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Il cinema
italiano di inchiesta gode, si sa, di una ricchissima
tradizione capace, dal Salvatore Giuliano di
Francesco Rosi (1961) in poi, di ricostruire sul grande
schermo i grandi misteri e i più tormentati casi della
storia repubblicana del Paese.
È
probabilmente all’interno di questa scuola che Giuseppe
Ferrara avrebbe voluto, nelle intenzioni, collocare anche
la sua rivisitazione cinematografica dell’affare Moro con
risultati però mai così lontani dai propositi. Il caso
Moro è infatti una pellicola mal riuscita,
approssimativa, incapace sia di ricostruire i fatti
conferendo a essi quella parvenza realistica indispensabile
per le regole del genere, sia di indicare un percorso di
lettura e una chiave di interpretazione dell’accaduto capace
di andare oltre un generico dietrologismo e una, ancora più
generica, indignazione verso chi – da tutte le parti –
contribuì a vario titolo all’esito drammatico della vicenda.
Alla base
della sceneggiatura il libro di Robert Katz I giorni
dell’ira, tra i capostipiti di quel filone storiografico
complottista/complottardo che tanta fortuna riscuote tutt’oggi
in certi settori dell’intellighenzia italiana che si occupa
della ricostruzione degli anni di piombo, secondo il quale
il sequestro di Aldo Moro, autenticamente progettato e
portato a termine dalle Brigate rosse, divenne con l’andare
del tempo il fatto attorno al quale giocare complicatissime
partite di politica interna e internazionale, l’evento che
più di ogni altro catalizzò su di sé l’attenzione di
governi, servizi segreti, logge massoniche di varia
nazionalità e provenienza. Aldo Moro, quindi, ostaggio non
tanto e non solo dei suoi carcerieri brigatisti, quanto di
quegli stessi giochi di potere di cui lui stesso era stato,
fino a quel momento, artefice e protagonista.
Niente di
nuovo sul fronte occidentale, quindi: il film di Ferrara
nulla toglie e nulla aggiunge a quanto già all’epoca (1986)
si pensava. Misteri, piccoli e grandi buchi neri,
circostanze contraddittorie e mai spiegate a proposito delle
quali ancora oggi ci si interroga e ci si divide.
Dove il
film di Ferrara manca clamorosamente è però nella resa
cinematografica della narrazione: pazienza per la scelta
stilistica – mai pienamente portata a compimento – a cavallo
tra documentarismo e linguaggio televisivo; pazienza per una
approssimazione generalizzata nella resa degli ambienti e
delle atmosfere; ma era proprio necessario il goffo e
grottesco gioco dei sosia per rimpiazzare gli uomini
politici del tempo con controfigure di dubbio gusto e
incerta efficacia, dando vita a quello che Sandro Zambetti
nel numero 260 di “Cineforum” definì un realismo da museo
delle cere che finisce nella caricatura involontaria, in una
sorta di allucinante sfida di imitatori da cabaret che si
sforzano, innaturalmente, di non far ridere? A
testimoniare quanto goffa fu l’operazione basti dire che
neppure il mitico Gian Maria Volontà, anche lui sotto la
media delle sue memorabili interpretazioni, riuscì a salvare
la baracca, neppure l’attore simbolo del cinema di inchiesta
e di denuncia degli anni Sessanta-Settanta fu in grado di
risollevare le sorti di un film mal riuscito e pessimamente
diretto.
Intendiamoci: niente di più difficile che cimentarsi con un
progetto così ambizioso e disseminato di trabocchetti come
la ricostruzione dell’evento che più di tutti segnò la
storia recente d’Italia. Ma la strada percorsa da Ferrara
non facilitò di certo il compito, anzi.
Visto con
gli occhi di oggi, Il caso Moro appare ancora più
approssimativo e, per certi versi, grottesco, laddove certe
pellicole antecedenti e contemporanee anch’esse appartenenti
al cinema d’inchiesta conservano invece una attualità e una
freschezza di stile invidiabili.
Sta tutta
qui, crediamo, la differenza da un prodotto mediocre e un
vero e proprio oggetto d’arte.
Giuliano
Boraso
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