condizioni.

Sì  perché la foga di raccontare questa storia si è trasformata in una malattia. Le persone che abbiamo incontrato durante il percorso per la realizzazione del nostro  progetto sono state letteralmente contaminate.

Siamo partite in due con grande entusiasmo ma anche con tanta insicurezza. Anche inesperienza rispetto alla creazione dal nulla di uno spettacolo.

Ci siamo messe a contattare con timidezza amici professionisti molto più esperti di noi, chi in scenografia, chi in musica, chi in organizzazione, chi in questioni socio-politiche…giusto per avere una mano, un consiglio, un appoggio…in cambio di niente, visto che soldi non ne avevamo… e cosa abbiamo trovato? L’entusiasmo, la disponibilità, l’interesse che mai ci saremmo aspettare.

Ci piace credere che quello su Ulrike Meinhof sia un progetto fortunato.

Non so perché. Forse perché, come dice Elena, Ulrike ci guarda da lassù, chissà .

La fiducia che le persone ci hanno dato fino ad ora ne è sicuramente la prova.

Anche il debutto di Genova al Teatro Cargo segue la scia di questa “fortuna”. O di questa prova.

Per un moto di orgoglio mi sento di dire che sono contenta del lavoro che abbiamo fatto. I nostri sforzi, le nostre motivazioni, le nostre speranze non sono state buttate al vento.

Negli occhi e nelle parole delle persone che sono venute al Teatro Cargo ho potuto leggere che il teatro serve ancora a qualcosa. Ne sono felice. Ora bisogna farlo!

 

 

 

Ultima modifica di questa pagina: mercoledì, 12 ottobre 2005 23.20

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