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  Titolo: La mia generazione
  Regia: Wilma Labate
   
  Interpreti: Claudio Amendola
  Silvio Orlando
  Francesca Neri
  Vincenzo Peluso
  Paese: Italia
  Anno: 1996
  Durata: 95 Minuti
   
  Giudizio:
   

 

 

1983. Braccio (Claudio Amendola), detenuto politico condannato a 30 anni per un fatto di sangue e di lotta armata, viene trasferito dalla Sicilia a Milano, da un non precisato carcere speciale al più celebre San Vittore, per poter usufruire di un mese di colloqui con la propria fidanzata, Giulia (Francesca Neri), che non vede da 4 anni. A occuparsi del trasferimento del terrorista è un capitano dei carabinieri (Silvio Orlando) dai modi confidenziali e amichevoli, intenzionato fin dalle prime battute ad allacciare col detenuto un rapporto di complicità e di fiducia reciproca.

Il film di Wilma Labate è la narrazione di un viaggio incompiuto: Braccio non arriverà mai a Milano, il trasferimento è in realtà una trappola per indurlo a collaborare con l’autorità giudiziaria e rivelare ai magistrati gli altri responsabili dell’omicidio per cui è stato lui stesso condannato a una pena così severa, pur senza esserne l’esecutore materiale. Messo di fronte a una alternativa, collaborare e rifarsi una vita oppure insistere nel silenzio e salvaguardare la propria coscienza, Braccio non esita.

La mia generazione un merito indiscusso ce l’ha: quello di confermare (se ce ne fosse stato bisogno) quanto sia maledettamente difficile affrontare sul grande schermo le vicende legate agli anni di piombo, indipendentemente dall’ottica con cui si cerca di leggerle e raccontarle.

In questo caso l’intreccio si sviluppa lungo alcune direttrici classiche: l’incomunicabilità tra due mondi troppo distanti e diversi (il rassegnato silenzio di Braccio contrapposto alla loquacità del capitano), l’eterno dilemma tra la convenienza opportunistica e la salvaguardia della propria morale, il senso della sconfitta, il vincitore che detta le regole del gioco a un vinto che non le accetta.

E ciascuna di queste direttrici viene sviluppata lungo la narrazione in modi del tutto rigorosi, privi di retorica, verosimili e, per lunghi tratti convincenti. Eppure…

Eppure c’è sempre qualcosa che stona, qualcosa che fa arricciare il naso, che non convince. Si potrebbero citare a proposito certe grossolane cadute di stile proprie di alcune sequenze del tutto incomprensibili (il patetico scambio di foto tra i compagni di viaggio delle relative mogli/fidanzate, l’atmosfera da funerale collettivo che accompagna ogni inquadratura, l’intera sequenza finale con l’improbabile ingresso in scena della prostituta alla quale Braccio di affida per un progetto di fuga subito abortito). Ma non è neppure questo, quanto un più vago senso di fastidio, lo stesso che si prova quando non si capisce il senso ultimo di ciò che si è appena visto.

E allora facciamola questa benedetta domanda: qual è il fine ultimo della pellicola firmata da Wilma Labate? Sottolineare, forse, l’impossibilità di una vera pacificazione tra le parti; oppure, ipotizziamo, rivendicare la dignità dello sconfitto, negare la logica secondo cui le regole del gioco debbano essere dettate per forza da chi vince e aspettarsi che colui che ha perso debba per forza di cose accettarle. Polemizzare, seppur velatamente, con l’assurdità di una giustizia capace di seppellire in carcere un uomo nel nome di un delirio emergenziale privo di un vero fondamento giuridico.  Se sono davvero queste le linee guida del film, non approviamo la scelta del mezzo, dello stratagemma narrativo utilizzato per raccontarle e porle all’attenzione di un pubblico fatalmente distratto dal viso imbronciato di Francesca Neri, dalla simpatia di Silvio Orlando e dallo sguardo da “cane bastonato” di Claudio Amendola. C’è, insomma, ne La mia generazione, una evidente sproporzione tra gli intenti perseguiti (nobili e utili) e la loro resa artistica: e crediamo che sia questo gap che, alla fine, rende il prodotto poco convincente.

Oltre a Wilma Labate e Sandro Petraglia co-sceneggiano la storia Paolo Lapponi e Andrea Leoni, membri delle Unità Comunisti Combattenti condannati a 30 anni senza che  alcun fatto di sangue sia stato loro attribuito.

Giuliano Boraso

 

 

Ultima modifica di questa pagina: giovedì, 07 aprile 2005 22.03

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