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1983.
Braccio (Claudio Amendola), detenuto politico condannato a
30 anni per un fatto di sangue e di lotta armata, viene
trasferito dalla Sicilia a Milano, da un non precisato
carcere speciale al più celebre San Vittore, per poter
usufruire di un mese di colloqui con la propria fidanzata,
Giulia (Francesca Neri), che non vede da 4 anni. A occuparsi
del trasferimento del terrorista è un capitano dei
carabinieri (Silvio Orlando) dai modi confidenziali e
amichevoli, intenzionato fin dalle prime battute ad
allacciare col detenuto un rapporto di complicità e di
fiducia reciproca.
Il film di
Wilma Labate è la narrazione di un viaggio incompiuto:
Braccio non arriverà mai a Milano, il trasferimento è in
realtà una trappola per indurlo a collaborare con l’autorità
giudiziaria e rivelare ai magistrati gli altri responsabili
dell’omicidio per cui è stato lui stesso condannato a una
pena così severa, pur senza esserne l’esecutore materiale.
Messo di fronte a una alternativa, collaborare e rifarsi una
vita oppure insistere nel silenzio e salvaguardare la
propria coscienza, Braccio non esita.
La mia
generazione
un merito indiscusso ce l’ha: quello di confermare (se ce ne
fosse stato bisogno) quanto sia maledettamente difficile
affrontare sul grande schermo le vicende legate agli anni di
piombo, indipendentemente dall’ottica con cui si cerca di
leggerle e raccontarle.
In questo
caso l’intreccio si sviluppa lungo alcune direttrici
classiche: l’incomunicabilità tra due mondi troppo distanti
e diversi (il rassegnato silenzio di Braccio contrapposto
alla loquacità del capitano), l’eterno dilemma tra la
convenienza opportunistica e la salvaguardia della propria
morale, il senso della sconfitta, il vincitore che detta le
regole del gioco a un vinto che non le accetta.
E ciascuna
di queste direttrici viene sviluppata lungo la narrazione in
modi del tutto rigorosi, privi di retorica, verosimili e,
per lunghi tratti convincenti. Eppure…
Eppure c’è
sempre qualcosa che stona, qualcosa che fa arricciare il
naso, che non convince. Si potrebbero citare a proposito
certe grossolane cadute di stile proprie di alcune sequenze
del tutto incomprensibili (il patetico scambio di foto tra i
compagni di viaggio delle relative mogli/fidanzate,
l’atmosfera da funerale collettivo che accompagna ogni
inquadratura, l’intera sequenza finale con l’improbabile
ingresso in scena della prostituta alla quale Braccio di
affida per un progetto di fuga subito abortito). Ma non è
neppure questo, quanto un più vago senso di fastidio, lo
stesso che si prova quando non si capisce il senso ultimo di
ciò che si è appena visto.
E allora
facciamola questa benedetta domanda: qual è il fine ultimo
della pellicola firmata da Wilma Labate? Sottolineare,
forse, l’impossibilità di una vera pacificazione tra le
parti; oppure, ipotizziamo, rivendicare la dignità dello
sconfitto, negare la logica secondo cui le regole del gioco
debbano essere dettate per forza da chi vince e aspettarsi
che colui che ha perso debba per forza di cose accettarle.
Polemizzare, seppur velatamente, con l’assurdità di una
giustizia capace di seppellire in carcere un uomo nel nome
di un delirio emergenziale privo di un vero fondamento
giuridico. Se sono davvero queste le linee guida del film,
non approviamo la scelta del mezzo, dello stratagemma
narrativo utilizzato per raccontarle e porle all’attenzione
di un pubblico fatalmente distratto dal viso imbronciato di
Francesca Neri, dalla simpatia di Silvio Orlando e dallo
sguardo da “cane bastonato” di Claudio Amendola. C’è,
insomma, ne La mia generazione, una evidente
sproporzione tra gli intenti perseguiti (nobili e utili) e
la loro resa artistica: e crediamo che sia questo gap che,
alla fine, rende il prodotto poco convincente.
Oltre a
Wilma Labate e Sandro Petraglia co-sceneggiano la storia
Paolo Lapponi e Andrea Leoni, membri delle Unità Comunisti
Combattenti condannati a 30 anni senza che alcun fatto di
sangue sia stato loro attribuito.
Giuliano
Boraso
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