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Dopo circa
un’ora e trentadue minuti dall’inizio della proiezione del
film di Renzo Martinelli, a uno spettatore stremato ed
esausto viene finalmente concessa la possibilità di capire
il motivo di tanto supplizio. Il giudice Saracini (Donald
Sutterland) decide infatti di esporre ai suoi esterrefatti
interlocutori (il magistrato Stefania Rocca e il fido
guardaspalle Giancarlo Giannini) la sua personale
ricostruzione del caso Moro, il risultato di indagini
scrupolose condotte da questo anonimo giudice di provincia
prossimo alla pensione ma improvvisamente scelto come
destinatario di un misterioso super8 girato quel fatidico
giorno in via Fani. Quasi inutile sottolineare che la tesi
di Saracini è poi la tesi che fa da colonna portante a tutta
l’operazione messa in piedi da Martinelli (già distintosi
per capolavori del cinema quali “Porzus” e “Vajont”)
in collaborazione con i più affermati sostenitori del
cosiddetto complottismo dietologico: primo tra tutti quel
Sergio Flamigni dai cui libri attinge a piene mani la
sceneggiature del film.
Cerchiamo
di riassumerla, quindi, questa tesi.
1.Aldo Moro
è stato prima sequestrato e poi ammazzato per garantire gli
equilibri geopolitici sanciti nel lontano 1945 a Yalta dai
tre grandi vincitori della Seconda Guerra Mondiale:
nientedimeno che F.D. Roosvelt, W. Churchill e Stalin.
Quello storico accordo altro non fece che suddividere il
mondo in aree di influenza, separate dalla mitica cortina di
ferro. Unico modo per garantire la pace e l’equilibrio tra
le due superpotenze nei decenni a venire.
2.Aldo
Moro, massimo artefice del compromesso storico e quindi del
tentativo di legittimare il Partito comunista italiano come
forza di governo, rompeva l’equilibrio di Yalta esponendo
l’Italia – paese fedele agli Stati Uniti e al Patto
Atlantico – a una minaccia comunista e per di più del tutto
legale in quanto legittimata dal voto popolare.
3.Gli Stati
Uniti si muovono su tutta l’area occidentale per impedire
simili progetti, attivando una serie di contromosse che
possano scongiurare il pericolo comunista. Questo attivismo
in Italia si traduce in due fatti: la “creazione” della
loggia massonica P2 (con il compito di avvelenare la vita
democratica del paese in funzione prettamente anticomunista)
e la infiltrazione del più forte, radicato e potente gruppo
di guerriglia rivoluzionaria dell’Europa occidentale: le
Brigate rosse.
4.Questa
opera di infiltrazione, resa possibile solo in seguito
all’uscita di scena dei leader storici delle Br (Curcio e
Franceschini, “i buoni”, arrestati a Pinerolo nel settembre
del ’74), si concretizza con la scalata ai vertici
dell’organizzazione di Mario Moretti, “il cattivo”, agente
dei servizi segreti col compito di imprimere alle Br la
svolta militarista per tenere desta la minaccia eversiva nel
paese, isolare il Pci e permettere alla Democrazia cristiana
di mantenere le redini del gioco saldamente nelle proprie
mani.
5.Mario
Moretti (ripetiamolo per chi non avesse letto bene,
agente dei servizi segreti) sequestra Aldo Moro e ne
decide l’uccisione per togliere così di mezzo colui che più
di tutti si era impegnato per garantire all’Italia la
normale alternanza dei partiti al governo.
Alberto
Franceschini, che nella sua ultima fatica letteraria (“Che
cosa sono le Br”, Bur edizioni, 2004) ribadisce le accuse
nei confronti dell’ex amico e compagno di avventura,
all’uscita dela pellicola di Martinelli affermò che “Piazza
delle 5 lune” era il film che ci voleva per fare finalmente
chiarezza sull’affaire Moro. Chi scrive queste
quattro righe sostiene invece (per quanto possa valere)
l’esatto contrario, ovvero che operazioni come quella
condotta da Martinelli e soci non fanno altro che
incrementare l’effetto rumore intorno ai tragici 55 giorni,
quel “dire tutto per non dire nulla” che tanto di ostacolo è
alla ricerca della verità storica. Complottismo,
fantapolitica, dietrologia spicciola: tutto si mescola in
quasi due ore di pellicola, tanto da provocare nello
spettatore un senso di nausea e di repulsione. Se poi a
questo panorama già desolante uniamo anche certi imbarazzi
nella sceneggiatura (una su tutte, la sequenza dell’attacco
aereo con tanto di spargimento di sostanza nociva ai danni
dei due eroi… Perché? Che motivo c’era?) e certe piroette
auto-celebrative del regista (della serie “quanto sono bravo
a far volteggiare la cinepresa”) ecco che la frittata è
fatta. Dopo “Porzus” e “Vajont” Renzo Martinelli continua
imperterrito nella sua opera di demolizione della gloriosa
tradizione del cinema di inchiesta made in Italy.
Giuliano
Boraso
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