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I 55 giorni
del sequestro Moro visti da dentro via Montalcini. La
quotidianità della straordinarietà. Quanti di noi comuni
mortali avrebbe voluto poter assistere a quelle dinamiche in
atto, essere partecipi – come ospiti invisibili – di quegli
eventi per poterli magari orientare o per poterne essere,
più modestamente, solo testimoni. “Buongiorno, notte” porta
lo spettatore dentro l’appartamento-prigione, con poche
pretese di verità storica, ma con un bagaglio ricchissimo di
suggestioni, provocazioni oniriche e arditissimi
accostamenti, capaci di entusiasmare chi ha voglia di osare
e di far storcere il naso a chi invece vuole e pretende
anche al cinema la “verità dei fatti”.
Se
appartenete a quest’ultima categoria di pensiero, il film in
questione non fa per voi: “Buongiorno, notte” non toglie né
aggiunge niente alla ricostruzione storica dell’affaire
Moro. Non è questo che interessa al regista e ce ne
rallegriamo, visto che sull’argomento è ormai stato detto
tutto e il contrario di tutto.
Niente
congetture, quindi, niente “dietrologismi” o “avantismi”, ma
il tentativo di gettare uno sguardo privato su uno dei fatti
pubblici più traumatici della storia repubblicana del Paese.
Al centro
del film la figura di Chiara (Maya Sansa), la donna
dell’appartamento, personaggio (molto) liberato ispirato a
quello di Anna Laura Braghetti, tanto che Bellocchio stesso
ammette di aver attinto a piene mani dal libro Il
prigioniero (Feltrinelli, 2003) scritto dalla stessa ex
brigatista in collaborazione con la giornalista Paola
Tavella. È con gli occhi di Chiara, con i suoi entusiasmi e
i suoi dubbi, con la sua doppia vita che lo spettatore è
chiamato a fare i conti. È lei che ci racconta quello che
potrebbe essere successo in via Montatici in quei 55 giorni.
Accantonando, meglio ripeterlo, ogni pretesa di verità
storica, ogni propensione alla fantomatica “realtà dei
fatti”.
Nella
prefazione alla sceneggiatura del film pubblicata nella
collana Nuovo cinema Italia della casa editrice Marsilio,
Bellocchio spiega il cambio di prospettiva avvenuto in fase
di scrittura del film: Oltre ai fatti, già scrivendo, io
cominciavo a vedere lo spazio chiuso e “sconfinato”
dell’appartamento, vero palcoscenico della rappresentazione,
prigione della prigione, con tutte quelle inferriate e le
tende e le tapparelle, la televisione sempre accesa,
l’occhio di Dio, il grande, democratico fratello. Insomma,
la cronaca fu il punto di partenza […] poi cambiò tutto
nella sceneggiatura e poi nel film (M. Bellocchio,
Buongiorno, notte, Marsilio, 2003).
Sono parole
importanti perché descrivono il passaggio da un punto di
vista che, originariamente, doveva attenersi al fatto di
cronaca, a una dimensione del tutto differente, privata,
intima, dove a dominare è l’ambiente interno, claustrofobico
dell’appartamento-prigione e la dimensione quotidiana del
sequestro. Il tutto inframmezzato dagli accadimenti
dell’esterno: la vita “normale” di Chiara, il suo lavoro in
biblioteca, i velati riferimenti a quanto accade
all’esterno, le reazioni della società e del mondo politico.
Come tutti
i film importanti, anche “Buongiorno, notte” ha finito per
dividere i giudizi del pubblico e della critica. I
detrattori, probabilmente, si aspettavano altro e,
altrettanto probabilmente, non hanno tollerato il ritratto
“umano” che Bellocchio dà dei carcerieri di Aldo Moro. Non
hanno gradito l’assenza di scoop, di rivelazioni “capaci di
gettare nuova luce sul caso”, e forse non hanno nemmeno
troppo apprezzato quegli azzardi che tanto hanno fatto
discutere: uno su tutti, l’accostamento del martirio del
Presidente della Dc a quello dei tanti partigiani
condannati a morte durante la Resistenza. E che dire, poi,
di un Aldo Moro che esce tranquillo e beato dalla sua cella,
passeggia per l’appartamento per poi imboccare l’uscita e
trovarsi di colpo a passeggiare per le strade di una Roma
piovosa?
Aldo Moro
libero. Sarebbe stato bello, ne avremmo viste delle belle.
Giuliano
Boraso
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